Carovana (anti)americana: un amore non corrisposto

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Abbiamo l’ultima tappa del nostro viaggio nella storia da affrontare.

Abbiamo visto un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina che si è trasformato in una feroce gelosia. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Dopo la caduta del blocco sovietico iniziò una nuova fase nella regione che qui ci interessa. Questa però iniziò comunque con un intervento americano.

Il 20 dicembre del 1989, 13 mila soldati americani si unirono a un contingente di proporzioni analoghe stabilmente deputato alla protezione dei diritti americani nell’area del Canale di Panama con l’obiettivo di catturare Manuel Noriega, il famigerato leader delle forze di difesa panamensi che all’inizio del mese si era autoproclamato capo del governo. All’inizio del 1988 Noriega era stato condannato da un tribunale federale in Florida per riciclaggio di denaro sporco e traffico di droga.

L’amministrazione Bush, individuando nel leader di Panama un simbolo del traffico di stupefacenti, lanciò “l’Operazione giusta causa” senza consultare gli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani. Noriega fu arrestato, e successivamente processato e condannato a Miami. Ci furono proteste diffuse in America Latina e l’opinione pubblica americana nel suo complesso accolse l’intervento come una vittoria nella cosiddetta “Guerra alla Droga”. Il traffico di droga però, continuò a prosperare per tutti gli anni ’90.

Un’altra operazione importante ci fu nel 1994 quando i marines americani furono chiamati ad intervenire ad Haiti. L’amministrazione Clinton aveva lanciato “l’operazione difesa della democrazia” a seguito di una montante crisi di rifugiati innescata dall’operato di una serie di regimi repressivi nell’isola. Per tutti gli anni ’80 le precedenti amministrazioni avevano rimpatriato gli haitiani che cercavano di sfuggire al regime brutale di Jean-Claude Duvalier; solo a 28 dei circa 23 mila “Boat People” haitiani venne dato asilo negli Stati Uniti.

Duvalier fu rovesciato nel 1986 e Jean Bertrand Aristide vinse le elezioni democratiche nel 1990. Questo però venne deposto nel 1991 da un colpo di stato militare condannato dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione degli stati americani. Questa volta, vista l’impennata del flusso dei rifugiati, la guardia costiera americana concesse temporaneamente un porto sicuro a migliaia di Haitiani nella base militare della Baia di Guantanamo a Cuba. La prospettiva che fino a 200 mila haitiani prendessero il mare stava iniziando a creare una grave crisi sul piano politico e umanitario. Per ristabilire l’ordine furono inviate ad Haiti truppe americane.

Quindi in cosa consiste questa nuova fase? Sostanzialmente vi è stato un cambio di logica. Entrambe le operazioni, pur rimanendo espressione della persistente egemonia americana nei Caraibi, erano dettate da considerazioni di politica interna.

Dal punto di vista economico ancora negli anni ’90 era chiara la dipendenza economica dell’America Latina dagli Stati Uniti. In parte ciò era dovuto alla storica disparità in termini di ricchezza.

Il PIL degli Stati Uniti era ancora sette volte quello dell’America Latina, ma la popolazione dell’America Latina era del 75% più numerosa. L’America Latina restava relativamente povera e sovrappopolata, il che era una delle motivazioni alla base della massiccia migrazione illegale verso il nord. Malgrado le transazioni con la regione fossero nel complesso diminuite tra il ’70 e l’80, gli Stati Uniti nel 1990 restavano comunque il principale partner commerciale di tutti i Paesi della regione.

Il rapporto Nord-Sud iniziò a sembrare piuttosto diverso rispetto al passato ma lo spirito antiamericano, da sempre prevalente nella regione per i diversi motivi che abbiamo accennato, si esacerbò.

In un sondaggio del 2007 più della metà dei latinoamericani dichiarano di avere una visione negativa degli Stati Uniti ed esponenti dell’antiamericanismo come Hugo Chavez, presidente venezuelano fino al 2013, cominciarono a rappresentare una speranza per molti latinoamericani.

Oggi l’antiamericanismo è ancora forte e la speranza venezuelana sta affogando nell’inflazione, nella povertà e nella violenza.

Nel frattempo, il 13 ottobre una carovana dei migranti si è messa in marcia con l’intento di arrivare negli Stati Uniti. Sono partiti dal nord dell’Honduras, hanno attraversato il Guatemala e il 20 ottobre, con 4.500 esseri umani, hanno bussato alle porte del Messico.

Da lì l’attenzione mediatica è salita. Il primo eco è stato dato dal presidente Trump che, attraverso una serie di tweet, ha usato questa iniziativa come strumento di campagna elettorale per le recenti Midterm Elections.

All’inizio, ha minacciato il Guatemala di revocare gli aiuti concessi, nel caso in cui il governo non fosse intervenuto per fermare la carovana che passava per il suo territorio. Quindi, ha ordinato l’impiego di forze armate al confine per la protezione contro “l’invasione”. Ha finito con il minacciare la revoca del NAFTA, da poco rinnovato.

La Carovana è, in un modo o nell’altro, riuscita ad arrivare a Tijuana e il 26 novembre le tensioni sono aumentate sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Le autorità americane hanno utilizzato lacrimogeni contro la folla. I migranti della carovana denunciano che gli Stati Uniti li hanno costretti a partire dopo aver appoggiato quello che viene riconosciuto come il colpo di stato del 2009, contro il presidente honduregno Zelaya, e di aver gettato in una forte instabilità Paesi come il Guatemala ed El Salvador.

Per noi finisce questo viaggio in una storia d’amore ormai esausta. Una storia altalenante fatta di rapporti difficili. Una storia che voleva illustrare il perché di un sentimento così forte di antiamericanismo. Certo, le motivazioni sono più profonde e ce ne sono molte altre. Ogni storia d’amore è più profonda di quanto raccontiamo, di quanto capiamo e di quanto esprimiamo. Proprio per questo cercheremo di raccontare le situazioni dei diversi Paesi nelle nostre schede paese e in altri articoli. Continuate a seguirci, presto inizieremo un nuovo viaggio.

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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Marielle Franco per i diritti delle minoranze

Marielle Franco, all’anagrafe Marielle Francisco da Silva, è stata una politica, sociologa ed attivista dei diritti umaniche ha ricoperto il ruolo di consigliera del municipio di Rio de Janeiro fino al suo omicidio, nel 2018. Le sue battaglie al fianco delle categorie più emarginate della società brasiliana odierna hanno favorito la sua rapida ascesa nello scenario politico del Paese ed in quello internazionale, soprattutto grazie al suo attivismo per i diritti delle donne, delle persone di colore, degli abitanti delle favelas e della comunità LGBTQ+. Tuttavia, le idee di Marielle, inserite nelle dinamiche della politica brasiliana, devono aver minacciato profondamente coloro che, tre anni fa, hanno ordinato la sparatoria che le ha tolto la vita. Le origini di Marielle Franco Nata nel 1979 a Maré, Rio de Janeiro, da una famiglia di origini afroamericane, Marielle Franco cresce affrontando tutti gli svantaggi della sua categoria sociale. Maré è infatti un complesso, un cluster, di sedici slum (favelas) di Rio de Janeiro, che ospita decine di migliaia di persone con difficoltà economiche e sociali. Le forti disuguaglianze di ricchezza presenti in Brasile si percepiscono qui più che altrove, concretizzandosi in una forte e diffusa difficoltà di accesso ai servizi della sanità, al lavoro ed all’istruzione. Franco studia in una scuola pubblica serale fino al diploma. Impossibilitata ad accedere direttamente all’università, si iscrive quindi ad un esame di ammissione preliminare, ma è presto costretta ad abbandonare quella strada perché, come succede spesso alle ragazze delle favelas brasiliane, resta incinta a diciotto anni. Per tre anni Marielle Franco mette da parte la sua carriera accademica per dedicarsi unicamente alle cure della figlia abbandonata dal padre finché, nel 2002, non entra nella Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro. È proprio in questi anni che l’attivismo politico di Franco inizia a definirsi a favore di una società più inclusiva e giusta per tutti i brasiliani. “Lotta come Marielle” La società brasiliana di oggi, oltre a presentare un forte divario di ricchezza, è anche molto variegata. La presenza di molte etnie, tuttavia, coincide con una distribuzione della ricchezza non equa, che vede i brasiliani bianchi ai vertici dell’economia del Paese, lasciando gli afroamericani e le minoranze culturali a “gonfiare” le schiere degli svantaggiati che abitano gli estesi slum qui presenti. Questi conglomerati urbani si caratterizzano per una forte insicurezza a causa delle bande criminali che vi abitano. Spesso, in risposta a ciò, le autorità locali promuovono incursioni armate di forze di polizia che esercitano violenze e commettono arresti per mantenere l’ordine pubblico. La sicurezza delle favelas è il primo e maggiore tema affrontato nel discorso politico di Marielle Franco. Nel 2006 promuove una campagna a favore dell’istruzione dei giovani abitanti degli slum, richiedendo uno spostamento di fondi pubblici dal settore della sicurezza a quello dell’educazione. Lo stesso anno, Franco si avvicina alle idee politiche di Marcelo Freixo e del Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), promuovendo il diritto alla vita di tutti, soprattutto degli abitanti delle favelas. Nel 2009 i due funzionari pubblici entrano a far parte della Commissione per i diritti umani dell’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, e dal 2012 a Marielle Franco viene assegnato il coordinamento della Commissione stessa. La figura di Marielle Franco debutta così nella sfera politica del Brasile. Un’unica persona si faceva portavoce delle necessità di un ampio ventaglio di gruppi sociali: gli abitanti delle favelas, le donne, le minoranze etniche e le persone LGBTQ+, e le rivendicava attraverso la sua politica “gentile”. Non era una persona qualsiasi: era una giovane donna afroamericana, bisessuale ed originaria della maggiore favela della città. Come politica ed attivista, ha condotto una campagna senza sosta contro la spirale di violenza della polizia nelle favelas della città. Le sue azioni volte a favorire l’emancipazione delle donne e ad incentivare una migliore rappresentanza politica hanno ispirato i movimenti femministi che, con lo slogan “lute como Marielle Franco” (lotta come Marielle Franco), onorano il coraggio con cui questa donna ha portato avanti la battaglia per i diritti umani nel suo Paese. Uno dei suoi progetti di legge, denominato “se è legale deve essere reale”, si propose di potenziare i reparti maternità degli ospedali e dei centri di riferimento, evidenziando una scarsa applicazione della legge del 1940 che legittima l’aborto in determinati casi: Quando la donna è in rischio di vita; Se la gravidanza è conseguente ad una violenza sessuale; Quando il feto è anencefalico. L’impossibilità di abortire è infatti una delle cause dell’alta mortalità materna presente tra le donne brasiliane, in particolare tra le donne nere, con un basso reddito ed originarie della periferia. Martire di una guerra senza fine Marielle Franco è stata una leader sociale, si è battuta per la giustizia e l’uguaglianza, l’inclusione e la solidarietà, la bellezza della diversità. La sua brillante carriera si è brutalmente interrotta il 14 Marzo 2018, quando quattro colpi di pistola hanno raggiunto lei ed il suo autista, sulla strada di ritorno da un raduno di giovani attivisti neri. Finisce a 38 anni la vita di Marielle Franco, una persona le cui idee hanno appassionato il Brasile ed hanno fatto sperare la popolazione costituente gli strati svantaggiati della sua società in un futuro migliore. L’attivismo di Marielle le è valso molti nemici potenti. Ha condannato l’impunità che circonda le uccisioni extragiudiziali di giovani neri da parte delle forze di sicurezza e, due giorni prima della sua uccisione, aveva denunciato il ruolo della polizia nell’uccisione di un giovane uomo di colore di nome Matheus Melo. Era una delle principali critiche della gestione delle forze di polizia a Rio de Janeiro ed era a capo di una commissione cittadina incaricata di monitorarne gli interventi. Le indagini ancora in corso vengono svolte sotto massima riservatezza. Intanto, alla presidenza del Brasile è salito Jair Bolsonaro, personaggio politico dalle aperte idee misogine e razziste che non ha mai rilasciato dichiarazioni sul caso. Il 12 marzo 2019 due uomini accusati di aver ucciso Marielle e Anderson sono stati sottoposti a detenzione preventiva, ma da allora sembrano essere stati compiuti pochi progressi nel chiarire le

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La lezione argentina del fiume Matanza-Riachuelo: la necessità di cambiare prospettiva per tutelare l’ambiente

In generale le società di tutto il mondo riconoscono dei diritti agli esseri viventi e agli esseri umani in primis. La tipologia dei diritti che vengono riconosciuti varia a seconda delle culture, delle tradizioni, dei sistemi politici ed ideologici di ogni società, ma, secondo i cosiddetti giusnaturalisti, è comunemente accettata l’esistenza di alcuni diritti fondamentali che prescindono dall’ordinamento giuridico a cui appartengono. Tali diritti vengono definiti come “diritti di natura”. Quindi ci si domanda: esistono dei “diritti ambientali” tra i diritti di natura? La risposta è controversa e per niente scontata. Negli ultimi anni si sono fatti dei passi in avanti e il tema dell’ambiente non rappresenta più un discorso elitario di cui solo scienziati ed attivisti parlano. I movimenti di tutela dell’ambiente si sono diffusi a livello globale, l’agenda politica internazionale ha fissato tra le priorità assolute quella di ridurre il cambiamento climatico e fronteggiare i conseguenti disastri ambientali. È chiaramente riconoscibile come questo tema abbia preso piede in maniera realmente preponderante nel dibattito politico ad ogni livello, ma tutto ciò non sempre si traduce in un vero e proprio riconoscimento dei diritti dell’ambiente. Non vi è ancora un’opinione univoca che confermi e delinei se e quali essi siano, o almeno, è spesso discussa e trova controversie derivanti da esigenze e contesti molto variegati. C’è chi focalizza l’attenzione maggiormente sugli effetti che un danno ambientale provoca sull’uomo, chi sugli animali e chi più genericamente sul Pianeta, complicando quindi l’attribuzione di tali diritti a soggetti specifici. In generale, i diritti sono sempre inseriti nel binomio diritti-doveri che possono ricadere sullo stesso soggetto o meno. Nel campo dei diritti dell’ambiente l’individuazione di entrambe le posizioni risulta complessa e rimane un problema in molti casi irrisolvibile. A ciò si aggiunge che i diritti dell’ambiente sono riconosciuti in maniera eterogenea nei vari Paesi del mondo e ciò è dovuto sicuramente a sensibilità tuttora molto differenti. Si pensi che alcuni ordinamenti hanno sentito l’urgenza di riconoscere i diritti dell’ambiente prima di altri per motivi che li toccano più da vicino, mentre altri continuano a schivare la questione per interessi economici e politici, che infatti si impongono sui più deboli interessi sociali ed ambientali, spesso schiacciandoli. Tra i Paesi che sono attivati nella ricerca di una maggiore tutela dei diritti dell’ambiente vi sono alcuni paesi dell’America Latina, tra cui l’Argentina, dove nel 2004 un gruppo di residenti del bacino del fiume Matanza-Riachuelo (nella provincia di Buenos Aires) ha sollevato la questione relativa all’inquinamento dell’area dovuto alle attività di 44 aziende lì operanti. Il fine non era solo quello di protestare nei confronti delle aziende, bensì di vedersi riconosciuti dei diritti fino ad allora inesistenti, o perlomeno non considerati, derivanti dal danneggiamento subito a causa dell’inquinamento del bacino. Le rivendicazioni non riguardavano esclusivamente il risarcimento per i danni già prodotti da tali attività, ma avevano una visione più di lungo termine. I ricorrenti richiedevano un incremento della qualità della vita, la riparazione del disastro causato e la prevenzione di quelli futuri come impegni fondamentali che la Corte Suprema argentina, davanti alla quale era stato presentato il caso, dovesse riconoscere e far applicare da parte delle autorità di Governo e degli enti locali. Il caso in questione rappresenta una vittoria sul piano del riconoscimento dei diritti dell’ambiente in capo ad una certa comunità affetta direttamente da un disastro ambientale o dal danneggiamento della qualità dell’ambiente da parte di altri soggetti, che in quell’occasione furono indicati come lo Stato, la Provincia di Buenos Aires e la città di Buenos Aires. Il danno ambientale è ricaduto sull’intera collettività, che ne è stata quindi vittima e che ha rivendicato il diritto ad una compensazione, alla cessazione delle attività inquinanti e all’effettuazione di rimedi per restaurare la condizione precedente. Da quel momento la Corte ha stabilito un piano di azione che l’ACUMAR (l’agenzia del governo responsabile del bacino del fiume Matanza-Riachuelo) deve mettere in pratica. Tra gli scopi del piano vi sono quello di avviare un’azione di disseminazione di informazioni pubbliche, di controllare l’inquinamento prodotto dalle industrie, di ripulire le discariche, di espandere l’offerta di acqua, di sviluppare un piano di sanità emergenziale e di adottare un sistema di misurazione internazionale per valutare il rispetto degli obiettivi del piano (Mendoza Beatriz Silva et al vs. State of Argentina et al on damages (damages resulting from environmental pollution of Matanza/Riachuelo river, 2008). Quanto accaduto attorno al fiume Matanza-Riachuelo ha posto le condizioni per affrontare le questioni ambientali in tutto il territorio nazionale sottoponendole ad una nuova prospettiva ovvero quella di difesa della qualità della vita, della salute collettiva e di promozione dei diritti umani a più ampio raggio, includendo quindi anche quelli che derivano da aspetti ambientali, che hanno ricadute considerevoli anche sui diritti economici, sociali e culturali. Da una rivendicazione locale è scaturita la necessità di prevedere a livello nazionale un maggiore impegno da parte delle autorità competenti, che nella fattispecie è rappresentata dall’ACUMAR, e ha permesso di allargare la partecipazione della società civile nel processo di elaborazione e monitoraggio di politiche di stampo ambientale e non solo. Per permettere una più ampia partecipazione della società civile, requisito fondamentale è l’accesso all’informazione, il quale favorisce una visione chiara del problema da analizzare, stimolandone la discussione e la successiva risoluzione attraverso l’attivazione di pratiche collettive. Quanto esposto finora è un limpido esempio di come il valore attribuito e condiviso dell’ambiente da parte di una collettività ne rafforzi l’agire sul piano politico e sociale, consentendo il raggiungimento di risultati che, presi nel complesso, in grado di costruire gradualmente una società globale più rispettosa e riconoscente nei confronti della natura. Forse è necessario ancora stimolare una visione più olistica del sistema in cui vive l’essere umano, ovvero che includa ogni singola parte del Pianeta e ne curi la vita, l’esistenza e la preservazione, invece di tendere alla sua devastazione a discapito di qualcosa o qualcun altro, in modo tale da non avere alcun dubbio su se e quali sono i diritti che gli appartengono. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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La condizione delle donne in Brasile sotto il governo Bolsonaro

Il Brasile è il quinto Paese al mondo per estensione territoriale e fa parte dei BRICS, quei Paesi che stanno rapidamente aumentando il loro grado di rilevanza economica a livello internazionale. Dei 210 milioni di abitanti, molti fanno parte di tribù native o sono afroamericani, e più della metà sono donne. Il boom economico degli ultimi decenni deriva dalla dittatura militare che ha governato il Paese per ben vent’anni, fino al 1989. Il regime ha significato l’apertura del mercato finanziario del Brasile verso l’economia internazionale, favorendo la logica del profitto a discapito del rispetto per i diritti umani di minoranze e popolazioni native. La costituzione del 1988 ha restituito i diritti civili alle popolazioni brasiliane, e ha disciplinato le funzioni legislative, esecutive e giudiziarie della nuova politica. Da allora, le elezioni – democraticamente svolte – hanno portato ad un susseguirsi di presidenti di centro-sinistra che tuttavia non hanno saputo fronteggiare l’inflazione e la crisi economica che hanno colpito il paese quando crollò la dittatura. A seguito dello scandalo per corruzione che investì il partito opponente, e che portò all’impeachment della prima ed unica presidentessa donna Dilma Rousseff, Jair Bolsonaro fu eletto presidente del Brasile nel 2018. Questi è il primo presidente di estrema destra che sale al potere dalla caduta del regime di dittatura militare. Bolsonaro si presentò alla popolazione come colui che risolleverà l’economia stagnante degli ultimi anni a discapito, nuovamente, dei diritti civili dei cittadini. La sua retorica fortemente misogina rischia di annullare completamente i progressi in materia di diritti delle donne brasiliane – già di per sé piccoli – raggiunti dopo decenni di lotte femministe. Vediamo nel dettaglio come. Il femminismo brasiliano: poche conquiste non mettono a tacere le rivendicazioni Nonostante le enormi difficoltà e resistenze a loro opposte dalla società civile, i movimenti femministi brasiliani hanno vinto diverse battaglie importanti. Oltre alla grande capacità di mobilitazione delle masse, le attiviste per i diritti delle donne sono state in grado di unire le lotte contro il razzismo e, più recentemente, l’omofobia, per acquisire potenza e legittimità, e creando così un femminismo intersezionale in grado di ottenere risposte. I maggiori risultati ottenuti dai movimenti per i diritti delle donne in Brasile si riassumono nelle seguenti date: 1919 – Bertha Lutz fonda la Federazione Brasiliana per il progresso delle donne; 1939 – le donne ottengono il diritto di voto; Anni ’70 – molte donne partecipano attivamente alla lotta contro la dittatura militare; 1984 – nasce il Consiglio nazionale per la condizione della donna, che promuove una campagna di successo per includere i diritti delle donne nella Carta costituzionale; 2006 – emanazione della Legge Maria da Penha contro la violenza domestica. Nel 2015 scoppiano nuovi moti di protesta in risposta al disegno di legge 5.069/2013. La proposta rappresentava una minaccia per i diritti conquistati dalle donne poiché, se approvata definitivamente, avrebbe limitato loro l’accesso all’aborto, alla pillola del giorno dopo, alla giustizia in caso di stupro. Le mobilitazioni che seguirono furono capitanate dalle donne, e la proposta finì per essere accantonata. Oggi, la disuguaglianza di genere in Brasile si concretizza in una bassa partecipazione politica delle donne ai processi decisionali, in un vasto divario salariale ed in una scarsa garanzia dei diritti quali l’aborto, l’affidamento dei figli in caso di divorzio, l’emancipazione economica. Inoltre, la violenza contro le donne è un fenomeno molto diffuso in Brasile, basti pensare agli 1.2 milioni di casi di violenza domestica registrati nel 2017. Le parole di Marielle Franco, tratte da un discorso che avrebbe dovuto pronunciare pochi giorni dopo il suo misterioso assassinio nel 2018, mettono in luce la condizione della donna brasiliana: “Parlare di uguaglianza tra donne e uomini, ragazze e ragazzi, è parlare della vita di chi è ancora incapace di difendersi dalla violenza. E questo è molto di più dei 50.377 casi registrati nel 2016, qui, a Rio. Diversamente da quanto si parla o, purtroppo, da quanto siamo abituati a vedere nelle aule legislative, non siamo la minoranza. Siamo la maggioranza della popolazione, anche se siamo sottorappresentati in politica. Anche se possiamo guadagnare stipendi più bassi, essere relegate a posizioni inferiori, lavorare tre giorni lavorativi, essere giudicate per i nostri vestiti, essere soggette a violenza sessuale, fisica, psicologica, uccise quotidianamente dai nostri partner, non saremo messe a tacere: le nostre vite contano!” Marielle Franco: simbolo della lotta per l’emancipazione Nata e cresciuta in una favela di Rio de Janeiro, Marielle Franco si afferma sulla scena politica del Brasile grazie al suo coraggio. Come attivista ha portato avanti le battaglie per la riqualificazione degli slum, per i diritti delle donne, degli afroamericani, e delle persone LGBTQI+. Ha denunciato la brutalità della polizia, le violenze razziste, misogine ed omofobe, le violenze tutte. Ha condannato le esecuzioni extragiudiziali e si è fatta portavoce degli svantaggiati. Il 14 marzo 2018 viene assassinata a sangue freddo insieme al suo autista, da 3 pallottole che le trapassano il cranio e il collo, mentre stava rientrando da un tavolo di consultazioni. Pochi giorni prima, attraverso un post su Twitter, aveva ribadito la sua condanna alla brutalità della polizia, con una frase emblematica: “quanti ancora devono morire per porre fine a questa guerra?” La morte di Marielle Franco ha causato un moto di proteste e manifestazioni a favore delle minoranze, dei più vulnerabili della società brasiliana. Le investigazioni portate avanti nei mesi successivi hanno portato all’identificazione e l’arresto di due sospettati. Tuttavia, le indagini proseguono nel silenzio dell’attuale presidente Bolsonaro, che non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto. L’omicidio di Marielle si aggiunge alla lista di tutti quegli attivisti per i diritti umani che vengono assassinati in molti Paesi dell’America Latina a causa del loro impegno socio-politico nel denunciare soprusi ed ingiustizie che le cosiddette “minoranze” sono costrette ad affrontare su base quotidiana. La consigliera di Rio si è guadagnata il rispetto di molte di queste “minoranze”, e la sua morte non è caduta nel silenzio, nonostante le dinamiche esatte del suo omicidio restino nascoste sotto uno spesso velo di omertà. Jair Bolsonaro: l’estrema destra torna al potere

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I diritti LGBTQ+ in Brasile: leggi virtuose in una società intollerante

Le persone LGBTQ+ brasiliane vivono una condizione piuttosto singolare rispetto alle loro controparti in giro per il mondo o anche semplicemente in America Latina. Se da un lato, infatti, il Brasile può essere considerato uno dei precursori delle tutele nei confronti della comunità LGBTQ+, con le prime normative in materia che risalgono addirittura al XIX secolo, dall’altro rimane un paese le cui problematiche interne mettono spesso a rischio le persone più ai margini della società, nei quali spesso si ritrovano le minoranze sessuali. Questa tendenza non ha fatto che intensificarsi con la presidenza di Jair Bolsonaro, i cui attacchi omofobi e transfobici sono ben noti all’opinione pubblica. Nello spazio che esiste fra, da un lato, un apparato di norme ed una magistratura particolarmente virtuosi nel tutelare la comunità LGBTQ+ e, dall’altro, una società civile alle volte accogliente, alle volte violenta ed intollerante, si sviluppano le vite di queste persone che conducono, nonostante tutto, un’esistenza complicata. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile Come già anticipato, la storia delle tutele legislative nei confronti della popolazione LGBTQ+ brasiliana ha inizio nel 1800, già dalla prima metà precisamente, quando nel 1830 l’allora sovrano Pietro I del Brasile promulgò il nuovo Codice penale brasiliano. Nel testo di legge riformato fu eliminato ogni riferimento al reato di sodomia, presente nel precedente impianto penale frutto del passato regime di stampo coloniale, di fatto legalizzando i rapporti fra persone dello stesso sesso. Da quella data ad oggi, il Brasile ha fornito un chiaro esempio di legislatura virtuosa ed inclusiva, con tutta una serie di tutele e concessioni che si sono susseguite negli anni e che ci permettono di affermare che in Brasile, a livello normativo, le persone LGBTQ+ godono pressappoco degli stessi diritti e garanzie della restante della popolazione.Se, infatti, dal 1969 non esiste più alcuna regola che vieti agli uomini omosessuali di servire nell’esercito (le donne potranno prestare servizio solo a partire dagli anni ‘80), è con la fine della dittatura militare nel 1985 e la promulgazione di una Costituzione liberale – che vieta espressamente ogni tipo di legge discriminatoria, sia a livello locale sia federale – che inizia effettivamente il processo di equiparazione fra persone LGBTQ+ e resto della popolazione cis-etero.Nel 1999 il Consiglio Federale di Psicologia, con una decisione certamente progressista ed in anticipo di anni anche rispetto a molti paesi occidentali, vieta espressamente il ricorso a terapie di conversione per gli omosessuali (decisione estesa nel 2018 anche alle persone transessuali in aperta opposizione ad ogni pratica transfobica).Sempre degli anni 90 (1995 nello specifico) è la prima proposta di riconoscimento delle unioni civili in Brasile che, pur non venendo approvata allora, fu seguita da diverse e numerose sentenze di tribunali locali che consentirono la registrazione di unioni civili tramite atti notarili fino al 2011, quando il Tribunale Supremo Federale legalizzò di fatto la pratica.Nel maggio del 2013, inoltre, la sentenza è stata implementata con l’istituzione del matrimonio egualitario in tutto il Brasile. A questa decisione si accompagnava l’espresso divieto, ribadito dall’allora Presidente del Tribunale Supremo Joaquim Barbosa, di negare la registrazione di un’unione civile o la conversione di quest’ultima in un matrimonio effettivo, come ancora accadeva all’interno degli studi notarili del Paese. L’equiparazione fra unioni omosessuali ed eterosessuali, in Brasile, comprende anche la materia d’immigrazione, con le prime decisioni in quest’ambito emesse agli inizi del 2000.Per quanto riguarda le adozioni per coppie dello stesso sesso, in aggiunta, sono consentite in quanto non esistono leggi che le vietino espressamente, ed eventuali norme in tal senso sarebbero inapplicabili poiché ritenute incostituzionali. Diverse sentenze nel corso degli anni hanno confermato questo orientamento della giurisprudenza brasiliana e la pratica è ormai largamente in uso nel paese.Anche le persone transessuali hanno visto realizzate negli ultimi anni alcune delle loro richieste: l’operazione di riassegnazione di genere è gratuita e garantita dallo Stato, in seguito a una sentenza che afferma che l’intervento è coperto dalla clausola costituzionale che assicura ai cittadini l’assistenza medica gratuita.Nel 2009, inoltre, la Corte Superiore di Giustizia ha stabilito che il cambio di genere legale per persone transessuali che avevano compiuto la transizione era consentito in tutto il territorio della nazione, secondo la logica per la quale permettere di sottoporsi ad un intervento di riassegnazione del genere senza poter cambiare genere e nome sulla propria documentazione costituiva una forma di pregiudizio sociale.Il primo marzo 2018, inoltre, il Tribunale Supremo Federale ha stabilito che questo diritto è esteso anche alle persone trans che non hanno completato né hanno intenzione di iniziare un percorso di transizione, garantendo la pratica per mezzo della sola autodeterminazione dell’identità psicologica della persona interessata.Ancora una volta il Brasile, legiferando in questo senso, si pone fra i primi paesi ad assicurare queste tutele per le minoranze sessuali. Percezione e Status Sociale Alla luce del quadro legislativo menzionato, si potrebbe pensare che le persone LGBTQ+ brasiliane conducano una vita tutto sommato sicura priva di pregiudizi e discriminazioni. Ma non è esattamente così.I dati rendono l’idea dell’enorme spaccatura fra una normativa che tutela ed una società che si dimostra pericolosa e discriminatoria: secondo un sondaggio di Datafolha, la percentuale di persone che credono che l’omosessualità debba essere accettata dalla società è salita dal 64% del 2014 al 74% del 2017. Eppure, il Brasile ha il tasso più alto di uccisioni di persone LGBTQ+, con oltre 380 omicidi avvenuti nel 2017 (277 solo nei primi 9 mesi, secondo Grupo Gay da Bahia), il 30% in più rispetto all’anno precedente.Secondo Human Rights Watch, nel 2013 le segnalazioni di violenze contro la popolazione LGBTQ+ sarebbero state oltre 3000. Inoltre, in Brasile il 68% delle persone LGBTQ+ ha sperimentato episodi d’omofobia sul posto di lavoro. Sempre nel 2013, LGBTQ Nation ha dichiarato che il 44% dei crimini d’odio contro le minoranze sessuali si sono verificati nel solo Brasile.Tentare di comprendere una divisione così netta fra le leggi e la società che regolano non è compito semplice. Il Brasile è uno stato laico nel quale la separazione fra Stato e Chiesa è fra le più marcate. Il paese, infatti, non ha

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“SOS Colombia”: la repressione silenziosa di un popolo stanco

SOS Colombia è lo slogan intonato dai manifestanti silenziati con la forza dalla polizia in occasione delle proteste contro il governo. Il 28 aprile scorso, infatti, centinaia di migliaia di cittadini colombiani sono scesi nelle piazze e nelle strade delle città per protestare contro le nuove riforme proposte dal governo di Iván Duque. Dopo pochi giorni dall’inizio delle manifestazioni pacifiche, le forze di polizia e le forze speciali hanno attaccato i civili, dando il via ad una repressione violenta che è proseguita indomita per oltre due mesi. Dove eravamo rimasti Con Large Movements abbiamo ampiamente parlato della Colombia, evidenziando luci ed ombre dell’attualità socio-politica ed economica di questo Paese posizionato al nord dell’America Latina, in un luogo strategico per le connessioni tra il continente e la superpotenza statunitense. Oggi riprendiamo il discorso perché la tregua tra il governo e la guerriglia FARC-EP siglata nel 2016 rischia di rivelarsi uno specchio per le allodole per tutti coloro che vogliono vivere in pace in un Paese che da oltre 60 anni si fa la guerra. Ed è proprio dalla narrazione sulla pace e sulla guerra, per noi raccontata da M., che l’ha vissuta sulla sua pelle, che riprendiamo a parlare della Colombia, perché mai come adesso è necessario farlo. Nel 2018 sale alla presidenza colombiana Iván Duque Márquez, personaggio asceso dalle fila di Uribe, il “Signore della Guerra”. La politica di Duque si dimostra da subito in contrasto con quella di Santos, suo predecessore e fautore degli accordi di pace di due anni prima. La tensione interna al Paese torna presto a salire, e dal novembre del 2019 i cittadini dimostrano il loro malcontento con le prime manifestazioni pubbliche contro il governo. Il Covid in Colombia: la risposta del governo Lo scoppio della pandemia da COVID-19 ha significato un collasso del sistema sanitario colombiano, ed una gestione dell’emergenza sanitaria poco efficiente a livello nazionale. Nonostante i tentativi di arginarne la diffusione portati avanti dai singoli comuni, il virus ha colpito ad oggi quasi 5 milioni di persone, causando oltre 120 mila vittime e facendo della Colombia il terzo Paese del continente per numero di decessi associati al nuovo virus. Sicuramente la responsabilità del fallimento del sistema sanitario ricade sul governo e sui poteri politici, ma parte della colpa è attribuibile ai cittadini che non hanno rispettato le norme di sicurezza messe in atto dai poteri centrali, in segno di forte sfiducia nei confronti di questi. I numeri associati alla crisi economica conseguente al lockdown sono spaventosi: a maggio 2020 il livello di disoccupazione ha raggiunto il 21,4%, con oltre 5 milioni di persone che hanno perso il lavoro in un solo mese. Lo stop di gran parte delle attività commerciali ha colpito maggiormente la classe medio-bassa, andando a gravare sul divario di ricchezza già imponente in Colombia. Per fronteggiare l’emergenza il governo centrale ha investito il 4.1% del PIL in aiuti e forme di finanziamento per le categorie più vulnerabili della popolazione, ampliando così il debito pubblico del 15% circa (dati aggiornati ad aprile 2021, secondo il Fondo Monetario Internazionale). L’aumento vertiginoso del debito pubblico costituisce un grande problema per un Paese che negli ultimi decenni ha faticato molto per migliorare la propria presenza nel quadro economico e finanziario internazionale. L’aumento del divario nelle finanze del governo mette a repentaglio la fiducia che le agenzie di rating hanno nella capacità della Colombia di pagare il suo debito, con un crollo dei finanziamenti esteri che ne potrebbe conseguire. La proposta di riforma del sistema tributario Per far fronte alla situazione allarmante, a distanza di appena un anno dal dilagare della prima ondata di pandemia nel Paese, il presidente Duque ha presentato un progetto di riforma del settore tributario (la terza del suo mandato), stavolta accompagnata da una proposta di cambiamento del servizio sanitario nazionale. L’obiettivo prefisso – da molto considerato ambizioso – è di recuperare il 2% del PIL e di privatizzare il settore sanitario, lasciando esclusi i più poveri da un servizio di qualità. Le modifiche alle imposte si articolerebbero in due modalità: da una parte ampliando la base dei contribuenti in base al reddito ed a partire da chi guadagna circa 700 dollari americani al mese; dall’altra estendendo l’imposta sul valore aggiunto (IVA) di alcune categorie di prodotti, tra cui quelli elettronici e del trasporto. Tra le varie proposte, il Ministero delle Finanze presenta quella di inserire una “tassa temporanea e di solidarietà” per chi possiede un patrimonio superiore a 1,3 milioni di dollari, dell’1% o del 2% in base alla portata del patrimonio stesso. Se da un lato si vuole tassare la ricchezza, dall’altro si avanza la proposta di creare un reddito di cittadinanza come ammortizzatore sociale, nonché di rendere permanenti i programmi sociali creati con la pandemia. Per quanto, all’apparenza, la riforma andrebbe a gravare maggiormente sulla classe medio-alta, il ceto più povero non ne resterebbe immune. Questo, costituito in gran parte da persone che vivono alla giornata ed appena in grado di procurarsi di che mangiare, si è letteralmente ridotto alla fame con la chiusura delle attività e l’imposizione della quarantena nazionale. Pertanto, il progetto di riforma presentato da Duque è stato interpretato dalla popolazione come un altro colpo alla povertà del Paese. Ma non solo: questa terza riforma fiscale rappresenterebbe l’ennesima promessa non mantenuta dal presidente, che in campagna elettorale aveva dichiarato che non avrebbe aumentato la pressione fiscale, ma anzi che avrebbe potuto addirittura diminuirla. SOS Colombia: proteste pacifiche e repressioni violente Dopo la presentazione pubblica del progetto di riforme, la popolazione ha reagito. Sull’onda delle prime proteste contro il governo del 2019, i cittadini si sono organizzati in marce di dissenso e manifestazioni pacifiche nelle città della Colombia. Precisamente il 28 aprile del 2021, i cittadini si sono riversati nelle strade, chiedendo la revoca dei progetti di riforma e piuttosto dell’istituzione di un reddito di base universale al livello del salario minimo nazionale; aiuti aggiuntivi alle piccole imprese e la proibizione dell’utilizzo del glifosato negli erbicidi, che sta impoverendo il terreno e mettendo sul

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