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Carovana (anti)americana: un amore geloso

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Il sole sta sorgendo e dobbiamo continuare il nostro viaggio nella storia.

È la storia di un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si trovarono in una posizione forte rispetto all’America Latina. Il conflitto aveva reso virtualmente impossibili le transazioni commerciali tra i latinoamericani e il resto del mondo e la guerra aveva distrutto, o gravemente indebolito, la potenza delle Nazioni che avrebbero potuto rappresentare una timida minaccia alla supremazia americana nella regione.

Roosevelt volle tradurre questo forte predominio in un’organizzazione internazionale e questo tema confluì nelle discussioni della Conferenza Panamericana di Chapultepec, Messico, del febbraio 1945. Qui si dichiarò che ogni attacco a un qualsiasi Stato americano rappresentava un attacco contro tutti gli Stati della regione. L’atto finale segnò il primo passo nella direzione di un’alleanza militare postbellica nell’emisfero occidentale.

Tutti gli Stati della Conferenza di Chapultepec presero parte alla costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Gli Stati Uniti erano fermamente convinti che, prima della conferenza, uno storico conflitto doveva essere sanato: quello tra la Dottrina Monroe – secondo cui gli Stati Uniti non tolleravano un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale – e quello che avrebbe dovuto rappresentare l’internazionalismo dell’Onu.

Originariamente infatti, l’Onu avrebbe dovuto avere forti poteri sulle questioni di carattere regionale e il problema risultava dal fatto che ogni intervento degli Stati Uniti nell’America latina sarebbe potuto essere impedito dal veto della Gran Bretagna o dell’Unione sovietica.

Alla fine nello statuto dell’Onu si inserirono quattro articoli, dal 51 al 54, che negli effetti salvaguardavano la facoltà degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza nell’emisfero occidentale senza infrangere le regole della nuova organizzazione.

Gli articoli tutelavano il diritto delle organizzazioni collettive regionali di risolvere le dispute e optare per l’autodifesa individuale o collettiva.

A questo proposito nel 1947, con gli Stati Uniti al loro apice di potenza, le Repubbliche Americane siglarono il trattato di Rio: un patto di difesa collettiva che divenne un modello per molte altre alleanze militari formate dagli Stati Uniti nel primo decennio della guerra fredda.

Il trattato di Rio quindi legittimò l’intervento americano e diede una nuova enfasi internazionalista alla dottrina Monroe.

Così nel 1951 venne costituita formalmente l’Organizzazione degli Stati Americani con lo scopo di promuovere azioni coordinate sul piano economico, politico e militare e per risolvere le dispute inter-americane.

Vi era però un forte problema per gli Stati Uniti: i nazionalismi e l’Antiamericanismo erano crescenti nei paesi dell’America Latina. Per molti, la logica della dipendenza e il predominio nella sfera commerciale delle multinazionali americane erano considerati i principali responsabili dei gravi livelli di diseguaglianza.

Ad esempio, nel 1950 il PIL dell’intera America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti a parità di popolazione. Sempre nello stesso anno l’America Latina rappresentava il 28% del totale delle esportazioni e il 35% delle importazioni Statunitensi. Si pensi, poi, che la quota americana sulle esportazioni di Cuba, Nicaragua e Guatemala era compresa tra il 70 e l’80% del totale.

Nella pratica il “sud” dipendeva dal “nord” e questo trend era destinato ad aumentare durante la guerra fredda anche se lo sguardo statunitense era concentrato sull’Asia e l’Europa per allontanare l’Unione Sovietica.

Un’altra questione importate era proprio l’Unione Sovietica.

La politica adottata dagli Stati uniti fu quella del contenimento. Questa venne coniata da George Kennan nei confronti del comunismo nel suo complesso e il concetto cardine era quello di contenere l’URSS (ovvero far sì che rimanesse entro i suoi confini attuali) nella speranza che le divisioni interne, il fallimento o l’evoluzione del contesto politico potessero porre fine a quella che veniva percepita come la minaccia di una forza persistentemente espansionista.

In quest’ottica è da ricordare il caso, nel 1951, del neopresidente del Guatemala Jacobo Arbenz Guzmàn, il quale provò ad introdurre un sistema di tassazione progressiva, un nuovo sistema di welfare e ad aumentare il salario dei lavoratori. A ciò aggiunse l’espropriazione di 400 mila terrenti agricoli non coltivati della United Fruit Company, compagnia americana con interessi in tutta l’America latina divenuta dal 1984 Chiquita Brands.  

La reazione della compagnia fu quella di fare pressioni al governo americano con il risultato che l’amministrazione Eisenhower approvò un piano della CIA per rovesciare il regime con esuli guatemaltechi addestrati dagli stessi Stati Uniti in basi situate in Nicaragua e in Honduras.  Sempre su questa scia, tra il 1953 e il 1954, gli Stati Uniti si fecero sponsor di una risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani in cui si dichiarava che il controllo da parte comunista di qualsiasi Paese dell’emisfero occidentale fosse una minaccia per la sicurezza di tutti i membri. La risoluzione venne approvata per 17 voti contro uno: il voto del Guatemala.

Preso dall’ultima disperata mossa, Arbenz si rivolse al blocco sovietico alla ricerca di armi. Nel maggio 1954 arrivarono le armi di produzione cecoslovacca ma il mese successivo un piccolo contingente guidato da Castillo Armas attaccò dall’Honduras. Nel frattempo, gli aerei americani bombardavano Città del Guatemala.

In questo modo le terre vennero restituite alla United Fruit Company, gli oppositori di sinistra vennero arrestati e il governo guatemalteco restò un leale sostenitore degli Stati Uniti. Un alleato tale che divenne il terreno di addestramento, da parte della CIA, degli esuli cubani protagonisti nella Baia dei Porci.

L’antiamericanismo dei Latino Americani e la paura del comunismo degli Americani andavano di pari passo.

Nel 1958 gli Stati Uniti avevano dato asilo a Marcos Perez Jimenez, dittatore deposto dal Venezuela, e l’allora vicepresidente Nixon nello stesso anno fece visita alla capitale venezuelana, Caracas. Li sentì il crescente antiamericanismo e tutto lo sfogo della popolazione. Il risultato fu quello di aumentare la paura della minaccia del comunismo da parte dell’amministrazione Eisenhower che, come mossa tipica, privilegiò l’assistenza militare rispetto a quella economica, sottolineando la necessità di rendere edotta l’opinione pubblica latinoamericana dai pericoli del comunismo.

Il nazionalismo latinoamericano continuava a volere la fine dell’intromissione degli Stati Uniti negli affari interni dei Paesi e l’acquisizione di un maggiore controllo sulle proprie materie prime.

Per questo, dopo il fallimento della Baia dei porci e per evitare altri casi analoghi a Cuba, l’amministrazione Kennedy istituì il programma “L’alleanza per il Progresso”. Questo fu un programma di assistenza all’America latina avviato nel 1961 e che aspirava a un incremento del 2,5% l’anno del reddito pro capite, all’istituzione di governi democratici, a una più equa distribuzione del reddito, alla riforma agraria e alla pianificazione economica e sociale. I paesi dell’America latina impegnarono in 10 anni 80 miliardi di dollari, gli Stati uniti 20. L’alleanza venne sciolta nel 1973 dopo un decennio di risultati altalenanti.

Lo scopo centrale del progetto era quello di combattere la povertà e soddisfare bisogni fondamentali come la casa, la terra, il lavoro, la salute e la scuola. Il presupposto era che, con la creazione di un consistente ceto medio latinoamericano, la necessità delle dittature militari come scudo protettivo al comunismo sarebbe diminuita e alla fine l’intero emisfero occidentale si sarebbe trasformato in un bastione della moderna democrazia liberale. Sostanzialmente l’alleanza non mutò radicalmente i rapporti tra Nord e Sud. Era in grado di offrire solo una soluzione a lungo termine ai problemi strutturali che impedivano lo sviluppo dell’America Latina.

La mancanza di risultati immediati portò i politici americani negli anni ’60 a ricorrere a metodi di intervento diretto o clandestino per contrastare eventuali minacce alla stabilità. Un ulteriore problema fu che le autorità di molti dei paesi destinatari, come la burocrazia di governo americana e le aziende private che avevano investimenti significativi nella regione, generalmente si opponevano a qualsiasi forma di ingegneria sociale.

Alla metà degli anni sessanta, per conciliare gli interessi locali ed evitare di irritare ulteriormente i nazionalisti, gli Stati Uniti avevano abbandonato il prerequisito inziale che vincolava gli aiuti all’attuazione di riforme politiche. Ne derivò che la corruzione divenne un problema costante.

Le élite latinoamericane intascavano parte degli aiuti, si rifiutavano di impegnarsi in riforme agrarie significative e si opponevano a qualsiasi piano ad ampio raggio per l’introduzione della tassazione progressiva.

A ciò si aggiunse che i funzionari americani non avevano alcun interesse nell’agire contro le élite tradizionalmente a loro favore, mentre il Congresso aveva specificatamente vietato l’utilizzo di fondi americani per la ridistribuzione di terre ai poveri.

Un altro fattore che contribuiva al mancato raggiungimento di risultati, era rappresentato dal fatto che non vi era interesse da parte di aziende come la United Fruit Company di appoggiare politiche che avrebbero condotto all’innalzamento dei salari e al miglioramento delle condizioni sociali della forza lavoro a basso costo di Paesi come il Guatemala. Sostanzialmente, per le aziende aveva poco senso aumentare i propri costi operativi.

Gli investitori americani incoraggiavano poi i proprietari terrieri locali a usare i fondi dell’Alleanza per sviluppare coltivazioni destinate all’esportazione (come il caffè) piuttosto che per piantagioni di prodotti base (ad esempio i fagioli).

Il tragico risultato fu che, mentre le élite locali e i finanziatori americani ricavavano ampi profitti dalle esportazioni, le disponibilità alimentari insufficienti restarono un problema costante dell’America Latina.

Altro problema è che ci fu un’esplosione demografica: la natalità crebbe al 2,5% annuo. Questa però si accompagnava a un tasso di mortalità elevata.

Nel 1968 il tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dell’anno di età era ancora di 75 su 100 in Perù, 86 in Cile e 94 in Guatemala. Per quanto riguarda il PIL i tassi di crescita nella prima metà degli anni ’60 variavano dall’1,6% della Colombia al 3,7% di El Salvador e, solitamente, i risultati di questa crescita tendevano a tradursi in più soldi per chi già ne aveva: per ogni 100 dollari di reddito in più generato, solo due arrivavano al quinto più povero della popolazione.

Questa situazione generale portò alla nascita di molti gruppi terroristici o rivoluzionari come i Sandinisti del Nicaragua, le Forze armate ribelli guatemalteche, le Forze armate di liberazione nazionale venezuelane, il Movimento del 19 aprile colombiano, il Sendero Luminoso peruviano o il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti di El Salvador. A questo fenomeno gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi latinoamericani risposero con la forza.

Washington fornì aiuti militari, mentre molti governi latinoamericani repressero attivamente ogni forma di malcontento e avviarono una vera e propria caccia ai guerriglieri. L’amministrazione Johnson, preoccupata dello spostamento a sinistra del maggior Paese della regione, appoggiò nel 1964 un colpo di stato militare in Brasile. In Brasile ne risultarono 20 anni di dittatura militare che terminò solo nel 1985 con nuove elezioni democratiche.

Occorre qui ricordare il caso cileno. Nel 1970, dopo l’elezione di Allende, ci fu la reazione dell’Amministrazione Nixon che percorse una prima via fatta di tangenti e manovre clandestine per evitare la conferma al ballottaggio da parte del congresso nazionale cileno di Allende e, una volta fallita questa, una seconda via volta ad incoraggiare un colpo di stato. Fallita anche questa si procedette con un terzo percorso. L’amministrazione Nixon adottò una strategia a lungo termine per rovesciare Allende e insediare in Cile un governo “amico”.

Dopo tre anni di pressioni economiche, nel corso dei quali gli aiuti americani cessarono e fu garantito un generale sostegno agli oppositori, l’esercito cileno assunse il comando del paese nel settembre 1973. La giunta, guidata dal generale Pinochet, lanciò una brutale campagna di repressione per liberare il Cile dal “cancro del marxismo”.

Ma perché il Cile era così importante? Il Cile ospitava nel 1970 investimenti di aziende americane per circa un miliardo di dollari. I timori di una nazionalizzazione avevano spinto grandi imprese, come l’International Telephone and Telegraph (ITT), a offrire alla CIA un milione di dollari per scongiurare la presidenza di Allende.

Oltre alle motivazioni economiche, ve ne era una politica. La buona riuscita del progetto politico di Allende rischiava di rilevarsi un fattore destabilizzante nella regione.

Il governo di Allende infatti, era stato un governo eletto democraticamente e non arrivato al potere tramite un colpo di stato. Allende era stato appoggiato dai socialisti e dai comunisti cileni. Poteva rappresentare un’alternativa praticabile nell’emisfero occidentale. Poteva dimostrare che il socialismo poteva prosperare senza un appoggio esterno da parte dell’Unione Sovietica.

“Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!” furono le parole di Allende prima di morire suicida o assassinato. La guerra fredda aveva reso difficili per l’America Latina i rapporti con gli altri paesi e mantenuto la dipendenza con gli Stati Uniti. Le multinazionali continuavano a mantenere il controllo e a influenzare la politica tanto che una volta un giornalista Uruguayano disse “un paese è posseduto e dominato dal capitale che vi è investito”. Ora però abbiamo bisogno di un’altra pausa. Abbiamo ancora un ultima tappa. Tra poco ripartiremo…

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