Carovana (anti)americana: l’inizio di un amore malsano

La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Questo è un altro capitolo di un rapporto difficile tra gli Stati uniti e l’America Latina. Di una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora. può partire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

L’interventismo americano storicamente si è sviluppato in base alla dottrina Monroe, per cui gli Stati Uniti non avrebbero tollerato un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale.

Il primo atto importante, come potenza regionale e nascente potenza mondiale, fu quello, nel 1898, di intraprendere la guerra contro la Spagna in merito alla questione cubana. La guerra finì dopo 4 mesi e portò all’acquisizione delle Filippine, di Portorico e di Guam. Questi avamposti risultavano vitali per poter estendere il proprio potere nel mercato cinese, dove l’ascesa giapponese cominciava a far paura alla libertà di commerciare nella regione. Altro effetto importante fu quello di avere una maggiore presa sui Caraibi con una indipendenza di Cuba, di fatto, nominale.

Nel 1904 Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti tra il 1901 e il 1909, aggiunse un corollario alla dottrina Monroe che rivendicava il diritto degli Stati Uniti di intervenire negli affari di una repubblica americana nell’eventualità che essa corresse il rischio di occupazione o intervento da parte di uno stato europeo.

Rooseveltfu un fermo sostenitore delle dottrine di Mahan e del Darwinismo sociale.

Il Darwinismo sociale è una teoria secondo cui la storia delle società umane rispondeva alla logica della sopravvivenza del più adatto. Questa teoria rappresentò il fondamento per numerose teorie sulla supremazia razziale e per i sostenitori del “fardello dell’uomo bianco”, ovvero del suo ruolo di civilizzatore.

Il pensiero di Mahan, ammiraglio statunitense, invece si concentrava sul ruolo del potere navale e del presupposto per cui lo sviluppo del commercio è essenziale in termini di aumento della potenza.

A ciò aggiunse che il mare è il mezzo più veloce ed economico per il trasporto delle merci e che, quindi, l’interesse di uno Stato è quello di sviluppare una flotta commerciale e di garantirne la sicurezza attraverso una marina militare sufficiente ad evitare che le rotte vengano distrutte da eventuali minacce esterne.

Queste due direttrici si sono tradotte da una parte con la volontà di esportare “progresso” attraverso investimenti e capitali, dall’altra di far si che questi investimenti fossero in Paesi rilevanti dal punto di vista delle rotte commerciali.

Con queste logiche l’amministrazione ottenne l’indipendenza di Panama dalla Colombia con annesso un trattato che autorizzava gli Stati Uniti a costruire e a controllare quello che diventerà in seguito il Canale di Panama nel 1913, fondamentale per ridurre i tempi delle rotte commerciali.

Per consolidare il proprio dominio sui Caraibi, poi, venne inserito l’emendamento Platt nella costituzione cubana. Tale emendamento sanciva i criteri per l’intervento negli affari cubani e consentiva agli Stati Uniti il mantenimento di una base navale a Cuba (Guantanamo).

Gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a questo emendamento intervenendo in alcune faccende cubane nel 1906, nel 1912, nel 1917 e nel 1920. L’emendamento venne abrogato nel 1934 ma rimane ancora ad oggi il controllo della base militare di Guantanamo.

Gli Stati Uniti inoltre, assunsero il controllo delle finanze anche in tutto il territorio della Repubblica Domenicana e di Haiti – facendo ratificare a questi due Paesi l’emendamento Platt.

L’amministrazione di Woodrow Wilson (1913-1921) aveva intenzione di abbandonare l’intervento armato diretto in America Latina poiché non aveva portato i risultati sperati.

Ad esempio, poco prima della sua elezione vi fu un intervento in Nicaragua, che si concluse con l’ascesa del Generale Chamorro, dettato dalla necessità di tutelare i crescenti investimenti della United Fruit Company, dal 1984 Chiquita Brands, nella regione caraibica.

Per di più, già nel secondo decennio del ‘900 gli Stati Uniti erano riusciti a trasformare i Caraibi in un “Lago americano” e, per mantenere il controllo sulla zona, è stato necessario sostenere interventi armati.

Stessa sorte è toccata al Messico che ha visto la presenza di truppe armate dal 1914 fino al 1917, anno in cui si tennero nuove elezioni e si ratificò una nuova costituzione nella quale era facilmente riscontrabile un forte sentimento anti-americano.

Occorre mettere in rilievo che negli anni ‘20 l’influenza economica degli Stati Uniti era vastissima in America latina.

La United Fruit Company e la Standard Fruit Company (oggi Dole Fruit Company) infatti, controllavano la maggior parte dei profitti della regione. Queste due compagnie concorrevano per il predominio della regione e detenevano un forte controllo in Paesi che vennero definiti come le “repubbliche delle banane”, ovvero: Honduras, Costarica e Guatemala.

Più volte i giornalisti latinoamericani hanno accusato le compagnie di corrompere i governi nazionali per un trattamento preferenziale o per consolidare il proprio monopolio.

A ciò si aggiungono le accuse di degrado ambientale, di deforestazione, di drenaggio e impoverimento dei sistemi idrici e di devastazione della biodiversità.

Inoltre, spesso si praticava la monocoltura che, esaurendo la fertilità delle terre, alla fine portava al collasso economico oltre che alla dipendenza dall’esportazione di quel prodotto. Esportazione che spesso non creava profitto alla nazione.

Si pensi che a Cuba gli Stati Uniti erano titolari dei 2/3 della produzione di zucchero, praticamente l’unico prodotto dell’isola.

Questa logica riguardava anche le materie prime ed è così che gli Stati Uniti in Venezuela possedevano quasi la metà del petrolio e che in Cile il prezzo del rame, principale prodotto di esportazione, era direttamente deciso da Washington.

Occorre poi notare che una compagnia come la United Fruit Company non si occupava solamente di frutta ma aveva investito in ferrovie transnazionali e nelle telecomunicazioni. A ciò si aggiunga che, in questo periodo, l’America Latina riceveva il 20% dell’export totale degli Stati Uniti e nella maggior parte dei casi gli Stati dell’America latina esportavano fino anche al 90% della propria produzione negli Stati Uniti. In pratica, quella degli Stati latinoamericani era a tutti gli effetti una forte dipendenza economica.

L’impossibilità di portare stabilità nella regione e la necessità di avere governi “alleati”, oltre che al rafforzamento del Giappone nell’Oceano Pacifico, portarono gli Stati Uniti a sostenere i cosiddetti “Uomini forti” (come Batista a Cuba, la famiglia Somoza in Nicaragua e Truijillo nella Repubblica Domenicana).

Per questo con Franklin Delano Roosevelt (1933-1945) si instaurò quella che viene definita la politica del “buon vicinato” con personaggi “illustri” che si arricchivano ulteriormente mentre la popolazione era costretta a vivere nella povertà più nera.

Il folklore vede assegnare al Presidente americano la frase “Sarà pure un figlio di puttana, ma almeno è il nostro figlio di puttana”, che, al di là delle veridicità o meno della frase, rappresenta la figura dei dittatori, rappresentanti, o tutori, dell’influenza americana.

Caso particolare, però, fu quello del Messico che vide il raggiungimento di compromessi per gli attriti sul petrolio.

Con la costituzione del 1917 il Messico volle nazionalizzare le risorse, provocando l’allarme dell’azienda americana Standard Oil (da cui successivamente nacquero la ESSO e la Chevron).

In questo primo caso ci furono dei negoziati internazionali che si conclusero con l’attribuzione dei diritti di proprietà degli Stati Uniti in cambio del riconoscimento diplomatico del 1924.

Un secondo caso ci fu nel 1938 con la nazionalizzazione ad opera di Cardenas. Questa suscitò un’azione di Lobbying da parte della Standard Oil, che la vide accusare il presidente messicano di essere comunista.

Anche in questo caso ci furono nuovi negoziati che portarono nel 1941 al riconoscimento del diritto del Messico al controllo delle materie prime a fronte di un indennizzo da pagare all’azienda americana.

È da notare che ciò fu possibile solamente perché gli Stati Uniti si stavano preparando alla guerra ed avevano bisogno di alleati con molte materie prime. Ciò infatti fu dettato anche dal fatto che tra il ’30 e il ’40 erano aumentati gli acquisti del petrolio messicano da parte delle potenze dell’asse.

Sulla scia di tale ottica di “opportunità bellica”, Roosevelt tentò di consolidare il movimento panamericano.

Gli Stati Uniti sfruttarono l’attivismo dei nazisti in America latina (soprattutto in paesi come l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay) per giustificare una maggiore cooperazione e per rivitalizzare l’Unione Panamericana nata nel 1910.

Fu così che con la dichiarazione di Panama del 1939 si delineò un perimetro di sicurezza intorno all’emisfero occidentale e si istituì un comitato di coordinamento economico. Ciò rese più facile agli Stati Uniti bloccare le transazioni tra l’America latina e i futuri nemici.

A ciò si aggiunse che gli Stati Uniti con la legge “affitti e prestiti” divennero, in un primo momento, “l’arsenale” della Gran Bretagna. Così facendo si garantirono i profitti della produzione bellica utilizzando le materie prime latinoamericane.

La situazione però peggiorò e gli Stati Uniti dovettero entrare in guerra trascinando con sé i Paesi dell’America latina. Questi ultimi erano fondamentali allo sforzo bellico per il facile accesso alle materie prime.

Fu così che i fuochi della guerra si fecero vividi in tutto il mondo rappresentando l’unica illuminazione di una lunga notte. In mezzo secolo gli Stati Uniti erano riusciti ad instaurare un rapporto controverso con una regione vastissima. Un rapporto inizialmente economico, poi politico e infine di necessità per la guerra contro le potenze dell’asse. Ma ora la nostra carovana deve riposarsi. Il viaggio è ancora lungo. I semi dell’antiamericanismo sono stati gettati e devono ancora germogliare. Tra poco riprenderemo il nostro viaggio…

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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Il conflitto in Colombia: storia del soldato che si batte per la verità

Oggi inizia dicembre, ma il caldo non accenna a darci tregua. Mi trovo in Colombia, dove sono venuta a scrivere la tesi di laurea magistrale e, per caso o per destino, ho conosciuto M.: un soldato dell’esercito nazionale che si è congedato dopo sei anni di servizio. Da quell’incontro casuale in piscina lui si è dimostrato subito incuriosito nei confronti della mia palese provenienza europea. Da allora è venuto spesso nell’appartamento che condivido con altri studenti, per farci assaggiare i piatti tipici cucinati alla perfezione, per insegnarci a ballare la salsa e la cumbia in salotto, per condividere con sincero orgoglio le tradizioni del suo Paese. La condivisione è un tratto che contraddistingue i colombiani, e M. sembra voler condividere il più possibile con noi, specialmente il suo passato travagliato, la storia del suo Paese che tanto ama. Da quando gli ho spiegato che sto analizzando i contenuti dell’accordo di pace tra il governo e la guerriglia FARC, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha confessato di essere stato un soldato dell’esercito proprio in quel conflitto che per più di 50 anni ha dilaniato la Colombia e che nel 2016 sembra aver raggiunto una tregua. Oggi è qui per raccontarmelo. Si siede vicino a me e mi versa un bicchiere di aguapanela appena preparata. Iniziamo.  LM: “Perché hai deciso di diventare un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia?”  M: “A 17 anni mi sono diplomato e mi sono ritrovato di fronte a un bivio. L’idea di poter scegliere la carriera militare mi è stata data da mia zia quando mi ha parlato del suo compagno, che era un sottufficiale dell’esercito. Mi ha spiegato che chi fa parte dell’istituzione gode di diversi benefici: uno stipendio fisso, la possibilità di studiare, l’assicurazione sanitaria, la pensione dopo 25 anni di lavoro. Inoltre, a me è sempre piaciuta l’attività fisica, infatti inizialmente mi sono iscritto all’università, alla facoltà di educazione fisica. Il giorno in cui reclutavano per entrare nell’esercito ho dovuto prendere la prima decisione: andare a fare il test militare o andare a dare un esame all’università. In realtà la scelta neanche c’era: se fossi andato all’università non avrei potuto essere stabile economicamente perché non avevo il sostegno dei miei genitori poiché mia madre non aveva un lavoro in quel momento, quindi ho deciso di arruolarmi. Sono entrato nell’esercito e ho fatto esami medici, psicologici, fisici e sono andati molto bene.” “Sono stato il primo in graduatoria di tutti coloro che li hanno sostenuti nella mia area. Ero anche uno dei più giovani.“ “La prima volta che sono arrivato nell’accademia militare la sensazione che ho provato è stato di voler tornare a casa. Abbiamo viaggiato in due autobus grandi, pieni di ragazzi. Dopo più di 2 ore di viaggio, erano le 4.30 di mattina, siamo arrivati e come siamo scesi dai bus un soldato ci ha ordinato di metterci a raccogliere tutte le foglie secche dal terreno. Non sono tornato a casa allora, avevo molti occhi puntati su di me: i miei amici del quartiere, la mia famiglia che diceva in giro: «M. se n’è andato»… Mi stavo mettendo alla prova, ma se queste aspettative non ci fossero state penso che sarei tornato subito a casa. In quel momento è iniziata una delle avventure che penso non potrò mai dimenticare nella vita, che è stato l’Esercito Nazionale.”  L’accademia militare: come si diventa un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia  M: “Sono stato nella scuola militare per 18 mesi. Il periodo si divide in tre semestri: prima sei una recluta, poi brigadiere e infine un dragone. Nell’ultimo semestre segui un corso di controguerriglia e ci sono prove che sono molto difficili, sono sfide. Lì le percepisci come sfide, ma quando esci e vedi la realtà dei fatti, ti accorgi che sono veri e propri abusi. Ti mettono moltissima pressione psicologica, fisica e alimentare, ti colpiscono con le doghe del letto se fai qualche errore, usano la violenza per insegnare. Ad un certo punto del mio secondo semestre ho reagito contro un capitano che era appena arrivato nella scuola. Noi dormivamo pochissimo, 3-4 ore al giorno, quando riuscivamo a dormire. La sera dovevamo fare le pulizie, e quel giorno stavamo pulendo i bagni il più velocemente possibile per poi andare a dormire. Il capitano è entrato nella stanza e ci ha ordinato di fare esercizi a terra mentre lui passava tra di noi e ci prendeva a calci. Si stava avvicinando a me quando gli ho detto che se mi avesse toccato mi sarei dimenticato che lui è il comandante e io uno studente. Mi ha messo comunque un piede addosso, allora io mi sono alzato, l’ho spinto via e me ne sono andato. Ho fatto rapporto al comandante della scuola. In quel periodo stavano uscendo notizie da tutta la Colombia che nell’esercito i superiori approfittavano del loro potere per maltrattarci, nessun soldato veniva risparmiato dall’abuso. Non succedeva solo da noi, ma in tutti i battaglioni era qualcosa di molto comune.” “La prima volta che ho sentito la storia del conflitto contro la guerriglia me l’hanno raccontata lì ma, dato che mi è sempre piaciuto approfondire per conto mio, mi sono informato sulla realtà del Paese.“ “L’impressione che ne ho tratto è che i ribelli della guerriglia si erano armati per rivendicare i loro diritti di essere ascoltati dallo Stato, e che avevano un modo diverso di pensare. Ma nell’accademia quello che ti insegnano è che devi odiarli, li devi uccidere e che deve scorrere sangue. Ci sono canzoni militari che dicono: «Voglio nuotare in una piscina piena di sangue, sangue di guerrigliero. Sangue! Sangue! Rosso! Rosso! Denso! Denso! Sangue di guerrigliero!» queste canzoni lavorano la mente di tutti gli studenti della scuola e molti ne escono con quel desiderio, con quella sete di sangue. Grazie alla vita, grazie a Dio, io non sono uscito con quella sete di uccidere, perché non mi piace fare del male ad altre persone.” Il conflitto in Colombia: il debutto di M. come soldato regolare M: “Quando ho finito i tre semestri nella scuola sono uscito come comandante

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Resistere al Covid e alle politiche di Bolsonaro: la condizione delle popolazioni indigene brasiliane

Cosa ci viene in mente quando pensiamo alla pandemia dovuta al virus COVID-19? Innanzitutto, alle migliaia di morti che ha causato in tutto il mondo e successivamente al lockdown, che ha costretto ognuno a rimanere rinchiuso nella propria abitazione, sottoposto a restrizioni della propria libertà di movimento per limitare i contagi. Questa condizione ha portato molti a concentrarsi sulla esperienza drammatica del proprio Paese, mettendo da parte ciò che accadeva (e purtroppo continua ad accadere) dall’altra parte del mondo. Infatti, la bassa attenzione rivolta alle categorie più vulnerabili ha permesso ad alcuni governi centrali di esercitare ancor più pressioni verso le stesse, come nel caso del Brasile verso le popolazioni indigene, le quali si sono ritrovate a dover affrontare delle sfide più grandi di quelle a cui erano già sottoposte. L’anno peggiore per i territori indigeni: tra lotta al Covid e interessi economici Non è un caso che il 2020 sia risultato l’anno peggiore per le Indigenous Land e Conservation Units dal 2008: ben 188 000 ettari di foresta sono stati completamente distrutti nei territori appartenenti alle popolazioni indigene del Brasile. Questa moltitudine di popolazioni (circa 170 etnie differenti) vive in vaste riserve protette che rappresentano il 13,8% del territorio nazionale, in buona parte concentrato in Amazzonia. La deforestazione è un attacco diretto da parte delle lobby verso la sopravvivenza delle popolazioni indigene, alle quali vengono sottratte tutte le terre che non rientravano sotto la loro giurisdizione o erano disputate prima del 5 ottobre del 1988, data in cui fu emanata la Costituzione brasiliana. Ciò dimostra le chiare intenzioni del governo brasiliano, seguito dal FUNAI (Fondazione nazionale dell’Indio, organo del governo brasiliano preposto all’elaborazione e all’implementazione delle politiche riguardanti i popoli indigeni) e dal Commissario della Polizia Federale a contrastare qualsiasi demarcazione di nuove terre indigene. Proprio il presidente del FUNAI, il cui ruolo dovrebbe essere quello di mappatura, protezione e prevenzione di invasioni dei territori indigeni, ha esordito: “(…) servirà smettere di incoraggiare gli indigeni a formare cooperative per sviluppare attività economiche sulle loro terre. Una delle nostre priorità sono le attività minerarie.” È quindi evidente che la visione colonialista verso persone e risorse è alla base della politica brasiliana da decenni, con un certo peggioramento negli ultimi anni in cui, con il penultimo presidente Michel Temel (2016-2019) e successivamente con l’attuale Jair Bolsonaro (2019-oggi), solamente una approvazione di terre destinate alle popolazioni indigene è stata concessa (e non durante il mandato del presidente in carica). A quanto pare gli interessi puramente economici sovrastano di gran lunga le esigenze di autonomia e tutela di popolazioni che, al contrario, si propongono come difensori della natura e dell’equilibrio degli ecosistemi. Anzi, queste persone vengono percepite come il maggiore ostacolo allo sviluppo neoliberale del paese, in preda alle logiche di deturpazione di terre, land grabbing e razzializzazione delle popolazioni autoctone. I fattori elencati influiscono negativamente sugli effetti del COVID19 su queste specifiche popolazioni, come è stato pubblicato nell’articolo scientifico del 12 aprile 2021 di “Frontiers in Psychiatry”. Lo scarso accesso ai servizi sanitari per le popolazioni indigene brasiliane La condizione di estrema vulnerabilità delle popolazioni indigene è estremizzata dalla pandemia del Coronavirus, la quale ha ridotto ulteriormente i diritti di questi individui come singoli e come comunità, soprattutto limitandone l’accesso alle cure non solo all’interno delle terre indigene ma anche escludendo dalla copertura sanitaria coloro che vivono nelle aree urbane, giustificando la scelta come a favore di cure più vicine alla tradizione culturale indigena. Tali disposizioni sono state predisposte direttamente dal Ministro della Salute e dal suo Ministero (MOH), aggravando la situazione soprattutto nella zona dell’Amazzonia, dove vive il maggior numero di etnie. Non solo, oltre alle cure negate o quasi inesistenti, il MOH ha registrato 22 127 casi e 330 morti tra le popolazioni indigene, riportando dei dati fallati come dimostrato da quelli raccolti dal COIAB (Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana) dove i casi di infezione ammontano a 25 356 e quelli di morti a 670 (più del doppio). In linea con quanto appena esposto, è il caso di ricordare che, nel pieno della pandemia a gennaio 2021, con in media 1293 contagi giornalieri nel paese, Bolsonaro considerava il virus causa di un “semplice raffreddore” e ha rifiutato di applicare i protocolli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il risultato di tali scelte è che le disuguaglianze tra le popolazioni indigene e il resto della popolazione sono state accentuate, aggravando la posizione delle prime rispetto alla seconda in quanto esposte a rischi più elevati di infezioni, morti e con limitate risorse in grado di curare i malati da COVID19. Fortunatamente il COIAB ha messo in atto l’Emergency Action Plan, una serie di azioni di prevenzione, guida e sostegno in risposta alla pandemia che sono di grande aiuto per le popolazioni indigene. In un Paese come il Brasile, le popolazioni indigene sono inquadrate come gli ultimi degli ultimi, in ogni campo, compreso quello sanitario, dove lo scopo dovrebbe essere in ogni caso la salute pubblica al fine di tutelare il benessere di una intera nazione e dell’umanità. A tal proposito, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, ha rivolto l’attenzione proprio alle popolazioni indigene, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi sanitaria in Brasile, suggerendo di dare priorità all’applicazione di misure concrete che assicurino la protezione di queste popolazioni e la creazione di un fondo di emergenza. In Brasile, il governo ha agito controcorrente a quanto raccomandato dall’OMS, smantellando il sistema sanitario e non garantendo alcun dispositivo di sicurezza agli operatori sanitari che si sono occupati attivamente di curare le popolazioni indigene. Le notizie più recenti riguardano la fase di vaccinazione che, in tutto il Paese e in particolare in Amazzonia, non è ancora iniziata o procede a rilento, con conseguenze per tutto il mondo, poichè la mancata vaccinazione è veicolo di nuove varianti del virus. Un elemento non così evidente ma sicuramente presente e da non sottovalutare è il fatto che la pandemia ha consolidato il razzismo nei confronti delle popolazioni indigene, permettendo la violazione incontrollata di numerosi loro diritti finora garantiti

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Il ruolo delle donne nel processo di pace in Colombia

Nel contesto della guerra civile e della conseguente transizione verso la pace che sta avendo luogo in Colombia, le donne hanno assunto un ruolo tutt’altro che marginale. Sia come protagoniste che come vittime delle violenze, le colombiane hanno certamente influenzato l’andamento del conflitto, e dunque si sono attivamente ritagliate uno spazio al tavolo dei negoziati di pace. Questo risultato è stato raggiunto soprattutto grazie al contributo di decenni di dibattiti e analisi dell’argomento portati avanti a livello globale in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite.  Donne, pace e sicurezza  La questione di genere si è fatta strada nei dibattiti sui diritti umani e, più in generale, sullo sviluppo sostenibile delle nazioni negli ultimi decenni. Le principali organizzazioni internazionali hanno deciso di adottare un approccio di genere in relazione agli ambiti più vari, che fino ad allora non avevano mai avuto specifiche menzioni sulla donna. Recenti studi hanno evidenziato come, nel contesto della ricostruzione post-bellica, la partecipazione femminile risulta significativa nel rendere la pace più stabile e duratura. Anche il recupero economico e sociale della comunità trae beneficio dall’integrazione della donna e dalla sua partecipazione politica. A supporto di ciò, vengono creati strumenti come il “Women, Peace, and Security (WPS) Index” che misura e classifica il benessere della donna in ciascun Paese.  Anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2000, ha riconosciuto la centralità del ruolo delle donne per la ricostruzione delle società post-conflitto. Con l’istituzione e l’approvazione di sette risoluzioni sulle donne (che trattano della pace e della sicurezza) e la stesura delle raccomandazioni del Comitato Cedaw, si crea il quadro di riferimento che i Paesi devono consultare e adottare per poter raggiungere una pace sostenibile e inclusiva. La partecipazione femminile non solo assicura alle donne la restituzione dei diritti violati durante il conflitto, ma contribuisce alla trasformazione strutturale della società verso la democrazia partecipativa e la sicurezza di tutti i cittadini.  L’approccio di genere nell’accordo di pace in Colombia: il ruolo delle donne Durante il conflitto che per decenni è intercorso tra il governo colombiano e il gruppo di guerriglia FARC-EP, le donne sono state protagoniste in vari modi. Esse hanno combattuto tra le fila del gruppo rivoluzionario (basti pensare alla guerrigliera “Negra Karina”, considerata una delle più agguerrite combattenti e che adesso partecipa attivamente al processo di pace). Ma soprattutto le donne colombiane hanno subito il conflitto sulla loro pelle, tramite le violenze sessuali, o vedendosi costrette a fuggire dalle proprie case con i figli a carico. La questione di genere nel conflitto non è stata un evento isolato. Si stima infatti che tra il 1958 e il 2016, il 54% delle vittime e più della metà degli sfollati a causa del conflitto siano state donne, mentre tra le 25 e le 26 mila abbiano subito violenze sessuali.   In linea con le raccomandazioni del Comitato Cedaw, la fine del conflitto in Colombia è diventata un’opportunità per le donne vittime di diventare costruttrici di pace. Nel 2014, durante i negoziati, viene così inaugurata la prima sottocommissione di genere in un processo di pace. Questo specifico ramo della commissione si occupa di integrare misure specifiche per migliorare la vita delle donne in tutti i punti all’ordine del giorno. Formata da rappresentanti del governo nazionale e delle FARC, la sottocommissione inserisce la prospettiva delle donne dentro l’accordo stesso, tramite la gestione di 18 organizzazioni specializzate nei diritti delle donne e della comunità LGBT+, nonché da 10 ex guerrigliere di varie nazionalità e 10 esperte di violenze sessuali. Come risultato, dal 2014 il 60% delle vittime che ha presentato testimonianza alla commissione a L’Avana, dove si sono svolti i negoziati, sono state donne.  L’approccio di genere, quindi, viene attuato in tutte le parti dell’accordo di pace, attraverso più di cento misure specifiche e andando a delineare otto assi tematici. La parità di accesso alla proprietà rurale tra uomini e donne e la garanzia dei diritti dei lavoratori agricoli con diverso orientamento sessuale e/o identità di genere vanno ad inserirsi nella Riforma Rurale Integrale. La partecipazione politica e rappresentativa delle donne è garantita tramite misure di prevenzione dei rischi specifici che queste possono incontrare nel loro operato all’interno degli organi decisionali creati dagli accordi. L’accesso alla verità, alla giustizia e alla riparazione dei crimini commessi durante il conflitto è consentito anche e soprattutto alle donne, che più di tutti hanno fatto ricorso alla Commissione della Verità. La vittimizzazione di genere è stata riconosciuta pubblicamente in tutte le sue modalità tramite il rafforzamento delle organizzazioni femminili e del loro operato verso la partecipazione politica e sociale.  L’accordo di pace, nel suo approccio di genere, ricerca dunque la parità e l’universalità come caratteristiche della transizione verso la pace e della società colombiana post-conflitto. La sottocommissione agisce concretamente nel processo di pace tramite l’allocazione di risorse e la regolamentazione del principio di alternanza all’interno di partiti ed organi autonomi. Per quanto riguarda la violenza di genere, vengono instaurate diverse forme di prevenzione e protezione della donna, oltre a misure contro l’impunità dei crimini di guerra. Tramite questi interventi, l’accordo e la commissione ambiscono allo sviluppo di una pace sostenibile, stabile e duratura.  La donna colombiana oggi  Nonostante questo notevole passo in avanti contro la discriminazione di genere, la donna in Colombia non è ancora considerata al pari dell’uomo. Nel sopracitato WPS Index, nel 2019 la Colombia ha totalizzato un punteggio di 0.691 su una scala da 0 a 1 (dove 1 rappresenta il massimo livello di inclusione), classificandosi 104esima al mondo. La partecipazione politica femminile, ostacolata da vincoli economici insormontabili per molte, è scarsa a tutti i livelli: dal municipio delle singole città al Congresso. Le stime ancora troppo alte di violenza di genere fanno luce su una società che, nonostante i buoni propositi, fatica a distaccarsi dalla patriarcalità (o machismo) radicata al suo interno.   Soprattutto nelle aree rurali i livelli di insicurezza di genere restano elevatissimi, superati solo da quelli affrontati dalle difenditrici dei diritti umani, i quali tassi di vittimizzazione crescono ulteriormente durante la quarantena imposta dal propagarsi del nuovo coronavirus. In questo contesto è preoccupante la normalizzazione di questo tipo di violenza: in Colombia la testimonianza di una donna contro il suo aggressore non è considerata legittima. Sull’impunità di genere l’attivista locale Francy L. Jaramillo Piedrahita sostiene che “qui è più probabile che un uomo venga processato per aver rubato un pollo che per aver stuprato una donna.”   Inoltre, l’implementazione dell’accordo di pace sta proseguendo a rilento, con solamente la metà delle disposizioni di genere che si sono attivate. La minaccia di regressione alle armi rischia di vanificare l’importanza istituzionale del

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Donne venezuelane alla ricerca della salute che non c’è

Il collasso dell’economia in Venezuela ha determinato una serie di congiunture interne al paese causando quello che oggi è il più grande fenomeno migratorio della storia latinoamericana. Come in ogni crisi, i gruppi sociali più vulnerabili sono quelli a risentirne maggiormente. Tra questi ci sono le donne, esposte a una cultura patriarcale fatta di violenza e minori possibilità occupazionali. Il Covid-19 ha complicato inoltre l’accesso alle cure alle donne venezuelane le quali, già prima della pandemia, presentavano specifiche necessità in termini di salute sessuale e riproduttiva.   Genere e salute nelle politiche sociali venezuelane Dal 2003 sono state promosse in Venezuela una serie di politiche sociali conosciute come Misiones Bolivarianas. Le Misiones hanno obiettivi differenti: dalla lotta contro la povertà ai programmi di alfabetizzazione, dalla salute all’acceso al credito, dall’implementazione di attività culturali e politiche a quelle in sostegno della popolazione indigena e dell’ambiente. Misión Barrio Adentro e Misión Madres de Barrio sono però le due iniziative che hanno definito negli anni il ruolo della donna e del sistema sanitario venezuelano. La prima ha determinato l’edificazione di ambulatori nelle zone rurali e urbane più depresse del paese, la seconda, invece, ha come genesi una giustificazione costituzionale.   L’art. 88 della Costituzione venezuelana, infatti, sancisce il riconoscimento sociale di una leadership femminile nella gestione e nella cura del nucleo famigliare. Lo sfondo ideologico di Madres del Barrio che mira all’indipendenza femminile è stato poi tradotto in trasferimenti monetari a sostegno delle donne disoccupate. Tuttavia, se da un lato il riconoscimento del lavoro domestico può essere considerato una conquista per i diritti delle donne, dall’altro si ammette l’esistenza di una differenza fra sessi nei ruoli sociali che tralascia, così, la multidimensionalità dell’essere donna. Alcuni dati sulla salute femminile in Venezuela Più che le politiche sociali, sono i dati che aiutano a comprendere la reale situazione delle donne venezuelane alla luce e della crisi venezuelana e dell’emergenza Covid-19. Pertanto, è possibile ricostruire un quadro generale ed obiettivo sulla salute delle donne venezuelane attraverso i report della società civile e delle organizzazioni internazionali. Da anni, infatti, non vengono pubblicate a riguardo cifre ufficiali governative. Prima di tutto, è opportuno chiarire in che stato si trova oggi il sistema sanitario venezuelano. La Encuesta Nacional de Médicos y Estudiantes de Medicina del 2017 ha rivelato che il 40% degli immatricolati nelle università di medicina venezuelane ha lasciato il paese determinando un’importante diminuzione di tale capitale umano. A questo si somma: un 70% delle strutture ospedaliere con disponibilità intermittente di acqua, un 63% di ospedali senza energia elettrica e un 50% dei laboratori diagnostici non è operativo. Rispetto alla prospettiva di genere, invece, la realtà sopra descritta si complica ulteriormente in tema di salute sessuale e riproduttiva. L’UNFPA segnala che il Venezuela è oggi il terzo paese con il maggior tasso di fecondità in età adolescenziale in America Latina e Caraibi solo dopo Ecuador e Honduras. Human Rights Watch  ha riportato che la mortalità infantile in Venezuela è aumentata del 30%, quella materna del 60%. Equivalencia en Acción, una coalizione della società civile venezuelana, ha denunciato che negli ospedali e nelle farmacie nazionali si sfiora il 100% di irreperibilità di metodi contraccettivi in un paese dove l’aborto è ancora illegale. Pertanto, la possibilità di pianificazione familiare risulta essere piuttosto difficile in Venezuela. Ciò potrebbe comportare un aumento di aborti clandestini, rischiosi per la vita della donna. Inoltre, l’incremento delle gravidanze in età adolescenziale pregiudica il proseguimento degli studi e l’inserimento regolare delle donne nel mercato del lavoro. Le conseguenze sulle donne venezuelane Data la crisi umanitaria del Paese, chi è nelle condizioni economiche e fisiche adeguate, sceglie principalmente di abbandonare il Venezuela. Tuttavia, una volta arrivati nel nuovo paese, l’accesso alle cure non è un processo immediato. Per esempio, in Colombia, primo paese di destino con quasi 2 milioni di venezuelani nel territorio, la situazione è alquanto complessa. Per ottenere l’accesso al sistema sanitario è necessario che il migrante abbia uno status migratorio regolare. Nonostante hay que quitarse el sombrero per come la Colombia abbia gestito gli ingressi dei venezuelani, il sistema di acceso alle cure è ancora troppo rigido per migliaia di migranti non regolarizzati. Ad esempio, la regolarizzazione mediante il PEP, che permetterebbe l’affiliazione a un’assicurazione medica colombiana, non è possibile per il venezuelano privo di un documento d’identità o entrato i Colombia per i punti non autorizzati. In particolare, riguardo alla popolazione venezuelana negli ospedali, 7 persone su 10 sono donne. Tale dinamica si presenta in tutte le regioni colombiane i cui ospedali registrano tra le richieste principali: assistenza alla gravidanza, al parto e cure per malattie sessualmente trasmissibili. Spesso si tratta di gravidanze a rischio per mancate assistenza prenatale dovuta al collasso del sistema sanitario in Venezuela. Infine, l’emergenza Covid-19. La pandemia ha complicato ulteriormente le possibilità di accesso a qualche forma di assistenza sanitaria. A confermare ciò, è stata la Conferenza internazionale di solidarietà sulla crisi dei rifugiati e dei migranti venezuelaniorganizzata dalla Spagna e l’Unione Europea svoltasi lo scorso 26 maggio. L’Unione ha donato 9 milioni per contenere il propagarsi del virus e 918 milioni in per i gruppi vulnerabili colpiti dalla pandemia. Tra questi rientrano migliaia di donne venezuelane che dal 2014 continuano a migrare alla ricerca del loro diritto alla salute. Fonti e approfondimenti https://www.encuestanacionaldehospitales.com/2019 https://avesawordpress.files.wordpress.com/2019/05/mujeres_limite_a4web.pdf https://colombia.unfpa.org/es/news/unfpa-presenta-el-poder-de-decidir-derechos-reproductivos-y-transici%C3%B3n-demogr%C3%A1fica https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/79328/donors-conference-solidarity-venezuelan-refugees-and-migrants-countries-region-amid-covid-19_en

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MARIA DA PENHA: LOTTA IN PRIMA LINEA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Maria da Penha Maia Fernandes è una farmacista biochimica, attivista ed autrice brasiliana. Grazie a lei ed ai suoi 19 anni di lotta incessante, nel 2006 il Brasile emanò la legge federale numero 11340 che mira a ridurre la violenza di genere e quella domestica nello specifico. Maria nasce il 1° febbraio 1945 a Fortaleza, inizia i suoi studi in Farmacia e Biochimica all’Università Federale del Cearà e conclude gli studi in Parassitologia in Analisi Cliniche nella Facoltà di Scienze Farmaceutiche dell’Università di San Paolo nel 1977. Maria è oggi una leader dei movimenti femministi, vittima emblematica della violenza domestica. In questo articolo ripercorriamo i punti salienti della biografia della sua vita. IL CASO DI MARIA Nel maggio del 1983 l’ex marito di Maria da Penha, le sparò mentre lei dormiva causandole disabilità permanente agli arti inferiori e lasciandola paraplegica. Dopo due settimane di riabilitazione in ospedale, Maria, per paura di reclamare un divorzio o semplicemente una separazione legale, decise di tornare a casa dal marito, il quale questa volta tentò di ucciderla ricorrendo a delle scariche elettriche. Marco Antonio Riveras rimase libero per ben 19 anni prima che il governo brasiliano si rendesse conto della gravità dell’accaduto. Solo dopo anni di militanza continua ed incessante, che include la stesura di un romanzo autobiografico, Maria si vide riconoscere i propri diritti. Nel 2006, infatti, il governo brasiliano emanò una legge contro la violenza di genere domestica che porta il suo nome: “Lei de Maria da Penha”. Come già annunciato, Maria dovette sopportare 19 anni di vittimizzazione e violenza psicologica prima di essere in grado di rivendicare il proprio diritto ad esistere come donna libera ed autodeterminante. Il caso di Maria è emblematico di quanto la violenza domestica sia intrinseca in un sistema patriarcale ancora troppo incline a minimizzare episodi come quelli vissuti da Maria. Un sistema che regna sovrano in Brasile e che permette agli uomini di avere una condizione di vantaggio nelle proprie relazioni matrimoniali. LA LEGGE La “Lei Maria da Penha” numero 11.340, che fu emanata dal Presidente Lula il 7 agosto del 2006, non solo stabilisce sanzioni criminali contro i perpetratori di violenza di genere domestica, ma offre la possibilità di creare attività riabilitative nei loro confronti ed istituisce un personale specifico per il controllo di tali atti. Grazie a Maria da Penha ed attraverso questi cambiamenti legali, il Brasile ha iniziato a riconoscere la violenza domestica come una violazione dei diritti umani e ad evidenziare l’assenza di supporto alle donne vittime di violenza come un problema sistemico dell’ordinamento giudiziario brasiliano. I RISVOLTI POSITIVI DELLA LEGGE Questo caso è stato emblematico per riconoscere la violenza domestica come una tematica centrale all’interno dell’agenda pubblica brasiliana. Attraverso le politiche pubbliche sviluppate successivamente a tale legge, inoltre, dal 2006 al 2011 3.364.000 donne brasiliane sono state assistite e supportate ed oltre 331.000 uomini perseguiti con l’accusa di violenza domestica (UN Women 2011). La legge ha avuto dunque effetti positivi dal momento che ha permesso alle donne di identificare determinati atteggiamenti da parte di compagni/mariti/sconosciuti come problematici e/o lesivi. Nonostante il contributo della legge, però, in Brasile si registrano ancora numeri troppo elevati di violenze, stupri, minacce e femminicidi. L’ISTITUTO MARIA DA PENHA Maria, successivamente al tentato omicidio da parte di suo marito, ha fondato un’organizzazione non governativa che porta il suo nome e che ha la sede principale a Fortaleza ed una rappresentanza a Recife. La finalità dell’istituto è stata, ed è ancora oggi, quella di sensibilizzare politica e società nel rispetto della legge in questione. È necessario, infatti, che le regolamentazioni di questa legge vengano applicate anche nelle zone più profonde e rurali del Brasile perché tutte le donne hanno diritto allo stesso trattamento e Maria lo sottolinea ogni giorno attraverso il suo attivismo. GLI INSEGNAMENTI DI MARIA Dalla storia di Maria sembra chiaro che in Brasile regni incontrastata una cultura estremamente maschilista e patriarcale e Maria, attraverso numerose interviste, ci insegna che l’unico strumento veramente potente per sradicare questo tipo di problematica è l’educazione. Noi di Large Movements ci teniamo particolarmente ad evidenziare la preziosità di questi insegnamenti ed a rimarcare quanto siano importanti le parole e le azioni dell’attivista in questione, che ci fanno riflettere su quanto educazione e sensibilizzazione siano necessarie per rendere una legge davvero efficace. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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