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Khayelitsha, Sudafrica: lo slum nato dalla segregazione razziale

di Rainer Maria Baratti

Khayelitsha si trova nella periferia di Città del Capo, in Sudafrica, ed è tra i 10 slum più grandi del mondo, posizionandosi al quinto posto con 1,2 milioni di abitanti stimati. Il nome nella lingua Xhosa significa “Casa Nuova” e nasce durante il periodo dell’Apartheid. Durante gli anni ’50 le città sudafricane vennero dichiarate “zone bianche” dal Governo e venne proibito alle persone di colore ed ai cosiddetti “meticci” di abitare in città. A tali misure si accompagnarono forme di controllo dell’afflusso che limitarono gli arrivi degli Xhosa – gruppo etnico di origine bantu – dal Transkei e da altre regioni del Capo orientale. Si crearono così nuovi agglomerati nella zona periferica del Cape flats, situata a sudest del centro urbano. Gli abitanti dello slum di Khayelitsha sono al 90% persone di colore e per il 10% Cape Malays – ossia una comunità di musulmani presente in Sudafrica, discendente dagli arabi schiavizzati durante la colonizzazione olandese e britannica. 

L’origine dello slum durante la segregazione razziale 

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, l’allora primo ministro Botha promise un trattamento equo per i neri che risiedevano nelle aree urbane, pur mantenendo le norme sul controllo degli afflussi. Botha inizialmente intraprese delle trattative con i residenti di Crossroads, agglomerato urbano ad alta densità che si trova vicino all’aeroporto internazionale di Città del Capo, per migliorare l’insediamento o per fornire un’alternativa al sovraffollamento che l’area viveva in quegli anni. Vennero cosi costruite un piccolo numero di case di mattoni adiacenti al vecchio agglomerato e vennero affittate a coloro che potevano permettersele. Nel 1983 Koornhof, ministro della cooperazione e dello sviluppo, infranse la promessa fatta ai residenti di Crossroads ed annunciò che tutti coloro che vivevano in campi abusivi od in agglomerati urbani come quello di Crossroads sarebbero stati alloggiati in un nuovo sito di 3.220 ettari situato a sud-est della Città. Questo nuovo insediamento avrebbe preso il nome di Khayelitsha. 

Di conseguenza nel 1983 venne fondato lo slum di Khayelitsha con lo scopo di ospitare gli abitanti degli insediamenti informali, la maggior parte provenienti da Crossroads che sfuggivano alla violenza dei Witdoeke (un famigerato gruppo di vigilanti).  

L’insediamento iniziò a vivere sotto forma di una città di tende e venne costruita secondo il principio della segregazione razziale. Il governo aveva di fatti previsto Khayelitsha come punto di trasferimento per accogliere tutti i cosiddetti residenti “legali” della Penisola del Capo, ossia coloro che potevano dimostrare di risiedere nell’area già da dieci anni. 

Inizialmente il progetto puntava alla creazione di quattro città, ognuna in grado di ospitare 30.000 residenti in case di mattoni, e di trasferire tutte le persone considerate “illegali” nel Transkei, una homeland (termine con cui si indicavano le entità politico-territoriali riservate ai neri nel Sudafrica dell’apartheid) creata nella parte orientale del Paese.  

La popolazione che viveva negli agglomerati esistenti vicino a Città del Capo si oppose ferocemente al piano del governo e ben presto scoppiarono diversi scontri che portarono ad un aumento esponenziale dei trasferimenti verso Khayelitsha – evidenziando come nella realtà si trattava più di traslochi forzati che volontari. Nel 1984 il Congresso decise di abbandonare questa la politica e concesse ai residenti di Khayelitsha di richiedere contratti di locazione dalla durata 99 anni. Parallelamente, circa 100.000 residenti che erano considerati “illegali” furono rimpatriati nelle loro terre d’origine nella Provincia del Capo Orientale.   

Con la fine della segregazione razziale nel 1991, Khayelitsha iniziò a crescere poiché i migranti provenienti dal Capo orientale, precedentemente scoraggiati dalle misure di controllo dell’afflusso, arrivarono in massa in cerca di lavoro. Già nel 1995 vi erano più di mezzo milione di persone che vivevano a Khayelitsha. Molti portavano il loro bestiame e riuscivano a guadagnare un reddito vendendo il latte ai residenti dello slum

Vivere a Khayelitsha 

Anche se Khayelitsha è stata originariamente concepita come parte fondante il regime dell’Apartheid, oggi è uno degli slums più grandi ed in più rapida crescita del Sudafrica. Ad oggi Khayelitsha ospita circa 1,2 milioni di persone: il 50% ha meno di 19 anni, il 73% è disoccupato e il 70% vive nelle baracche.  

Il grande tasso di povertà, combinato alla mancanza di infrastrutture, ha portato ad un aumento del tasso di criminalità, della violenza e dell’uso di stupefacenti all’interno dello slum. Ad oggi Khayelitsha è conosciuta come la capitale degli omicidi del Sudafrica e la polizia locale afferma di avere a che fare con una media di quattro omicidi ogni fine settimana. Le condizioni di vita a Khayelitsha sono tutt’altro che piacevoli: le persone vivono in baracche fatte di legno e lamiera costruite molto vicine l’una all’altra, costituendo quindi un grande pericolo a causa degli incendi costanti che si propagano ancor più velocemente e più estensivamente proprio per la mancanza di distanziamento degli alloggi. Un altro problema è legato ai servizi igienico-sanitari pressoché inesistenti che, sommandosi alla mancanza di acqua potabile e cibo, sono causa di molte malattie ed epidemie all’interno dello slum

Anche se le difficoltà all’interno di Khayelitsha siano numerosissime, alcune ONG stanno facendo il possibile per risolvere i suoi vari problemi. La clinica Zhakele, ad esempio, è stata aperta nello slum per offrire assistenza sanitaria alla popolazione – ma purtroppo non riesce a fronteggiare tutte le richieste. Vi è poi la Nutritional Support Initiative (NSI) che incoraggia gli abitanti a venire in clinica per dare loro una fornitura di due settimane di pasti di mais potenziati dal punto di vista nutrizionale. Si tratta di una pietanza chiamata E’Pap, una sorta di porridge precotto con proteine di soia fortificate con 28 nutrienti. A ciò si aggiunge il lavoro della ONG TB/HIV Care che dal 1929 mira a diminuire l’incidenza della tubercolosi e dell’HIV in tutto il Sudafrica. 

Le sfide sanitarie e il pericolo COVID nello slum di Khayelitsha 

Nonostante le misure di sicurezza messe in atto dal governo Sudafricano per contrastare la pandemia a Khayelitsha poche persone hanno potuto indossare le mascherine ed il distanziamento sociale è stato impossibile da attuare. A settembre 2021 nello slum ammontavano a 8.333 i casi confermati di COVID-19, questi costituivano circa il 10% dei casi totali registrati a Città del Capo. Date le difficoltà di tracciamento però, si teme che il numero reale di contagi sia stato molto più alto. A ciò si aggiunge che, con il passaggio del livello di crisi da 5 a 2, durante il mese di agosto 2021 sono diminuite le attività di screening: da oltre 100 persone al giorno si è passati a circa 30. 

Parallelamente i residenti – sfiduciati dalla scarsa attenzione che il Governo ha dedicato alla loro situazione di estrema vulnerabilità in un contesto pandemico quale quello a cui si sta assistendo in tutto il mondo, essendo anche i più colpiti dagli effetti della crisi economica – continuano a costruire baracche in spazi aperti a Khayelitsha, nonostante i tentativi dell’amministrazione cittadina di demolire parte di queste.  

I nuovi insediamenti prendono il proprio nome da alcune parole chiave della pandemia e sono stati battezzati col nome Sanitiser e Corona. La scelta di costruire nuove baracche è dovuta soprattutto agli incendi frequenti nello slum e, a causa dell’alta richiesta abitativa e della mancanza di servizi igienico-sanitari, vengono costruiti ancora più vicini dei precedenti, rendendo ancora più impossibile l’attuazione di misure come il distanziamento sociale o la pulizia assidua delle mani. 

Durante la pandemia pochi degli abitanti di Khayelitsha hanno potuto godere del sussidio per l’assistenza sociale di 350 Rand fornito dal governo. Il ministro dello sviluppo sociale, Lindiwe Zulu, in risposta ad un’interrogazione parlamentare ha affermato che al 19 agosto 2021 il numero di domande approvate era di 4.424.720. Molti beneficiari idonei, tuttavia, non sono stati così fortunati e sono stati respinti o stanno ancora aspettando l’erogazione del sussidio. Di fatti alcuni richiedenti potrebbero essere stati ingiustamente respinti a causa di informazioni non aggiornate sulle quali però si basava la valutazione di ammissibilità. Allo stesso modo, in molti non hanno ricevuto i pacchi alimentari del governo, creando delle diseguaglianze all’interno di una comunità già di per sé emarginata e spesso dimenticata. Anche se i sostegni governativi erano esigui, si sono dimostrati di fondamentale importanza poiché molto lavoro informale (come quello dei commercianti di erbe o delle sartorie) si è contratto a causa delle misure di sicurezza per contrastare la pandemia. 

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Fonti e approfondimenti 

B. Chaffey, Life inside one of the world’s largest slums, in The Borgen Project, 7 novembre 2016 

P. Totaro, Dying for a pee: Cape Town’s slum residents battle for sanitation, in Reuters, 12 ottobre 2016 

Water Journalist Africa, Struggling for water in Cape Town’s Khayelitsha slum, 12 aprile 2011 

Habitat for Humanity Great Britain, The word’s Largest slums: Dharavi, Kibera, Khayelitsha & Neza 

J.L. Baker, Climate Change, Disaster Risk, and the Urban Poor : Cities Building Resilience for a Changing World. Urban Development, Banca Mondiale, 2012. 

Rainer Maria Baratti

Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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