Carovana (anti)americana: un amore non corrisposto

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Abbiamo l’ultima tappa del nostro viaggio nella storia da affrontare.

Abbiamo visto un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina che si è trasformato in una feroce gelosia. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Dopo la caduta del blocco sovietico iniziò una nuova fase nella regione che qui ci interessa. Questa però iniziò comunque con un intervento americano.

Il 20 dicembre del 1989, 13 mila soldati americani si unirono a un contingente di proporzioni analoghe stabilmente deputato alla protezione dei diritti americani nell’area del Canale di Panama con l’obiettivo di catturare Manuel Noriega, il famigerato leader delle forze di difesa panamensi che all’inizio del mese si era autoproclamato capo del governo. All’inizio del 1988 Noriega era stato condannato da un tribunale federale in Florida per riciclaggio di denaro sporco e traffico di droga.

L’amministrazione Bush, individuando nel leader di Panama un simbolo del traffico di stupefacenti, lanciò “l’Operazione giusta causa” senza consultare gli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani. Noriega fu arrestato, e successivamente processato e condannato a Miami. Ci furono proteste diffuse in America Latina e l’opinione pubblica americana nel suo complesso accolse l’intervento come una vittoria nella cosiddetta “Guerra alla Droga”. Il traffico di droga però, continuò a prosperare per tutti gli anni ’90.

Un’altra operazione importante ci fu nel 1994 quando i marines americani furono chiamati ad intervenire ad Haiti. L’amministrazione Clinton aveva lanciato “l’operazione difesa della democrazia” a seguito di una montante crisi di rifugiati innescata dall’operato di una serie di regimi repressivi nell’isola. Per tutti gli anni ’80 le precedenti amministrazioni avevano rimpatriato gli haitiani che cercavano di sfuggire al regime brutale di Jean-Claude Duvalier; solo a 28 dei circa 23 mila “Boat People” haitiani venne dato asilo negli Stati Uniti.

Duvalier fu rovesciato nel 1986 e Jean Bertrand Aristide vinse le elezioni democratiche nel 1990. Questo però venne deposto nel 1991 da un colpo di stato militare condannato dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione degli stati americani. Questa volta, vista l’impennata del flusso dei rifugiati, la guardia costiera americana concesse temporaneamente un porto sicuro a migliaia di Haitiani nella base militare della Baia di Guantanamo a Cuba. La prospettiva che fino a 200 mila haitiani prendessero il mare stava iniziando a creare una grave crisi sul piano politico e umanitario. Per ristabilire l’ordine furono inviate ad Haiti truppe americane.

Quindi in cosa consiste questa nuova fase? Sostanzialmente vi è stato un cambio di logica. Entrambe le operazioni, pur rimanendo espressione della persistente egemonia americana nei Caraibi, erano dettate da considerazioni di politica interna.

Dal punto di vista economico ancora negli anni ’90 era chiara la dipendenza economica dell’America Latina dagli Stati Uniti. In parte ciò era dovuto alla storica disparità in termini di ricchezza.

Il PIL degli Stati Uniti era ancora sette volte quello dell’America Latina, ma la popolazione dell’America Latina era del 75% più numerosa. L’America Latina restava relativamente povera e sovrappopolata, il che era una delle motivazioni alla base della massiccia migrazione illegale verso il nord. Malgrado le transazioni con la regione fossero nel complesso diminuite tra il ’70 e l’80, gli Stati Uniti nel 1990 restavano comunque il principale partner commerciale di tutti i Paesi della regione.

Il rapporto Nord-Sud iniziò a sembrare piuttosto diverso rispetto al passato ma lo spirito antiamericano, da sempre prevalente nella regione per i diversi motivi che abbiamo accennato, si esacerbò.

In un sondaggio del 2007 più della metà dei latinoamericani dichiarano di avere una visione negativa degli Stati Uniti ed esponenti dell’antiamericanismo come Hugo Chavez, presidente venezuelano fino al 2013, cominciarono a rappresentare una speranza per molti latinoamericani.

Oggi l’antiamericanismo è ancora forte e la speranza venezuelana sta affogando nell’inflazione, nella povertà e nella violenza.

Nel frattempo, il 13 ottobre una carovana dei migranti si è messa in marcia con l’intento di arrivare negli Stati Uniti. Sono partiti dal nord dell’Honduras, hanno attraversato il Guatemala e il 20 ottobre, con 4.500 esseri umani, hanno bussato alle porte del Messico.

Da lì l’attenzione mediatica è salita. Il primo eco è stato dato dal presidente Trump che, attraverso una serie di tweet, ha usato questa iniziativa come strumento di campagna elettorale per le recenti Midterm Elections.

All’inizio, ha minacciato il Guatemala di revocare gli aiuti concessi, nel caso in cui il governo non fosse intervenuto per fermare la carovana che passava per il suo territorio. Quindi, ha ordinato l’impiego di forze armate al confine per la protezione contro “l’invasione”. Ha finito con il minacciare la revoca del NAFTA, da poco rinnovato.

La Carovana è, in un modo o nell’altro, riuscita ad arrivare a Tijuana e il 26 novembre le tensioni sono aumentate sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Le autorità americane hanno utilizzato lacrimogeni contro la folla. I migranti della carovana denunciano che gli Stati Uniti li hanno costretti a partire dopo aver appoggiato quello che viene riconosciuto come il colpo di stato del 2009, contro il presidente honduregno Zelaya, e di aver gettato in una forte instabilità Paesi come il Guatemala ed El Salvador.

Per noi finisce questo viaggio in una storia d’amore ormai esausta. Una storia altalenante fatta di rapporti difficili. Una storia che voleva illustrare il perché di un sentimento così forte di antiamericanismo. Certo, le motivazioni sono più profonde e ce ne sono molte altre. Ogni storia d’amore è più profonda di quanto raccontiamo, di quanto capiamo e di quanto esprimiamo. Proprio per questo cercheremo di raccontare le situazioni dei diversi Paesi nelle nostre schede paese e in altri articoli. Continuate a seguirci, presto inizieremo un nuovo viaggio.

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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I migranti venezuelani in Colombia

Con 4,6 milioni di persone che hanno lasciato il Venezuela in seguito alla crisi politica ed economica degli ultimi anni, in America Latina è in corso una crisi migratoria senza precedenti. In un’epoca di ostilità, chiusura e innalzamento di muri, la vicina Colombia ha assorbito circa 1,8 milioni di migranti venezuelani, praticando finora una politica di solidarietà, ovviamente non senza contraddizioni. La crisi venezuelana Sono finiti gli anni del boom economico venezuelano, quando il paese caraibico rappresentava, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), una delle destinazioni preferite dai migranti interni latinoamericani. La situazione si è rovesciata, ora dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela si parte. Lo hanno fatto circa 4,6 milioni di persone in pochi anni e l’UNHCR stima che arriveranno a 6,5 milioni entro fine 2020, quasi il 20% della popolazione venezuelana. Le ragioni dell’esodo, secondo nel mondo solo a quello siriano, sembrano evidenti se si pensa che l’economia venezuelana si è ridotta di due terzi dal 2013 al 2019 e che il Paese è entrato da qualche anno in un periodo di profonda instabilità politica, oltre che economica. Significativo il fatto che il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, prosecutore del c.d. socialismo bolivariano di Hugo Chávez, non sia riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale e che lo scorso anno il principale leader dell’opposizione Juan Guaidó si sia autoproclamato presidente, in un tentativo fallito di prendere il potere. Le cause dell’attuale situazione venezuelana sono complesse e molteplici: l’iperinflazione, le sanzioni dettate dagli Stati Uniti, il debito accumulato negli anni, la mancanza di democrazia nelle politiche governative, un sistema economico basato da lungo tempo quasi esclusivamente sulla produzione di petrolio, fortuna e condanna del Paese. Le radici geopolitiche di una crisi non sono mai semplici da rintracciare in America Latina, forse il maggior terreno di scontro ideologico tra capitalismo e socialismo, storicamente dilaniata da accaparramenti, corruzione ed ingerenze esterne. Ciò che è certo sono i fatti, la crisi politico-economica ha costretto il Venezuela a condizioni di estrema povertà e di mancanza di beni di prima necessità, come cibo e medicinali e la popolazione sta abbandonando in massa il Paese. La migrazione in Colombia Quasi l’80% dei migranti venezuelani si trovano in America Latina e il Paese che ne ha assorbiti di più è la vicina Colombia, al confine ovest del paese caraibico, seguita da Perù, Cile, Ecuador, Brasile e Argentina. Secondo i dati ufficiali di Migración Colombia, a dicembre 2019 erano più di 1.771.000 i venezuelani presenti nel Paese, di cui circa 220.000 minori. A differenza di altri paesi sudamericani, la Colombia non era abituata a ricevere migranti, al contrario erano i colombiani ad emigrare in cerca di una vita migliore, lontana dalla guerra civile che ha dilaniato il Paese per decenni. Proprio il Venezuela più di tutti ha accolto i rifugiati colombiani, attirati anche dalla sua passata prosperità economica. Nonostante un rapporto dell’UNHCR del 2019 mostri come, negli ultimi anni, i rientri in patria dei colombiani espatriati in Venezuela siano aumentati sostanzialmente, la memoria storica colombiana non ha dimenticato l’accoglienza ricevuta. L’idea di ricambiare il favore, legata forse alla presa di coscienza dell’inevitabilità del fenomeno migratorio venezuelano, ha portato la Colombia ad adottare politiche migratorie abbastanza aperte. Nel 2016, ad esempio, sono stati istituiti i Permessi speciali di permanenza (Pep), che permettono ai migranti venezuelani di godere di diritti fondamentali, quali l’accesso a lavoro, sanità e istruzione. Tali permessi sono risultati ancora più utili in ragione dell’impossibilità per i venezuelani di rinnovare i propri documenti, dato il congelamento dei rapporti diplomatici tra Colombia e Venezuela e la conseguente chiusura delle ambasciate. Risale all’estate 2019 un altro provvedimento del governo colombiano elogiato dalle organizzazioni umanitarie, ovvero la concessione della cittadinanza a 24mila bambini nati in Colombia da donne venezuelane, con effetto ex-post anche sulle nascite che avverranno nei prossimi due anni. Le cifre che la Colombia sta investendo per gestire il recente fenomeno migratorio sono alte, e difficili da sostenere per un paese che deve affrontare le conseguenze di un conflitto duro a morire. Ciononostante a livello regionale sono stati instituiti dei meccanismi per coordinare e facilitare l’inclusione legale, sociale ed economica dei cittadini venezuelani. I governi dei paesi latinoamericani maggiormente interessati dall’arrivo dei venezuelani, hanno infatti congiuntamente lanciato il Piano di risposta regionale umanitaria per rifugiati e migranti 2020 (RMRP), uno strumento che intende coordinare e raccogliere i fondi per gestire il flusso migratorio. Un delicato equilibrio La popolazione colombiana ha inizialmente reagito positivamente all’accoglienza dei migranti venezuelani, ma sembra che negli ultimi mesi siano aumentati i casi di xenofobia e stigmatizzazione. In una società come quella colombiana, fortemente provata dal conflitto armato e da una crescente stratificazione sociale, i migranti venezuelani si sono andati ad aggiungere alla fascia di popolazione più marginalizzata, quella che popola le periferie delle grandi città.  In particolare, secondo le autorità colombiane, il 90% dei venezuelani in Colombia lavora nell’economia informale. D’altronde, secondo il Dipartimento amministrativo nazionale di statistica, il 47,2% degli stessi colombiani lavora nell’informalità e nella precarietà. La nuova situazione emergenziale creatasi con la pandemia di COVID-19 ha ulteriormente complicato la situazione dei migranti venezuelani. Il presidente colombiano Ivàn Duque il 13 marzo 2020 ha temporaneamente chiuso le frontiere per arginare il diffondersi del nuovo coronavirus, ma gli oltre duemila chilometri di confine che separano i due paesi, in parte zone isolate ed interessate dal conflitto armato, sono difficili da controllare. Il rischio è maggiore per i migranti non legalmente registrati in Colombia, circa la metà dei quasi due milioni presenti sul territorio, secondo una stima di Migración Colombia. Questi ultimi non hanno quindi accesso alle prestazioni sanitarie, oltre ad essere costantemente a rischio di violenza, sfruttamento, lavoro minorile, reclutamento da parte dei gruppi armati e tratta. In ultimo, una conseguenza del COVID-19, riguarda gruppi di migranti venezuelani che stanno cercando di tornare in patria nelle ultime settimane. Le misure di quarantena adottate dal governo colombiano, per il momento previste fino al 27 aprile, hanno bloccato l’economia informale e alcuni migranti, ormai senza lavoro, preferiscono tornare a casa, seppur nelle disastrose

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Marielle Franco per i diritti delle minoranze

Marielle Franco, all’anagrafe Marielle Francisco da Silva, è stata una politica, sociologa ed attivista dei diritti umaniche ha ricoperto il ruolo di consigliera del municipio di Rio de Janeiro fino al suo omicidio, nel 2018. Le sue battaglie al fianco delle categorie più emarginate della società brasiliana odierna hanno favorito la sua rapida ascesa nello scenario politico del Paese ed in quello internazionale, soprattutto grazie al suo attivismo per i diritti delle donne, delle persone di colore, degli abitanti delle favelas e della comunità LGBTQ+. Tuttavia, le idee di Marielle, inserite nelle dinamiche della politica brasiliana, devono aver minacciato profondamente coloro che, tre anni fa, hanno ordinato la sparatoria che le ha tolto la vita. Le origini di Marielle Franco Nata nel 1979 a Maré, Rio de Janeiro, da una famiglia di origini afroamericane, Marielle Franco cresce affrontando tutti gli svantaggi della sua categoria sociale. Maré è infatti un complesso, un cluster, di sedici slum (favelas) di Rio de Janeiro, che ospita decine di migliaia di persone con difficoltà economiche e sociali. Le forti disuguaglianze di ricchezza presenti in Brasile si percepiscono qui più che altrove, concretizzandosi in una forte e diffusa difficoltà di accesso ai servizi della sanità, al lavoro ed all’istruzione. Franco studia in una scuola pubblica serale fino al diploma. Impossibilitata ad accedere direttamente all’università, si iscrive quindi ad un esame di ammissione preliminare, ma è presto costretta ad abbandonare quella strada perché, come succede spesso alle ragazze delle favelas brasiliane, resta incinta a diciotto anni. Per tre anni Marielle Franco mette da parte la sua carriera accademica per dedicarsi unicamente alle cure della figlia abbandonata dal padre finché, nel 2002, non entra nella Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro. È proprio in questi anni che l’attivismo politico di Franco inizia a definirsi a favore di una società più inclusiva e giusta per tutti i brasiliani. “Lotta come Marielle” La società brasiliana di oggi, oltre a presentare un forte divario di ricchezza, è anche molto variegata. La presenza di molte etnie, tuttavia, coincide con una distribuzione della ricchezza non equa, che vede i brasiliani bianchi ai vertici dell’economia del Paese, lasciando gli afroamericani e le minoranze culturali a “gonfiare” le schiere degli svantaggiati che abitano gli estesi slum qui presenti. Questi conglomerati urbani si caratterizzano per una forte insicurezza a causa delle bande criminali che vi abitano. Spesso, in risposta a ciò, le autorità locali promuovono incursioni armate di forze di polizia che esercitano violenze e commettono arresti per mantenere l’ordine pubblico. La sicurezza delle favelas è il primo e maggiore tema affrontato nel discorso politico di Marielle Franco. Nel 2006 promuove una campagna a favore dell’istruzione dei giovani abitanti degli slum, richiedendo uno spostamento di fondi pubblici dal settore della sicurezza a quello dell’educazione. Lo stesso anno, Franco si avvicina alle idee politiche di Marcelo Freixo e del Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), promuovendo il diritto alla vita di tutti, soprattutto degli abitanti delle favelas. Nel 2009 i due funzionari pubblici entrano a far parte della Commissione per i diritti umani dell’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, e dal 2012 a Marielle Franco viene assegnato il coordinamento della Commissione stessa. La figura di Marielle Franco debutta così nella sfera politica del Brasile. Un’unica persona si faceva portavoce delle necessità di un ampio ventaglio di gruppi sociali: gli abitanti delle favelas, le donne, le minoranze etniche e le persone LGBTQ+, e le rivendicava attraverso la sua politica “gentile”. Non era una persona qualsiasi: era una giovane donna afroamericana, bisessuale ed originaria della maggiore favela della città. Come politica ed attivista, ha condotto una campagna senza sosta contro la spirale di violenza della polizia nelle favelas della città. Le sue azioni volte a favorire l’emancipazione delle donne e ad incentivare una migliore rappresentanza politica hanno ispirato i movimenti femministi che, con lo slogan “lute como Marielle Franco” (lotta come Marielle Franco), onorano il coraggio con cui questa donna ha portato avanti la battaglia per i diritti umani nel suo Paese. Uno dei suoi progetti di legge, denominato “se è legale deve essere reale”, si propose di potenziare i reparti maternità degli ospedali e dei centri di riferimento, evidenziando una scarsa applicazione della legge del 1940 che legittima l’aborto in determinati casi: Quando la donna è in rischio di vita; Se la gravidanza è conseguente ad una violenza sessuale; Quando il feto è anencefalico. L’impossibilità di abortire è infatti una delle cause dell’alta mortalità materna presente tra le donne brasiliane, in particolare tra le donne nere, con un basso reddito ed originarie della periferia. Martire di una guerra senza fine Marielle Franco è stata una leader sociale, si è battuta per la giustizia e l’uguaglianza, l’inclusione e la solidarietà, la bellezza della diversità. La sua brillante carriera si è brutalmente interrotta il 14 Marzo 2018, quando quattro colpi di pistola hanno raggiunto lei ed il suo autista, sulla strada di ritorno da un raduno di giovani attivisti neri. Finisce a 38 anni la vita di Marielle Franco, una persona le cui idee hanno appassionato il Brasile ed hanno fatto sperare la popolazione costituente gli strati svantaggiati della sua società in un futuro migliore. L’attivismo di Marielle le è valso molti nemici potenti. Ha condannato l’impunità che circonda le uccisioni extragiudiziali di giovani neri da parte delle forze di sicurezza e, due giorni prima della sua uccisione, aveva denunciato il ruolo della polizia nell’uccisione di un giovane uomo di colore di nome Matheus Melo. Era una delle principali critiche della gestione delle forze di polizia a Rio de Janeiro ed era a capo di una commissione cittadina incaricata di monitorarne gli interventi. Le indagini ancora in corso vengono svolte sotto massima riservatezza. Intanto, alla presidenza del Brasile è salito Jair Bolsonaro, personaggio politico dalle aperte idee misogine e razziste che non ha mai rilasciato dichiarazioni sul caso. Il 12 marzo 2019 due uomini accusati di aver ucciso Marielle e Anderson sono stati sottoposti a detenzione preventiva, ma da allora sembrano essere stati compiuti pochi progressi nel chiarire le

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“SOS Colombia”: la repressione silenziosa di un popolo stanco

SOS Colombia è lo slogan intonato dai manifestanti silenziati con la forza dalla polizia in occasione delle proteste contro il governo. Il 28 aprile scorso, infatti, centinaia di migliaia di cittadini colombiani sono scesi nelle piazze e nelle strade delle città per protestare contro le nuove riforme proposte dal governo di Iván Duque. Dopo pochi giorni dall’inizio delle manifestazioni pacifiche, le forze di polizia e le forze speciali hanno attaccato i civili, dando il via ad una repressione violenta che è proseguita indomita per oltre due mesi. Dove eravamo rimasti Con Large Movements abbiamo ampiamente parlato della Colombia, evidenziando luci ed ombre dell’attualità socio-politica ed economica di questo Paese posizionato al nord dell’America Latina, in un luogo strategico per le connessioni tra il continente e la superpotenza statunitense. Oggi riprendiamo il discorso perché la tregua tra il governo e la guerriglia FARC-EP siglata nel 2016 rischia di rivelarsi uno specchio per le allodole per tutti coloro che vogliono vivere in pace in un Paese che da oltre 60 anni si fa la guerra. Ed è proprio dalla narrazione sulla pace e sulla guerra, per noi raccontata da M., che l’ha vissuta sulla sua pelle, che riprendiamo a parlare della Colombia, perché mai come adesso è necessario farlo. Nel 2018 sale alla presidenza colombiana Iván Duque Márquez, personaggio asceso dalle fila di Uribe, il “Signore della Guerra”. La politica di Duque si dimostra da subito in contrasto con quella di Santos, suo predecessore e fautore degli accordi di pace di due anni prima. La tensione interna al Paese torna presto a salire, e dal novembre del 2019 i cittadini dimostrano il loro malcontento con le prime manifestazioni pubbliche contro il governo. Il Covid in Colombia: la risposta del governo Lo scoppio della pandemia da COVID-19 ha significato un collasso del sistema sanitario colombiano, ed una gestione dell’emergenza sanitaria poco efficiente a livello nazionale. Nonostante i tentativi di arginarne la diffusione portati avanti dai singoli comuni, il virus ha colpito ad oggi quasi 5 milioni di persone, causando oltre 120 mila vittime e facendo della Colombia il terzo Paese del continente per numero di decessi associati al nuovo virus. Sicuramente la responsabilità del fallimento del sistema sanitario ricade sul governo e sui poteri politici, ma parte della colpa è attribuibile ai cittadini che non hanno rispettato le norme di sicurezza messe in atto dai poteri centrali, in segno di forte sfiducia nei confronti di questi. I numeri associati alla crisi economica conseguente al lockdown sono spaventosi: a maggio 2020 il livello di disoccupazione ha raggiunto il 21,4%, con oltre 5 milioni di persone che hanno perso il lavoro in un solo mese. Lo stop di gran parte delle attività commerciali ha colpito maggiormente la classe medio-bassa, andando a gravare sul divario di ricchezza già imponente in Colombia. Per fronteggiare l’emergenza il governo centrale ha investito il 4.1% del PIL in aiuti e forme di finanziamento per le categorie più vulnerabili della popolazione, ampliando così il debito pubblico del 15% circa (dati aggiornati ad aprile 2021, secondo il Fondo Monetario Internazionale). L’aumento vertiginoso del debito pubblico costituisce un grande problema per un Paese che negli ultimi decenni ha faticato molto per migliorare la propria presenza nel quadro economico e finanziario internazionale. L’aumento del divario nelle finanze del governo mette a repentaglio la fiducia che le agenzie di rating hanno nella capacità della Colombia di pagare il suo debito, con un crollo dei finanziamenti esteri che ne potrebbe conseguire. La proposta di riforma del sistema tributario Per far fronte alla situazione allarmante, a distanza di appena un anno dal dilagare della prima ondata di pandemia nel Paese, il presidente Duque ha presentato un progetto di riforma del settore tributario (la terza del suo mandato), stavolta accompagnata da una proposta di cambiamento del servizio sanitario nazionale. L’obiettivo prefisso – da molto considerato ambizioso – è di recuperare il 2% del PIL e di privatizzare il settore sanitario, lasciando esclusi i più poveri da un servizio di qualità. Le modifiche alle imposte si articolerebbero in due modalità: da una parte ampliando la base dei contribuenti in base al reddito ed a partire da chi guadagna circa 700 dollari americani al mese; dall’altra estendendo l’imposta sul valore aggiunto (IVA) di alcune categorie di prodotti, tra cui quelli elettronici e del trasporto. Tra le varie proposte, il Ministero delle Finanze presenta quella di inserire una “tassa temporanea e di solidarietà” per chi possiede un patrimonio superiore a 1,3 milioni di dollari, dell’1% o del 2% in base alla portata del patrimonio stesso. Se da un lato si vuole tassare la ricchezza, dall’altro si avanza la proposta di creare un reddito di cittadinanza come ammortizzatore sociale, nonché di rendere permanenti i programmi sociali creati con la pandemia. Per quanto, all’apparenza, la riforma andrebbe a gravare maggiormente sulla classe medio-alta, il ceto più povero non ne resterebbe immune. Questo, costituito in gran parte da persone che vivono alla giornata ed appena in grado di procurarsi di che mangiare, si è letteralmente ridotto alla fame con la chiusura delle attività e l’imposizione della quarantena nazionale. Pertanto, il progetto di riforma presentato da Duque è stato interpretato dalla popolazione come un altro colpo alla povertà del Paese. Ma non solo: questa terza riforma fiscale rappresenterebbe l’ennesima promessa non mantenuta dal presidente, che in campagna elettorale aveva dichiarato che non avrebbe aumentato la pressione fiscale, ma anzi che avrebbe potuto addirittura diminuirla. SOS Colombia: proteste pacifiche e repressioni violente Dopo la presentazione pubblica del progetto di riforme, la popolazione ha reagito. Sull’onda delle prime proteste contro il governo del 2019, i cittadini si sono organizzati in marce di dissenso e manifestazioni pacifiche nelle città della Colombia. Precisamente il 28 aprile del 2021, i cittadini si sono riversati nelle strade, chiedendo la revoca dei progetti di riforma e piuttosto dell’istituzione di un reddito di base universale al livello del salario minimo nazionale; aiuti aggiuntivi alle piccole imprese e la proibizione dell’utilizzo del glifosato negli erbicidi, che sta impoverendo il terreno e mettendo sul

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Politiche estrattive in Colombia: quali ricadute su ambiente e diritti umani?

In Colombia cosi come in tutta l’America Latina, l’intensificarsi dello sfruttamento dei territori, tramite politiche di tipo estrattivista, impatta negativamente sull’ambiente e sui diritti umani, in particolar modo quelli dei popoli indigeni, mettendo in evidenza le carenze di un modello di sviluppo tutt’altro che sostenibile. Il modello estrattivista Il concetto di estrattivismo è largamente utilizzato in America Latina per riferirsi ad una modalità di accumulazione cominciata con la colonizzazione del subcontinente americano, la quale prevede che alcune regioni del mondo siano specializzate nell’estrazione e nell’esportazione di materie prime, mentre altre regioni siano dedite al loro consumo. In questo senso, le attività considerate estrattiviste sono quelle che comprendono lo sfruttamento di grandi quantità di risorse naturali, come i minerali, il petrolio, i prodotti agricoli e forestali.  I paesi latinoamericani dipendono fortemente dall’estrazione delle loro risorse naturali e dalla loro esportazione all’estero, seguendo un modello di export-led growth che non permette di diversificare l’economia e la fa dipendere pericolosamente dal valore che le materie prime in questione hanno sul mercato internazionale, esemplificativo in questo senso è il caso del Venezuela. Le critiche al modello estrattivista si muovono tuttavia soprattutto riguardo agli effetti che questo ha sull’ambiente. Se l’ambiente e le sue risorse vengono considerati esclusivamente in quanto beni economici da vendere al miglior offerente e mezzi per accrescere lo sviluppo, e se quest’ultimo è inteso come mero aumento del prodotto interno lordo, va da sé la mancata protezione e la degradazione ambientale che i paesi latinoamericani stanno vivendo. La concezione ambientale degli indigeni di Abya Yala L’America Latina o Abya Yala, come chiamata dai popoli indigeni, è un’area esemplificativa di come lo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali non abbia conseguenze solo a livello ambientale, ma anche relativamente ai diritti di quei popoli strettamente interconnessi con la natura, i popoli indigeni, i cui componenti sono stimati in circa 42 milioni sul territorio sudamericano. Il contributo dei popoli indigeni alla gestione e alla protezione dell’ambiente è ormai riconosciuto a livello internazionale, basti pensare che i c. d. “protettori della Terra” preservano circa l’80% della biodiversità del pianeta. Il territorio costituisce per i popoli indigeni una base spirituale e materiale indissolubilmente legata alla loro identità passata e futura. Dagli anni Novanta in poi è iniziato un recupero della visione indigena ambientale, a partire dalla diffusione dei concetti andini di Pacha Mama e Buen vivire della loro inclusione in alcune costituzioni latinoamericane, come quelle di Bolivia e Ecuador. Il concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua quechua, implica una vita in armonia tra individui, comunità e natura ed è presente con diversi termini in tutte le culture indigene latinoamericane. Nella cosmovisione indigena il benessere è possibile solo all’interno della comunità e nel rispetto della Pacha Mama, dunque l’elemento essenziale del buen vivir è la protezione della natura. In questo senso risulta essere un’ottima alternativa rispetto alle moderne sfide ambientali e di sviluppo. Dato il legame imprescindibile che i popoli indigeni hanno con l’ambiente e il territorio, da un lato per le loro caratteristiche spirituali e culturali, dall’altro perché la maggior parte di essi dipende materialmente dalle risorse naturali, si può affermare che la loro sopravvivenza in quanto popoli indigeni dipenda dalla conservazione e dalla tutela dell’ambiente in cui vivono. D’altro canto, fin dalla colonizzazione questi popoli hanno affrontato appropriazioni illecite delle loro terre ancestrali, trasferimenti forzati delle comunità, inquinamento delle risorse naturali da cui dipendono. Per fortuna i movimenti indigeni latinoamericani sono caratterizzati da una storica solidità e forza che li ha portati a resistere, per quanto possibile, ai numerosi tentativi di sterminio e di assimilazione sin dal periodo della colonizzazione europea.  In nome dello “sviluppo”, vengono realizzati sui territori indigeni attività estrattive, progetti idroelettrici e megaprogetti energetici, inclusi quelli di energia rinnovabile, che portano al dislocamento forzato dei popoli indigeni, spesso senza un’adeguata compensazione. L’elezione di leader politici, come Jair Bolsonaro in Brasile, che supportano l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali non può che peggiorare la situazione. L’industria mineraria, in particolare, ha effetti devastanti sulle comunità indigene, poiché questi perdurano anche quando i progetti di estrazione si concludono. In particolare i progetti estrattivi hanno conseguenze negative nella coesione dei popoli indigeni del territorio dove hanno luogo, a causa degli spostamenti forzati e delle divisioni delle comunità, e spesso impediscono lo svolgersi delle attività agro-pastorali tradizionali. La convergenza tra protezione dell’ambiente e tutela dei diritti dei popoli indigeni è emblematica nella regione amazzonica, eppure, proprio in quei territori sono molteplici i progetti di estrazione mineraria e di estrazione petrolifera. L’impatto delle politiche estrattive in Colombia Anche la Colombia subisce le conseguenze dell’aumento crescente di politiche di tipo estrattivo, che ricadono in primis sull’ambiente. Nonostante la Colombia faccia parte dei c.d. paesi “megadiversi”, i più ricchi di biodiversità del pianeta e conti infatti ben 311 ecosistemi, quella che dovrebbe essere la principale ricchezza da preservare diventa spesso merce di scambio per perseguire politiche neo-liberiste. Il Paese è per questo caratterizzato da un’alta incidenza di conflitti ambientali che coinvolgono soprattutto i popoli indigeni, che rappresentano circa il 3,4 % della popolazione. Negli ultimi decenni in Colombia sono aumentate le politiche di sviluppo statali tese ad attività di tipo estrattivo e allo sviluppo megaprogetti ad alto impatto ambientale e sociale. In dipartimenti come il Chocó, La Guajira e Amazzonia, ciò ha provocato il trasferimento forzato di comunità indigene, l’inquinamento ambientale dei territori e situazioni di violenza ed insicurezza. Parallelamente sono state inoltre approvate delle normative che favoriscono i grandi investimenti transnazionali. Tra questi vi è la legge n. 685 del 2001, il c.d. Código de minas, che favorisce la partecipazione di imprese private nei processi di esplorazione e sfruttamento di minerali e idrocarburi e una sentenza del 2019 della Corte Costituzionale colombiana, la quale sopprime l’obbligatorietà delle consultazioni popolari nei casi di progetti minerari che minaccino di trasformare profondamente l’uso del suolo di un determinato territorio. In ultimo, lo scorso autunno il ricorso del presidente Duque contro la sospensione dell’uso della tecnica invasiva di estrazione petrolifera, il frackinge il conseguente avvio di progetti pilota di perforazione

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Donne venezuelane alla ricerca della salute che non c’è

Il collasso dell’economia in Venezuela ha determinato una serie di congiunture interne al paese causando quello che oggi è il più grande fenomeno migratorio della storia latinoamericana. Come in ogni crisi, i gruppi sociali più vulnerabili sono quelli a risentirne maggiormente. Tra questi ci sono le donne, esposte a una cultura patriarcale fatta di violenza e minori possibilità occupazionali. Il Covid-19 ha complicato inoltre l’accesso alle cure alle donne venezuelane le quali, già prima della pandemia, presentavano specifiche necessità in termini di salute sessuale e riproduttiva.   Genere e salute nelle politiche sociali venezuelane Dal 2003 sono state promosse in Venezuela una serie di politiche sociali conosciute come Misiones Bolivarianas. Le Misiones hanno obiettivi differenti: dalla lotta contro la povertà ai programmi di alfabetizzazione, dalla salute all’acceso al credito, dall’implementazione di attività culturali e politiche a quelle in sostegno della popolazione indigena e dell’ambiente. Misión Barrio Adentro e Misión Madres de Barrio sono però le due iniziative che hanno definito negli anni il ruolo della donna e del sistema sanitario venezuelano. La prima ha determinato l’edificazione di ambulatori nelle zone rurali e urbane più depresse del paese, la seconda, invece, ha come genesi una giustificazione costituzionale.   L’art. 88 della Costituzione venezuelana, infatti, sancisce il riconoscimento sociale di una leadership femminile nella gestione e nella cura del nucleo famigliare. Lo sfondo ideologico di Madres del Barrio che mira all’indipendenza femminile è stato poi tradotto in trasferimenti monetari a sostegno delle donne disoccupate. Tuttavia, se da un lato il riconoscimento del lavoro domestico può essere considerato una conquista per i diritti delle donne, dall’altro si ammette l’esistenza di una differenza fra sessi nei ruoli sociali che tralascia, così, la multidimensionalità dell’essere donna. Alcuni dati sulla salute femminile in Venezuela Più che le politiche sociali, sono i dati che aiutano a comprendere la reale situazione delle donne venezuelane alla luce e della crisi venezuelana e dell’emergenza Covid-19. Pertanto, è possibile ricostruire un quadro generale ed obiettivo sulla salute delle donne venezuelane attraverso i report della società civile e delle organizzazioni internazionali. Da anni, infatti, non vengono pubblicate a riguardo cifre ufficiali governative. Prima di tutto, è opportuno chiarire in che stato si trova oggi il sistema sanitario venezuelano. La Encuesta Nacional de Médicos y Estudiantes de Medicina del 2017 ha rivelato che il 40% degli immatricolati nelle università di medicina venezuelane ha lasciato il paese determinando un’importante diminuzione di tale capitale umano. A questo si somma: un 70% delle strutture ospedaliere con disponibilità intermittente di acqua, un 63% di ospedali senza energia elettrica e un 50% dei laboratori diagnostici non è operativo. Rispetto alla prospettiva di genere, invece, la realtà sopra descritta si complica ulteriormente in tema di salute sessuale e riproduttiva. L’UNFPA segnala che il Venezuela è oggi il terzo paese con il maggior tasso di fecondità in età adolescenziale in America Latina e Caraibi solo dopo Ecuador e Honduras. Human Rights Watch  ha riportato che la mortalità infantile in Venezuela è aumentata del 30%, quella materna del 60%. Equivalencia en Acción, una coalizione della società civile venezuelana, ha denunciato che negli ospedali e nelle farmacie nazionali si sfiora il 100% di irreperibilità di metodi contraccettivi in un paese dove l’aborto è ancora illegale. Pertanto, la possibilità di pianificazione familiare risulta essere piuttosto difficile in Venezuela. Ciò potrebbe comportare un aumento di aborti clandestini, rischiosi per la vita della donna. Inoltre, l’incremento delle gravidanze in età adolescenziale pregiudica il proseguimento degli studi e l’inserimento regolare delle donne nel mercato del lavoro. Le conseguenze sulle donne venezuelane Data la crisi umanitaria del Paese, chi è nelle condizioni economiche e fisiche adeguate, sceglie principalmente di abbandonare il Venezuela. Tuttavia, una volta arrivati nel nuovo paese, l’accesso alle cure non è un processo immediato. Per esempio, in Colombia, primo paese di destino con quasi 2 milioni di venezuelani nel territorio, la situazione è alquanto complessa. Per ottenere l’accesso al sistema sanitario è necessario che il migrante abbia uno status migratorio regolare. Nonostante hay que quitarse el sombrero per come la Colombia abbia gestito gli ingressi dei venezuelani, il sistema di acceso alle cure è ancora troppo rigido per migliaia di migranti non regolarizzati. Ad esempio, la regolarizzazione mediante il PEP, che permetterebbe l’affiliazione a un’assicurazione medica colombiana, non è possibile per il venezuelano privo di un documento d’identità o entrato i Colombia per i punti non autorizzati. In particolare, riguardo alla popolazione venezuelana negli ospedali, 7 persone su 10 sono donne. Tale dinamica si presenta in tutte le regioni colombiane i cui ospedali registrano tra le richieste principali: assistenza alla gravidanza, al parto e cure per malattie sessualmente trasmissibili. Spesso si tratta di gravidanze a rischio per mancate assistenza prenatale dovuta al collasso del sistema sanitario in Venezuela. Infine, l’emergenza Covid-19. La pandemia ha complicato ulteriormente le possibilità di accesso a qualche forma di assistenza sanitaria. A confermare ciò, è stata la Conferenza internazionale di solidarietà sulla crisi dei rifugiati e dei migranti venezuelaniorganizzata dalla Spagna e l’Unione Europea svoltasi lo scorso 26 maggio. L’Unione ha donato 9 milioni per contenere il propagarsi del virus e 918 milioni in per i gruppi vulnerabili colpiti dalla pandemia. Tra questi rientrano migliaia di donne venezuelane che dal 2014 continuano a migrare alla ricerca del loro diritto alla salute. Fonti e approfondimenti https://www.encuestanacionaldehospitales.com/2019 https://avesawordpress.files.wordpress.com/2019/05/mujeres_limite_a4web.pdf https://colombia.unfpa.org/es/news/unfpa-presenta-el-poder-de-decidir-derechos-reproductivos-y-transici%C3%B3n-demogr%C3%A1fica https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/79328/donors-conference-solidarity-venezuelan-refugees-and-migrants-countries-region-amid-covid-19_en

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CONFLITTI SOCIALI MAI SOPITI: El Salvador cade in una nuova ondata di violenza

Sabato 26 marzo 2022 resterà nei ricordi dei salvadoregni come la giornata più violenta degli ultimi venti anni. In poche ore, in El Salvador sono stati riportati 62 omicidi in tutto il territorio nazionale. Per far fronte alla grave emergenza, il 27 marzo l’Assemblea Legislativa ha approvato il Regime di Eccezione, su iniziativa del Presidente Nayib Bukele espressa nel Consiglio dei ministri. Questo Regime sarebbe dovuto durare per un periodo di trenta giorni ma è stato rinnovato di mese in mese ed è tutt’ora in vigore. Attraverso questo Decreto, sono state sospese le garanzie costituzionali tipiche di una società realmente democratica quali: la libertà di associazione e di riunione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione sui motivi della detenzione e della difesa (art. 12 inc. 2 Cn, p. 3); il limite di 72 ore alla detenzione amministrativa (art. 13 inc. 2 Cn, p. 3-4) e l’inviolabilità della corrispondenza e delle telecomunicazioni (art. 24 Cn, p. 5). Per provare a capire come si è arrivati a questa rapida escalation degli eventi, è necessario fare una panoramica degli attori coinvolti. LE MARAS SALVADOREGNE Le origini di questi gruppi criminali organizzati risalgono alla fine del conflitto civile culminato con la firma degli Accordi di Pace nel 1992. A pochi anni dall’abbandono della violenza come mezzo politico, il governo statunitense, che aveva assunto un ruolo centrale nel conflitto salvadoregno, avviò una politica di deportazione dei criminali verso i loro Paesi di origine. I membri delle bande californiane rientrati così in Salvador, portarono con loro i modelli organizzativi tipici della criminalità statunitense e questi inevitabilmente finirono per influenzare i gruppi criminali qui presenti, trasformandoli in un fenomeno più organizzato, complesso e violento. Le nuove bande, note come “maras” o “pandillas”, crebbero rapidamente segnando profondamente il periodo postbellico in El Salvador. La violenza legata al fenomeno della mara salvadoregna scorre in quattro direzioni: la guerra tra bande rivali, la violenza delle bande contro le comunità, la violenza dello Stato verso le maras e le risposte violente di queste verso lo Stato. Abitare in un determinato territorio definisce l’appartenenza ad una pandilla piuttosto che ad un’altra, anche se si tratta di pochi isolati di distanza. Questi spazi sono fuori dal controllo statale e qui si sviluppa la vita criminale salvadoregna. L’accesso alle zone è controllato e limitato a certi orari del giorno, scanditi da un rigido coprifuoco. La popolazione che vive in queste zone è costretta a pagare le continue estorsioni che alimentano economicamente il fenomeno delle maras. Questo potere coercitivo che si è affermato incontrastato, unito alla violenza ed alle continue minacce, costringe migliaia di persone ad abbandonare il proprio quartiere, la propria città od il proprio Paese. L’innegabile impatto che le pandillas hanno sulla vita quotidiana del Salvador ha significato, nell’arco degli anni, un periodico tentativo di negoziazione condotto dal governo con l’obiettivo di contrastare il fenomeno. APPROCCIO DEI GOVERNI PRECEDENTI Le istituzioni pubbliche affrontano il problema su base quotidiana, senza però esser riusciti finora a risolverlo definitivamente. Nel 2003, quando c’era al governo il Partito ARENA – di orientamento nazionalista, conservatore e neoliberista – fu introdotta per la prima volta la repressione come strategia per eliminare le maras. Così, per i successivi cinque anni, furono incarcerati i principali esponenti dei gruppi criminali. La reazione politica causò, oltre al sovraffollamento dei penitenziari, una forzata ridistribuzione dei poteri all’interno delle bande criminali che, proprio da dentro le carceri, riformarono il loro sistema interno, fino addirittura a potenziarlo. Nel 2011, il primo governo del FMLN – attuale partito politico di sinistra, ispirato al rivoluzionario Augustin Farabundo Martì, ex guerrigliero nel conflitto terminato nel 1992 – ha sperimentato un nuovo approccio per affrontare il problema delle maras: una sorta di distensione che ha compreso, tra i vari interventi, anche il trasferimento dei leader in carceri di minore sicurezza a fronte di un impegno degli stessi affinché il tasso di omicidi perpetrati dai loro affiliati diminuisse. Sebbene questa tregua promossa dall’allora partito al governo abbia effettivamente portato ad una riduzione esponenziale e mai vista prima del numero di omicidi in Salvador, non è mai stata accettata dall’opinione pubblica e dall’establishment politico – compresi alcuni funzionari e leader dello stesso FMLN. Diffidenza giustificata anche dal fatto che i politici che avevano promosso questa strategia, non hanno mai chiarito del tutto il ruolo effettivo del governo in questo accordo con le maras, fugando così una volta per tutti i dubbi circa la totale trasparenza e bonarietà dell’operazione. Nel 2014 un altro cambio di governo ha riportato le pandillas nelle prigioni di massima sicurezza, attribuendo loro lo status di organizzazioni terroristiche. La risposta di questi gruppi criminal non si è fatta attendere. Il 2015 infatti, è stato contraddistinto da grandi violenze e da omicidi, soprattutto di poliziotti e militari salvadoregni. A loro volta, la polizia ed i militari hanno cominciato ad adottare strategie sempre più tipiche di un Paese in guerra, arrivando ad perpetrare procedure di controllo del territorio non completamente legali. NAYIB BUKELE E LA GUERRA CONTRO IL TERRORISMO Le elezioni presidenziali del 2019 vedono vincere Nayib Bukele, candidato indipendente del partito Nuevas Ideas – partito promotore di un conservatorismo sociale diametralmente opposto al sistema politico che si era affermato fino a quel momento tra i partiti in precedenza menzionati. La schiacciante vittoria, conquistata anche grazie alla promessa di combattere duramente la violenza delle maras, ha permesso a Bukele di cambiare la politica salvadoregna dall’interno, attuando riforme economiche – molto famosa, anche e soprattutto per le critiche che ha attirato sulla sua presidenza, è quella relativa ai Bitcoin – ma anche giudiziarie ed afferenti al settore della sicurezza nazionale. Nello scorso 2021, in occasione del debutto della nuova Assemblea Legislativa, Bukele ha ordinato la destituzione di cinque magistrati della Camera costituzionale e del procuratore generale, tramite quello che è stato definito un “Autocolpo di Stato”. Al loro posto sono stati inseriti funzionari di fiducia di Nuevas Ideas. In generale, le strategie politiche intraprese finora

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