La via del dolore: quando lo stupro diventa sistematico.
di Sara Massimi
(a cura di Martina Leigheb)
Il tema della migrazione si lega indissolubilmente a quello dei confini e delle frontiere, spesso genericamente intesi come linee ideali che delimitano il territorio di ciascuno stato. Il migrante, infatti, diventa tale quando valica i confini del proprio territorio o della propria nazione. La globalizzazione mette in discussione sempre più l’idea classica di confine quale limite della sovranità statale, basti pensare al ruolo di non-luogo assunto da internet e a come il cyberspazio superi il concetto di confine legato ad un elemento fisico-geografico. Eppure, proprio in questo momento storico si torna a parlare con forza dei confini e della loro protezione, la quale assume un’importanza tale da giustificare la costruzione di nuovi muri e recinzioni, in Europa e nel mondo. In questo contesto è interessante andare a ricercare l’origine dei concetti di confine e frontiera e ragionare su una delle loro conseguenze a livello culturale: l’identificazione di un Altro distante da Sé.
Nonostante siano spesso utilizzati come sinonimi per indicare la delimitazione geografica di un territorio, originariamente i termini confine e frontiera avevano due significati diversi.
Il confine, dal latino cum-finis, ovvero “con un limite”, era inteso come una linea retta e statica volta a separare lo spazio tra le diverse realtà del mondo conosciuto, un esempio sono le mura di cinta che separavano la città dalla campagna.
La frontiera invece, rappresenta una linea di demarcazione non più statica, ma mobile e mutevole, tra il conosciuto e l’ignoto. In questo senso la parola è fatta risalire al termine latino limes, inizialmente utilizzato per riferirsi ad un sentiero, poi ad una strada militare fortificata, fino ad arrivare ad essere inteso come una vera e propria linea difensiva.
I due termini divennero sinonimi a partire dal crollo dell’Impero romano d’Occidente e ancor più con il Trattato di Vestfalia del 1648, che mette fine alla Guerra dei Trent’Anni e consacra la nascita dello Stato moderno, basato sull’affermazione e il rispetto della sovranità statale.
Tenendo conto che secondo il diritto internazionale uno Stato ha personalità giuridica quando presenta i tre elementi di popolo, governo e territorio, è facile intuire come il confine o la frontiera siano elementi essenziali proprio perché definiscono e delimitano il territorio in cui la sovranità statale si afferma. Oggi entrambi i termini vengono ugualmente usati nelle fonti giuridiche nazionali e sovranazionali proprio ad indicare quella linea artificiale o naturale che dovrebbe essere frutto di un accordo tra poteri.
Oltre a servire da linee ideali per organizzare lo spazio politico, i confini operano come “markers of identity”, ovvero sono usati per delimitare e proteggere un’identità che necessita di individuare un’alterità per definire sé stessa e rafforzarsi. Ad esempio, la fantomatica difesa dell’identità europea non riscuoterebbe tanto successo se non si basasse sulla costruzione e caratterizzazione di identità ‘altre’, quali le identità migranti. In altre parole si definisce l’altro per affermare sé stessi, ma in questa definizione è insita la contrapposizione con l’altro e l’innalzamento di frontiere, tangibili e intangibili, volte ad escluderlo. Per dirla con le parole dell’antropologo italiano Marco Aime: “Ecco perché si tracciano confini, si creano barriere: per definire il noi. Un noi che per essere percepito come buono, spesso necessita di un altro cattivo.”
L’identità, cosi come la cultura, è definita come una costruzione. L’uomo da sempre costruisce ed immagina il mondo attraverso la sua definizione e definire implica creare delle categorie, come quella di migrante, che non sono oggettive né descrittive, ma costruttive. D’altronde categorizzare è semplificare, pratica che da sempre aiuta l’uomo a capire la complessità della realtà. Non farlo risulta difficile per la mente umana, essenziale è però essere consapevoli delle semplificazioni e degli stereotipi presenti nel nostro linguaggio e tentare di decostruire il nostro pensiero.
La decostruzione del pensiero occidentale è uno dei principi alla base dei post-colonial studies, quell’insieme variegato di studi sviluppatosi a partire dagli anni Settanta che partano dalla critica radicale dell’eurocentrismo e dal presupposto che non è possibile comprendere la complessità del presente senza riflettere sul colonialismo e su quanto le istituzioni, le politiche e il linguaggio contemporaneo ne siano tuttora permeati. Partendo da questo assunto, tra gli obiettivi degli studi post-coloniali c’è l’affermazione di un approccio globale alla storia e all’attualità e sostituire l’unicità del pensiero eurocentrico dominante con uno sguardo molteplice, capace di dare spazio anche alle classi subalterne, i c.d. dannati della terra di cui parlava lo psichiatra e filosofo Franz Fanon.
Il filosofo francese Étienne Balibar, più che di identità parla di identificazioni attive o passive, accettate o imposte con lo Stato – Nazione. Quest’ultimo, in quanto costruzione basata tra le altre cose sui confini, è definito come un riduttore di complessità, perché costringe le varie identità, più o meno costruite, nella macro categoria dell’identità nazionale. In questo senso Balibar definisce le frontiere come finzioni semplificatrici e auspica una loro democratizzazione, ovvero un controllo democratico sugli Stati e sugli organismi sovranazionali che regolano le politiche frontaliere.
Se dopo la caduta del Muro di Berlino, ormai 30 anni fa, si pensava che non si sarebbe tornati a costruire muri e recinzioni, ci si sbagliava. Negli ultimi anni il rafforzamento e la protezione dei confini nazionali e sovranazionali vengono trattati come una priorità per la sicurezza nazionale. Oltre ai confini ufficiali, si innalzano muri per tenere fuori i migranti, le alterità per eccellenza di questo momento storico. Perseguendo la c.d. “mentalità della fortezza”, almeno sessantacinque paesi, più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini
I muri rallentano e condizionano i flussi migratori producendo effetti perversi in quanto costringono i migrati a rischiare la propria vita. Vi sono diverse conseguenze: viene sostituita l’emigrazione definitiva alla migrazione stagionale, diminuisce la crescita economica, esaspera i contenziosi bilaterali e frena la migrazione naturale degli animali terrestri. Occorre notare però che i muri non eliminano l’emigrazione, al massimo i flussi migratori cambiano direzione, ma non si arrestano, come tutti i processi naturali. Chi migra trova sempre un modo per valicare i confini anche a costo della stessa vita.
Le frontiere sono motivo di conflitto decennale in molte parti del mondo, si pensi al conflitto israelo-palestinese, alla “linea verde” che divide in due l’isola di Cipro, contesa tra la parte turca e la parte greca, alla frontiera tra India e Bangladesh.
Tra i muri divenuti più tristemente noti c’è quello al confine tra USA e Messico. Il muro è stato costruito a partire dal 1990, sotto la presidenza George H. W. Bush e continuato in era Clinton. Il presidente statunitense Donald Trump vuole espanderlo, con un dispendio enorme di risorse ed un forte impatto ambientale. Nonostante Trump abbia avuto problemi ad ottenere i finanziamenti per l’opera, negli anni di presidenza ha costruito comunque un muro immaginario, ma altrettanto violento e invalicabile, composto da burocrazia e politiche di respingimento.
L’Europa non è stata un esempio migliore, dal 2015 ha più barriere fisiche alle sue frontiere di quante ce ne fossero durante la guerra fredda. Oltre all’innalzamento di muri di vecchia data, quelli delle enclavi spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla, negli ultimi anni sono sorte recinzioni e fili spinati in Grecia, Serbia, Ungheria, Bulgaria, Croazia, Slovenia, seguendo tutta la c.d. rotta balcanica.
Paesi come l’Italia e Malta invece, perseguendo la politica dei porti chiusi, hanno innalzato barriere diverse, ma che producono lo stesso risultato, lasciare fuori quell’alterità che tanto ci spaventa.
Proprio la paura è, infatti, alla base del supporto che parte della popolazione esprime verso le attuali politiche d’innalzamento dei confini, di qualsiasi tipo esse siano. È bene dunque tornare a riflettere sulla paura che abbiamo dell’Altro, paura spesso generata dalla pigrizia. Se è vero che si ha paura dell’ignoto, quanto è più difficile entrare in contatto con quest’ignoto, rispetto a categorizzarlo a priori come alterità negativa?
Ritornando alla distinzione originaria tra confine e frontiera, dovremmo forse auspicare ad intervenire nello spazio ideale della frontiera la quale, al contrario della rigidità dei confini, è una zona che suggerisce incertezza, ma anche scoperta, rendendo possibile l’incontro con l’Altro.
Fonti e Approfondimenti
Fornari, Linee di confine: filosofia e postcolonialismo, 2011.
Savino, La crisi dei confini in Europa, Rivista trimestrale di diritto pubblico, 2016, https://www.academia.edu/28591523/La_crisi_dei_confini_in_Europa_Rivista_trimestrale_di_diritto_pubblico_2016_
di Sara Massimi
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