Close

“Dilli Chalo!”: La protesta dei contadini in India tra la riforma Agricola e la questione dei Sikh

India-protesta-contadini-Sikh-2020 (1)

Proteste dei contadini in India del 27 novembre 2020 - Foto di Kawalpreet Kaur (Twitter: @kawalpreetdu)

In India la fine di novembre ha segnalato il culmine di mesi di protesta dei contadini contro le leggi sulla liberalizzazione del settore agricolo volute dal governo Modi. Queste leggi infatti impattano direttamente sulla vita della maggior parte della popolazione, già in difficoltà per la situazione debitoria e spesso costretta al suicidio. Queste leggi inoltre potrebbero avere un effetto inaspettato in quanto potrebbero generare ulteriore instabilità in uno stato indiano geopoliticamente nevralgico: il Punjab. Qui la situazione della comunità Sikh è già difficile e si temono nuove vessazioni e violazioni di diritti umani.

La protesta dei contadini in India e la marcia verso Nuova Delhi

A seguito dell’adozione delle nuove leggi approvate dal governo Modi, i cittadini hanno manifestato la propria rabbia e delusione mediante una protesta pacifica che ha coinvolto uomini, donne e bambini senza distinzione di religione e casta. La contestazione dei contadini indiani, al grido di “Dilli Chalo!” (“Andiamo a Delhi!”) ha assunto i caratteri di una lunga marcia verso la capitale coinvolgendo migliaia e migliaia di persone provenienti dall’India settentrionale, cioè Punjab, Haryana, Uttar Pradesh, Chhattisgarh, Uttarakhand e Himachal Pradesh.

Il 27 novembre gli agricoltori indiani sono giunti ai confini di Nuova Delhi con camion, autobus, trattori, moto ma anche a piedi. All’arrivo dei manifestanti la situazione si è fatta tesa e ci sono stati duri scontri con la polizia, che ha usato gas lacrimogeni e cannoni d’acqua contro i manifestanti. Chiunque si fosse trovato per strada (senzatetto, studenti, bambini o protestanti) è stato considerato dal governo come “Terrorista”. Inoltre, all’interno del gruppo dei manifestanti è stata trovata una spia che si era travestita con i vestiti tradizionali Sikh per uniformarsi alla folla.

Il 28 novembre si è raggiunto un accordo tra gli agricoltori e le autorità per protestare in luoghi prestabiliti. Parte dei contadini è entrata in città, parte è rimasta ai limiti cantando slogan e sventolando le bandiere. Alcuni invece hanno bloccato la principale arteria autostradale di Nuova Delhi. La situazione era tesa e sono state create barricate da parte della polizia e dei manifestanti per evitare nuovi scontri. In ogni caso la protesta ha raccolto la solidarietà dei sostenitori dei diritti umani e dei residenti in giro per il mondo, che hanno discendenti agricoltori o che sono emigrati dall’India.

La marcia di novembre però rappresenta solo l’apice di una protesta durata due mesi. Il 27 settembre il governo del primo ministro indiano Narendra Modi ha adottato tre leggi di liberalizzazione in materia di agricoltura. Dalla data dell’adozione i singoli governi federali hanno cercato di risolvere la questione in maniera autonoma, intavolando delle trattative con il governo centrale. L’insuccesso di queste ha causato una lunga lotta dei sindacati e accampamenti sulle autostrade dei singoli stati, in particolar modo negli stati del Punjab, che è stato il primo stato a mobilitarsi, e del Haryana.

La situazione del settore agricolo in India

Le proteste degli agricoltori indiani potrebbero rappresentare una rottura sociale di difficile composizione in quanto circa il 58% della popolazione dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Secondo i dati offerti dalla Banca mondiale il 41,5% dell’occupazione totale in India è impiegata nel settore agricolo, producendo il 17% del PIL del Paese. In altre parole, l’agricoltura rappresenta la principale forma di sostentamento per quasi un miliardo di persone.

Le riforme colpiscono una classe agricola già seriamente in difficoltà in quanto il 52% dei contadini indiani versa in una forte situazione debitoria. In molti, schiacciati dal debito, hanno scelto di suicidarsi. Tra il 2018 e il 2019 si sono suicidati più di 20.00 agricoltori e i suicidi dei contadini rappresentano l’11,2% dei suicidi totali in India. Tale situazione però non è nuova e si protrae dal 1995. Questa infatti è legata al processo di liberalizzazione del settore agricolo che il Governo indiano sta portando avanti anche attraverso l’introduzione delle politiche imposte dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Nel primo decennio di applicazione di queste politiche (1995-2001), che hanno introdotto il libero mercato internazionale, si è assistito a una enorme contrazione dei prezzi dei prodotti agricoli. Tale contrazione è dovuta principalmente ai sussidi che i paesi occidentali forniscono annualmente ai propri agricoltori per tenere bassi i prezzi dei prodotti. I contadini indiani, a differenza dei colleghi occidentali, però non percepiscono alcun tipo di sussidio e sono quindi in balia del crollo dei prezzi imposto dall’andamento del mercato globale. A ciò si aggiunge che queste politiche hanno permesso la creazione di monopoli di mercato controllati da una manciata di corporazioni, prima tra tutti la Monsanto, che si adoperano affinché il Governo di Nuova Delhi adotti politiche a loro favorevoli.

Il Governo ha cercato di risolvere la situazione degli agricoltori facendo ricorso, alternativamente, alla concessione di ulteriori prestiti ed alla Minimum Support Price (MSP) policy. Soprattutto quest’ultima avrebbe potuto rappresentare una buona strategia per aiutare le famiglie ad uscire dalla trappola della povertà ma storicamente tale politica non è stata efficace in quanto non copriva i costi di produzione sostenuti dagli agricoltori. Le proteste di novembre infatti sono solo le ultime di molte altre. Durante il primo Governo Modi (2014-2019) possiamo ricordare le proteste nell’India centrale del 2017 e del 2018. La prima si svolse nello Stato del Madhya Pradesh in cui vennero uccisi dalla polizia 6 contadini che chiedevano l’annullamento dei debiti diventati insostenibili e denunciavano l’aumento dei costi di produzione.La seconda invece si svolse nello Stato di Maharashtra e le agitazioni di migliaia di agricoltori si trasformarono in una marcia verso Mumbai.

India-protesta-contadini-Sikh-2020 (2)
Proteste dei contadini in India del 27 novembre 2020 – Foto di Kawalpreet Kaur (Twitter: @kawalpreetdu)

La liberalizzazione del settore agricolo del governo Modi

Dal 1991 l’India ha iniziato un ampio programma di liberalizzazione a seguito di una grave crisi economica che ha colpito il paese. Come abbiamo detto il pacchetto di leggi adottato dal governo indiano segue questo percorso ma la riforma del settore agricolo era già parte dell’agenda politica del primo governo Modi. All’epoca però il governo, temendo contraccolpi politici in quanto gli agricoltori sono un fondamentale bacino di voti per ogni partito, ritirò momentaneamente le proposte per allentare le norme di acquisizione dei terreni. Nello specifico le tre leggi di liberalizzazione in materia agricola sono:

  1. The Farmers (Empowerment & Protection) Agreement of Price Assurance and Farm Services Bill (Potenziamento delle condizioni degli agricoltori e accordo di protezione della garanzia dei prezzi e dei servizi agricoli) che ha come obiettivi quello di far interfacciare gli agricoltori con grossisti, rivenditori, esportatori, ecc., in condizioni di parità e senza intermediari; di fissare i prezzi dei prodotti agricoli anche prima dei raccolti; di permettere all’agricoltore di accedere alla tecnologia moderna, a sementi migliori e ad altri fattori di produzione; di dare impulso alla ricerca e alle nuove tecnologie nel settore agricolo.
  2. The Essential Commodities Act (Amendment) Bill (l’emendamento alla legge per i beni essenziali) ha come obiettivo quello di rimuovere “i timori” degli investitori privati di un’eccessiva interferenza normativa nelle loro operazioni commerciali al fine di attirare maggiori investimenti  utili alla modernizzazione della catena di approvvigionamento alimentare. Il Governo così liberalizza il contesto normativo mantenendo la possibilità di regolamentare i prezzi dei beni alimentari in caso di guerra, carestia, calamità naturali o aumenti straordinari dei prezzi. L’idea sarebbe quella di creare un mercato competitivo che stimoli la competitività, evitando così lo spreco di cibo.
  3. Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Bill (promozione e agevolazione del commercio e dei traffici dei prodotti degli agricoltori) che ha come obiettivo quello di aumentare le condizioni atte a promuovere il commercio nazionale e internazionale senza barriere e promuovere il commercio al di fuori dei “Mandis” (mercati all’aperto dove si vendono i prodotti agricoli), attraendo in questo modo investimenti del settore privato.

Secondo il governo questo pacchetto di leggi è necessario per riformare il sistema agricolo indiano e consentire agli agricoltori la libertà di commerciare i propri prodotti liberamente. In questo modo, secondo il governo, abbattendo barriere fisiche e giuridiche, da un lato verrebbero attirati gli investimenti privati utili a potenziare la produzione agricola, dall’altro si stimolerebbe una maggiore competitività tra gli agricoltori, suscitando effetti positivi. Le riforme però sono state fortemente criticate sia dagli alleati che dagli oppositori del partito Bharatya Janata Party (BJP), il partito di cui è a capo Modi. Infatti, a seguito dell’adozione delle leggi, il partito Shiromani Akali guidato da Sukhbir Badal, storico alleato di Modi, ha abbandonato la coalizione di governo sostenendo che le leggi colpirebbero gli agricoltori e favorirebbero le grandi aziende.

I contadini, da parte loro, hanno sollevato molteplici dubbi riguardo alle leggi e hanno affermato di non essere stati consultati. Gli agricoltori indiani definiscono il contatto diretto con esportatori, grossisti, etc., come “agricoltura su contratto” in quanto i contadini dovrebbero contrattare i prezzi del raccolto ancor prima del raccolto stesso. Il dubbio è inerente al “se” i piccoli agricoltori saranno in grado di determinare questi prezzi. Altri due temi di scontro sono: Minimum Support Price (MSP) e la questione dei Mandis.

Per quanto riguarda il Minimum Support Price (MSP) si tratta di un prezzo minimo per la vendita garantito dal governo, una sorta di salario minimo per gli agricoltori. I contadini temono che uno degli effetti delle leggi sia quello di fermare questo meccanismo in modo da costringere gli agricoltori a vendere i propri prodotti a prezzi scelti dalle aziende.

Per quanto riguarda i Mandis la preoccupazione è che, se gli agricoltori dovranno vendere i propri prodotti al di fuori di questi contrattando i prezzi con le aziende private, cessino di funzionare. La preoccupazione deriva dal fatto che questi mercati all’aperto permettono agli agricoltori di vendere i propri prodotti direttamente a punti di raccolta nei centri rurali senza dover pagare tasse aggiunte oltre a quelle previste dal governo locale, che di fatto è direttamente o indirettamente il maggior acquirente e distributore dei prodotti. Per esempio, negli stati del Punjab e dell’Haryana i rispettivi governi locali arrivano ad acquistare fra il 75% e l’ 85% dei cereali ad un prezzo calmierato e con tasse i cui proventi finiscono nelle casse degli stati locali, lontani dalla capitale. Di fatto, si tratta di agenzie pubbliche che garantiscono conservazione, stoccaggio e distribuzione delle derrate agricole.

In generale, tutti gli oppositori di queste leggi – siano essi politici o contadini – lamentano che le stesse siano state emanate al solo vantaggio di alcune grandi aziende legate da interessi particolari e personali al mondo politico. Il sistema adoperato fino ad oggi ha molti difetti ma ha garantito che gli agricoltori venissero pagati in anticipo dallo Stato. Il timore ora è che, con il nuovo schema proposto dal Governo Modi, tutto il mercato finisca nelle mani di gruppi monopolistici. Si teme che i Mandis fatichino a competere con i grandi gruppi in un mercato concorrenziale. Si teme uno sfruttamento degli agricoltori da parte delle aziende. Si teme che queste persone non avranno più un’entrata annuale minima. In questo modo aumenteranno i debiti, aumenterà la disoccupazione e la povertà. Aumenteranno i suicidi. Tutto questo a favore di chi?

Tra i maggiori “indiziati” vi sono Mukesh Ambani e Gautam Adani, amici e sostenitori di vecchia data di Narendra Modi. Si tratta di due multimiliardari: il primo è l’uomo più ricco dell’India e dell’Asia ed è a capo della Reliance Industries, una delle più grandi società finanziarie indiane con specifici interessi in molteplici settori tra cui quello agricolo; il secondo è a capo di un’altra società molto importante nota come Adani Group ed è stato accusato in più occasioni di aver ricevuto benefici da Modi per accrescere la propria rete aziendale nel Paese.

Come abbiamo visto la questione agricola indiana rappresenta una grande sfida a livello numerico e politico. Si tratta sicuramente della più grande sfida che il governo Modi si trova ad affrontare dall’inizio del suo secondo mandato nel 2019. Tale sfida potrebbe creare ulteriori tensioni con il Punjab e far sanguinare ferite ancora aperte.

Il Punjab, la situazione dei Sikh e l’agricoltura

Il Punjab è stato il primo paese a ribellarsi contro le proposte di legge del governo Modi ed è in prima linea per quanto riguarda le proteste. Occorre però notare che all’interno dello scacchiere indiano è molto importante la tensione che intercorre tra il governo centrale e il Punjab per quanto riguarda la comunità Sikh che, secondo il “population census” del 2011, costituisce il 58% della popolazione di questo Stato.

L’attuale Punjab si trova in una posizione strategicamente e geopoliticamente nevralgica, al confine con il Pakistan e la valle del Kashmir, regione di fatto ancora contesa tra Cina, India e Pakistan. In generale, poi, il ruolo dei movimenti religiosi è molto importante nei rapporti geopolitici e nei rapporti di unificazione all’interno di uno stato ma, nello scenario delle proteste in commento, la questione del Punjab assume maggiore rilevanza e desta preoccupazioni per il futuro.

La questione dei Sikh nella seconda metà del ‘900 si è mossa in uno scenario di scontro tra le frange estremiste della comunità e la violenze di Stato, spesso i Sikh vengono definiti dal Governo indiano come “Terroristi”. Ad oggi il Sikhismo non è riconosciuto legalmente come una religione distinta dall’Induismo, invalidando dunque molti riti e pregiudicando il diritto alla libertà religiosa. Per quanto riguarda il matrimonio nel 2012 è stato però (re)introdotto l’Anand Marriage Act (inizialmente introdotto dai Britannici nel 1909 ma mai pienamente applicato) che di fatto da riconoscimento ai matrimoni secondo rito Sikh in India, non facendoli quindi più rientrare sotto l’Hindu Marriage Act. A ciò si aggiunge il fatto che, secondo il centro asiatico per i diritti umani, dal 2002 al 2008 circa 4 Sikh al giorno sono morti o sono stati uccisi sotto la custodia della polizia; secondo una relazione dell’amministrazione correzionale del Punjab almeno il 50% delle forze dell’ordine hanno utilizzato forme di tortura fisica o psicologica sui detenuti. La situazione quindi non è facile per i Sikh e i problemi legati alle nuove leggi potrebbe acuire le tensioni.

Il Punjab è si uno degli stati più piccoli dell’India (occupa l’1,5% di tutto il territorio) ma è uno dei principali granai del Paese. Il Punjab infatti è uno Stato storicamente dedito all’agricoltura e, grazie alla rivoluzione verde, è lo Stato leader dello sviluppo agricolo. Secondo i dati dell’Agro-economic Research Centre (AERC), nel corso del Biennio 2015/2016 questo piccolo Stato ha contribuito alla produzione del 14% dei cereali, del 27% di riso e del 46% di grano della produzione totale indiana. Nel solo 2019 ha prodotto il 35,5% di cotone, corrispondente al 2% della produzione mondiale. Recentemente, però, si è notato un calo della produttività dei terreni. Infatti, se la rivoluzione verde – attraverso l’uso di fertilizzanti e la coltura intensiva – ha aiutato il Punjab a diventare uno dei pilastri agricoli dell’India, ad oggi è la principale causa della sempre maggiore carenza dei nutrienti del suolo. Alla crescente sterilità del terreno si accompagnano poi gli effetti di coltivazioni come riso e cotone. Queste infatti sono colture ad alta intensità d’acqua e sono già responsabili dell’esaurimento di alcune falde acquifere dello Stato.

Dal futuro del settore agricolo del Punjab dipende direttamente il 36% della forza lavoro dello Stato e indirettamente la popolazione rurale che ammonta al 62% della popolazione totale. La preoccupazione tra gli agricoltori e la comunità Sikh sta aumentando. Ci si chiede quale futuro si prospetta se dovessero aumentare le tensioni e le vessazioni all’interno di questo territorio.

Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

Fonti e approfondimenti

Agro-Economic Research Centre, Department of Economics and Sociology, Punjab Agricultural University  – AERC Study No. 44, Punjab state agricultural Profile (2017)

Al Jazeera – Indian farmers continue anti-farm bills protests

ECONOMIC  ADVISER  TO  GOVERNMENT,  PUNJAB – Statistical abstract of Punjab (2019)

Government of India, Ministry of agriculture & Farmers Welfare – Agricultural Statistics at a Glance 2018

Government of Punjab

IARI – La protesta degli agricoltori indiani paralizza l’India e il destino politico di Modi

India Census 2011 – Religion Census, Sikh

Limes – Il Sikhismo e la questione del Punjab

Sicurezza internazionale – India: agricoltori in protesta mettono sotto assedio Nuova Delhi

The New York Times – India Elections 2019: Farmers Are Hurting and Millions Are Voting

Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Leave a comment
scroll to top