Carovana (anti)americana: un amore geloso

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Il sole sta sorgendo e dobbiamo continuare il nostro viaggio nella storia.

È la storia di un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si trovarono in una posizione forte rispetto all’America Latina. Il conflitto aveva reso virtualmente impossibili le transazioni commerciali tra i latinoamericani e il resto del mondo e la guerra aveva distrutto, o gravemente indebolito, la potenza delle Nazioni che avrebbero potuto rappresentare una timida minaccia alla supremazia americana nella regione.

Roosevelt volle tradurre questo forte predominio in un’organizzazione internazionale e questo tema confluì nelle discussioni della Conferenza Panamericana di Chapultepec, Messico, del febbraio 1945. Qui si dichiarò che ogni attacco a un qualsiasi Stato americano rappresentava un attacco contro tutti gli Stati della regione. L’atto finale segnò il primo passo nella direzione di un’alleanza militare postbellica nell’emisfero occidentale.

Tutti gli Stati della Conferenza di Chapultepec presero parte alla costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Gli Stati Uniti erano fermamente convinti che, prima della conferenza, uno storico conflitto doveva essere sanato: quello tra la Dottrina Monroe – secondo cui gli Stati Uniti non tolleravano un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale – e quello che avrebbe dovuto rappresentare l’internazionalismo dell’Onu.

Originariamente infatti, l’Onu avrebbe dovuto avere forti poteri sulle questioni di carattere regionale e il problema risultava dal fatto che ogni intervento degli Stati Uniti nell’America latina sarebbe potuto essere impedito dal veto della Gran Bretagna o dell’Unione sovietica.

Alla fine nello statuto dell’Onu si inserirono quattro articoli, dal 51 al 54, che negli effetti salvaguardavano la facoltà degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza nell’emisfero occidentale senza infrangere le regole della nuova organizzazione.

Gli articoli tutelavano il diritto delle organizzazioni collettive regionali di risolvere le dispute e optare per l’autodifesa individuale o collettiva.

A questo proposito nel 1947, con gli Stati Uniti al loro apice di potenza, le Repubbliche Americane siglarono il trattato di Rio: un patto di difesa collettiva che divenne un modello per molte altre alleanze militari formate dagli Stati Uniti nel primo decennio della guerra fredda.

Il trattato di Rio quindi legittimò l’intervento americano e diede una nuova enfasi internazionalista alla dottrina Monroe.

Così nel 1951 venne costituita formalmente l’Organizzazione degli Stati Americani con lo scopo di promuovere azioni coordinate sul piano economico, politico e militare e per risolvere le dispute inter-americane.

Vi era però un forte problema per gli Stati Uniti: i nazionalismi e l’Antiamericanismo erano crescenti nei paesi dell’America Latina. Per molti, la logica della dipendenza e il predominio nella sfera commerciale delle multinazionali americane erano considerati i principali responsabili dei gravi livelli di diseguaglianza.

Ad esempio, nel 1950 il PIL dell’intera America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti a parità di popolazione. Sempre nello stesso anno l’America Latina rappresentava il 28% del totale delle esportazioni e il 35% delle importazioni Statunitensi. Si pensi, poi, che la quota americana sulle esportazioni di Cuba, Nicaragua e Guatemala era compresa tra il 70 e l’80% del totale.

Nella pratica il “sud” dipendeva dal “nord” e questo trend era destinato ad aumentare durante la guerra fredda anche se lo sguardo statunitense era concentrato sull’Asia e l’Europa per allontanare l’Unione Sovietica.

Un’altra questione importate era proprio l’Unione Sovietica.

La politica adottata dagli Stati uniti fu quella del contenimento. Questa venne coniata da George Kennan nei confronti del comunismo nel suo complesso e il concetto cardine era quello di contenere l’URSS (ovvero far sì che rimanesse entro i suoi confini attuali) nella speranza che le divisioni interne, il fallimento o l’evoluzione del contesto politico potessero porre fine a quella che veniva percepita come la minaccia di una forza persistentemente espansionista.

In quest’ottica è da ricordare il caso, nel 1951, del neopresidente del Guatemala Jacobo Arbenz Guzmàn, il quale provò ad introdurre un sistema di tassazione progressiva, un nuovo sistema di welfare e ad aumentare il salario dei lavoratori. A ciò aggiunse l’espropriazione di 400 mila terrenti agricoli non coltivati della United Fruit Company, compagnia americana con interessi in tutta l’America latina divenuta dal 1984 Chiquita Brands.  

La reazione della compagnia fu quella di fare pressioni al governo americano con il risultato che l’amministrazione Eisenhower approvò un piano della CIA per rovesciare il regime con esuli guatemaltechi addestrati dagli stessi Stati Uniti in basi situate in Nicaragua e in Honduras.  Sempre su questa scia, tra il 1953 e il 1954, gli Stati Uniti si fecero sponsor di una risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani in cui si dichiarava che il controllo da parte comunista di qualsiasi Paese dell’emisfero occidentale fosse una minaccia per la sicurezza di tutti i membri. La risoluzione venne approvata per 17 voti contro uno: il voto del Guatemala.

Preso dall’ultima disperata mossa, Arbenz si rivolse al blocco sovietico alla ricerca di armi. Nel maggio 1954 arrivarono le armi di produzione cecoslovacca ma il mese successivo un piccolo contingente guidato da Castillo Armas attaccò dall’Honduras. Nel frattempo, gli aerei americani bombardavano Città del Guatemala.

In questo modo le terre vennero restituite alla United Fruit Company, gli oppositori di sinistra vennero arrestati e il governo guatemalteco restò un leale sostenitore degli Stati Uniti. Un alleato tale che divenne il terreno di addestramento, da parte della CIA, degli esuli cubani protagonisti nella Baia dei Porci.

L’antiamericanismo dei Latino Americani e la paura del comunismo degli Americani andavano di pari passo.

Nel 1958 gli Stati Uniti avevano dato asilo a Marcos Perez Jimenez, dittatore deposto dal Venezuela, e l’allora vicepresidente Nixon nello stesso anno fece visita alla capitale venezuelana, Caracas. Li sentì il crescente antiamericanismo e tutto lo sfogo della popolazione. Il risultato fu quello di aumentare la paura della minaccia del comunismo da parte dell’amministrazione Eisenhower che, come mossa tipica, privilegiò l’assistenza militare rispetto a quella economica, sottolineando la necessità di rendere edotta l’opinione pubblica latinoamericana dai pericoli del comunismo.

Il nazionalismo latinoamericano continuava a volere la fine dell’intromissione degli Stati Uniti negli affari interni dei Paesi e l’acquisizione di un maggiore controllo sulle proprie materie prime.

Per questo, dopo il fallimento della Baia dei porci e per evitare altri casi analoghi a Cuba, l’amministrazione Kennedy istituì il programma “L’alleanza per il Progresso”. Questo fu un programma di assistenza all’America latina avviato nel 1961 e che aspirava a un incremento del 2,5% l’anno del reddito pro capite, all’istituzione di governi democratici, a una più equa distribuzione del reddito, alla riforma agraria e alla pianificazione economica e sociale. I paesi dell’America latina impegnarono in 10 anni 80 miliardi di dollari, gli Stati uniti 20. L’alleanza venne sciolta nel 1973 dopo un decennio di risultati altalenanti.

Lo scopo centrale del progetto era quello di combattere la povertà e soddisfare bisogni fondamentali come la casa, la terra, il lavoro, la salute e la scuola. Il presupposto era che, con la creazione di un consistente ceto medio latinoamericano, la necessità delle dittature militari come scudo protettivo al comunismo sarebbe diminuita e alla fine l’intero emisfero occidentale si sarebbe trasformato in un bastione della moderna democrazia liberale. Sostanzialmente l’alleanza non mutò radicalmente i rapporti tra Nord e Sud. Era in grado di offrire solo una soluzione a lungo termine ai problemi strutturali che impedivano lo sviluppo dell’America Latina.

La mancanza di risultati immediati portò i politici americani negli anni ’60 a ricorrere a metodi di intervento diretto o clandestino per contrastare eventuali minacce alla stabilità. Un ulteriore problema fu che le autorità di molti dei paesi destinatari, come la burocrazia di governo americana e le aziende private che avevano investimenti significativi nella regione, generalmente si opponevano a qualsiasi forma di ingegneria sociale.

Alla metà degli anni sessanta, per conciliare gli interessi locali ed evitare di irritare ulteriormente i nazionalisti, gli Stati Uniti avevano abbandonato il prerequisito inziale che vincolava gli aiuti all’attuazione di riforme politiche. Ne derivò che la corruzione divenne un problema costante.

Le élite latinoamericane intascavano parte degli aiuti, si rifiutavano di impegnarsi in riforme agrarie significative e si opponevano a qualsiasi piano ad ampio raggio per l’introduzione della tassazione progressiva.

A ciò si aggiunse che i funzionari americani non avevano alcun interesse nell’agire contro le élite tradizionalmente a loro favore, mentre il Congresso aveva specificatamente vietato l’utilizzo di fondi americani per la ridistribuzione di terre ai poveri.

Un altro fattore che contribuiva al mancato raggiungimento di risultati, era rappresentato dal fatto che non vi era interesse da parte di aziende come la United Fruit Company di appoggiare politiche che avrebbero condotto all’innalzamento dei salari e al miglioramento delle condizioni sociali della forza lavoro a basso costo di Paesi come il Guatemala. Sostanzialmente, per le aziende aveva poco senso aumentare i propri costi operativi.

Gli investitori americani incoraggiavano poi i proprietari terrieri locali a usare i fondi dell’Alleanza per sviluppare coltivazioni destinate all’esportazione (come il caffè) piuttosto che per piantagioni di prodotti base (ad esempio i fagioli).

Il tragico risultato fu che, mentre le élite locali e i finanziatori americani ricavavano ampi profitti dalle esportazioni, le disponibilità alimentari insufficienti restarono un problema costante dell’America Latina.

Altro problema è che ci fu un’esplosione demografica: la natalità crebbe al 2,5% annuo. Questa però si accompagnava a un tasso di mortalità elevata.

Nel 1968 il tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dell’anno di età era ancora di 75 su 100 in Perù, 86 in Cile e 94 in Guatemala. Per quanto riguarda il PIL i tassi di crescita nella prima metà degli anni ’60 variavano dall’1,6% della Colombia al 3,7% di El Salvador e, solitamente, i risultati di questa crescita tendevano a tradursi in più soldi per chi già ne aveva: per ogni 100 dollari di reddito in più generato, solo due arrivavano al quinto più povero della popolazione.

Questa situazione generale portò alla nascita di molti gruppi terroristici o rivoluzionari come i Sandinisti del Nicaragua, le Forze armate ribelli guatemalteche, le Forze armate di liberazione nazionale venezuelane, il Movimento del 19 aprile colombiano, il Sendero Luminoso peruviano o il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti di El Salvador. A questo fenomeno gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi latinoamericani risposero con la forza.

Washington fornì aiuti militari, mentre molti governi latinoamericani repressero attivamente ogni forma di malcontento e avviarono una vera e propria caccia ai guerriglieri. L’amministrazione Johnson, preoccupata dello spostamento a sinistra del maggior Paese della regione, appoggiò nel 1964 un colpo di stato militare in Brasile. In Brasile ne risultarono 20 anni di dittatura militare che terminò solo nel 1985 con nuove elezioni democratiche.

Occorre qui ricordare il caso cileno. Nel 1970, dopo l’elezione di Allende, ci fu la reazione dell’Amministrazione Nixon che percorse una prima via fatta di tangenti e manovre clandestine per evitare la conferma al ballottaggio da parte del congresso nazionale cileno di Allende e, una volta fallita questa, una seconda via volta ad incoraggiare un colpo di stato. Fallita anche questa si procedette con un terzo percorso. L’amministrazione Nixon adottò una strategia a lungo termine per rovesciare Allende e insediare in Cile un governo “amico”.

Dopo tre anni di pressioni economiche, nel corso dei quali gli aiuti americani cessarono e fu garantito un generale sostegno agli oppositori, l’esercito cileno assunse il comando del paese nel settembre 1973. La giunta, guidata dal generale Pinochet, lanciò una brutale campagna di repressione per liberare il Cile dal “cancro del marxismo”.

Ma perché il Cile era così importante? Il Cile ospitava nel 1970 investimenti di aziende americane per circa un miliardo di dollari. I timori di una nazionalizzazione avevano spinto grandi imprese, come l’International Telephone and Telegraph (ITT), a offrire alla CIA un milione di dollari per scongiurare la presidenza di Allende.

Oltre alle motivazioni economiche, ve ne era una politica. La buona riuscita del progetto politico di Allende rischiava di rilevarsi un fattore destabilizzante nella regione.

Il governo di Allende infatti, era stato un governo eletto democraticamente e non arrivato al potere tramite un colpo di stato. Allende era stato appoggiato dai socialisti e dai comunisti cileni. Poteva rappresentare un’alternativa praticabile nell’emisfero occidentale. Poteva dimostrare che il socialismo poteva prosperare senza un appoggio esterno da parte dell’Unione Sovietica.

“Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!” furono le parole di Allende prima di morire suicida o assassinato. La guerra fredda aveva reso difficili per l’America Latina i rapporti con gli altri paesi e mantenuto la dipendenza con gli Stati Uniti. Le multinazionali continuavano a mantenere il controllo e a influenzare la politica tanto che una volta un giornalista Uruguayano disse “un paese è posseduto e dominato dal capitale che vi è investito”. Ora però abbiamo bisogno di un’altra pausa. Abbiamo ancora un ultima tappa. Tra poco ripartiremo…

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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CONFLITTI SOCIALI MAI SOPITI: El Salvador cade in una nuova ondata di violenza

Sabato 26 marzo 2022 resterà nei ricordi dei salvadoregni come la giornata più violenta degli ultimi venti anni. In poche ore, in El Salvador sono stati riportati 62 omicidi in tutto il territorio nazionale. Per far fronte alla grave emergenza, il 27 marzo l’Assemblea Legislativa ha approvato il Regime di Eccezione, su iniziativa del Presidente Nayib Bukele espressa nel Consiglio dei ministri. Questo Regime sarebbe dovuto durare per un periodo di trenta giorni ma è stato rinnovato di mese in mese ed è tutt’ora in vigore. Attraverso questo Decreto, sono state sospese le garanzie costituzionali tipiche di una società realmente democratica quali: la libertà di associazione e di riunione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione sui motivi della detenzione e della difesa (art. 12 inc. 2 Cn, p. 3); il limite di 72 ore alla detenzione amministrativa (art. 13 inc. 2 Cn, p. 3-4) e l’inviolabilità della corrispondenza e delle telecomunicazioni (art. 24 Cn, p. 5). Per provare a capire come si è arrivati a questa rapida escalation degli eventi, è necessario fare una panoramica degli attori coinvolti. LE MARAS SALVADOREGNE Le origini di questi gruppi criminali organizzati risalgono alla fine del conflitto civile culminato con la firma degli Accordi di Pace nel 1992. A pochi anni dall’abbandono della violenza come mezzo politico, il governo statunitense, che aveva assunto un ruolo centrale nel conflitto salvadoregno, avviò una politica di deportazione dei criminali verso i loro Paesi di origine. I membri delle bande californiane rientrati così in Salvador, portarono con loro i modelli organizzativi tipici della criminalità statunitense e questi inevitabilmente finirono per influenzare i gruppi criminali qui presenti, trasformandoli in un fenomeno più organizzato, complesso e violento. Le nuove bande, note come “maras” o “pandillas”, crebbero rapidamente segnando profondamente il periodo postbellico in El Salvador. La violenza legata al fenomeno della mara salvadoregna scorre in quattro direzioni: la guerra tra bande rivali, la violenza delle bande contro le comunità, la violenza dello Stato verso le maras e le risposte violente di queste verso lo Stato. Abitare in un determinato territorio definisce l’appartenenza ad una pandilla piuttosto che ad un’altra, anche se si tratta di pochi isolati di distanza. Questi spazi sono fuori dal controllo statale e qui si sviluppa la vita criminale salvadoregna. L’accesso alle zone è controllato e limitato a certi orari del giorno, scanditi da un rigido coprifuoco. La popolazione che vive in queste zone è costretta a pagare le continue estorsioni che alimentano economicamente il fenomeno delle maras. Questo potere coercitivo che si è affermato incontrastato, unito alla violenza ed alle continue minacce, costringe migliaia di persone ad abbandonare il proprio quartiere, la propria città od il proprio Paese. L’innegabile impatto che le pandillas hanno sulla vita quotidiana del Salvador ha significato, nell’arco degli anni, un periodico tentativo di negoziazione condotto dal governo con l’obiettivo di contrastare il fenomeno. APPROCCIO DEI GOVERNI PRECEDENTI Le istituzioni pubbliche affrontano il problema su base quotidiana, senza però esser riusciti finora a risolverlo definitivamente. Nel 2003, quando c’era al governo il Partito ARENA – di orientamento nazionalista, conservatore e neoliberista – fu introdotta per la prima volta la repressione come strategia per eliminare le maras. Così, per i successivi cinque anni, furono incarcerati i principali esponenti dei gruppi criminali. La reazione politica causò, oltre al sovraffollamento dei penitenziari, una forzata ridistribuzione dei poteri all’interno delle bande criminali che, proprio da dentro le carceri, riformarono il loro sistema interno, fino addirittura a potenziarlo. Nel 2011, il primo governo del FMLN – attuale partito politico di sinistra, ispirato al rivoluzionario Augustin Farabundo Martì, ex guerrigliero nel conflitto terminato nel 1992 – ha sperimentato un nuovo approccio per affrontare il problema delle maras: una sorta di distensione che ha compreso, tra i vari interventi, anche il trasferimento dei leader in carceri di minore sicurezza a fronte di un impegno degli stessi affinché il tasso di omicidi perpetrati dai loro affiliati diminuisse. Sebbene questa tregua promossa dall’allora partito al governo abbia effettivamente portato ad una riduzione esponenziale e mai vista prima del numero di omicidi in Salvador, non è mai stata accettata dall’opinione pubblica e dall’establishment politico – compresi alcuni funzionari e leader dello stesso FMLN. Diffidenza giustificata anche dal fatto che i politici che avevano promosso questa strategia, non hanno mai chiarito del tutto il ruolo effettivo del governo in questo accordo con le maras, fugando così una volta per tutti i dubbi circa la totale trasparenza e bonarietà dell’operazione. Nel 2014 un altro cambio di governo ha riportato le pandillas nelle prigioni di massima sicurezza, attribuendo loro lo status di organizzazioni terroristiche. La risposta di questi gruppi criminal non si è fatta attendere. Il 2015 infatti, è stato contraddistinto da grandi violenze e da omicidi, soprattutto di poliziotti e militari salvadoregni. A loro volta, la polizia ed i militari hanno cominciato ad adottare strategie sempre più tipiche di un Paese in guerra, arrivando ad perpetrare procedure di controllo del territorio non completamente legali. NAYIB BUKELE E LA GUERRA CONTRO IL TERRORISMO Le elezioni presidenziali del 2019 vedono vincere Nayib Bukele, candidato indipendente del partito Nuevas Ideas – partito promotore di un conservatorismo sociale diametralmente opposto al sistema politico che si era affermato fino a quel momento tra i partiti in precedenza menzionati. La schiacciante vittoria, conquistata anche grazie alla promessa di combattere duramente la violenza delle maras, ha permesso a Bukele di cambiare la politica salvadoregna dall’interno, attuando riforme economiche – molto famosa, anche e soprattutto per le critiche che ha attirato sulla sua presidenza, è quella relativa ai Bitcoin – ma anche giudiziarie ed afferenti al settore della sicurezza nazionale. Nello scorso 2021, in occasione del debutto della nuova Assemblea Legislativa, Bukele ha ordinato la destituzione di cinque magistrati della Camera costituzionale e del procuratore generale, tramite quello che è stato definito un “Autocolpo di Stato”. Al loro posto sono stati inseriti funzionari di fiducia di Nuevas Ideas. In generale, le strategie politiche intraprese finora

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MARIA DA PENHA: LOTTA IN PRIMA LINEA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Maria da Penha Maia Fernandes è una farmacista biochimica, attivista ed autrice brasiliana. Grazie a lei ed ai suoi 19 anni di lotta incessante, nel 2006 il Brasile emanò la legge federale numero 11340 che mira a ridurre la violenza di genere e quella domestica nello specifico. Maria nasce il 1° febbraio 1945 a Fortaleza, inizia i suoi studi in Farmacia e Biochimica all’Università Federale del Cearà e conclude gli studi in Parassitologia in Analisi Cliniche nella Facoltà di Scienze Farmaceutiche dell’Università di San Paolo nel 1977. Maria è oggi una leader dei movimenti femministi, vittima emblematica della violenza domestica. In questo articolo ripercorriamo i punti salienti della biografia della sua vita. IL CASO DI MARIA Nel maggio del 1983 l’ex marito di Maria da Penha, le sparò mentre lei dormiva causandole disabilità permanente agli arti inferiori e lasciandola paraplegica. Dopo due settimane di riabilitazione in ospedale, Maria, per paura di reclamare un divorzio o semplicemente una separazione legale, decise di tornare a casa dal marito, il quale questa volta tentò di ucciderla ricorrendo a delle scariche elettriche. Marco Antonio Riveras rimase libero per ben 19 anni prima che il governo brasiliano si rendesse conto della gravità dell’accaduto. Solo dopo anni di militanza continua ed incessante, che include la stesura di un romanzo autobiografico, Maria si vide riconoscere i propri diritti. Nel 2006, infatti, il governo brasiliano emanò una legge contro la violenza di genere domestica che porta il suo nome: “Lei de Maria da Penha”. Come già annunciato, Maria dovette sopportare 19 anni di vittimizzazione e violenza psicologica prima di essere in grado di rivendicare il proprio diritto ad esistere come donna libera ed autodeterminante. Il caso di Maria è emblematico di quanto la violenza domestica sia intrinseca in un sistema patriarcale ancora troppo incline a minimizzare episodi come quelli vissuti da Maria. Un sistema che regna sovrano in Brasile e che permette agli uomini di avere una condizione di vantaggio nelle proprie relazioni matrimoniali. LA LEGGE La “Lei Maria da Penha” numero 11.340, che fu emanata dal Presidente Lula il 7 agosto del 2006, non solo stabilisce sanzioni criminali contro i perpetratori di violenza di genere domestica, ma offre la possibilità di creare attività riabilitative nei loro confronti ed istituisce un personale specifico per il controllo di tali atti. Grazie a Maria da Penha ed attraverso questi cambiamenti legali, il Brasile ha iniziato a riconoscere la violenza domestica come una violazione dei diritti umani e ad evidenziare l’assenza di supporto alle donne vittime di violenza come un problema sistemico dell’ordinamento giudiziario brasiliano. I RISVOLTI POSITIVI DELLA LEGGE Questo caso è stato emblematico per riconoscere la violenza domestica come una tematica centrale all’interno dell’agenda pubblica brasiliana. Attraverso le politiche pubbliche sviluppate successivamente a tale legge, inoltre, dal 2006 al 2011 3.364.000 donne brasiliane sono state assistite e supportate ed oltre 331.000 uomini perseguiti con l’accusa di violenza domestica (UN Women 2011). La legge ha avuto dunque effetti positivi dal momento che ha permesso alle donne di identificare determinati atteggiamenti da parte di compagni/mariti/sconosciuti come problematici e/o lesivi. Nonostante il contributo della legge, però, in Brasile si registrano ancora numeri troppo elevati di violenze, stupri, minacce e femminicidi. L’ISTITUTO MARIA DA PENHA Maria, successivamente al tentato omicidio da parte di suo marito, ha fondato un’organizzazione non governativa che porta il suo nome e che ha la sede principale a Fortaleza ed una rappresentanza a Recife. La finalità dell’istituto è stata, ed è ancora oggi, quella di sensibilizzare politica e società nel rispetto della legge in questione. È necessario, infatti, che le regolamentazioni di questa legge vengano applicate anche nelle zone più profonde e rurali del Brasile perché tutte le donne hanno diritto allo stesso trattamento e Maria lo sottolinea ogni giorno attraverso il suo attivismo. GLI INSEGNAMENTI DI MARIA Dalla storia di Maria sembra chiaro che in Brasile regni incontrastata una cultura estremamente maschilista e patriarcale e Maria, attraverso numerose interviste, ci insegna che l’unico strumento veramente potente per sradicare questo tipo di problematica è l’educazione. Noi di Large Movements ci teniamo particolarmente ad evidenziare la preziosità di questi insegnamenti ed a rimarcare quanto siano importanti le parole e le azioni dell’attivista in questione, che ci fanno riflettere su quanto educazione e sensibilizzazione siano necessarie per rendere una legge davvero efficace. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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Land Grabbing Piantagione

Il Brasile e l’Ossimoro degli Agricoltori Senza Terra: Le Nuove Frontiere del Land Grabbing.

Immagina di avere una fattoria, tua da generazioni, dove insieme ad altre famiglie coltivate la terra ed usate quei prodotti per provvedere al sostentamento tuo e della tua famiglia. Ora immagina di far parte di una popolazione indigena, vivi in Amazzonia, conosci il mondo al di fuori ma rimani legato alle tue tradizioni ed al rispetto ed alla protezione della natura intorno a te, come i tuoi antenati hanno fatto per generazioni prima di te. Consideri inoltre sacra quella terra su cui cammini perché ricolma della storia stessa dei tuoi antenati. Infine, immagina che la terra con cui provvedi al sostentamento della tua famiglia, oppure, la terra sacra per i tuoi antenati ti venga estirpata, strappata dalle tue mani in meno di ventiquattro ore. Non riesci nemmeno a difenderti a riguardo perché hanno usato degli stratagemmi legali per riuscire a rubarti la terra. Tutto ciò che rimane è la tua casa. Quella non la possono abbattere, l’unico problema è che ora non puoi più mangiare. Inoltre, i campi dove potevi coltivare, quella terra per te sacra ormai è nelle loro mani. Tutta la bellezza che trovavi su di essa, data anche dalla vasta diversità di colture che lavoravi è ormai persa. Soppiantata, al suo posto, da un immensa vastità di soia o canna da zucchero. Questa è la realtà che vivono centinaia di agricoltori in Brasile. Una realtà causata dal fenomeno del land grabbing – che potete trovare spiegato qui. Un fenomeno che da più di dieci anni ha cambiato la faccia dell’agricoltura brasiliana. La crisi finanziaria del 2008, e nello stesso anno, la crisi alimentare che ha colpito vaste regioni del mondo, ha messo in luce la posizione strategica del Brasile. La disponibilità delle risorse naturali, essenziali a soddisfare i bisogni della popolazione di tutto il mondo dal 2008 è rientrata prepotentemente all’interno dell’agenda internazionale. Quindi, paesi abbondanti di queste risorse, come il Brasile, hanno guadagnato una posizione strategica grazie alla loro capacità di fornire cibo per soddisfare la crescente domanda mondiale. Le corporazioni agroalimentari, non che un cospicuo numero di paesi, preoccupati per la loro sicurezza alimentare e per la loro dipendenza dai mercati alimentari internazionali, hanno quindi deciso di acquisire terreni agricoli in giro per il mondo per produrre cibo da esportare. Nel 2012, la Land Matrix Partnership, ha identificato oltre 1200 affari da parte di investitori stranieri per l’accaparramento della terra che coprono 83,2 milioni di ettari, ossia l’1,7% dei terreni agricoli del mondo. Oltre il 60% di questi accordi sono stati siglati in Africa. Si può quindi affermare, che il land grabbing globale è un trasferimento massiccio di risorse vitali per la produzione di cibo dalle comunità rurali ad una ricca élite globale. Tramite questi affari, famiglie ed intere comunità stanno perdendo le loro fattorie e le loro foreste, ed i loro sistemi agricoli e pastorali, che producono cibo per la popolazione locale, vengono spazzati via per far posto a vaste piantagioni industriali che producono cibo per l’esportazione. Molti di questi affari, stanno accadendo in paesi dove l’insicurezza alimentare e l’accesso alla terra, al cibo ed all’acqua sono già criticità che i paesi stanno affrontando. Inoltre, gli agricoltori a cui viene strappata la terra vengono raramente consultati, in quanto molti di questi affari vengono conclusi a porte chiuse fra gli ufficiali del governo e gli investitori stranieri. In Brasile, le corporazioni che vogliono investire nella terra ricorrono a dei processi illegali di land grabbing conosciuti come “grilagem” per acquisire le terre e stabilire le piantagioni anche nell’altopiano delle chapadas. Grilagem, che letteralmente definisce l’accaparramento illegale delle terre, implica l’uso di connessioni politiche e documenti falsi per rivendicare i titoli terrieri. Alcuni casi, definiti supergrilagem, superano addirittura il milione di ettari di terra accaparrata. Questa pratica è diffusa soprattutto nella regione del MATOPIBA – un’area che abbraccia quattro Stati, rispettivamente Maranhão, Tocantins, Piauí e Bahia, dove al suo interno troviamo il bioma del Cerrado, una grande savana tropicale ricca per la sua biodiversità. La metodologia utilizzata dai land grabbers è quella di recintare le terre delle chapadas, sfrattare i suoi abitanti, dispiegare delle forze di sicurezza privata al fine di trattenere le comunità che precedentemente abitavano al di fuori di queste terre e poi acquisire la proprietà tramite la corruzione dei notai o di qualche funzionario del governo. Infine, l’intento di questi cosiddetti grileiros è di vendere le terre che hanno accaparrato ad altri individui o corporazioni che susseguentemente vi stabiliranno delle piantagioni di soia o canna da zucchero. Per le comunità locali è molto difficoltoso rivendicare le proprie terre, in quanto la legge brasiliana non riconosce diritti di proprietà sulle terre alle comunità ancestrali. Dette terre, infatti, vengono riconosciute come suolo pubblico, proprietà dello stato sulla quale le comunità tradizionali possono risiedere. È esattamente sulla base di questa contraddizione giuridica che si giustifica legalmente il land grabbing. Inoltre, di solito, i grileiros ricorrono alla violenza verso individui che potrebbero tentare di opporre resistenza. Di fatto, ci sono numerose segnalazioni di coercizione e minacce, aggressioni e persino di decessi avvenuti per mano dei grileiros e dei loro scagnozzi. Tuttavia, la perdita di accesso alle terre che deriva dal fenomeno del land grabbing non è l’unico problema. Infatti, senza le risorse della terra delle chapadas molte piccole comunità agricole hanno perso tutti i mezzi di sostentamento e si sono dovute trasferire nelle città per cercare lavoro o nelle pericolose miniere di diamanti. Le piantagioni, infatti, garantiscono pochi posti di lavoro solo quando inizialmente è necessario sgomberare la terre, poi, la forma di produzione estremamente meccanizzata non lascia molti posti di lavoro disponibili. Inoltre, una volta espropriate le terre, le piantagioni intensive adottate e la conseguente perdita estrema di biodiversità nelle chapadas hanno l’effetto di distruggere anche le foreste e le paludi, provocando così il prosciugamento dei fiumi della regione. Questo è il quadro in cui le comunità tradizionali devono sopravvivere, ciononostante, la mancanza di cibo ed acqua non è l’unico problema. Infatti, la scarsità di acqua dei fiumi non ancora essiccati che arriva a queste comunità

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Marielle Franco per i diritti delle minoranze

Marielle Franco, all’anagrafe Marielle Francisco da Silva, è stata una politica, sociologa ed attivista dei diritti umaniche ha ricoperto il ruolo di consigliera del municipio di Rio de Janeiro fino al suo omicidio, nel 2018. Le sue battaglie al fianco delle categorie più emarginate della società brasiliana odierna hanno favorito la sua rapida ascesa nello scenario politico del Paese ed in quello internazionale, soprattutto grazie al suo attivismo per i diritti delle donne, delle persone di colore, degli abitanti delle favelas e della comunità LGBTQ+. Tuttavia, le idee di Marielle, inserite nelle dinamiche della politica brasiliana, devono aver minacciato profondamente coloro che, tre anni fa, hanno ordinato la sparatoria che le ha tolto la vita. Le origini di Marielle Franco Nata nel 1979 a Maré, Rio de Janeiro, da una famiglia di origini afroamericane, Marielle Franco cresce affrontando tutti gli svantaggi della sua categoria sociale. Maré è infatti un complesso, un cluster, di sedici slum (favelas) di Rio de Janeiro, che ospita decine di migliaia di persone con difficoltà economiche e sociali. Le forti disuguaglianze di ricchezza presenti in Brasile si percepiscono qui più che altrove, concretizzandosi in una forte e diffusa difficoltà di accesso ai servizi della sanità, al lavoro ed all’istruzione. Franco studia in una scuola pubblica serale fino al diploma. Impossibilitata ad accedere direttamente all’università, si iscrive quindi ad un esame di ammissione preliminare, ma è presto costretta ad abbandonare quella strada perché, come succede spesso alle ragazze delle favelas brasiliane, resta incinta a diciotto anni. Per tre anni Marielle Franco mette da parte la sua carriera accademica per dedicarsi unicamente alle cure della figlia abbandonata dal padre finché, nel 2002, non entra nella Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro. È proprio in questi anni che l’attivismo politico di Franco inizia a definirsi a favore di una società più inclusiva e giusta per tutti i brasiliani. “Lotta come Marielle” La società brasiliana di oggi, oltre a presentare un forte divario di ricchezza, è anche molto variegata. La presenza di molte etnie, tuttavia, coincide con una distribuzione della ricchezza non equa, che vede i brasiliani bianchi ai vertici dell’economia del Paese, lasciando gli afroamericani e le minoranze culturali a “gonfiare” le schiere degli svantaggiati che abitano gli estesi slum qui presenti. Questi conglomerati urbani si caratterizzano per una forte insicurezza a causa delle bande criminali che vi abitano. Spesso, in risposta a ciò, le autorità locali promuovono incursioni armate di forze di polizia che esercitano violenze e commettono arresti per mantenere l’ordine pubblico. La sicurezza delle favelas è il primo e maggiore tema affrontato nel discorso politico di Marielle Franco. Nel 2006 promuove una campagna a favore dell’istruzione dei giovani abitanti degli slum, richiedendo uno spostamento di fondi pubblici dal settore della sicurezza a quello dell’educazione. Lo stesso anno, Franco si avvicina alle idee politiche di Marcelo Freixo e del Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), promuovendo il diritto alla vita di tutti, soprattutto degli abitanti delle favelas. Nel 2009 i due funzionari pubblici entrano a far parte della Commissione per i diritti umani dell’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, e dal 2012 a Marielle Franco viene assegnato il coordinamento della Commissione stessa. La figura di Marielle Franco debutta così nella sfera politica del Brasile. Un’unica persona si faceva portavoce delle necessità di un ampio ventaglio di gruppi sociali: gli abitanti delle favelas, le donne, le minoranze etniche e le persone LGBTQ+, e le rivendicava attraverso la sua politica “gentile”. Non era una persona qualsiasi: era una giovane donna afroamericana, bisessuale ed originaria della maggiore favela della città. Come politica ed attivista, ha condotto una campagna senza sosta contro la spirale di violenza della polizia nelle favelas della città. Le sue azioni volte a favorire l’emancipazione delle donne e ad incentivare una migliore rappresentanza politica hanno ispirato i movimenti femministi che, con lo slogan “lute como Marielle Franco” (lotta come Marielle Franco), onorano il coraggio con cui questa donna ha portato avanti la battaglia per i diritti umani nel suo Paese. Uno dei suoi progetti di legge, denominato “se è legale deve essere reale”, si propose di potenziare i reparti maternità degli ospedali e dei centri di riferimento, evidenziando una scarsa applicazione della legge del 1940 che legittima l’aborto in determinati casi: Quando la donna è in rischio di vita; Se la gravidanza è conseguente ad una violenza sessuale; Quando il feto è anencefalico. L’impossibilità di abortire è infatti una delle cause dell’alta mortalità materna presente tra le donne brasiliane, in particolare tra le donne nere, con un basso reddito ed originarie della periferia. Martire di una guerra senza fine Marielle Franco è stata una leader sociale, si è battuta per la giustizia e l’uguaglianza, l’inclusione e la solidarietà, la bellezza della diversità. La sua brillante carriera si è brutalmente interrotta il 14 Marzo 2018, quando quattro colpi di pistola hanno raggiunto lei ed il suo autista, sulla strada di ritorno da un raduno di giovani attivisti neri. Finisce a 38 anni la vita di Marielle Franco, una persona le cui idee hanno appassionato il Brasile ed hanno fatto sperare la popolazione costituente gli strati svantaggiati della sua società in un futuro migliore. L’attivismo di Marielle le è valso molti nemici potenti. Ha condannato l’impunità che circonda le uccisioni extragiudiziali di giovani neri da parte delle forze di sicurezza e, due giorni prima della sua uccisione, aveva denunciato il ruolo della polizia nell’uccisione di un giovane uomo di colore di nome Matheus Melo. Era una delle principali critiche della gestione delle forze di polizia a Rio de Janeiro ed era a capo di una commissione cittadina incaricata di monitorarne gli interventi. Le indagini ancora in corso vengono svolte sotto massima riservatezza. Intanto, alla presidenza del Brasile è salito Jair Bolsonaro, personaggio politico dalle aperte idee misogine e razziste che non ha mai rilasciato dichiarazioni sul caso. Il 12 marzo 2019 due uomini accusati di aver ucciso Marielle e Anderson sono stati sottoposti a detenzione preventiva, ma da allora sembrano essere stati compiuti pochi progressi nel chiarire le

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Il conflitto in Colombia: storia del soldato che si batte per la verità

Oggi inizia dicembre, ma il caldo non accenna a darci tregua. Mi trovo in Colombia, dove sono venuta a scrivere la tesi di laurea magistrale e, per caso o per destino, ho conosciuto M.: un soldato dell’esercito nazionale che si è congedato dopo sei anni di servizio. Da quell’incontro casuale in piscina lui si è dimostrato subito incuriosito nei confronti della mia palese provenienza europea. Da allora è venuto spesso nell’appartamento che condivido con altri studenti, per farci assaggiare i piatti tipici cucinati alla perfezione, per insegnarci a ballare la salsa e la cumbia in salotto, per condividere con sincero orgoglio le tradizioni del suo Paese. La condivisione è un tratto che contraddistingue i colombiani, e M. sembra voler condividere il più possibile con noi, specialmente il suo passato travagliato, la storia del suo Paese che tanto ama. Da quando gli ho spiegato che sto analizzando i contenuti dell’accordo di pace tra il governo e la guerriglia FARC, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha confessato di essere stato un soldato dell’esercito proprio in quel conflitto che per più di 50 anni ha dilaniato la Colombia e che nel 2016 sembra aver raggiunto una tregua. Oggi è qui per raccontarmelo. Si siede vicino a me e mi versa un bicchiere di aguapanela appena preparata. Iniziamo.  LM: “Perché hai deciso di diventare un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia?”  M: “A 17 anni mi sono diplomato e mi sono ritrovato di fronte a un bivio. L’idea di poter scegliere la carriera militare mi è stata data da mia zia quando mi ha parlato del suo compagno, che era un sottufficiale dell’esercito. Mi ha spiegato che chi fa parte dell’istituzione gode di diversi benefici: uno stipendio fisso, la possibilità di studiare, l’assicurazione sanitaria, la pensione dopo 25 anni di lavoro. Inoltre, a me è sempre piaciuta l’attività fisica, infatti inizialmente mi sono iscritto all’università, alla facoltà di educazione fisica. Il giorno in cui reclutavano per entrare nell’esercito ho dovuto prendere la prima decisione: andare a fare il test militare o andare a dare un esame all’università. In realtà la scelta neanche c’era: se fossi andato all’università non avrei potuto essere stabile economicamente perché non avevo il sostegno dei miei genitori poiché mia madre non aveva un lavoro in quel momento, quindi ho deciso di arruolarmi. Sono entrato nell’esercito e ho fatto esami medici, psicologici, fisici e sono andati molto bene.” “Sono stato il primo in graduatoria di tutti coloro che li hanno sostenuti nella mia area. Ero anche uno dei più giovani.“ “La prima volta che sono arrivato nell’accademia militare la sensazione che ho provato è stato di voler tornare a casa. Abbiamo viaggiato in due autobus grandi, pieni di ragazzi. Dopo più di 2 ore di viaggio, erano le 4.30 di mattina, siamo arrivati e come siamo scesi dai bus un soldato ci ha ordinato di metterci a raccogliere tutte le foglie secche dal terreno. Non sono tornato a casa allora, avevo molti occhi puntati su di me: i miei amici del quartiere, la mia famiglia che diceva in giro: «M. se n’è andato»… Mi stavo mettendo alla prova, ma se queste aspettative non ci fossero state penso che sarei tornato subito a casa. In quel momento è iniziata una delle avventure che penso non potrò mai dimenticare nella vita, che è stato l’Esercito Nazionale.”  L’accademia militare: come si diventa un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia  M: “Sono stato nella scuola militare per 18 mesi. Il periodo si divide in tre semestri: prima sei una recluta, poi brigadiere e infine un dragone. Nell’ultimo semestre segui un corso di controguerriglia e ci sono prove che sono molto difficili, sono sfide. Lì le percepisci come sfide, ma quando esci e vedi la realtà dei fatti, ti accorgi che sono veri e propri abusi. Ti mettono moltissima pressione psicologica, fisica e alimentare, ti colpiscono con le doghe del letto se fai qualche errore, usano la violenza per insegnare. Ad un certo punto del mio secondo semestre ho reagito contro un capitano che era appena arrivato nella scuola. Noi dormivamo pochissimo, 3-4 ore al giorno, quando riuscivamo a dormire. La sera dovevamo fare le pulizie, e quel giorno stavamo pulendo i bagni il più velocemente possibile per poi andare a dormire. Il capitano è entrato nella stanza e ci ha ordinato di fare esercizi a terra mentre lui passava tra di noi e ci prendeva a calci. Si stava avvicinando a me quando gli ho detto che se mi avesse toccato mi sarei dimenticato che lui è il comandante e io uno studente. Mi ha messo comunque un piede addosso, allora io mi sono alzato, l’ho spinto via e me ne sono andato. Ho fatto rapporto al comandante della scuola. In quel periodo stavano uscendo notizie da tutta la Colombia che nell’esercito i superiori approfittavano del loro potere per maltrattarci, nessun soldato veniva risparmiato dall’abuso. Non succedeva solo da noi, ma in tutti i battaglioni era qualcosa di molto comune.” “La prima volta che ho sentito la storia del conflitto contro la guerriglia me l’hanno raccontata lì ma, dato che mi è sempre piaciuto approfondire per conto mio, mi sono informato sulla realtà del Paese.“ “L’impressione che ne ho tratto è che i ribelli della guerriglia si erano armati per rivendicare i loro diritti di essere ascoltati dallo Stato, e che avevano un modo diverso di pensare. Ma nell’accademia quello che ti insegnano è che devi odiarli, li devi uccidere e che deve scorrere sangue. Ci sono canzoni militari che dicono: «Voglio nuotare in una piscina piena di sangue, sangue di guerrigliero. Sangue! Sangue! Rosso! Rosso! Denso! Denso! Sangue di guerrigliero!» queste canzoni lavorano la mente di tutti gli studenti della scuola e molti ne escono con quel desiderio, con quella sete di sangue. Grazie alla vita, grazie a Dio, io non sono uscito con quella sete di uccidere, perché non mi piace fare del male ad altre persone.” Il conflitto in Colombia: il debutto di M. come soldato regolare M: “Quando ho finito i tre semestri nella scuola sono uscito come comandante

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