Carovana (anti)americana: un amore geloso

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Il sole sta sorgendo e dobbiamo continuare il nostro viaggio nella storia.

È la storia di un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si trovarono in una posizione forte rispetto all’America Latina. Il conflitto aveva reso virtualmente impossibili le transazioni commerciali tra i latinoamericani e il resto del mondo e la guerra aveva distrutto, o gravemente indebolito, la potenza delle Nazioni che avrebbero potuto rappresentare una timida minaccia alla supremazia americana nella regione.

Roosevelt volle tradurre questo forte predominio in un’organizzazione internazionale e questo tema confluì nelle discussioni della Conferenza Panamericana di Chapultepec, Messico, del febbraio 1945. Qui si dichiarò che ogni attacco a un qualsiasi Stato americano rappresentava un attacco contro tutti gli Stati della regione. L’atto finale segnò il primo passo nella direzione di un’alleanza militare postbellica nell’emisfero occidentale.

Tutti gli Stati della Conferenza di Chapultepec presero parte alla costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Gli Stati Uniti erano fermamente convinti che, prima della conferenza, uno storico conflitto doveva essere sanato: quello tra la Dottrina Monroe – secondo cui gli Stati Uniti non tolleravano un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale – e quello che avrebbe dovuto rappresentare l’internazionalismo dell’Onu.

Originariamente infatti, l’Onu avrebbe dovuto avere forti poteri sulle questioni di carattere regionale e il problema risultava dal fatto che ogni intervento degli Stati Uniti nell’America latina sarebbe potuto essere impedito dal veto della Gran Bretagna o dell’Unione sovietica.

Alla fine nello statuto dell’Onu si inserirono quattro articoli, dal 51 al 54, che negli effetti salvaguardavano la facoltà degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza nell’emisfero occidentale senza infrangere le regole della nuova organizzazione.

Gli articoli tutelavano il diritto delle organizzazioni collettive regionali di risolvere le dispute e optare per l’autodifesa individuale o collettiva.

A questo proposito nel 1947, con gli Stati Uniti al loro apice di potenza, le Repubbliche Americane siglarono il trattato di Rio: un patto di difesa collettiva che divenne un modello per molte altre alleanze militari formate dagli Stati Uniti nel primo decennio della guerra fredda.

Il trattato di Rio quindi legittimò l’intervento americano e diede una nuova enfasi internazionalista alla dottrina Monroe.

Così nel 1951 venne costituita formalmente l’Organizzazione degli Stati Americani con lo scopo di promuovere azioni coordinate sul piano economico, politico e militare e per risolvere le dispute inter-americane.

Vi era però un forte problema per gli Stati Uniti: i nazionalismi e l’Antiamericanismo erano crescenti nei paesi dell’America Latina. Per molti, la logica della dipendenza e il predominio nella sfera commerciale delle multinazionali americane erano considerati i principali responsabili dei gravi livelli di diseguaglianza.

Ad esempio, nel 1950 il PIL dell’intera America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti a parità di popolazione. Sempre nello stesso anno l’America Latina rappresentava il 28% del totale delle esportazioni e il 35% delle importazioni Statunitensi. Si pensi, poi, che la quota americana sulle esportazioni di Cuba, Nicaragua e Guatemala era compresa tra il 70 e l’80% del totale.

Nella pratica il “sud” dipendeva dal “nord” e questo trend era destinato ad aumentare durante la guerra fredda anche se lo sguardo statunitense era concentrato sull’Asia e l’Europa per allontanare l’Unione Sovietica.

Un’altra questione importate era proprio l’Unione Sovietica.

La politica adottata dagli Stati uniti fu quella del contenimento. Questa venne coniata da George Kennan nei confronti del comunismo nel suo complesso e il concetto cardine era quello di contenere l’URSS (ovvero far sì che rimanesse entro i suoi confini attuali) nella speranza che le divisioni interne, il fallimento o l’evoluzione del contesto politico potessero porre fine a quella che veniva percepita come la minaccia di una forza persistentemente espansionista.

In quest’ottica è da ricordare il caso, nel 1951, del neopresidente del Guatemala Jacobo Arbenz Guzmàn, il quale provò ad introdurre un sistema di tassazione progressiva, un nuovo sistema di welfare e ad aumentare il salario dei lavoratori. A ciò aggiunse l’espropriazione di 400 mila terrenti agricoli non coltivati della United Fruit Company, compagnia americana con interessi in tutta l’America latina divenuta dal 1984 Chiquita Brands.  

La reazione della compagnia fu quella di fare pressioni al governo americano con il risultato che l’amministrazione Eisenhower approvò un piano della CIA per rovesciare il regime con esuli guatemaltechi addestrati dagli stessi Stati Uniti in basi situate in Nicaragua e in Honduras.  Sempre su questa scia, tra il 1953 e il 1954, gli Stati Uniti si fecero sponsor di una risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani in cui si dichiarava che il controllo da parte comunista di qualsiasi Paese dell’emisfero occidentale fosse una minaccia per la sicurezza di tutti i membri. La risoluzione venne approvata per 17 voti contro uno: il voto del Guatemala.

Preso dall’ultima disperata mossa, Arbenz si rivolse al blocco sovietico alla ricerca di armi. Nel maggio 1954 arrivarono le armi di produzione cecoslovacca ma il mese successivo un piccolo contingente guidato da Castillo Armas attaccò dall’Honduras. Nel frattempo, gli aerei americani bombardavano Città del Guatemala.

In questo modo le terre vennero restituite alla United Fruit Company, gli oppositori di sinistra vennero arrestati e il governo guatemalteco restò un leale sostenitore degli Stati Uniti. Un alleato tale che divenne il terreno di addestramento, da parte della CIA, degli esuli cubani protagonisti nella Baia dei Porci.

L’antiamericanismo dei Latino Americani e la paura del comunismo degli Americani andavano di pari passo.

Nel 1958 gli Stati Uniti avevano dato asilo a Marcos Perez Jimenez, dittatore deposto dal Venezuela, e l’allora vicepresidente Nixon nello stesso anno fece visita alla capitale venezuelana, Caracas. Li sentì il crescente antiamericanismo e tutto lo sfogo della popolazione. Il risultato fu quello di aumentare la paura della minaccia del comunismo da parte dell’amministrazione Eisenhower che, come mossa tipica, privilegiò l’assistenza militare rispetto a quella economica, sottolineando la necessità di rendere edotta l’opinione pubblica latinoamericana dai pericoli del comunismo.

Il nazionalismo latinoamericano continuava a volere la fine dell’intromissione degli Stati Uniti negli affari interni dei Paesi e l’acquisizione di un maggiore controllo sulle proprie materie prime.

Per questo, dopo il fallimento della Baia dei porci e per evitare altri casi analoghi a Cuba, l’amministrazione Kennedy istituì il programma “L’alleanza per il Progresso”. Questo fu un programma di assistenza all’America latina avviato nel 1961 e che aspirava a un incremento del 2,5% l’anno del reddito pro capite, all’istituzione di governi democratici, a una più equa distribuzione del reddito, alla riforma agraria e alla pianificazione economica e sociale. I paesi dell’America latina impegnarono in 10 anni 80 miliardi di dollari, gli Stati uniti 20. L’alleanza venne sciolta nel 1973 dopo un decennio di risultati altalenanti.

Lo scopo centrale del progetto era quello di combattere la povertà e soddisfare bisogni fondamentali come la casa, la terra, il lavoro, la salute e la scuola. Il presupposto era che, con la creazione di un consistente ceto medio latinoamericano, la necessità delle dittature militari come scudo protettivo al comunismo sarebbe diminuita e alla fine l’intero emisfero occidentale si sarebbe trasformato in un bastione della moderna democrazia liberale. Sostanzialmente l’alleanza non mutò radicalmente i rapporti tra Nord e Sud. Era in grado di offrire solo una soluzione a lungo termine ai problemi strutturali che impedivano lo sviluppo dell’America Latina.

La mancanza di risultati immediati portò i politici americani negli anni ’60 a ricorrere a metodi di intervento diretto o clandestino per contrastare eventuali minacce alla stabilità. Un ulteriore problema fu che le autorità di molti dei paesi destinatari, come la burocrazia di governo americana e le aziende private che avevano investimenti significativi nella regione, generalmente si opponevano a qualsiasi forma di ingegneria sociale.

Alla metà degli anni sessanta, per conciliare gli interessi locali ed evitare di irritare ulteriormente i nazionalisti, gli Stati Uniti avevano abbandonato il prerequisito inziale che vincolava gli aiuti all’attuazione di riforme politiche. Ne derivò che la corruzione divenne un problema costante.

Le élite latinoamericane intascavano parte degli aiuti, si rifiutavano di impegnarsi in riforme agrarie significative e si opponevano a qualsiasi piano ad ampio raggio per l’introduzione della tassazione progressiva.

A ciò si aggiunse che i funzionari americani non avevano alcun interesse nell’agire contro le élite tradizionalmente a loro favore, mentre il Congresso aveva specificatamente vietato l’utilizzo di fondi americani per la ridistribuzione di terre ai poveri.

Un altro fattore che contribuiva al mancato raggiungimento di risultati, era rappresentato dal fatto che non vi era interesse da parte di aziende come la United Fruit Company di appoggiare politiche che avrebbero condotto all’innalzamento dei salari e al miglioramento delle condizioni sociali della forza lavoro a basso costo di Paesi come il Guatemala. Sostanzialmente, per le aziende aveva poco senso aumentare i propri costi operativi.

Gli investitori americani incoraggiavano poi i proprietari terrieri locali a usare i fondi dell’Alleanza per sviluppare coltivazioni destinate all’esportazione (come il caffè) piuttosto che per piantagioni di prodotti base (ad esempio i fagioli).

Il tragico risultato fu che, mentre le élite locali e i finanziatori americani ricavavano ampi profitti dalle esportazioni, le disponibilità alimentari insufficienti restarono un problema costante dell’America Latina.

Altro problema è che ci fu un’esplosione demografica: la natalità crebbe al 2,5% annuo. Questa però si accompagnava a un tasso di mortalità elevata.

Nel 1968 il tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dell’anno di età era ancora di 75 su 100 in Perù, 86 in Cile e 94 in Guatemala. Per quanto riguarda il PIL i tassi di crescita nella prima metà degli anni ’60 variavano dall’1,6% della Colombia al 3,7% di El Salvador e, solitamente, i risultati di questa crescita tendevano a tradursi in più soldi per chi già ne aveva: per ogni 100 dollari di reddito in più generato, solo due arrivavano al quinto più povero della popolazione.

Questa situazione generale portò alla nascita di molti gruppi terroristici o rivoluzionari come i Sandinisti del Nicaragua, le Forze armate ribelli guatemalteche, le Forze armate di liberazione nazionale venezuelane, il Movimento del 19 aprile colombiano, il Sendero Luminoso peruviano o il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti di El Salvador. A questo fenomeno gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi latinoamericani risposero con la forza.

Washington fornì aiuti militari, mentre molti governi latinoamericani repressero attivamente ogni forma di malcontento e avviarono una vera e propria caccia ai guerriglieri. L’amministrazione Johnson, preoccupata dello spostamento a sinistra del maggior Paese della regione, appoggiò nel 1964 un colpo di stato militare in Brasile. In Brasile ne risultarono 20 anni di dittatura militare che terminò solo nel 1985 con nuove elezioni democratiche.

Occorre qui ricordare il caso cileno. Nel 1970, dopo l’elezione di Allende, ci fu la reazione dell’Amministrazione Nixon che percorse una prima via fatta di tangenti e manovre clandestine per evitare la conferma al ballottaggio da parte del congresso nazionale cileno di Allende e, una volta fallita questa, una seconda via volta ad incoraggiare un colpo di stato. Fallita anche questa si procedette con un terzo percorso. L’amministrazione Nixon adottò una strategia a lungo termine per rovesciare Allende e insediare in Cile un governo “amico”.

Dopo tre anni di pressioni economiche, nel corso dei quali gli aiuti americani cessarono e fu garantito un generale sostegno agli oppositori, l’esercito cileno assunse il comando del paese nel settembre 1973. La giunta, guidata dal generale Pinochet, lanciò una brutale campagna di repressione per liberare il Cile dal “cancro del marxismo”.

Ma perché il Cile era così importante? Il Cile ospitava nel 1970 investimenti di aziende americane per circa un miliardo di dollari. I timori di una nazionalizzazione avevano spinto grandi imprese, come l’International Telephone and Telegraph (ITT), a offrire alla CIA un milione di dollari per scongiurare la presidenza di Allende.

Oltre alle motivazioni economiche, ve ne era una politica. La buona riuscita del progetto politico di Allende rischiava di rilevarsi un fattore destabilizzante nella regione.

Il governo di Allende infatti, era stato un governo eletto democraticamente e non arrivato al potere tramite un colpo di stato. Allende era stato appoggiato dai socialisti e dai comunisti cileni. Poteva rappresentare un’alternativa praticabile nell’emisfero occidentale. Poteva dimostrare che il socialismo poteva prosperare senza un appoggio esterno da parte dell’Unione Sovietica.

“Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!” furono le parole di Allende prima di morire suicida o assassinato. La guerra fredda aveva reso difficili per l’America Latina i rapporti con gli altri paesi e mantenuto la dipendenza con gli Stati Uniti. Le multinazionali continuavano a mantenere il controllo e a influenzare la politica tanto che una volta un giornalista Uruguayano disse “un paese è posseduto e dominato dal capitale che vi è investito”. Ora però abbiamo bisogno di un’altra pausa. Abbiamo ancora un ultima tappa. Tra poco ripartiremo…

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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I diritti LGBTQ+ in Brasile: leggi virtuose in una società intollerante

Le persone LGBTQ+ brasiliane vivono una condizione piuttosto singolare rispetto alle loro controparti in giro per il mondo o anche semplicemente in America Latina. Se da un lato, infatti, il Brasile può essere considerato uno dei precursori delle tutele nei confronti della comunità LGBTQ+, con le prime normative in materia che risalgono addirittura al XIX secolo, dall’altro rimane un paese le cui problematiche interne mettono spesso a rischio le persone più ai margini della società, nei quali spesso si ritrovano le minoranze sessuali. Questa tendenza non ha fatto che intensificarsi con la presidenza di Jair Bolsonaro, i cui attacchi omofobi e transfobici sono ben noti all’opinione pubblica. Nello spazio che esiste fra, da un lato, un apparato di norme ed una magistratura particolarmente virtuosi nel tutelare la comunità LGBTQ+ e, dall’altro, una società civile alle volte accogliente, alle volte violenta ed intollerante, si sviluppano le vite di queste persone che conducono, nonostante tutto, un’esistenza complicata. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile Come già anticipato, la storia delle tutele legislative nei confronti della popolazione LGBTQ+ brasiliana ha inizio nel 1800, già dalla prima metà precisamente, quando nel 1830 l’allora sovrano Pietro I del Brasile promulgò il nuovo Codice penale brasiliano. Nel testo di legge riformato fu eliminato ogni riferimento al reato di sodomia, presente nel precedente impianto penale frutto del passato regime di stampo coloniale, di fatto legalizzando i rapporti fra persone dello stesso sesso. Da quella data ad oggi, il Brasile ha fornito un chiaro esempio di legislatura virtuosa ed inclusiva, con tutta una serie di tutele e concessioni che si sono susseguite negli anni e che ci permettono di affermare che in Brasile, a livello normativo, le persone LGBTQ+ godono pressappoco degli stessi diritti e garanzie della restante della popolazione.Se, infatti, dal 1969 non esiste più alcuna regola che vieti agli uomini omosessuali di servire nell’esercito (le donne potranno prestare servizio solo a partire dagli anni ‘80), è con la fine della dittatura militare nel 1985 e la promulgazione di una Costituzione liberale – che vieta espressamente ogni tipo di legge discriminatoria, sia a livello locale sia federale – che inizia effettivamente il processo di equiparazione fra persone LGBTQ+ e resto della popolazione cis-etero.Nel 1999 il Consiglio Federale di Psicologia, con una decisione certamente progressista ed in anticipo di anni anche rispetto a molti paesi occidentali, vieta espressamente il ricorso a terapie di conversione per gli omosessuali (decisione estesa nel 2018 anche alle persone transessuali in aperta opposizione ad ogni pratica transfobica).Sempre degli anni 90 (1995 nello specifico) è la prima proposta di riconoscimento delle unioni civili in Brasile che, pur non venendo approvata allora, fu seguita da diverse e numerose sentenze di tribunali locali che consentirono la registrazione di unioni civili tramite atti notarili fino al 2011, quando il Tribunale Supremo Federale legalizzò di fatto la pratica.Nel maggio del 2013, inoltre, la sentenza è stata implementata con l’istituzione del matrimonio egualitario in tutto il Brasile. A questa decisione si accompagnava l’espresso divieto, ribadito dall’allora Presidente del Tribunale Supremo Joaquim Barbosa, di negare la registrazione di un’unione civile o la conversione di quest’ultima in un matrimonio effettivo, come ancora accadeva all’interno degli studi notarili del Paese. L’equiparazione fra unioni omosessuali ed eterosessuali, in Brasile, comprende anche la materia d’immigrazione, con le prime decisioni in quest’ambito emesse agli inizi del 2000.Per quanto riguarda le adozioni per coppie dello stesso sesso, in aggiunta, sono consentite in quanto non esistono leggi che le vietino espressamente, ed eventuali norme in tal senso sarebbero inapplicabili poiché ritenute incostituzionali. Diverse sentenze nel corso degli anni hanno confermato questo orientamento della giurisprudenza brasiliana e la pratica è ormai largamente in uso nel paese.Anche le persone transessuali hanno visto realizzate negli ultimi anni alcune delle loro richieste: l’operazione di riassegnazione di genere è gratuita e garantita dallo Stato, in seguito a una sentenza che afferma che l’intervento è coperto dalla clausola costituzionale che assicura ai cittadini l’assistenza medica gratuita.Nel 2009, inoltre, la Corte Superiore di Giustizia ha stabilito che il cambio di genere legale per persone transessuali che avevano compiuto la transizione era consentito in tutto il territorio della nazione, secondo la logica per la quale permettere di sottoporsi ad un intervento di riassegnazione del genere senza poter cambiare genere e nome sulla propria documentazione costituiva una forma di pregiudizio sociale.Il primo marzo 2018, inoltre, il Tribunale Supremo Federale ha stabilito che questo diritto è esteso anche alle persone trans che non hanno completato né hanno intenzione di iniziare un percorso di transizione, garantendo la pratica per mezzo della sola autodeterminazione dell’identità psicologica della persona interessata.Ancora una volta il Brasile, legiferando in questo senso, si pone fra i primi paesi ad assicurare queste tutele per le minoranze sessuali. Percezione e Status Sociale Alla luce del quadro legislativo menzionato, si potrebbe pensare che le persone LGBTQ+ brasiliane conducano una vita tutto sommato sicura priva di pregiudizi e discriminazioni. Ma non è esattamente così.I dati rendono l’idea dell’enorme spaccatura fra una normativa che tutela ed una società che si dimostra pericolosa e discriminatoria: secondo un sondaggio di Datafolha, la percentuale di persone che credono che l’omosessualità debba essere accettata dalla società è salita dal 64% del 2014 al 74% del 2017. Eppure, il Brasile ha il tasso più alto di uccisioni di persone LGBTQ+, con oltre 380 omicidi avvenuti nel 2017 (277 solo nei primi 9 mesi, secondo Grupo Gay da Bahia), il 30% in più rispetto all’anno precedente.Secondo Human Rights Watch, nel 2013 le segnalazioni di violenze contro la popolazione LGBTQ+ sarebbero state oltre 3000. Inoltre, in Brasile il 68% delle persone LGBTQ+ ha sperimentato episodi d’omofobia sul posto di lavoro. Sempre nel 2013, LGBTQ Nation ha dichiarato che il 44% dei crimini d’odio contro le minoranze sessuali si sono verificati nel solo Brasile.Tentare di comprendere una divisione così netta fra le leggi e la società che regolano non è compito semplice. Il Brasile è uno stato laico nel quale la separazione fra Stato e Chiesa è fra le più marcate. Il paese, infatti, non ha

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La lezione argentina del fiume Matanza-Riachuelo: la necessità di cambiare prospettiva per tutelare l’ambiente

In generale le società di tutto il mondo riconoscono dei diritti agli esseri viventi e agli esseri umani in primis. La tipologia dei diritti che vengono riconosciuti varia a seconda delle culture, delle tradizioni, dei sistemi politici ed ideologici di ogni società, ma, secondo i cosiddetti giusnaturalisti, è comunemente accettata l’esistenza di alcuni diritti fondamentali che prescindono dall’ordinamento giuridico a cui appartengono. Tali diritti vengono definiti come “diritti di natura”. Quindi ci si domanda: esistono dei “diritti ambientali” tra i diritti di natura? La risposta è controversa e per niente scontata. Negli ultimi anni si sono fatti dei passi in avanti e il tema dell’ambiente non rappresenta più un discorso elitario di cui solo scienziati ed attivisti parlano. I movimenti di tutela dell’ambiente si sono diffusi a livello globale, l’agenda politica internazionale ha fissato tra le priorità assolute quella di ridurre il cambiamento climatico e fronteggiare i conseguenti disastri ambientali. È chiaramente riconoscibile come questo tema abbia preso piede in maniera realmente preponderante nel dibattito politico ad ogni livello, ma tutto ciò non sempre si traduce in un vero e proprio riconoscimento dei diritti dell’ambiente. Non vi è ancora un’opinione univoca che confermi e delinei se e quali essi siano, o almeno, è spesso discussa e trova controversie derivanti da esigenze e contesti molto variegati. C’è chi focalizza l’attenzione maggiormente sugli effetti che un danno ambientale provoca sull’uomo, chi sugli animali e chi più genericamente sul Pianeta, complicando quindi l’attribuzione di tali diritti a soggetti specifici. In generale, i diritti sono sempre inseriti nel binomio diritti-doveri che possono ricadere sullo stesso soggetto o meno. Nel campo dei diritti dell’ambiente l’individuazione di entrambe le posizioni risulta complessa e rimane un problema in molti casi irrisolvibile. A ciò si aggiunge che i diritti dell’ambiente sono riconosciuti in maniera eterogenea nei vari Paesi del mondo e ciò è dovuto sicuramente a sensibilità tuttora molto differenti. Si pensi che alcuni ordinamenti hanno sentito l’urgenza di riconoscere i diritti dell’ambiente prima di altri per motivi che li toccano più da vicino, mentre altri continuano a schivare la questione per interessi economici e politici, che infatti si impongono sui più deboli interessi sociali ed ambientali, spesso schiacciandoli. Tra i Paesi che sono attivati nella ricerca di una maggiore tutela dei diritti dell’ambiente vi sono alcuni paesi dell’America Latina, tra cui l’Argentina, dove nel 2004 un gruppo di residenti del bacino del fiume Matanza-Riachuelo (nella provincia di Buenos Aires) ha sollevato la questione relativa all’inquinamento dell’area dovuto alle attività di 44 aziende lì operanti. Il fine non era solo quello di protestare nei confronti delle aziende, bensì di vedersi riconosciuti dei diritti fino ad allora inesistenti, o perlomeno non considerati, derivanti dal danneggiamento subito a causa dell’inquinamento del bacino. Le rivendicazioni non riguardavano esclusivamente il risarcimento per i danni già prodotti da tali attività, ma avevano una visione più di lungo termine. I ricorrenti richiedevano un incremento della qualità della vita, la riparazione del disastro causato e la prevenzione di quelli futuri come impegni fondamentali che la Corte Suprema argentina, davanti alla quale era stato presentato il caso, dovesse riconoscere e far applicare da parte delle autorità di Governo e degli enti locali. Il caso in questione rappresenta una vittoria sul piano del riconoscimento dei diritti dell’ambiente in capo ad una certa comunità affetta direttamente da un disastro ambientale o dal danneggiamento della qualità dell’ambiente da parte di altri soggetti, che in quell’occasione furono indicati come lo Stato, la Provincia di Buenos Aires e la città di Buenos Aires. Il danno ambientale è ricaduto sull’intera collettività, che ne è stata quindi vittima e che ha rivendicato il diritto ad una compensazione, alla cessazione delle attività inquinanti e all’effettuazione di rimedi per restaurare la condizione precedente. Da quel momento la Corte ha stabilito un piano di azione che l’ACUMAR (l’agenzia del governo responsabile del bacino del fiume Matanza-Riachuelo) deve mettere in pratica. Tra gli scopi del piano vi sono quello di avviare un’azione di disseminazione di informazioni pubbliche, di controllare l’inquinamento prodotto dalle industrie, di ripulire le discariche, di espandere l’offerta di acqua, di sviluppare un piano di sanità emergenziale e di adottare un sistema di misurazione internazionale per valutare il rispetto degli obiettivi del piano (Mendoza Beatriz Silva et al vs. State of Argentina et al on damages (damages resulting from environmental pollution of Matanza/Riachuelo river, 2008). Quanto accaduto attorno al fiume Matanza-Riachuelo ha posto le condizioni per affrontare le questioni ambientali in tutto il territorio nazionale sottoponendole ad una nuova prospettiva ovvero quella di difesa della qualità della vita, della salute collettiva e di promozione dei diritti umani a più ampio raggio, includendo quindi anche quelli che derivano da aspetti ambientali, che hanno ricadute considerevoli anche sui diritti economici, sociali e culturali. Da una rivendicazione locale è scaturita la necessità di prevedere a livello nazionale un maggiore impegno da parte delle autorità competenti, che nella fattispecie è rappresentata dall’ACUMAR, e ha permesso di allargare la partecipazione della società civile nel processo di elaborazione e monitoraggio di politiche di stampo ambientale e non solo. Per permettere una più ampia partecipazione della società civile, requisito fondamentale è l’accesso all’informazione, il quale favorisce una visione chiara del problema da analizzare, stimolandone la discussione e la successiva risoluzione attraverso l’attivazione di pratiche collettive. Quanto esposto finora è un limpido esempio di come il valore attribuito e condiviso dell’ambiente da parte di una collettività ne rafforzi l’agire sul piano politico e sociale, consentendo il raggiungimento di risultati che, presi nel complesso, in grado di costruire gradualmente una società globale più rispettosa e riconoscente nei confronti della natura. Forse è necessario ancora stimolare una visione più olistica del sistema in cui vive l’essere umano, ovvero che includa ogni singola parte del Pianeta e ne curi la vita, l’esistenza e la preservazione, invece di tendere alla sua devastazione a discapito di qualcosa o qualcun altro, in modo tale da non avere alcun dubbio su se e quali sono i diritti che gli appartengono. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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Lupita: la forza dell’ape messicana

Guadalupe “Lupita” Vasquez Luna è un’attivista, artigiana e insegnante nativa messicana, nonché rappresentante del popolo Tzotzil-Maya presso il Consiglio Nazionale Indigeno del Messico (CNI), consigliera presso il Consiglio Indigeno del Governo (CIG) e prima donna a ricevere il bastone del comando dell’organizzazione Las Abejas de Acteal (Le Api di Acteal), di cui è membro. Lupita lotta da anni per portare alla luce le problematiche che affliggono le comunità native e, soprattutto, per ottenere verità e giustizia sul massacro di Acteal, di cui lei è una sopravissuta.   La strage di Acteal Il 22 dicembre 1997 un gruppo di paramilitari entra nella chiesa della comunità di Acteal e uccide 45 persone. All’epoca dei fatti Lupita ha 10 anni e riesce a salvarsi perché il padre le ordina di scappare e nascondersi tra le piantagioni di caffè. Quel giorno perde nove familiari: i genitori, la nonna, lo zio e cinque fratelli. Tutte le vittime, nativi Tzotzil-Maya, appartengono all’organizzazione Las Abejas, un movimento cristiano e pacifista che lotta per i diritti delle popolazioni indigene e che ha da sempre appoggiato gli obiettivi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ma non i mezzi usati per raggiungere tali obiettivi, vale a dire la lotta armata. Per molti questo è il motivo del massacro avvenuto ad Acteal: un’offensiva contro una comunità indigena alleata della resistenza zapatista. Però la versione ufficiale delle indagini riduce tutto ad uno scontro tra popolazioni native evitando così il coinvolgimento dello Stato nel massacro o le omissioni di intervento da parte delle autorità locali, consapevoli dell’esistenza di gruppi di paramilitari nel Chiapas (regione in cui si trova Acteal). Da allora, i superstiti e i familiari delle vittime non hanno smesso di battersi per ottenere la verità. Grazie alle pressioni nazionali ed internazionali, il governo messicano ha aperto un’inchiesta che ha portato all’arresto e alla condanna delle persone direttamente coinvolte nel massacro, ma nessun esponente del governo locale e nazionale dell’epoca è stato accusato di essere il mandante di quel crimine. Sono passati più di 20 anni ma nulla è cambiato anzi, i paramilitari arrestati sono stati rilasciati e nel comune di Chenalhó, in Chiapas, si temono ripercussioni contro la popolazione. L’organizzazione Las Abejas ha deciso di portare il caso davanti la Corte Interamericana dei Diritti Umani, che ancora non si è pronunciata in merito, accusando lo Stato messicano di crimine contro l’umanità. La figura di Lupita Dopo la strage Lupita, una volta adulta, non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia insieme a Las Abejas per quello che accadde ad Acteal. È diventata un’attivista talmente importante nel contrasto alle politiche statali che rendono sempre più difficile la vita delle comunità indigene che nel 2018, quando il Consiglio Nazionale Indigeno decide di candidarsi per le elezioni presidenziali messicane, è stata scelta come consigliera del Consiglio Indigeno del Governo per la regione di Los Altos del Chiapas. In quel periodo viaggia per tutto il Messico per incontrare tante organizzazioni e rafforzare i legami instaurati per aiutare nelle cause di privatizzazioni ed espropri delle terre. Nel 2019 Lupita è protagonista del documentario “Lupita. Que retiemble la tierra” (Lupita. Lascia tremare la terra) diretto da Mónica Wise e Eduardo Gutiérrez Wise. Il documentario mostra diverse sfaccettature di Lupita: la sopravvissuta impegnata nella ricerca della verità, la madre amorevole e l’attivista che combatte per i diritti del suo popolo. Noi di Large Movements celebriamo la forza di Lupita che da anni si batte per migliorare le condizioni di vita dei popoli nativi del Messico e ci uniamo alla sua lotta per la ricerca della giustizia affinché la comunità di Acteal possa ottenere giustizia e vivere in pace. Se ti è piaciuto l’articolo CondividiCi!

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Land Grabbing Piantagione

Il Brasile e l’Ossimoro degli Agricoltori Senza Terra: Le Nuove Frontiere del Land Grabbing.

Immagina di avere una fattoria, tua da generazioni, dove insieme ad altre famiglie coltivate la terra ed usate quei prodotti per provvedere al sostentamento tuo e della tua famiglia. Ora immagina di far parte di una popolazione indigena, vivi in Amazzonia, conosci il mondo al di fuori ma rimani legato alle tue tradizioni ed al rispetto ed alla protezione della natura intorno a te, come i tuoi antenati hanno fatto per generazioni prima di te. Consideri inoltre sacra quella terra su cui cammini perché ricolma della storia stessa dei tuoi antenati. Infine, immagina che la terra con cui provvedi al sostentamento della tua famiglia, oppure, la terra sacra per i tuoi antenati ti venga estirpata, strappata dalle tue mani in meno di ventiquattro ore. Non riesci nemmeno a difenderti a riguardo perché hanno usato degli stratagemmi legali per riuscire a rubarti la terra. Tutto ciò che rimane è la tua casa. Quella non la possono abbattere, l’unico problema è che ora non puoi più mangiare. Inoltre, i campi dove potevi coltivare, quella terra per te sacra ormai è nelle loro mani. Tutta la bellezza che trovavi su di essa, data anche dalla vasta diversità di colture che lavoravi è ormai persa. Soppiantata, al suo posto, da un immensa vastità di soia o canna da zucchero. Questa è la realtà che vivono centinaia di agricoltori in Brasile. Una realtà causata dal fenomeno del land grabbing – che potete trovare spiegato qui. Un fenomeno che da più di dieci anni ha cambiato la faccia dell’agricoltura brasiliana. La crisi finanziaria del 2008, e nello stesso anno, la crisi alimentare che ha colpito vaste regioni del mondo, ha messo in luce la posizione strategica del Brasile. La disponibilità delle risorse naturali, essenziali a soddisfare i bisogni della popolazione di tutto il mondo dal 2008 è rientrata prepotentemente all’interno dell’agenda internazionale. Quindi, paesi abbondanti di queste risorse, come il Brasile, hanno guadagnato una posizione strategica grazie alla loro capacità di fornire cibo per soddisfare la crescente domanda mondiale. Le corporazioni agroalimentari, non che un cospicuo numero di paesi, preoccupati per la loro sicurezza alimentare e per la loro dipendenza dai mercati alimentari internazionali, hanno quindi deciso di acquisire terreni agricoli in giro per il mondo per produrre cibo da esportare. Nel 2012, la Land Matrix Partnership, ha identificato oltre 1200 affari da parte di investitori stranieri per l’accaparramento della terra che coprono 83,2 milioni di ettari, ossia l’1,7% dei terreni agricoli del mondo. Oltre il 60% di questi accordi sono stati siglati in Africa. Si può quindi affermare, che il land grabbing globale è un trasferimento massiccio di risorse vitali per la produzione di cibo dalle comunità rurali ad una ricca élite globale. Tramite questi affari, famiglie ed intere comunità stanno perdendo le loro fattorie e le loro foreste, ed i loro sistemi agricoli e pastorali, che producono cibo per la popolazione locale, vengono spazzati via per far posto a vaste piantagioni industriali che producono cibo per l’esportazione. Molti di questi affari, stanno accadendo in paesi dove l’insicurezza alimentare e l’accesso alla terra, al cibo ed all’acqua sono già criticità che i paesi stanno affrontando. Inoltre, gli agricoltori a cui viene strappata la terra vengono raramente consultati, in quanto molti di questi affari vengono conclusi a porte chiuse fra gli ufficiali del governo e gli investitori stranieri. In Brasile, le corporazioni che vogliono investire nella terra ricorrono a dei processi illegali di land grabbing conosciuti come “grilagem” per acquisire le terre e stabilire le piantagioni anche nell’altopiano delle chapadas. Grilagem, che letteralmente definisce l’accaparramento illegale delle terre, implica l’uso di connessioni politiche e documenti falsi per rivendicare i titoli terrieri. Alcuni casi, definiti supergrilagem, superano addirittura il milione di ettari di terra accaparrata. Questa pratica è diffusa soprattutto nella regione del MATOPIBA – un’area che abbraccia quattro Stati, rispettivamente Maranhão, Tocantins, Piauí e Bahia, dove al suo interno troviamo il bioma del Cerrado, una grande savana tropicale ricca per la sua biodiversità. La metodologia utilizzata dai land grabbers è quella di recintare le terre delle chapadas, sfrattare i suoi abitanti, dispiegare delle forze di sicurezza privata al fine di trattenere le comunità che precedentemente abitavano al di fuori di queste terre e poi acquisire la proprietà tramite la corruzione dei notai o di qualche funzionario del governo. Infine, l’intento di questi cosiddetti grileiros è di vendere le terre che hanno accaparrato ad altri individui o corporazioni che susseguentemente vi stabiliranno delle piantagioni di soia o canna da zucchero. Per le comunità locali è molto difficoltoso rivendicare le proprie terre, in quanto la legge brasiliana non riconosce diritti di proprietà sulle terre alle comunità ancestrali. Dette terre, infatti, vengono riconosciute come suolo pubblico, proprietà dello stato sulla quale le comunità tradizionali possono risiedere. È esattamente sulla base di questa contraddizione giuridica che si giustifica legalmente il land grabbing. Inoltre, di solito, i grileiros ricorrono alla violenza verso individui che potrebbero tentare di opporre resistenza. Di fatto, ci sono numerose segnalazioni di coercizione e minacce, aggressioni e persino di decessi avvenuti per mano dei grileiros e dei loro scagnozzi. Tuttavia, la perdita di accesso alle terre che deriva dal fenomeno del land grabbing non è l’unico problema. Infatti, senza le risorse della terra delle chapadas molte piccole comunità agricole hanno perso tutti i mezzi di sostentamento e si sono dovute trasferire nelle città per cercare lavoro o nelle pericolose miniere di diamanti. Le piantagioni, infatti, garantiscono pochi posti di lavoro solo quando inizialmente è necessario sgomberare la terre, poi, la forma di produzione estremamente meccanizzata non lascia molti posti di lavoro disponibili. Inoltre, una volta espropriate le terre, le piantagioni intensive adottate e la conseguente perdita estrema di biodiversità nelle chapadas hanno l’effetto di distruggere anche le foreste e le paludi, provocando così il prosciugamento dei fiumi della regione. Questo è il quadro in cui le comunità tradizionali devono sopravvivere, ciononostante, la mancanza di cibo ed acqua non è l’unico problema. Infatti, la scarsità di acqua dei fiumi non ancora essiccati che arriva a queste comunità

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Le vicende del 2019 e il loro impatto sulla guerra in Colombia

In Colombia, la fase di transizione che vede l’incessante guerra civile acquietarsi verso la pace conosce una brusca frenata nel corso del 2019, dopo appena tre anni dalla firma dell’accordo bilaterale. Quali sono i nuovi ostacoli che si stanno frapponendo alla pace tra il governo e il gruppo armato rivoluzionario FARC – EP? Per rispondere alla domanda dobbiamo fare un passo indietro. La Colombia si è affacciata al nuovo millennio in una situazione di grande instabilità. I gruppi di guerriglia che si sono ribellati allo Stato, considerato inesistente in ampie zone rurali del Paese, avevano raggiunto l’apice della loro potenza. Il principale tra questi gruppi armati erano le FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo). Con la presidenza di Álvaro Uribe Vélez (non a caso soprannominato “il signore della guerra”), la situazione si è rapidamente capovolta. Le sue discusse strategie di controffensiva, nel corso dei suoi due mandati, hanno portato notevoli risultati tra cui l’inizio del declino delle FARC. Dalla sua elezione alla presidenza nel 2010, Juan Manuel Santos ha iniziato a discostarsi dalle idee politiche del suo predecessore promuovendo il dialogo con le forze rivoluzionare, fino al raggiungimento di un accordo di pace. Il trattato bilaterale affronta numerose questioni considerate le cause fondamentali di più di 50 anni di conflitto interno. Il documento elenca le varie misure che, in comune accordo, devono essere prese da entrambe le parti per stabilire la pace tra il governo il gruppo FARC. Tuttavia, pochi mesi dopo, la fine del mandato di Santos mette in discussione tutti gli sforzi effettuati fino ad allora. L’elezione di Iván Duque Márquez, stretto alleato di Uribe, e la sua manifesta intenzione di modificare l’accordo, mettono in guardia gli ex-combattenti delle FARC. Inoltre, gli avvenimenti che dal 2019 rendono la situazione in Colombia ancor più tesa, lasciano trapelare una concreta minaccia di ritorno alla guerra. Le FARC: da lotta armata a lotta politica e viceversa Innanzitutto, il disarmo della guerriglia, supervisionato da una commissione dell’ONU creata ad hoc, viene portato a termine dalla maggioranza dei membri delle FARC, ma non dalla totalità di essi. Alcune migliaia di combattenti, infatti, si sono rifiutati di scendere a patti con il governo. Gli smobilitati non sono mai usciti dalla giungla e non hanno mai abbandonato la lotta armata. Le loro azioni si sono ridimensionate, parallelamente al numero dei loro membri, ma la loro esistenza resiste al processo di pace. Le più recenti informazioni a riguardo sostengono che questi gruppi abbiano cercato riparo in Venezuela, mentre c’è chi ipotizza che possano affiliarsi ad altri gruppi di guerriglia come l’Ejército de Liberación Nacional (ELN). Ciò che è certo è che, a causa delle circostanze attuali di politica colombiana, il gruppo degli smobilitati si sta rafforzando con coloro che, dopo aver abbracciato la vita civile, hanno deciso di tornare a vivere nella selva come combattenti clandestini. Le criticità del processo di pace Se implementato, il trattato potrebbe andare incontro alle richieste dei gruppi rivoluzionari ed evitare altre vittime. Tuttavia, l’implementazione dello stesso sta incontrando numerosi ostacoli, come già accaduto in passato nella storia del conflitto colombiano. Prima tra tutti, la partecipazione politica degli ex-membri delle FARC non è stata assicurata nelle scorse elezioni. Il nuovo partito politico ha avuto uno scarsissimo rilievo, forse per la cattiva fama che il gruppo si è guadagnato attraverso i decenni. Ma soprattutto, dal momento in cui hanno abbracciato la vita civile, molti pentiti hanno visto la morte per mano di sicari. Pratica ormai molto diffusa in Colombia, gli omicidi sistematici dell’opposizione politica hanno causato la morte a circa 200 membri delle FARC e a più di 600 tra leader sociali, membri di tribù indigene e attivisti per i diritti umani, dalla firma del trattato ad oggi. La coltivazione delle terre e la gestione delle proprietà è stata la questione principale che ha causato lo scoppio e il prolungamento del conflitto nei decenni. La Riforma Rurale Integrale e la riconversione delle terre precedentemente impiegate per le coltivazioni della cocaina sono quindi il nocciolo centrale del trattato di pace. Ciononostante, l’esecuzione ed il finanziamento della stessa stanno andando a rilento, ed i contadini non si trovano affatto avvantaggiati dalle nuove condizioni. I difetti dei tribunali della Verità La questione delle vittime del conflitto non viene affrontata in maniera soddisfacente. Le spaventose cifre restano azzardate e si ipotizza che i numeri effettivi siano molto più alti. La Commissione per la Verità, non avendo carattere imperativo con le sue sanzioni, fatica a svolgere i suoi doveri. E così le vittime restano senza giustizia, i colpevoli impuniti e i cadaveri senza nome. Ma non solo, il maggior difetto del Sistema Integrale di Giustizia che si viene a costituire dalla firma dell’accordo, si identifica nel non garantire nessun tipo di protezione a coloro che vogliono testimoniare per la verità, e la triste tradizione di omicidi in Colombia fa sembrare questo sistema una trappola per chi vuole contribuire alla pace e alla giustizia. Le circostanze fin qui elencate fanno sembrare il periodo di dialogo e di concessioni reciproche che ha caratterizzato il doppio mandato del ex presidente Santos uno strappo alla violenta regola colombiana. Invece di rafforzare le basi della pace, il successore e attuale presidente Duque le mina direttamente, indirizzando la sua propaganda politica contro l’accordo con le FARC e finanziando la stessa con il Fondo per la Pace, facendo quindi uso dei fondi internazionali per fini elettorali e personali. La minaccia di un ritorno alla guerra civile in Colombia si fa dunque sempre più concreto nell’arco del 2019. Alcuni segni incoraggianti Ciononostante, non può essere ignorato l’appoggio della sfera internazionale che ha ricevuto l’accordo di pace con le FARC. Oltre all’ONU e al suo Consiglio di Sicurezza, anche singoli Stati si sono fatti promotori della pace in Colombia, impegnandosi nel cessate il fuoco bilaterale e come membri della Commissione per la Verità. Inoltre, ci sono i cittadini che dimostrano di essersi stancati della violenza, dell’assassinio sistematico dell’opposizione politica, che porta inevitabilmente alla morte della democrazia. Questa parte della popolazione con

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