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La rotta del Mediterraneo Occidentale

Tra il 17 e il 18 maggio 2021, in quasi 24 ore,  circa 8 mila persone sono entrate nell’enclave spagnola di Ceuta, punto finale della rotta del Mediterraneo occidentale, per richiedere asilo in Europa. Lì migliaia di migranti hanno cercato di superare l’unica frontiera che unisce l’Africa all’Europa rischiando l’ipotermia e la morte. Solo nei primi 6 mesi del 2021 sono stati registrati 13.483 arrivi lungo la rotta del Mediterraneo occidentale ma i dati, offerti da FRONTEX e dal Ministero dell’Interno spagnolo, non comprendono gli arrivi a Ceuta del 17 e del 18 maggio poiché il governo spagnolo ha schierato l’esercito e rimandato indietro quasi la metà delle persone che hanno tentato l’attraversamento.

La rotta del Mediterraneo Occidentale

Secondo l’Agenzia Europea per il controllo delle Frontiere Esterne (FRONTEX) sono otto le principali rotte che rifugiati e migranti percorrono nel tentativo di raggiungere l’Unione Europea: 1) la rotta orientale; 2) la rotta balcanica; 3) la rotta circolare; 4) la rotta atlantica; 5) la rotta del Mar Nero; 6) la rotta del Mediterraneo centrale; 7) la rotta del Mediterraneo orientale; 8) e la rotta del Mediterraneo occidentale.

La rotta del Mediterraneo occidentale  si riferisce agli arrivi in Spagna sia attraverso il Mediterraneo verso la Spagna continentale, sia verso le enclave spagnole di Ceuta e Melilla nell’Africa settentrionale. Chi sceglie di percorrere questa rotta, transita attraverso il Marocco, il Sahara Occidentale, la Mauritania e l’Algeria per raggiungere l’Europa.

La rotta del Mediterraneo occidentale nel 2018 è stata la rotta maggiormente utilizzata ma, da allora, il numero degli arrivi è costantemente diminuito a causa dei maggiori sforzi del Marocco nella lotta contro la migrazione irregolare, la cooperazione di Spagna ed Unione Europea con il Paese maghrebino e la pandemia legata al Covid-19.

Le frontiere sono sorvegliate dalle autorità marocchine, per nulla toccate dalle Primavere Arabe, in cambio di finanziamenti economici da parte del Governo di Madrid, garantendo un’intensa azione di contrasto ai flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana.

A ciò, si aggiunge il sostegno di FRONTEX al governo spagnolo attraverso il controllo delle sue frontiere esterne continentali con l’ausilio di operazioni marittime congiunte, come ad esempio l’Operazione Indalo.

Dopo gli eventi del maggio 2021 e la distensione dei rapporti con la Spagna, il Marocco ha cominciato ad erigere recinzioni di filo spinato alla frontiere di Ceuta.

L’entrata in massa di migranti sembrerebbe essere causato da una crisi diplomatica nata dopo che il governo spagnolo ha accolto sul proprio territorio Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. La questione riguarda il riconoscimento del Sahara occidentale in quanto provincia marocchina e la distensione dei rapporti tra i due Paesi è avvenuta in seguito alle dimissione del Ministro degli Affari esteri spagnola Arancha González Laya e la nomina di José Manuel Albares come nuovo Ministro.

L’azione marocchina sembrerebbe quindi essere stata un vero e proprio ricatto diplomatico a spese di migliaia di esseri umani ed il nuovo filo spinato non esclude che ciò riaccada in futuro.

La rotta del Mediterraneo Occidentale: le migrazioni come arma sulla questione del Sahara Occidentale

La rotta del Mediterraneo Occidentale sembrerebbe essere stata usata, nonostante le smentite ufficiali, come arma diplomatica ed alle origini della crisi del maggio 2021 sembrerebbe esserci stato un allentamento dei controlli alle frontiere da parte della polizia marocchina.

La mossa del governo di Rabat sembrerebbe essere una risposta alla decisione spagnola di accogliere sul suo territorio il leader del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, meglio noto come Fronte Polisario, ovvero del movimento indipendentista del Sahara Occidentale che ha  lo scopo di ottenere la realizzazione del diritto all’autodeterminazione per il popolo Sahrawi.

La questione della sovranità sul Sahara occidentale è al centro di una disputa da molto tempo e, dopo il riconoscimento da parte dell’amministrazione Trump della sovranità marocchina sul territorio, il Marocco sta facendo sempre più pressione affinché l’Unione Europea riconosca la sua sovranità.

Sahara spagnolo, province del sud, Repubblica Araba Sahrawi Democratica e Sahara occidentale sono tutti nomi che indicano la medesima porzione di territorio e ognuna traduce uno specifico “progetto politico” degli attori che hanno agito su di esso.

La questione del Sahara occidentale assume un ruolo di primo piano solo recentemente, con la fine del dominio coloniale spagnolo nel 1975.

Il periodo coloniale aveva visto un confronto tra gli spagnoli e la popolazione locale dei Sahrawi, un rapporto che vedeva colonizzatori e colonizzati. Negli ultimi anni della dominazione spagnola, anche a causa di questo scontro, il popolo Sahrawi ha iniziato a riconoscersi in un processo di costruzione nazionale e si sono compattati attorno al progetto indipendentista del Fronte Polisario.

La fine della dominazione spagnola ha però complicato vicenda e gli attori regionali, primi tra tutti il Marocco e la Mauritania,  colsero l’occasione per far valere le proprie rivendicazioni sul territorio Sahariano. Nel 1975 si giunse a una situazione di compromesso e venne sottoscritto l’accordo tripartito Ispano-Marocchino-Mauritano che di fatto spartì i domini spagnoli tra il Marocco e la Mauritania, suscitando il contrasto con le Nazioni Unite in quanto non si era data la possibilità al popolo Sahrawi di far valere il proprio diritto all’autodeterminazione come garantito dalla Risoluzione n.1514 del 1960.

Dopo la spartizione, il Fronte Polisario decise di proseguire l’obiettivo indipendentista con una strategia più strutturata dal punto di vista politico e militare.

Nel 1976 venne proclamata la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, si costituì un governo in esilio presso il campo profughi di Tindouf in Algeria e si riorganizzò l’assetto militare con lo scopo di effettuare azioni di guerriglia contro i due Paesi del Maghreb.

Presto la Mauritania ebbe problemi a mantenere l’occupazione a causa delle proprie fragilità politiche ed economiche  e nel 1979 optò per il ritiro dal territorio. Il Marocco di risposta annesse repentinamente tutto il territorio e lo denominò “Province del Sud”.

Da allora la questione del Sahara Occidentale si è identificata nello scontro tra il Marocco, che vuole vedere riconosciuta la sovranità sulle province del Sud, e i Sahrawi, che vogliono vedersi riconosciuto il diritto all’autodeterminazione ed alla propria indipendenza.

I motivi dietro all’interesse Marocchino sull’area sono molteplici.

Dopo l’indipendenza dalla Francia avvenuta nel 1956, in Marocco iniziò un periodo di fermento nazionalista che confluì in una politica di recupero dei territori del Sahara e nella strategia di riconquista del “Grande Marocco, un mito nazionalista che prevedeva l’annessione di: Sahara Spagnolo, Mauritania, la regione Nord-occidentale dell’Algeria e quella settentrionale del Mali.

Oltre alle mire ideologiche vi erano anche quelle economiche in quanto si tratta di territori ricchi di miniere di ferro e di rame, di petrolio e, soprattutto nel Sahara Occidentale, di giacimenti di Fosfato, risorsa di cui il Marocco deteneva la leadership del mercato internazionale all’epoca del ritiro spagnolo.

Il tema dell’integrità territoriale e della riconquista delle frontiere storiche per raccogliere il consenso generale sulla popolazione non si è mai spento, pur passando attraverso fallimenti politici. Tra il 1981 e il 1986 il Marocco per giunta, ha costruito un muro di difesa a protezione del cosiddetto “triangolo utile”(El Aaiun, Smara, Bu Craa), ricco di giacimenti di fosfato e risorse. La maggiore sicurezza dalle azioni di guerriglia ha portato a maggiori interventi di sviluppo e investimenti determinando il controllo di fatto del Marocco sull’area.

Tutto ciò è importante in quanto il mito del “Grande Marocco” è utilizzato ancora oggi in vista delle elezioni che si terranno nel Settembre 2021: i partiti nazionalisti durante la campagna elettorale hanno utilizzato, oltre alla questione del Sahara occidentale, quella della rivendicazione del territorio spagnolo, dichiarando le città autonome di Ceuta e Melilla come “presidi occupati” dalla Spagna.

Il fervore nazionalista e gli interessi economici sull’area fanno sì che la questione del Sahara Occidentale rimanga ancora un obiettivo importante della politica estera marocchina.

Di conseguenza, migliaia di persone rischierebbero in futuro di essere “utilizzate” nuovamente come mezzo di pressione sui governi europei al fine di raggiungere questo obiettivo ed accumulare consenso politico al proprio interno.

L’esternalizzazione delle frontiere sulla rotta del Mediterraneo occidentale

Oltre alla questione del Sahara Occidentale, negli interessi del Marocco vi è la questione legata ai fondi dei Paesi europei verso i Paesi di origine e transito dei migranti per la gestione esterna delle frontiere. Di conseguenza l’allentamento dei controlli potrebbe essere stato utilizzato per negoziare un ulteriore aumento dei finanziamenti.

É da notare che l’Unione Europea in risposta agli eventi del maggio 2021 si è “fatta sentire” attraverso il suo Commissario per gli Affari Interni, Ylva Johansson, che ha ammesso che l’afflusso di migliaia di persone attraverso il confine di Ceuta è “preoccupante”.

Il Commissario europeo ha ricordato che il confine della Spagna con il Marocco è anche la frontiera dell’Unione Europea. Al 2021 il Marocco è beneficiario di sette progetti finanziati dall’Unione Europea in materia di migrazione, per un valore totale di 182,9 milioni di euro. Quasi la totalità dei finanziamenti (circa 175 milioni di euro) è destinata a “migliorare” la gestione della migrazione. Secondo un documento pubblicato da El Pais, il Marocco vorrebbe avere un ruolo centrale nell’esternalizzazione dei confini, e per questo chiede un budget di 450 milioni all’anno per un totale di 3,5 miliardi in 7 anni.

Alla negoziazione tra Marocco e l’Unione Europea si aggiunge quella tra il Marocco e la Spagna. Non a caso, infatti, il governo di Pedro Sánchez nel pieno della crisi ha annunciato di aver approvato 30 milioni di euro per il “supporto alla gestione dei flussi migratori”.

Oltre ai finanziamenti però, la Spagna ha fatto frequentemente uso della forza ed anche durante la crisi ha risposto con un dispiegamento delle forze militari, operando di fatto dei respingimenti sistematici denominati “devoluciones en caliente” (espulsioni a caldo) a ridosso della frontiera.

Si tratterebbe di una pratica contraria al diritto internazionale dei diritti umani e dei diritti di rifugiati e migranti.

Si trattatterebbe di una violazione del principio di non respingimento, violazione oggetto di analisi della controversa sentenza del febbraio del 2020 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso N.D. e N.T. c. SPAGNA (Ricorsi nn. 8675/15 e 8697/15).

Di fronte a questa terribile condotta però, la Commissione Europea ha rilasciato dichiarazioni su quanto stava avvenendo senza ricordare che si trattava di procedure illegali, venendo così meno al suo ruolo di garante dei diritti all’interno dell’Unione Europea.

Uomini, non merci

Delle vicende di Ceuta una delle immagini che ci dovremmo portare dietro come simbolo dell’Europa che vogliamo è l’abbraccio tra due esseri umani, quello che la stampa internazionale ha definito come un abbraccio tra un migrante ed una volontaria.

Si tratta di un’immagine che riconosce l’altro nella sua umanità, nelle sue speranze e nelle sue paure. Si tratta di un abbraccio che accoglie l’altro in quanto essere umano e non come un numero o una merce di scambio.

Quello che preoccupa della gestione migratoria portata avanti dall’Unione Europea è che sempre più spesso il corpo di donne, uomini, bambini e minori rischia di diventare uno strumento di trattativa per mire geopolitiche, economiche e nazionaliste.

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Fonti e approfondimenti

Camilli E., Ceuta, arrivi record nell’enclave spagnola. “Una crisi diplomatica sulla pelle delle persone”

Sempere A., Il Marocco erige recinzioni alla frontiera di Ceuta e mantiene i suoi impegni con l’UE

Consiglio Europeo – Rotte del Mediterraneo occidentale e dell’Africa occidentale

Pagnini M.P., Terranova G., Geopolitica delle rotte migratorie tra criminalità e umanesimo in un mondo digitale, Aracne editrice, 2018

Castels S., De Haas H., Miller M.J., The age of migration. International Population Movements in the Modern World, 2014

Rainer Maria Baratti

Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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