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“SOS Colombia”: la repressione silenziosa di un popolo stanco

SOS Colombia è lo slogan intonato dai manifestanti silenziati con la forza dalla polizia in occasione delle proteste contro il governo. Il 28 aprile scorso, infatti, centinaia di migliaia di cittadini colombiani sono scesi nelle piazze e nelle strade delle città per protestare contro le nuove riforme proposte dal governo di Iván Duque. Dopo pochi giorni dall’inizio delle manifestazioni pacifiche, le forze di polizia e le forze speciali hanno attaccato i civili, dando il via ad una repressione violenta che è proseguita indomita per oltre due mesi.

Dove eravamo rimasti

Con Large Movements abbiamo ampiamente parlato della Colombia, evidenziando luci ed ombre dell’attualità socio-politica ed economica di questo Paese posizionato al nord dell’America Latina, in un luogo strategico per le connessioni tra il continente e la superpotenza statunitense.

Oggi riprendiamo il discorso perché la tregua tra il governo e la guerriglia FARC-EP siglata nel 2016 rischia di rivelarsi uno specchio per le allodole per tutti coloro che vogliono vivere in pace in un Paese che da oltre 60 anni si fa la guerra. Ed è proprio dalla narrazione sulla pace e sulla guerra, per noi raccontata da M., che l’ha vissuta sulla sua pelle, che riprendiamo a parlare della Colombia, perché mai come adesso è necessario farlo.

Nel 2018 sale alla presidenza colombiana Iván Duque Márquez, personaggio asceso dalle fila di Uribe, il “Signore della Guerra”. La politica di Duque si dimostra da subito in contrasto con quella di Santos, suo predecessore e fautore degli accordi di pace di due anni prima. La tensione interna al Paese torna presto a salire, e dal novembre del 2019 i cittadini dimostrano il loro malcontento con le prime manifestazioni pubbliche contro il governo.

Il Covid in Colombia: la risposta del governo

Lo scoppio della pandemia da COVID-19 ha significato un collasso del sistema sanitario colombiano, ed una gestione dell’emergenza sanitaria poco efficiente a livello nazionale. Nonostante i tentativi di arginarne la diffusione portati avanti dai singoli comuni, il virus ha colpito ad oggi quasi 5 milioni di persone, causando oltre 120 mila vittime e facendo della Colombia il terzo Paese del continente per numero di decessi associati al nuovo virus. Sicuramente la responsabilità del fallimento del sistema sanitario ricade sul governo e sui poteri politici, ma parte della colpa è attribuibile ai cittadini che non hanno rispettato le norme di sicurezza messe in atto dai poteri centrali, in segno di forte sfiducia nei confronti di questi.

I numeri associati alla crisi economica conseguente al lockdown sono spaventosi: a maggio 2020 il livello di disoccupazione ha raggiunto il 21,4%, con oltre 5 milioni di persone che hanno perso il lavoro in un solo mese. Lo stop di gran parte delle attività commerciali ha colpito maggiormente la classe medio-bassa, andando a gravare sul divario di ricchezza già imponente in Colombia.

Per fronteggiare l’emergenza il governo centrale ha investito il 4.1% del PIL in aiuti e forme di finanziamento per le categorie più vulnerabili della popolazione, ampliando così il debito pubblico del 15% circa (dati aggiornati ad aprile 2021, secondo il Fondo Monetario Internazionale).

L’aumento vertiginoso del debito pubblico costituisce un grande problema per un Paese che negli ultimi decenni ha faticato molto per migliorare la propria presenza nel quadro economico e finanziario internazionale. L’aumento del divario nelle finanze del governo mette a repentaglio la fiducia che le agenzie di rating hanno nella capacità della Colombia di pagare il suo debito, con un crollo dei finanziamenti esteri che ne potrebbe conseguire.

La proposta di riforma del sistema tributario

Per far fronte alla situazione allarmante, a distanza di appena un anno dal dilagare della prima ondata di pandemia nel Paese, il presidente Duque ha presentato un progetto di riforma del settore tributario (la terza del suo mandato), stavolta accompagnata da una proposta di cambiamento del servizio sanitario nazionale.

L’obiettivo prefisso – da molto considerato ambizioso – è di recuperare il 2% del PIL e di privatizzare il settore sanitario, lasciando esclusi i più poveri da un servizio di qualità.

Le modifiche alle imposte si articolerebbero in due modalità: da una parte ampliando la base dei contribuenti in base al reddito ed a partire da chi guadagna circa 700 dollari americani al mese; dall’altra estendendo l’imposta sul valore aggiunto (IVA) di alcune categorie di prodotti, tra cui quelli elettronici e del trasporto.

Tra le varie proposte, il Ministero delle Finanze presenta quella di inserire una “tassa temporanea e di solidarietà” per chi possiede un patrimonio superiore a 1,3 milioni di dollari, dell’1% o del 2% in base alla portata del patrimonio stesso. Se da un lato si vuole tassare la ricchezza, dall’altro si avanza la proposta di creare un reddito di cittadinanza come ammortizzatore sociale, nonché di rendere permanenti i programmi sociali creati con la pandemia.

Per quanto, all’apparenza, la riforma andrebbe a gravare maggiormente sulla classe medio-alta, il ceto più povero non ne resterebbe immune. Questo, costituito in gran parte da persone che vivono alla giornata ed appena in grado di procurarsi di che mangiare, si è letteralmente ridotto alla fame con la chiusura delle attività e l’imposizione della quarantena nazionale. Pertanto, il progetto di riforma presentato da Duque è stato interpretato dalla popolazione come un altro colpo alla povertà del Paese. Ma non solo: questa terza riforma fiscale rappresenterebbe l’ennesima promessa non mantenuta dal presidente, che in campagna elettorale aveva dichiarato che non avrebbe aumentato la pressione fiscale, ma anzi che avrebbe potuto addirittura diminuirla.

SOS Colombia: proteste pacifiche e repressioni violente

Dopo la presentazione pubblica del progetto di riforme, la popolazione ha reagito. Sull’onda delle prime proteste contro il governo del 2019, i cittadini si sono organizzati in marce di dissenso e manifestazioni pacifiche nelle città della Colombia. Precisamente il 28 aprile del 2021, i cittadini si sono riversati nelle strade, chiedendo la revoca dei progetti di riforma e piuttosto dell’istituzione di un reddito di base universale al livello del salario minimo nazionale; aiuti aggiuntivi alle piccole imprese e la proibizione dell’utilizzo del glifosato negli erbicidi, che sta impoverendo il terreno e mettendo sul lastrico i contadini.

Nonostante il divieto di manifestazione e le raccomandazioni dei poteri politici ai cittadini, ossia di non partecipare per evitare assembramenti ed altre ondate di diffusione del Covid, le proteste sono state molto partecipate e si sono protratte per più giorni. Soprattutto il 1° maggio, in occasione della festa internazionale dei lavoratori, l’affluenza è stata impressionante, sia dal lato dei manifestanti, sia da quello della polizia e delle forze dell’ordine, che hanno incrementato l’uso della forza e della violenza sulla popolazione.

Le forze di polizia e le squadre antisommossa, l’ESMAD, hanno reagito contro i cittadini utilizzando mezzi illegali e violenti.

Nello specifico, le armi della repressione sono:

– gas lacrimogeni scaduti,

– cannoni ad acqua,

– pallottole,

– granate chiodate,

– blocco dei soccorsi medici,

– oscuramento dei social network,

– violenza sessuale nei confronti delle ragazze.

Le prime richieste d’aiuto sono arrivate attraverso la messaggistica istantanea come WhatsApp, a causa della censura dei canali social. “Ci stanno sparando addosso, ci stanno uccidendo!”, ma le proteste non si sono fatte fermare.

I leader sociali, indigeni e dell’opposizione, gli studenti universitari, i sindacati e gli organismi addetti all’organizzazione hanno pianificato altre proteste per i giorni successivi, incuranti dei blocchi al trasporto di persone e di provviste, della violenza e degli arresti arbitrari. Nella città di Cali la repressione è stata particolarmente violenta, in seguito al dispiegamento dell’esercito.

Durante le proteste sono stati attaccati i simboli dell’oppressione dei popoli. Nella foto, il piedistallo dove si ergevano le statue di Cristoforo Colombo e di Isabella la Cattolica a Bogotà, rimosse dal popolo indigeno Misak in un significativo intento di fermare la celebrazione pubblica del genocidio indigeno realizzato dai conquistadores. Immagine presa dalla pagina Instagram @eldescubrimientodeeuropa

La gente non ha più paura, è solo stanca.” sono le impressioni che abbiamo raccolto contattando alcuni dei manifestanti.

Intanto, i disperati tentativi di richiesta d’aiuto riecheggiano nel mondo grazie ad iniziative di studenti, politici, personaggi pubblici ed artisti: come il messaggio portato sul red carpet del Festival di Cannes dagli attori del film in concorso “Memoria”, recante la scritta “SOS” sulla bandiera colombiana. Si chiede di fermare le violenze, si chiede di denunciare i poteri politici che non garantiscono i diritti del popolo di un Paese democratico, si chiede la verità su quello che sta succedendo adesso e su quello che è accaduto in passato.

La verità continua ad essere silenziata in Colombia

Come accade alla Commissione della Verità per la pace, il cui lavoro verso la ricostruzione degli eventi che hanno dilaniato il Paese per oltre mezzo secolo viene ostacolato dalle minacce dei colpevoli.

Come è successo al cooperante italiano Mario Paciolla, inviato per la Missione di Pace dell’ONU nelle zone del conflitto, morto in circostanze misteriose e le cui indagini, a distanza di oltre un anno, restano aperte e boicottate dalle parti coinvolte nella tragica vicenda. (Per conoscere meglio questa inquietante vicenda rimandiamo al sito aperto dalla famiglia di Paciolla che raccoglie le informazioni disponibili finora: https://it.justiceformario.com/details-about-mario-s-case).

Anche nel contesto delle proteste la verità fatica ad emergere.

Nel conteggio delle vittime della violenza esplosa ormai da tre mesi, la Procura generale ne dichiara la metà rispetto a quanto denunciato dalle ONG locali. La piattaforma GRITA dell’organizzazione Temblores denuncia le seguenti violazioni sui manifestanti, aggiornate al 26 giugno:

4.687 casi di violenza da parte della Forza Pubblica (escluse le sparizioni), di cui:

44 omicidi il cui presunto aggressore è un membro della Forza Pubblica,

58 omicidi in fase di accertamento (circa),

1.617 vittime di violenza fisica,

82 vittime di attacchi agli occhi,

228 vittime di colpi di arma da fuoco,

28 vittime di violenza sessuale,

9 vittime di violenza di genere,

2.005 arresti arbitrari contro manifestanti,

784 interventi violenti nell’ambito di proteste pacifiche,

35 casi di uso di armi “Venom” da parte dell’ESMAD (per saperne di più su queste temibili armi e per vederle in funzione con un video registrato in Colombia, rimandiamo al link Le nuove armi del terrore poliziesco (infoaut.org))

Oggi, a distanza di oltre tre mesi dallo scoppio delle proteste, la situazione sembra essersi distesa. Forse a causa di un altro aumento dei contagi da COVID-19 (conseguenza prevedibile delle massicce mobilitazioni), delle dimissioni del Ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, dell’annuncio del presidente Duque di modificare il progetto di riforma fiscale o semplicemente per la stanchezza dei cittadini, non sono giunte ulteriori notizie di manifestazioni pubbliche o di repressioni violente.

Il 20 luglio Duque ha presentato un nuovo progetto di riforme, molto più contenuto del precedente grazie anche al rifiuto dei membri del Congresso in fase di approvazione. Il nuovo progetto si concentrerebbe sulla riattivazione dell’economia, sulla concessione di sussidi per l’occupazione giovanile e sulla stabilizzazione delle finanze pubbliche. Stavolta le imposte non graverebbero sui cittadini ma sulle aziende.

Non ci resta che continuare a monitorare la situazione, augurandoci che la democrazia si faccia spazio in Colombia: un Paese stanco della violenza, dei soprusi e della corruzione delle classi dirigenti.

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Elena Di Dio

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