Kibera, Kenya: lo slum più grande d’Africa

Kibera si trova nella periferia di Nairobi, in Kenya, ed è tra i 10 slum più grandi del mondo, posizionandosi al secondo posto con 2,5 milioni di abitanti stimati. Vivere in uno slum è la realtà quotidiana di 1,6 miliardi di persone nel mondo e circa il 60% della popolazione di Nairobi vive in insediamenti informali.  

Kibera deriva da una parola nubiana che significa “foresta” e, secondo i dati del Kenya Population and Housing Censuns del 2009, è composto da 12 villaggi, affermandosi come lo slum più grande di tutta l’Africa. Data l’estrema povertà dell’insediamento, le condizioni igienico-sanitarie sono critiche e si registra un’elevata percentuale di malati di HIV. 

La storia dello slum di Kibera 

Lo slum di Kibera nacque nel 1912 quando il governo coloniale britannico fondò un insediamento per 600 soldati Nubiani, facenti parte del reggimento Kings African, e le loro famiglie.  

Durante gli anni ’30 l’amministrazione di Nairobi revocò temporaneamente tutti i permessi abitativi e chiese agli abitanti di Kibera di dare prova della loro discendenza nubiana. A coloro che provarono tale discendenza venne concesso il titolo di Tenant of the Crown che garantiva il diritto a risiedere a Kibera, diritto che però poteva essere revocato attraverso una decisione unilaterale delle autorità. Da questa situazione di incertezza sui diritti di proprietà ne conseguì che a Kibera non poterono essere edificate abitazioni in mattoni od in cemento, trasformandosi progressivamente in uno slum dove risiedeva (e risiede tuttora) la fascia sociale meno abbiente della capitale kenyota.  

Se i coloni originari erano i nubiani del confine tra Kenya e Sudan, attualmente questi occupano circa il 15% di Kibera, sono per lo più musulmani e nella maggior parte dei casi proprietari delle baracche. Gli altri proprietari delle baracche sono per lo più Kikuyu, la tribù di maggioranza a Nairobi, anche se non vivono lì. La maggior parte degli inquilini di Kibera provengono dall’ovest del Kenya e sono Luo, Luhya e Kamba. A causa di questa composizione, nello slum di Kibera ci sono molte tensioni tribali – in particolare tra i Luo e i Kikuyu – tra proprietari ed affittuari e tra chi ha e chi non ha lavoro.  

A ciò si aggiunge che sovente il Governo cerca di sfrattare gli abitati di questo slum. Nell’agosto 2018, ad esempio, sono state demolite le abitazioni di circa 30 mila persone con appena due settimane di preavviso per far posto ad una strada ad alto scorrimento per collegare il centro alla periferia ovest di Nairobi. Per chi ha subito lo sfollamento non è stato previsto alcun indennizzo perché non si trattava degli ufficiali proprietari dei terreni. I funzionari keniani hanno infatti dichiarato che le persone che vivevano in quella zona risiedevano lì illegalmente.  

Le autorità negli ultimi anni hanno avviato la costruzione di strade, ponti e cavalcavia con l’obiettivo di decongestionare il traffico ma, come sta succedendo in altre regioni del Kenya, a subire le drammatiche conseguenze di questi cambiamenti strutturali sono i più poveri. Se teniamo conto che nello slum solo un quarto degli studenti frequenta scuole “ufficiali” è ancora più drammatica la notizia che questa nuova rete autostradale rischia di demolire l’unica scuola esistente a Kibera. Questa è gestita dai residenti ma provvede inoltre a fornire cibo, sicurezza e rifugio ai bambini dello slum

Vivere a Kibera 

A Kibera il governo possiede la proprietà di tutta la terra: solo il 10% degli abitanti sono proprietari e molti di queste possiedono più baracche che affittano agli inquilini. Di conseguenza il restante 90% dei residenti è costituito da affittuari senza diritti.  

La dimensione media di una baracca a Kibera è di 4m x 4m e sono costruite con muri di fango, un tetto di lamiera ed un pavimento di terra o cemento. Spesso una baracca ospita fino a 8 persone ed in molti dormono per terra. A ciò si aggiunge che solamente il 20% dello slum è provvisto di elettricità e UN-habitat sta cercando di fornire l’illuminazione stradale, quella necessaria per garantire la sicurezza all’interno dello slum e l’allaccio alle baracche in alcune parti di Kibera. 

Fino a poco tempo fa Kibera era completamente sprovvista di acqua e questa doveva essere raccolta dalla diga di Nairobi che, non essendo potabile, è stata spesso causa di epidemie di tifo e colera. Attualmente ci sono due condotte d’acqua principali fornite rispettivamente dal Consiglio comunale e dalla Banca Mondiale.  

Nella maggior parte dello slum inoltre non ci sono servizi igienici ed una stessa latrina viene spesso condivisa da 50 baracche. Una volta piena i giovani di Kibera sono coloro che provvedono a svuotare la latrina e portare il contenuto al fiume poiché le autorità sono del tutto assenti anche in questo caso. 

Lo slum di Kibera è poi sprovvisto di cliniche ed ospedali governativi, pertanto ad offrire supporto medico sono organizzazioni come AMREF, Medici senza frontiere o le varie Chiese.  

Tutte le persone sono incoraggiate a fare un test HIV gratuito e, se positivo, a prendere gratuitamente le medicine generiche antiretrovirali. Oltre ai problemi legati all’HIV, le associazioni attive a Kibera devono fronteggiare quelli relativi all’alcool, alle droghe ed all’aborto. Nello slum è molto diffuso il Changaa, un alcolico al 50% che se fatto in modo scorretto è molto ricco di metanolo, che, data l’alta disoccupazione a Kibera, viene bevuto fin dalle prime ore del mattino causando fenomeni di violenze, crimine o stupro. Analogamente le droghe sintetiche e l’aspirazione della colla sono un problema crescente, alla base di numerose nuove dipendenze all’interno dello slum. Inoltre, a causa degli stupri e dello scarso utilizzo del preservativo, circa il 50% delle ragazze tra i 16 e i 25 anni rimane incinta. Essendo per lo più gravidanze indesiderate, molte donne ricorrono all’aborto che, in particolare in una zona povera come quella di Kibera, può costituire un grave pericolo per la donna poiché svolto senza un’adeguata assistenza medica.  

Per tutti questi motivi, l’aspettativa di vita a Kibera è di soli 30 anni

Il pericolo Covid-19 nello slum di Kibera 

All’inizio della pandemia Covid-19 molti timori per coloro che vivevano in slum come Kibera riguardavano la potenziale rapida diffusione del virus a causa dell’alta densità di popolazione, le scarse condizioni sanitarie e la grave mancanza di strutture. Seppur queste siano preoccupazioni legittime, una volta attuate le misure per fronteggiare la pandemia si è palesata un’altra importante minaccia: la fame. 

Da marzo 2020, quando è stato annunciato il primo caso di Coronavirus in Kenya, la vita di molti abitanti delle baraccopoli è diventata ancora più dura. Le restrizioni hanno fatto sì che la gran parte del lavoro, ma soprattutto del lavoro occasionale ed informale su cui la gente contava per sopravvivere, si contraesse fino a sparire. Di fatti molte persone sono rimaste senza reddito e di conseguenza senza la possibilità di comprare gli alimenti necessari. Nello slum di Kibera la minaccia della fame è diventa ancora più grande di quella del Covid-19. 

Anche in questo caso l’operato delle associazioni è stato fondamentale per la vita nello slum. Ad esempio Concern worldwide ha cercato di fornire servizi di emergenza vitali per curare i bambini malnutriti ed ha favorito trasferimenti di denaro in modo che le famiglie potessero avere accesso a beni essenziali come il cibo, l’affitto ed il sapone per prevenire la diffusione del coronavirus. A questi si aggiunge il lavoro della Catholic Agency for Overseas Development (CAFOD) che ha fornito sostegno per tre mesi consecutivi a 75 famiglie in tre parrocchie che presenti nello slum di Kibera. Questi programmi però sono hanno avuto una durata brevissima, a riprova di come gli abitanti dello slum siano stati dimenticati dal governo e continuino ad essere discriminati ed emarginati perché soventemente accusati di risiedere lì illegalmente. 

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Fonti e approfondimenti 

J.L. Baker, Climate Change, Disaster Risk, and the Urban Poor : Cities Building Resilience for a Changing World. Urban Development, Banca Mondiale, 2012. 

Habitat for Humanity Great Britain, The word’s Largest slums: Dharavi, Kibera, Khayelitsha & Neza

Africa Rivista, Perchè lo slum di Kibera è sotto sfratto?, 6 agosto 2018. 

African Population and Health Research Center (APHRC), Population and Health Dynamics in Nairobi’s Informal Settlements: Report of the Nairobi Cross-sectional slums Survey, 2012. 

Concern worldwide, Kibera: a look inside Africa’s largest slum, 26 novembre 2020. 

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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INCHIESTA SUL CAMPO PROFUGHI DI KAKUMA: inferno terrestre per i migranti LGBTQ+

Per questo approfondimento abbiamo intervistato Tobias Pellicciari, Direttore di International Support – Human Rights “Migration and Asylum Program in Europe”. Tobias lavora da anni nel settore dell’accoglienza di migranti e rifugiati in Europa, con una particolare attenzione alle minoranze sessuali. Grazie alla sua esperienza ed alle interviste ad alcune delle vittime svolte dal team di LMPride, in questo articolo di inchiesta siamo in grado di restituire un quadro completo di quelle che sono le condizioni in cui i migranti LGBTQ+ sono costretti a vivere in Kenya. Ci focalizziamo in particolar modo sul campo profughi di Kakuma, gestito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati – anche noto come UNHCR. Noi di Large Movements abbiamo già raccontato di come l’omofobia in Kenya sia una problematica tuttora presente in qualsiasi strato ed aspetto della società e del vivere civile e di come la comunità LGBTQ+ kenyota sia fortemente stigmatizzata ed emarginata. In questa intervista invece, vogliamo far luce sulle condizioni di migranti e richiedenti asilo che, scappati dal proprio Paese di origine, per lo più dall’Uganda, vengono discriminati in ragione del proprio orientamento sessuale ed identità di genere. Anche questi richiedenti vengono ospitati all’interno del campo profughi gestito da UNHCR a Kakuma. Fotografia dell’area Kakuma si trova nell’area nordoccidentale del Kenya, precisamente nella contea di Turkana, nella Rift Valley. Il campo profughi che si trova vicino alla città è stato fondato nel 1992 per ospitare 16.000 tra ragazzi e ragazze in fuga dalla guerra in Sudan. Oggi ospita più di 200.000 persone, diventando così uno dei campi profughi più grande al mondo. L’area in cui il campo sorge è prevalentemente arida e fortemente soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici, che rendono quasi del tutto incoltivabili i terreni, sempre più minacciati dall’avanzamento del deserto. Il campo profughi di Kakuma è stato allestito in una zona isolata e fuori dai centri di aggregazione della città perché, a detta del governo keniota, in questo modo si tutela la sicurezza sia della popolazione locale che degli ospiti del campo. Questo rende ancor più difficile per rifugiati e richiedenti asilo che si trovano a Kakuma poter accedere a tutta una serie di servizi essenziali (ospedale, impiego ecc…). Per di più, le condizioni di vita all’interno del campo sono al limite – se non al di sotto – di ogni standard minimo di dignità umana: ci sono spesso infestazioni di insetti, il cibo scarseggia e la situazione igienico-sanitaria è al collasso. Le già ostiche condizioni di vita delle persone residenti a Kakuma, si complicano ancora di più, se ci si focalizza sulla comunità LGBTQ+ e sugli ospiti del campo che attendono l’asilo. Molte di queste persone, anche se non tutte, sono ospitate in settori separati (denominati anche “blocchi”) rispetto al restante dei residenti di Kakuma, per meglio garantirne la sicurezza – a detta del personale dell’UNHCR. Cosa vuol dire vivere a Kakuma per una persona LGBTQ+ Secondo i ragazzi intervistati, l’ulteriore isolamento in cui versa la comunità LGBTQ+ presente a Kakuma ha aggravato le condizioni di vita di questa categoria vulnerabile di migranti. L’averli posti in blocchi separati infatti, li ha resi più visibili e, quindi, più facilmente riconoscibili dagli altri ospiti in quanto LGBTQ+. Questi ultimi provengono molto spesso dagli stessi Paesi di origine dei richiedenti queer – prevalentemente Uganda e Somalia – quindi sono portati a mettere in atto gli stessi comportamenti omofobi, le stesse violenze e le vessazioni che hanno spinto gli ospiti LGBTQ+ di Kakuma a lasciare la propria terra. Rendendoli maggiormente visibili – confinandoli tutti nella stessa area – dunque, l’UNHCR avrebbe aumentato di fatto il rischio per i migranti LGBTQ+ di subire persecuzione e violenza. Questi atti violenti e brutali sono perpetrati all’ordine del giorno all’interno del campo di Kakuma e tutte le vittime con le quali abbiamo parlato lamentano di non aver ricevuto una vera e propria protezione da UNHCR che, molto spesso, non risponde alle loro richieste di aiuto e/ tutela. La situazione non è migliore per coloro che non risiedono nei blocchi separati. Questi ultimi, infatti, sono comunque noti agli altri ospiti come persone queer e sono soggetti agli stessi attacchi ed alle stesse violenze. Molti migranti LGBTQ+ di Kakuma si sono ritrovati a vivere fuori dalle baracche, dormendo all’aria aperta per proteggersi a vicenda, se non addirittura per strada a Nairobi. In questo modo si sentono comunque più sicuri rispetto a dormire negli alloggi loro assegnati nel campo. Molto spesso tra loro ci sono donne lesbiche con i loro figli, anche loro vengono sottoposti alle stesse violenze subite dalle loro madri. La decisione di dormire all’esterno arriva dopo una serie di roghi appiccati dagli altri residenti agli alloggi dei migranti queer, mentre gli stessi dormivano all’interno. Emblematico, come la situazione sia fuori controllo all’interno del campo e delle gravi mancanze del personale di UNHCR nella tutela di questa categoria vulnerabile di migranti, fu il caso del rogo del 15 marzo 2021, nel quale due ragazzi omosessuali sono stati bruciati vivi da altri residenti del campo di Kakuma. Per due lunghi giorni, UNHCR non ha neanche fornito una vera e propria assistenza sanitaria alle vittime dell’incendio, rimasti nel campo senza nemmeno avere accesso ad appropriate cure mediche. Dopo una fortissima pressione da parte di International Support – Human Rights, UNHCR ha trasferito i due ragazzi in ambulanza in un ospedale distante 125km da Kakuma, nonostante il personale stesso dell’ambulanza e la comunità locale avessero indicato l’ospedale di Nairobi come l’unico equipaggiato per curare la tipologia di ustioni riportate dai due ospiti. Finalmente, il 18 marzo, UNHCR – su pressione della Commissione Europea, allertata da Tobias – ha trasportato le vittime all’ospedale di Nairobi in eliambulanza. Purtroppo, uno dei due ragazzi è morto a seguito delle gravissime ustioni riportate e, soprattutto, della mancata assistenza medica tempestiva ed adeguata. L’unica dichiarazione rilasciata da UNHCR a seguito di questa tragedia risale a quasi un mese dopo ed è consistita in una generica richiesta alle autorità kenyote di investigare. Le indagini hanno immediatamente portato al riconoscimento dell’aggressore, che però ad oggi è ancora a

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La voce queer di Kakuma: la storia di G.

Nei nostri articoli precedenti abbiamo parlato delle condizioni della comunità LGBTQ+ in Kenya e delle violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno del campo profughi di Kakuma.  Abbiamo poi raccolto la testimonianza di J, il primo caso del nostro approfondimento sulle violazioni di diritti umani all’interno di Kakuma, e la testimonianza di A, donna lesbica ospite di Kakuma. Proseguendo, dunque, l’inchiesta che Large Movements APS sta portando avanti insieme ad International Support Human Rights, in questo articolo analizzeremo la situazione specifica di G., nome di fantasia di un ragazzo LGBTQ+ di Kakuma con il quale abbiamo avuto modo di parlare.  Come riportato nei casi precedenti, anche G. ha dichiarato di aver lasciato il suo Paese d’origine in seguito alle diverse aggressioni subite a causa della sua sessualità e di aver cercato rifugio nel vicino Kenya. La speranza di poter vivere lontano dalla paura e dalle violenze subite in quella che un tempo chiamava “casa”, è stata la sua bussola che lo ha guidato lungo il suo viaggio, ma la vita a Kakuma si è rivelata molto più terribile di quanto potesse immaginarsi.  La breve permanenza a Kakuma  G. è un cittadino ugandese. È fuggito dal suo Paese quando la vita in patria era diventata insopportabile dopo diverse aggressioni subite a causa della sua sessualità. È arrivato a Kakuma nell’aprile 2020 ed è ripartito un anno dopo, nell’aprile 2021, quando le condizioni di vita all’interno del campo erano diventate molto rischiose, essendosi trovato a vivere numerosi attacchi violenti, insieme a tutta la comunità LGBTQ+ di Kakuma: è stato quasi dato alle fiamme nel maggio del 2020 ed hanno cercato di avvelenarlo due volte. Non sorprende quindi che G. descriva le condizioni all’interno del campo di Kakuma come “orribili”. La negligenza della polizia e dello staff UNHCR  G. ha dichiarato di aver denunciato alla polizia e al personale dell’UNHCR ogni volta che è stato oggetto di un’aggressione. Tuttavia, tutte le e-mail che ha scritto sono state ignorate al punto che nell’aprile 2021 è stato costretto a fuggire per salvarsi la vita dopo essere sopravvissuto all’ennesima aggressione.  Ci ha inoltre riferito che al suo arrivo è stato scelto come portavoce delle persone LGBTQ+ a Kakuma. Ed è proprio per questo suo stretto contatto con le altre persone all’interno del campo che può assicurare che ogni persona queer che conosce ha sperimentato la stessa negligenza da parte delle autorità e del personale dell’UNHCR. Intimidazioni, minacce e detenzioni arbitrarie sono mezzi spesso usati per opprimere la comunità LGBTQ+ a Kakuma e costringerla al silenzio, tanto che G. afferma che molti rapporti dell’UNHCR dal Kenya condividono informazioni e dati che non sono affatto affidabili né vicini alla verità del campo, perché tali informazioni sono il risultato dell’uso della forza sui rifugiati LGBTQ+, confermando che Kakuma non è un luogo sicuro per le persone queer e che queste hanno bisogno e meritano protezione internazionale e di essere trasferite il prima possibile. La discutibilità della gestione dei ricollocamenti Anche la gestione dei ricollocamenti è discutibile. I ricollocamenti sono così importanti per le persone LGBTQ+ di Kakuma perché, innanzitutto, danno loro speranza. La speranza di vivere e amare liberamente, di essere la persona che sono e di diventare membri produttivi della società. Soprattutto, il ricollocamento significa libertà e sicurezza per G. e per coloro che a Kakuma vivono ancora oggi nella paura, incapaci di muoversi liberamente anche quando vengono attaccati. Anche se G. non ne ha mai fatto richiesta, in quanto secondo lui un trasferimento era implicito nella sua domanda di asilo, dato che il Kenya è un Paese ostile per le persone queer, ci ha raccontato come è stata gestita la situazione dei ricollocamenti mentre si trovava nel campo: all’inizio, l’UNHCR ha detto loro che c’erano pochi posti disponibili per il reinsediamento e che non erano in grado di trasferirli tutti. Poi, col pretesto dell’emergenza sanitaria da Covid-19, hanno ritardato i trasferimenti ma dallo scoppio della pandemia i ricollocamenti non sono ancora avvenuti. Inoltre, i ricollocamenti sono stati usati come arma dal governo keniota e talvolta dal personale dell’UNHCR contro i membri più attivi e vocali della comunità LGBTQ+ che hanno cercato di denunciare le violazioni che avvenivano nel campo. Sostanzialmente, coloro che cercavano di denunciare le condotte gravissime a Kakuma, come G., sono stati minacciati di non essere mai trasferiti. Nel giugno 2021, dopo la morte dell’attivista 22enne Chriton Atuhwera nel campo di Kakuma avvenuta due mesi prima, G. e le persone LGBTQ+ all’interno del campo hanno lanciato una petizione all’UNHCR chiedendo protezione e di essere trasferiti. Gli agenti dell’UNHCR hanno risposto con intimidazioni a coloro che volevano aderire alla petizione, dicendo che sarebbero stati rimpatriati se avessero firmato. “Non si tratta solo di stare zitti, ma loro sono stati proattivi nel mettere a tacere la comunità LGBTQ+”, ha affermato in merito G. Se ti è piaciuto l’articolo, condividi!

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UNITI PER KAKUMA

Nella primavera del 2022 International Support – Human Rights e Large Movements APS hanno deciso di unire le proprie competenze specifiche per portare avanti una campagna di advocacy quanto più possibile estesa per sensibilizzare l’opinione pubblica ed i decisori politici sulle condizioni di vita dei richiedenti asilo e dei rifugiati LGBTQ+ in Kenya. Spiegazione partenariato e ruoli L’Organizzazione International Support – Human Rights, è impegnata da oltre 10 anni nella tutela e salvaguardia dei diritti dei rifugiati LGBTQ+ del Kenya e dal 2018, con l’aiuto dei suoi partner e le pressioni internazionali, è riuscita a reinsediarne una parte. L’associazione ha da sempre lavorato a stretto contatto con il personale UNHCR, cercando di indirizzare l’Agenzia verso il cambiamento per garantire maggiore sicurezza per gli ospiti LGBTQ+ dei suoi campi. International Support – Human Rights si è fatta tramite delle richieste di questa categoria vulnerabile di richiedenti con il Parlamento Europeo ed ha agevolato l’adozione della Risoluzione del 2021 presentata alla Plenaria di Strasburgo. In questo testo, i Paesi europei si sono impegnati a sostenere il Kenya per migliorare le condizioni di accoglienza nei due campi profughi più grandi dell’Africa. L’Organizzazione, inoltre, è sempre stata in prima linea anche durante le emergenze, inviando soccorsi e richiedendo indagini mirate, come nel caso dell’incendio del 2021 in cui purtroppo ha perso la vita un giovane rifugiato della comunità LGBTQ+. La decisione di collaborare con questa associazione deriva direttamente dalla mission più ampia di Large Movements APS: creare un network sempre più esteso e solido di associazioni che condividono la stessa metodologia operativa, così da promuovere quel cambio di narrativa – non più demandabile – riguardante il mondo della cooperazione internazionale e dell’inclusione sociale. Questa condivisione metodologica passa anche dalla capitalizzazione delle best practices sviluppate sul campo da altre associazioni, consentendo così di estrapolare lezioni importanti per poter realizzare progetti che abbiano un impatto sociale sempre maggiore. Per di più, dal momento che uno dei nostri obiettivi a lungo termine è quello di stimolare il dialogo tra istituzioni ed i beneficiari diretti delle politiche migratorie così da realizzare proposte di legge, di intervento o progetti che tengano conto dei bisogni reali delle comunità coinvolte, l’esperienza di International Support – Human Rights in tal senso si rivela fondamentale anche per la formazione e crescita professionale del nostro team. Nel pieno rispetto della sinergia di lavoro, Large Movements APS ha messo da subito a disposizione del partenariato le proprie competenze in materia di infotainment e di progettazione, così da dar vita ad una strategia di advocacy quanto più possibile innovativa e creativa. FASE I: Ricerca ed analisi Grazie al lavoro comune, nell’ultimo anno siamo stati in grado di: Analizzare la normativa internazionale che si applica a questa tematica; Reperire informazioni sulla situazione attuale in Kenya per la comunità LGBTQ+ attraverso le interviste ai vari attori coinvolti (personale UNHCR, ONG attive sul territorio, rifugiati e richiedenti asilo LGBTQ+, giornalisti d’inchiesta operanti in Kenya, personale polizia kenyota); Raccogliere sufficienti prove per circostanziare i racconti dei rifugiati e richiedenti asilo LGBTQ+ in merito alle violazioni dei diritti umani che sono costretti a subire Di seguito, il risultato di questa prima fase di attività. Quadro normativo di riferimento Come premesso, abbiamo avuto modo di raccogliere molte testimonianze e molto materiale che documenta la scarsa protezione della comunità LGBTQ+ residente nel campo di Kakuma, alla luce del quale possiamo affermare che ci sia poca tutela per la categoria delle persone vulnerabili. Soprattutto con riferimento alle donne lesbiche, i loro bambini, le persone queer disabili e le persone trans, categorie queste maggiormente esposte a violenze e soprusi. I rifugiati della comunità LGBTQ+ subiscono abitualmente violenze ed attacchi. Tutto questo viola sia la Convenzione sullo Status di rifugiato dell’Onu, che ogni convenzione sottoscritta dal Kenya. Tutte infatti, riconoscono uguali diritti, inalienabili per tutti gli uomini. poiché tali diritti derivano dalla dignità intrinseca della persona umana. Per agevolare la piena comprensione della gravità della situazione sul terreno kenyota, si citano alcuni articoli e Convenzioni contenenti i principi fondamentali che lo stesso Kenya ha riconosciuto come applicabili a qualsiasi individuo: L‘articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e l‘articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, i quali prevedono che nessuno può essere sottoposto a tortura e/o a trattamenti crudeli, inumani o degradanti o punizioni; la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (Mar 1984) – che stabilisce una serie di norme e principi per eliminare la discriminazione contro le donne in tutte le forme, sia nella vita privata che in quella pubblica -e la Convention on the Rights of the Child (Jan/Jul 1990) – stabilisce i diritti fondamentali dei bambini e delle bambine, compresi il diritto alla vita, alla salute, all’educazione e all’espressione libera; la Carta Africana dei Diritti dell’uomo e dei popoli, sottoscritta dal Kenya insieme agli Stati membri dell’Organizzazione dell’Unità Africana. In questa Convenzione si riconosce che: (i) i diritti umani fondamentali derivano dalle azioni degli esseri umani; (ii) il loro rispetto è essenziale alla garanzia di una vita dignitosa; (iii) la protezione internazionale è strumento fondamentale per l’effettivo godimento degli stessi da parte di tutti; (iv) si ribadisce l’adesione di tutti gli Stati firmatari a tutti i principi dei diritti e delle libertà dell’uomo e dei popoli contenuti nelle Dichiarazioni, nelle Convenzioni e negli altri strumenti adottati dall’Organizzazione dell’Unità Africana, dal Movimento dei Paesi Non Allineati e dalle Nazioni Unite. L’articolo 2 della Carta sopracitata afferma “Ogni individuo ha diritto al godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti e garantiti nella presente Carta, senza distinzione alcuna di razza, etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di altra natura, origine nazionale e sociale, fortuna, nascita o qualsiasi status”. Per completezza si potrebbero aggiungere l’orientamento sessuale e l’identità di genere – in perfetta armonia con le Linee Guida dell’UNHCR sulla definizione di gruppo sociale – ma anche senza questa specifica, il testo dell’articolo appare chiarissimo; L’articolo 7 della stessa Carta afferma che “Ogni individuo deve essere uguale davanti alla legge.  Ogni individuo ha diritto

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La voce queer di Kakuma: la storia di J.

Nei nostri due precedenti articoli abbiamo parlato dei diritti LGBTQ+ in Kenya e delle violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno del campo profughi di Kakuma.  Proseguendo, dunque, l’inchiesta che Large Movements APS sta portando avanti insieme ad International Support Human Rights, in questa sezione di approfondimento cercheremo di analizzare la situazione specifica di J., nome di fantasia di uno degli ospiti gay di Kakuma con i quali abbiamo avuto modo di parlare.  Come tanti altri che vivono a Kakuma, J. ha lasciato il suo Paese d’origine a causa delle discriminazioni subite da amici e familiari in ragione della sua omosessualità, per cercare rifugio nel vicino Kenya. Speranza e desiderio di libertà lo hanno accompagnato lungo il suo viaggio, ma la realtà delle cose si è rivelata molto più cruda e dura di quanto potesse immaginarsi. La testimonianza di J. Durante l’intervista, J. ha utilizzato frequentemente le parole contenute nella cosiddetta “Word Cloud” (letteralmente “nuvola di parole”) rappresentata di seguito. Le parole più evidenti sono quelle che J. ha utilizzato con maggiore frequenza durante l’intervista. Come possiamo notare facilmente, questi vocaboli ci restituiscono una fotografia particolarmente amara della cruda realtà che J. e gli altri ospiti LGBTQ+ di Kakuma sono costretti a sopportare:  Arrivo a Kakuma. J. è un cittadino ugandese, costretta a scappare dal suo Paese in quanto, a causa della sua omosessualità, ha subito violenze da parte di amici, familiari e dal governo nazionale. È fuggito così in Kenya ed è arrivato a Kakuma il 3 marzo 2020. Una volta lì, l’amministrazione del campo gli ha confiscato il passaporto e la carta d’identità nazionale che, ad oggi, non gli è stata ancora restituita. Successivamente, è rimasto per 20 giorni nell’area di prima accoglienza per poi essere successivamente trasferito all’interno del campo vero e proprio. Già nell’area di accoglienza, J. racconta di aver ricevuto le prime minacce di morte da parte di altri rifugiati che lo hanno spaventato a tal punto da ricordare ancora la grandissima paura provata al momento del trasferimento nel campo di Kakuma con il resto degli ospiti. L’incendio e le prime violenze. Il 13 aprile la casa in cui alloggiava è stata data alle fiamme e, dopo essere svenuto a causa del fumo, J. è stato portato all’ospedale del campo dalla polizia, risvegliandovisi il giorno successivo. Qui ci racconta di essere stato molestato dal personale dell’ospedale, i quali sostenevano che non sarebbe avvenuto alcun rogo se le persone LGBTQ+ non vivessero a Kakuma. Il giorno dopo l’incidente alcuni membri dello staff di UNHCR e del governo kenyota si sono recati sul posto per valutare la situazione, assicurando a J. che avrebbero agito quanto prima contro i responsabili. Ad oggi, J. è ancora in attesa di aggiornamenti circa lo stato delle indagini.  Poche settimane dopo, continua l’intervistato, mentre lui ed alcuni suoi compagni stavano raccogliendo l’acqua, sono stati aggrediti e picchiati da alcuni cittadini etiopi ospiti del campo. Gli aggressori sostenevano che gli ospiti omosessuali di Kakuma non potessero bere la loro stessa acqua, altrimenti li avrebbero contaminati. Anche in questo caso, J. ha denunciato l’aggressione alla polizia del campo, che gli ha assicurato che avrebbe avviato delle indagini e che avrebbe richiamato tutte le vittime dell’aggressione successivamente per raccoglierne le testimonianze. Una volta recatisi nuovamente dalla polizia del campo però, alle vittime è stato chiesto di togliersi le scarpe e sono stati costretti a trascorrere la notte in cella. La mattina dopo sono stati portati alla stazione di polizia di Kakuma, dove gli agenti presenti li hanno chiamati froci di fronte agli altri detenuti. Questo li ha esposti ad ancora ulteriori pericoli dal momento che sono stati costretti a rimanere – immotivatamente – per tre giorni in cella con persone potenzialmente omofobe alle quali la loro omosessualità era stata rivelata.  Dopo essere tornati all’interno del campo, J. ed altre persone hanno continuato a denunciare nuovi casi di aggressione, ricevendo sempre la stessa risposta: non essendoci abbastanza prove a supporto di quanto denunciato dalle vittime, nessuna azione formale può essere intrapresa dalla polizia kenyota né dallo staff di UNHCR di Kakuma. Gli attacchi continuano, ma nessuno lo ascolta. Il 27 aprile 2020 J. ed altre persone LGBTQ+ residenti a Kakuma si sono recate presso la struttura dell’UNHCR chiedendo protezione, ma le loro richieste sono state definite delle “semplici” proteste non autorizzate e come tali neanche esaminate. Dopo poco tempo da questi fatti, J. ed altri membri della comunità LGBTQ+ di Kakuma hanno subito ulteriori aggressioni da parte dei residenti del campo. Durante questi attacchi, J. è stato ferito al basso ventre riportando lesioni talmente gravi da costringerlo ad urinare sangue per molti mesi ed è anche stato gravemente ferito al braccio (aggredito con un machete mentre recuperava il telefono dall’area di ricarica del campo). A seguito di quegli attacchi repressivi, continua J., altre 40 persone sono state portate in ospedale.  Il 15 marzo 2021, J. è stato nuovamente attaccato con una bomba molotov durante la notte. Ha trascorso dieci mesi in ospedale per riprendersi da quell’aggressione, mentre riceveva molestie dal personale e cure mediche scadenti dall’ospedale, con medicazioni mancate delle ferite al punto che le sue “gambe hanno iniziato a marcire”. È stato poi trasferito in una struttura privata a Nairobi, dove la sua sicurezza non era ancora garantita perché sia lui che gli altri ospiti, erano costantemente minacciati di subire nuovi attacchi nel futuro a causa del loro orientamento sessuale.  Naturalmente, tutta questa situazione è stata denunciata da J. all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ed alle autorità del Kenya, senza che venisse intrapresa alcuna azione per fornirgli la protezione di cui ha diritto.  L’attesa. Dopo gli attacchi, J. ha chiesto di essere trasferito in una struttura più sicura. È stato poi intervistato per il riconoscimento dello status di rifugiato nel febbraio 2022. Ora è in attesa della conferma della sua condizione di rifugiato. Procedura questa che, secondo quanto gli è stato detto, avrebbe dovuto richiedere un massimo di sei mesi ma per la quale non ha ancora ricevuto esito.  Le condizioni di vita a Kakuma si sono rivelate a

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La voce queer di Kakuma: la storia di A.

Nei nostri articoli precedenti abbiamo parlato delle condizioni della comunità LGBTQ+ in Kenya e delle violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno del campo profughi di Kakuma.  Abbiamo poi raccolto la testimonianza di J, il primo caso del nostro approfondimento sulle violazioni di diritti umani all’interno di Kakuma. Proseguendo, dunque, l’inchiesta che Large Movements APS sta portando avanti insieme ad International Support Human Rights, in questo articolo analizzeremo la situazione specifica di A., nome di fantasia di una donna lesbica ospite di Kakuma con la quale abbiamo avuto modo di parlare.  Come tanti altri che vivono a Kakuma, A. è fuggita dal suo Paese d’origine a causa delle discriminazioni subite da amici e familiari in ragione della sua omosessualità ed ha cercato rifugio nel vicino Kenya. La possibilità di sfuggire ai maltrattamenti e le discriminazioni subite e la speranza di costruirsi una vita migliore sono stati i motori che l’hanno spinta lontano da casa, ma la realtà con cui si è scontrata è stata tanto dura con lei quanto quella da cui è scappata. La testimonianza di A. Attraverso la Word Cloud estrapolata dalle interviste agli ospiti queer di Kakuma è possibile intuire la natura della loro permanenza all’interno del campo. Parole come “violence”, “assault”, “forced” tracciano un’immagine chiara e poco rassicurante sulla situazione dentro Kakuma per le persone LGBTQ+ come A. L’arrivo a Kakuma A. è una cittadina ugandese. È fuggita dal suo Paese quando la sua famiglia ha scoperto della sua omosessualità. A. infatti, è stata fortemente discriminata ed ha subito gravi attacchi omofobi di varia natura, a tal punto che la sua famiglia, prima che lei riuscisse a fuggire per il Kenya, stava per costringerla a sposarsi. È arrivata a Kakuma nel novembre del 2019 e vi risiede tuttora.  Le violenze e le denunce inascoltate Non appena arrivata, A. si è trovata di fronte a delle condizioni di vita molto difficili per la comunità LGBTQ+ residente a Kakuma. La convivenza tra le persone queer e gli altri rifugiati, infatti, ha portato a diversi attacchi ed aggressioni a discapito degli ospiti LGBTQ+ del campo. Per questo motivo, ci riporta A., sia lei che gli altri membri della comunità queer residenti a Kakuma sono profondamente spaventati per la loro vita. Nel luglio del 2020, quella che era stata la casa di A. nel campo è stata data alle fiamme da altri ospiti e lei ha perso nell’incendio quasi tutti i suoi averi, inclusi beni di prima necessità come vestiti e medicinali. Dopo tutto, il resto dei residenti del campo ha più volte riferito che le persone queer come A. non sono benvenute, definendole “una maledizione” o minacciandole di morte con percosse, aggressioni sessuali ed attacchi incendiari.  La situazione è stata ripetutamente denunciata all’UNHCR ed alle autorità, ma entrambi hanno sempre respinto A. e non sono stati in grado di fornire tutela e protezione dalle violenze gravi subite da A. e dagli altri residenti LGBTQ+. Quando nel luglio 2020 la casa di A. è stata colpita da un incendio doloso, pur se ha riportato immediatamente il fatto allo staff di UNHCR presente nel campo, la donna ha ricevuto supporto solo dagli altri ospiti queer del campo, che le hanno fornito i beni di prima necessità di cui aveva bisogno e che erano andati distrutti nell’incendio. I ricollocamenti Uno dei problemi principali che impedisce di fornire servizi puntuali e garantire efficacemente i diritti umani fondamentali è rappresentato dall’estrema difficoltà nell’ottenere informazioni, in particolare sui ricollocamenti. Il personale di UNHCR presente nel campo ed i componenti del RAS, il dipartimento governativo kenyota che gestisce l’intera procedura di ricollocamento e di concessione dello status di rifugiato, infatti, non forniscono informazioni chiare o non le forniscono affatto. A. stessa non ha mai fatto domanda di reinsediamento non solo perché è molto difficile ottenere informazioni sulle procedure necessarie (tutte le volte che ci ha provato non è stata assistita, proprio dalle persone direttamente responsabili dell’informativa in merito) ma anche a causa del suo status. Non si può accedere al programma di reinsediamento, infatti, se non è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Status che, secondo la legge kenyota, deve essere concesso o diniegato entro 6 mesi dall’esame della domanda. Nonostante A. si trovi a Kakuma da quasi 3 anni però, non ha ancora notizie circa l’esito della sua richiesta di asilo.  Il fatto che non abbia presentato domanda per il ricollocamento, dunque, non significa che A. non ne riconosca l’importanza. Tanto è vero che A. ci ha detto che ritiene quella del ricollocamento l’unica opzione in grado di ridare speranza alle persone LGTBQ+ ospiti in Kenya dato che nel contesto in cui si trovano attualmente non possono muoversi liberamente, non vengono forniti loro beni di prima necessità, come gli assorbenti, e vivono nella paura di essere nuovamente attaccati.  Per di più, lei e tutte le altre persone LGBTQ+ di Kakuma sono traumatizzate dal trattamento ricevuto nel campo. Soprattutto, si sentono come se la loro vita fosse rimasta bloccata all’interno di Kakuma, dove ogni giorno è uguale al precedente, e sono molto spaventati dall’idea di invecchiare nel campo. A. vuole tornare a scuola e finire gli studi. Vuole trovare un lavoro per potersi mantenere. Vuole un futuro migliore per i bambini del campo, affinché possano tornare a scuola come dovrebbero, perché, come dice giustamente, l’istruzione è un diritto umano. Se ti è piaciuto l’articolo, CondividiCi!

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