Carovana (anti)americana: l’inizio di un amore malsano

La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Questo è un altro capitolo di un rapporto difficile tra gli Stati uniti e l’America Latina. Di una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora. può partire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

L’interventismo americano storicamente si è sviluppato in base alla dottrina Monroe, per cui gli Stati Uniti non avrebbero tollerato un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale.

Il primo atto importante, come potenza regionale e nascente potenza mondiale, fu quello, nel 1898, di intraprendere la guerra contro la Spagna in merito alla questione cubana. La guerra finì dopo 4 mesi e portò all’acquisizione delle Filippine, di Portorico e di Guam. Questi avamposti risultavano vitali per poter estendere il proprio potere nel mercato cinese, dove l’ascesa giapponese cominciava a far paura alla libertà di commerciare nella regione. Altro effetto importante fu quello di avere una maggiore presa sui Caraibi con una indipendenza di Cuba, di fatto, nominale.

Nel 1904 Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti tra il 1901 e il 1909, aggiunse un corollario alla dottrina Monroe che rivendicava il diritto degli Stati Uniti di intervenire negli affari di una repubblica americana nell’eventualità che essa corresse il rischio di occupazione o intervento da parte di uno stato europeo.

Rooseveltfu un fermo sostenitore delle dottrine di Mahan e del Darwinismo sociale.

Il Darwinismo sociale è una teoria secondo cui la storia delle società umane rispondeva alla logica della sopravvivenza del più adatto. Questa teoria rappresentò il fondamento per numerose teorie sulla supremazia razziale e per i sostenitori del “fardello dell’uomo bianco”, ovvero del suo ruolo di civilizzatore.

Il pensiero di Mahan, ammiraglio statunitense, invece si concentrava sul ruolo del potere navale e del presupposto per cui lo sviluppo del commercio è essenziale in termini di aumento della potenza.

A ciò aggiunse che il mare è il mezzo più veloce ed economico per il trasporto delle merci e che, quindi, l’interesse di uno Stato è quello di sviluppare una flotta commerciale e di garantirne la sicurezza attraverso una marina militare sufficiente ad evitare che le rotte vengano distrutte da eventuali minacce esterne.

Queste due direttrici si sono tradotte da una parte con la volontà di esportare “progresso” attraverso investimenti e capitali, dall’altra di far si che questi investimenti fossero in Paesi rilevanti dal punto di vista delle rotte commerciali.

Con queste logiche l’amministrazione ottenne l’indipendenza di Panama dalla Colombia con annesso un trattato che autorizzava gli Stati Uniti a costruire e a controllare quello che diventerà in seguito il Canale di Panama nel 1913, fondamentale per ridurre i tempi delle rotte commerciali.

Per consolidare il proprio dominio sui Caraibi, poi, venne inserito l’emendamento Platt nella costituzione cubana. Tale emendamento sanciva i criteri per l’intervento negli affari cubani e consentiva agli Stati Uniti il mantenimento di una base navale a Cuba (Guantanamo).

Gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a questo emendamento intervenendo in alcune faccende cubane nel 1906, nel 1912, nel 1917 e nel 1920. L’emendamento venne abrogato nel 1934 ma rimane ancora ad oggi il controllo della base militare di Guantanamo.

Gli Stati Uniti inoltre, assunsero il controllo delle finanze anche in tutto il territorio della Repubblica Domenicana e di Haiti – facendo ratificare a questi due Paesi l’emendamento Platt.

L’amministrazione di Woodrow Wilson (1913-1921) aveva intenzione di abbandonare l’intervento armato diretto in America Latina poiché non aveva portato i risultati sperati.

Ad esempio, poco prima della sua elezione vi fu un intervento in Nicaragua, che si concluse con l’ascesa del Generale Chamorro, dettato dalla necessità di tutelare i crescenti investimenti della United Fruit Company, dal 1984 Chiquita Brands, nella regione caraibica.

Per di più, già nel secondo decennio del ‘900 gli Stati Uniti erano riusciti a trasformare i Caraibi in un “Lago americano” e, per mantenere il controllo sulla zona, è stato necessario sostenere interventi armati.

Stessa sorte è toccata al Messico che ha visto la presenza di truppe armate dal 1914 fino al 1917, anno in cui si tennero nuove elezioni e si ratificò una nuova costituzione nella quale era facilmente riscontrabile un forte sentimento anti-americano.

Occorre mettere in rilievo che negli anni ‘20 l’influenza economica degli Stati Uniti era vastissima in America latina.

La United Fruit Company e la Standard Fruit Company (oggi Dole Fruit Company) infatti, controllavano la maggior parte dei profitti della regione. Queste due compagnie concorrevano per il predominio della regione e detenevano un forte controllo in Paesi che vennero definiti come le “repubbliche delle banane”, ovvero: Honduras, Costarica e Guatemala.

Più volte i giornalisti latinoamericani hanno accusato le compagnie di corrompere i governi nazionali per un trattamento preferenziale o per consolidare il proprio monopolio.

A ciò si aggiungono le accuse di degrado ambientale, di deforestazione, di drenaggio e impoverimento dei sistemi idrici e di devastazione della biodiversità.

Inoltre, spesso si praticava la monocoltura che, esaurendo la fertilità delle terre, alla fine portava al collasso economico oltre che alla dipendenza dall’esportazione di quel prodotto. Esportazione che spesso non creava profitto alla nazione.

Si pensi che a Cuba gli Stati Uniti erano titolari dei 2/3 della produzione di zucchero, praticamente l’unico prodotto dell’isola.

Questa logica riguardava anche le materie prime ed è così che gli Stati Uniti in Venezuela possedevano quasi la metà del petrolio e che in Cile il prezzo del rame, principale prodotto di esportazione, era direttamente deciso da Washington.

Occorre poi notare che una compagnia come la United Fruit Company non si occupava solamente di frutta ma aveva investito in ferrovie transnazionali e nelle telecomunicazioni. A ciò si aggiunga che, in questo periodo, l’America Latina riceveva il 20% dell’export totale degli Stati Uniti e nella maggior parte dei casi gli Stati dell’America latina esportavano fino anche al 90% della propria produzione negli Stati Uniti. In pratica, quella degli Stati latinoamericani era a tutti gli effetti una forte dipendenza economica.

L’impossibilità di portare stabilità nella regione e la necessità di avere governi “alleati”, oltre che al rafforzamento del Giappone nell’Oceano Pacifico, portarono gli Stati Uniti a sostenere i cosiddetti “Uomini forti” (come Batista a Cuba, la famiglia Somoza in Nicaragua e Truijillo nella Repubblica Domenicana).

Per questo con Franklin Delano Roosevelt (1933-1945) si instaurò quella che viene definita la politica del “buon vicinato” con personaggi “illustri” che si arricchivano ulteriormente mentre la popolazione era costretta a vivere nella povertà più nera.

Il folklore vede assegnare al Presidente americano la frase “Sarà pure un figlio di puttana, ma almeno è il nostro figlio di puttana”, che, al di là delle veridicità o meno della frase, rappresenta la figura dei dittatori, rappresentanti, o tutori, dell’influenza americana.

Caso particolare, però, fu quello del Messico che vide il raggiungimento di compromessi per gli attriti sul petrolio.

Con la costituzione del 1917 il Messico volle nazionalizzare le risorse, provocando l’allarme dell’azienda americana Standard Oil (da cui successivamente nacquero la ESSO e la Chevron).

In questo primo caso ci furono dei negoziati internazionali che si conclusero con l’attribuzione dei diritti di proprietà degli Stati Uniti in cambio del riconoscimento diplomatico del 1924.

Un secondo caso ci fu nel 1938 con la nazionalizzazione ad opera di Cardenas. Questa suscitò un’azione di Lobbying da parte della Standard Oil, che la vide accusare il presidente messicano di essere comunista.

Anche in questo caso ci furono nuovi negoziati che portarono nel 1941 al riconoscimento del diritto del Messico al controllo delle materie prime a fronte di un indennizzo da pagare all’azienda americana.

È da notare che ciò fu possibile solamente perché gli Stati Uniti si stavano preparando alla guerra ed avevano bisogno di alleati con molte materie prime. Ciò infatti fu dettato anche dal fatto che tra il ’30 e il ’40 erano aumentati gli acquisti del petrolio messicano da parte delle potenze dell’asse.

Sulla scia di tale ottica di “opportunità bellica”, Roosevelt tentò di consolidare il movimento panamericano.

Gli Stati Uniti sfruttarono l’attivismo dei nazisti in America latina (soprattutto in paesi come l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay) per giustificare una maggiore cooperazione e per rivitalizzare l’Unione Panamericana nata nel 1910.

Fu così che con la dichiarazione di Panama del 1939 si delineò un perimetro di sicurezza intorno all’emisfero occidentale e si istituì un comitato di coordinamento economico. Ciò rese più facile agli Stati Uniti bloccare le transazioni tra l’America latina e i futuri nemici.

A ciò si aggiunse che gli Stati Uniti con la legge “affitti e prestiti” divennero, in un primo momento, “l’arsenale” della Gran Bretagna. Così facendo si garantirono i profitti della produzione bellica utilizzando le materie prime latinoamericane.

La situazione però peggiorò e gli Stati Uniti dovettero entrare in guerra trascinando con sé i Paesi dell’America latina. Questi ultimi erano fondamentali allo sforzo bellico per il facile accesso alle materie prime.

Fu così che i fuochi della guerra si fecero vividi in tutto il mondo rappresentando l’unica illuminazione di una lunga notte. In mezzo secolo gli Stati Uniti erano riusciti ad instaurare un rapporto controverso con una regione vastissima. Un rapporto inizialmente economico, poi politico e infine di necessità per la guerra contro le potenze dell’asse. Ma ora la nostra carovana deve riposarsi. Il viaggio è ancora lungo. I semi dell’antiamericanismo sono stati gettati e devono ancora germogliare. Tra poco riprenderemo il nostro viaggio…

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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La condizione delle donne in Perù sta migliorando grazie alle riforme

In Perù, come in gran parte dei Paesi dell’America Latina, la parità di genere all’interno della società è impedita dalla presenza del fenomeno del machismo. Nonostante le donne possano godere dei diritti di base, come quello di voto e di proprietà, nella struttura stessa delle comunità è presente un fattore culturale e sociologico che ostacola l’emancipazione delle donne in tutti gli ambiti della società: il machismo, appunto. Questo fenomeno, largamente diffuso in tutto il continente (ma anche nel resto del mondo), è identificabile nel tasso di alfabetizzazione, nella difficoltà di accesso alla professione ed alla sanità e nella scarsa partecipazione politica delle donne peruviane, ed è maggiormente presente nelle zone rurali del Paese. Nelle zone più remote, dove le differenze sociali tra i due generi raggiungono il loro picco, gli stereotipi machisti fanno breccia nella coscienza comunitaria molto più che nelle grandi città. È qui che la maggior parte della popolazione associa la donna alla sfera domestica, assegnandole, forse inconsciamente, il ruolo di madre e moglie, e togliendole così il diritto di scegliere il proprio destino. Fin dalla tenera età, le bambine peruviane perdono l’aspirazione ad uno stile di vita diverso da quello tradizionale, ed il loro rendimento scolastico ne risente. Nei centri abitati più piccoli è estremamente difficile incontrare una donna in posizioni di potere, sia nella professione che nella politica. La carenza di esempi da imitare rafforza la convinzione che la donna debba rinchiudersi nel focolare domestico, lasciando ai soli uomini la possibilità di intraprendere una carriera professionale. Secondo le stime di Statista, nel 2021, il Perù si è classificato 17° nell’indice di divario di genere (Gender Gap Index), su 26 Paesi dell’America Latina. Procederemo ora ad analizzare la possibilità di accesso della donna peruviana ai vari ambiti della società, evidenziando quelli in cui il machismo è preponderante nell’impedire la parità di genere. Istruzione, professione e politica: analisi del divario di genere Nel 2020 un’inchiesta di the World Bank ha registrato in Perù una differenza di 5 punti percentuali tra l’alfabetizzazione maschile (97% circa), e quella femminile (92%) nella popolazione superiore ai 15 anni di età. Entrambi le percentuali, sebbene si mantengano in crescita, hanno conosciuto un rallentamento nell’ultimo anno di pandemia da COVID-19, in cui la popolazione si è vista costretta a rinunciare all’istruzione per far fronte alla crisi che ne deriva. Il divario di genere è maggiore nelle zone rurali ed all’interno delle comunità indigene che parlano le lingue native; tuttavia anche qui si assiste ad un miglioramento grazie alle riforme delle leggi consuetudinarie degli ultimi decenni, che stanno aprendo il mondo professionale alle nuove generazioni di donne, spronandole quindi a proseguire gli studi. Dopo la promulgazione di queste riforme anche la percentuale di partecipazione delle donne alla forza lavoro è migliorata, raggiungendo il 70.6% dello scorso anno, secondo le stime dell’International Labour Organization. Il Perù illustra come le riforme legali – soprattutto se accompagnate da un calo della fertilità – possano effettivamente guidare un aumento della partecipazione femminile al mondo del lavoro e dell’inclusione finanziaria, portando benefici anche al PIL del Paese. Tuttavia, i vincoli economici e culturali continuano a limitare le opportunità professionali delle donne. Nonostante il Paese vanti uno dei divari di genere più esigui dell’America Latina per quanto riguarda l’accesso all’impiego, le donne peruviane tendono ad essere relegate allo svolgimento dei lavori meno pagati come l’infermieristica e l’insegnamento. Per di più, le responsabilità domestiche e le necessità di cura dei famigliari limitano ulteriormente le loro opzioni di lavoro. Nel 2015 le donne hanno guadagnato circa il 19% in meno degli uomini per reddito orario; divario che aumenta ulteriormente se consideriamo le donne indigene. Nelle comunità povere, rurali ed indigene infatti, prevalgono i lavori tipici dell’economia informale, formata da piccole e medie imprese a conduzione familiare (solamente il 30% di queste imprese sono formali). Questo significa che gran parte delle donne si affacciano in una posizione di estrema vulnerabilità nei confronti dei rischi del mercato. Queste donne infatti, restano escluse dalle politiche governative per promuovere e proteggere l’impiego femminile, e dall’alfabetizzazione finanziaria – necessaria per sviluppare concretamente le loro attività e/o farle rientrare nell’economia formale. I dati del governo mostrano che il 60% di tutte le lavoratrici del Paese continuano a lavorare nell’economia informale, e solo il 15% ha una copertura sanitaria, mentre solo il 4% gode di benefici pensionistici. Il Paese vanta una politica di congedo di maternità di novantotto giorni e altri programmi per sostenere le madri lavoratrici, tuttavia le donne che lavorano nel settore informale non ne beneficiano. Per quanto riguarda la situazione politica, le donne hanno guadagnato il diritto di voto in Perù nel 1955, uno degli ultimi Paesi della regione Latino-americana. Nonostante ciò, il Paese sta avanzando concretamente sulla strada della rappresentanza politica paritaria attraverso la promulgazione di riforme che hanno reso obbligatori i criteri di parità e di alternanza dalle elezioni generali del 2021. È a partire dall’approvazione della legge n. 31030 che le liste presidenziali devono avere almeno una donna o un uomo nella loro composizione, posti in modo alternato, con l’obiettivo di raggiungere un sistema di pari rappresentanza nella composizione e nell’agenda politica entro il 2031. Attualmente ci sono diverse strategie impiegate per monitorare l’implementazione della legge e la partecipazione femminile. Uno degli strumenti creati a questo proposito è la Línea de Investigación de la Dirección Nacional de Educación y Formación Cívica Ciudadana (DNEF), che analizza le informazioni sui processi elettorali al fine di migliorarne la diffusione tra i cittadini e i media, con l’obiettivo di influenzare il rafforzamento del sistema politico e della democrazia. Secondo un’inchiesta realizzata lo scorso marzo dalla DNEF, le scorse elezioni parlamentari hanno visto la presenza di 3 donne su 16 posizioni nel Congresso andino. La proporzione ha conosciuto un miglioramento negli ultimi anni grazie alle quote elettorali. Tuttavia occorre evidenziare che le posizioni ricoperte da donne nelle liste elettorali si mantengono di basso livello. Sicurezza e sanità per le donne: le note dolenti del Gender Gap in Perù La violenza contro le donne è un fenomeno preoccupante in

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Carovana (anti)americana: un amore geloso

La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Il sole sta sorgendo e dobbiamo continuare il nostro viaggio nella storia. È la storia di un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza. Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si trovarono in una posizione forte rispetto all’America Latina. Il conflitto aveva reso virtualmente impossibili le transazioni commerciali tra i latinoamericani e il resto del mondo e la guerra aveva distrutto, o gravemente indebolito, la potenza delle Nazioni che avrebbero potuto rappresentare una timida minaccia alla supremazia americana nella regione. Roosevelt volle tradurre questo forte predominio in un’organizzazione internazionale e questo tema confluì nelle discussioni della Conferenza Panamericana di Chapultepec, Messico, del febbraio 1945. Qui si dichiarò che ogni attacco a un qualsiasi Stato americano rappresentava un attacco contro tutti gli Stati della regione. L’atto finale segnò il primo passo nella direzione di un’alleanza militare postbellica nell’emisfero occidentale. Tutti gli Stati della Conferenza di Chapultepec presero parte alla costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Gli Stati Uniti erano fermamente convinti che, prima della conferenza, uno storico conflitto doveva essere sanato: quello tra la Dottrina Monroe – secondo cui gli Stati Uniti non tolleravano un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale – e quello che avrebbe dovuto rappresentare l’internazionalismo dell’Onu. Originariamente infatti, l’Onu avrebbe dovuto avere forti poteri sulle questioni di carattere regionale e il problema risultava dal fatto che ogni intervento degli Stati Uniti nell’America latina sarebbe potuto essere impedito dal veto della Gran Bretagna o dell’Unione sovietica. Alla fine nello statuto dell’Onu si inserirono quattro articoli, dal 51 al 54, che negli effetti salvaguardavano la facoltà degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza nell’emisfero occidentale senza infrangere le regole della nuova organizzazione. Gli articoli tutelavano il diritto delle organizzazioni collettive regionali di risolvere le dispute e optare per l’autodifesa individuale o collettiva. A questo proposito nel 1947, con gli Stati Uniti al loro apice di potenza, le Repubbliche Americane siglarono il trattato di Rio: un patto di difesa collettiva che divenne un modello per molte altre alleanze militari formate dagli Stati Uniti nel primo decennio della guerra fredda. Il trattato di Rio quindi legittimò l’intervento americano e diede una nuova enfasi internazionalista alla dottrina Monroe. Così nel 1951 venne costituita formalmente l’Organizzazione degli Stati Americani con lo scopo di promuovere azioni coordinate sul piano economico, politico e militare e per risolvere le dispute inter-americane. Vi era però un forte problema per gli Stati Uniti: i nazionalismi e l’Antiamericanismo erano crescenti nei paesi dell’America Latina. Per molti, la logica della dipendenza e il predominio nella sfera commerciale delle multinazionali americane erano considerati i principali responsabili dei gravi livelli di diseguaglianza. Ad esempio, nel 1950 il PIL dell’intera America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti a parità di popolazione. Sempre nello stesso anno l’America Latina rappresentava il 28% del totale delle esportazioni e il 35% delle importazioni Statunitensi. Si pensi, poi, che la quota americana sulle esportazioni di Cuba, Nicaragua e Guatemala era compresa tra il 70 e l’80% del totale. Nella pratica il “sud” dipendeva dal “nord” e questo trend era destinato ad aumentare durante la guerra fredda anche se lo sguardo statunitense era concentrato sull’Asia e l’Europa per allontanare l’Unione Sovietica. Un’altra questione importate era proprio l’Unione Sovietica. La politica adottata dagli Stati uniti fu quella del contenimento. Questa venne coniata da George Kennan nei confronti del comunismo nel suo complesso e il concetto cardine era quello di contenere l’URSS (ovvero far sì che rimanesse entro i suoi confini attuali) nella speranza che le divisioni interne, il fallimento o l’evoluzione del contesto politico potessero porre fine a quella che veniva percepita come la minaccia di una forza persistentemente espansionista. In quest’ottica è da ricordare il caso, nel 1951, del neopresidente del Guatemala Jacobo Arbenz Guzmàn, il quale provò ad introdurre un sistema di tassazione progressiva, un nuovo sistema di welfare e ad aumentare il salario dei lavoratori. A ciò aggiunse l’espropriazione di 400 mila terrenti agricoli non coltivati della United Fruit Company, compagnia americana con interessi in tutta l’America latina divenuta dal 1984 Chiquita Brands.   La reazione della compagnia fu quella di fare pressioni al governo americano con il risultato che l’amministrazione Eisenhower approvò un piano della CIA per rovesciare il regime con esuli guatemaltechi addestrati dagli stessi Stati Uniti in basi situate in Nicaragua e in Honduras.  Sempre su questa scia, tra il 1953 e il 1954, gli Stati Uniti si fecero sponsor di una risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani in cui si dichiarava che il controllo da parte comunista di qualsiasi Paese dell’emisfero occidentale fosse una minaccia per la sicurezza di tutti i membri. La risoluzione venne approvata per 17 voti contro uno: il voto del Guatemala. Preso dall’ultima disperata mossa, Arbenz si rivolse al blocco sovietico alla ricerca di armi. Nel maggio 1954 arrivarono le armi di produzione cecoslovacca ma il mese successivo un piccolo contingente guidato da Castillo Armas attaccò dall’Honduras. Nel frattempo, gli aerei americani bombardavano Città del Guatemala. In questo modo le terre vennero restituite alla United Fruit Company, gli oppositori di sinistra vennero arrestati e il governo guatemalteco restò un leale sostenitore degli Stati Uniti. Un

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CONFLITTI SOCIALI MAI SOPITI: El Salvador cade in una nuova ondata di violenza

Sabato 26 marzo 2022 resterà nei ricordi dei salvadoregni come la giornata più violenta degli ultimi venti anni. In poche ore, in El Salvador sono stati riportati 62 omicidi in tutto il territorio nazionale. Per far fronte alla grave emergenza, il 27 marzo l’Assemblea Legislativa ha approvato il Regime di Eccezione, su iniziativa del Presidente Nayib Bukele espressa nel Consiglio dei ministri. Questo Regime sarebbe dovuto durare per un periodo di trenta giorni ma è stato rinnovato di mese in mese ed è tutt’ora in vigore. Attraverso questo Decreto, sono state sospese le garanzie costituzionali tipiche di una società realmente democratica quali: la libertà di associazione e di riunione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione (art. 7 della Costituzione della Repubblica, p. 2-3); il diritto all’informazione sui motivi della detenzione e della difesa (art. 12 inc. 2 Cn, p. 3); il limite di 72 ore alla detenzione amministrativa (art. 13 inc. 2 Cn, p. 3-4) e l’inviolabilità della corrispondenza e delle telecomunicazioni (art. 24 Cn, p. 5). Per provare a capire come si è arrivati a questa rapida escalation degli eventi, è necessario fare una panoramica degli attori coinvolti. LE MARAS SALVADOREGNE Le origini di questi gruppi criminali organizzati risalgono alla fine del conflitto civile culminato con la firma degli Accordi di Pace nel 1992. A pochi anni dall’abbandono della violenza come mezzo politico, il governo statunitense, che aveva assunto un ruolo centrale nel conflitto salvadoregno, avviò una politica di deportazione dei criminali verso i loro Paesi di origine. I membri delle bande californiane rientrati così in Salvador, portarono con loro i modelli organizzativi tipici della criminalità statunitense e questi inevitabilmente finirono per influenzare i gruppi criminali qui presenti, trasformandoli in un fenomeno più organizzato, complesso e violento. Le nuove bande, note come “maras” o “pandillas”, crebbero rapidamente segnando profondamente il periodo postbellico in El Salvador. La violenza legata al fenomeno della mara salvadoregna scorre in quattro direzioni: la guerra tra bande rivali, la violenza delle bande contro le comunità, la violenza dello Stato verso le maras e le risposte violente di queste verso lo Stato. Abitare in un determinato territorio definisce l’appartenenza ad una pandilla piuttosto che ad un’altra, anche se si tratta di pochi isolati di distanza. Questi spazi sono fuori dal controllo statale e qui si sviluppa la vita criminale salvadoregna. L’accesso alle zone è controllato e limitato a certi orari del giorno, scanditi da un rigido coprifuoco. La popolazione che vive in queste zone è costretta a pagare le continue estorsioni che alimentano economicamente il fenomeno delle maras. Questo potere coercitivo che si è affermato incontrastato, unito alla violenza ed alle continue minacce, costringe migliaia di persone ad abbandonare il proprio quartiere, la propria città od il proprio Paese. L’innegabile impatto che le pandillas hanno sulla vita quotidiana del Salvador ha significato, nell’arco degli anni, un periodico tentativo di negoziazione condotto dal governo con l’obiettivo di contrastare il fenomeno. APPROCCIO DEI GOVERNI PRECEDENTI Le istituzioni pubbliche affrontano il problema su base quotidiana, senza però esser riusciti finora a risolverlo definitivamente. Nel 2003, quando c’era al governo il Partito ARENA – di orientamento nazionalista, conservatore e neoliberista – fu introdotta per la prima volta la repressione come strategia per eliminare le maras. Così, per i successivi cinque anni, furono incarcerati i principali esponenti dei gruppi criminali. La reazione politica causò, oltre al sovraffollamento dei penitenziari, una forzata ridistribuzione dei poteri all’interno delle bande criminali che, proprio da dentro le carceri, riformarono il loro sistema interno, fino addirittura a potenziarlo. Nel 2011, il primo governo del FMLN – attuale partito politico di sinistra, ispirato al rivoluzionario Augustin Farabundo Martì, ex guerrigliero nel conflitto terminato nel 1992 – ha sperimentato un nuovo approccio per affrontare il problema delle maras: una sorta di distensione che ha compreso, tra i vari interventi, anche il trasferimento dei leader in carceri di minore sicurezza a fronte di un impegno degli stessi affinché il tasso di omicidi perpetrati dai loro affiliati diminuisse. Sebbene questa tregua promossa dall’allora partito al governo abbia effettivamente portato ad una riduzione esponenziale e mai vista prima del numero di omicidi in Salvador, non è mai stata accettata dall’opinione pubblica e dall’establishment politico – compresi alcuni funzionari e leader dello stesso FMLN. Diffidenza giustificata anche dal fatto che i politici che avevano promosso questa strategia, non hanno mai chiarito del tutto il ruolo effettivo del governo in questo accordo con le maras, fugando così una volta per tutti i dubbi circa la totale trasparenza e bonarietà dell’operazione. Nel 2014 un altro cambio di governo ha riportato le pandillas nelle prigioni di massima sicurezza, attribuendo loro lo status di organizzazioni terroristiche. La risposta di questi gruppi criminal non si è fatta attendere. Il 2015 infatti, è stato contraddistinto da grandi violenze e da omicidi, soprattutto di poliziotti e militari salvadoregni. A loro volta, la polizia ed i militari hanno cominciato ad adottare strategie sempre più tipiche di un Paese in guerra, arrivando ad perpetrare procedure di controllo del territorio non completamente legali. NAYIB BUKELE E LA GUERRA CONTRO IL TERRORISMO Le elezioni presidenziali del 2019 vedono vincere Nayib Bukele, candidato indipendente del partito Nuevas Ideas – partito promotore di un conservatorismo sociale diametralmente opposto al sistema politico che si era affermato fino a quel momento tra i partiti in precedenza menzionati. La schiacciante vittoria, conquistata anche grazie alla promessa di combattere duramente la violenza delle maras, ha permesso a Bukele di cambiare la politica salvadoregna dall’interno, attuando riforme economiche – molto famosa, anche e soprattutto per le critiche che ha attirato sulla sua presidenza, è quella relativa ai Bitcoin – ma anche giudiziarie ed afferenti al settore della sicurezza nazionale. Nello scorso 2021, in occasione del debutto della nuova Assemblea Legislativa, Bukele ha ordinato la destituzione di cinque magistrati della Camera costituzionale e del procuratore generale, tramite quello che è stato definito un “Autocolpo di Stato”. Al loro posto sono stati inseriti funzionari di fiducia di Nuevas Ideas. In generale, le strategie politiche intraprese finora

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Il conflitto in Colombia: storia del soldato che si batte per la verità

Oggi inizia dicembre, ma il caldo non accenna a darci tregua. Mi trovo in Colombia, dove sono venuta a scrivere la tesi di laurea magistrale e, per caso o per destino, ho conosciuto M.: un soldato dell’esercito nazionale che si è congedato dopo sei anni di servizio. Da quell’incontro casuale in piscina lui si è dimostrato subito incuriosito nei confronti della mia palese provenienza europea. Da allora è venuto spesso nell’appartamento che condivido con altri studenti, per farci assaggiare i piatti tipici cucinati alla perfezione, per insegnarci a ballare la salsa e la cumbia in salotto, per condividere con sincero orgoglio le tradizioni del suo Paese. La condivisione è un tratto che contraddistingue i colombiani, e M. sembra voler condividere il più possibile con noi, specialmente il suo passato travagliato, la storia del suo Paese che tanto ama. Da quando gli ho spiegato che sto analizzando i contenuti dell’accordo di pace tra il governo e la guerriglia FARC, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha confessato di essere stato un soldato dell’esercito proprio in quel conflitto che per più di 50 anni ha dilaniato la Colombia e che nel 2016 sembra aver raggiunto una tregua. Oggi è qui per raccontarmelo. Si siede vicino a me e mi versa un bicchiere di aguapanela appena preparata. Iniziamo.  LM: “Perché hai deciso di diventare un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia?”  M: “A 17 anni mi sono diplomato e mi sono ritrovato di fronte a un bivio. L’idea di poter scegliere la carriera militare mi è stata data da mia zia quando mi ha parlato del suo compagno, che era un sottufficiale dell’esercito. Mi ha spiegato che chi fa parte dell’istituzione gode di diversi benefici: uno stipendio fisso, la possibilità di studiare, l’assicurazione sanitaria, la pensione dopo 25 anni di lavoro. Inoltre, a me è sempre piaciuta l’attività fisica, infatti inizialmente mi sono iscritto all’università, alla facoltà di educazione fisica. Il giorno in cui reclutavano per entrare nell’esercito ho dovuto prendere la prima decisione: andare a fare il test militare o andare a dare un esame all’università. In realtà la scelta neanche c’era: se fossi andato all’università non avrei potuto essere stabile economicamente perché non avevo il sostegno dei miei genitori poiché mia madre non aveva un lavoro in quel momento, quindi ho deciso di arruolarmi. Sono entrato nell’esercito e ho fatto esami medici, psicologici, fisici e sono andati molto bene.” “Sono stato il primo in graduatoria di tutti coloro che li hanno sostenuti nella mia area. Ero anche uno dei più giovani.“ “La prima volta che sono arrivato nell’accademia militare la sensazione che ho provato è stato di voler tornare a casa. Abbiamo viaggiato in due autobus grandi, pieni di ragazzi. Dopo più di 2 ore di viaggio, erano le 4.30 di mattina, siamo arrivati e come siamo scesi dai bus un soldato ci ha ordinato di metterci a raccogliere tutte le foglie secche dal terreno. Non sono tornato a casa allora, avevo molti occhi puntati su di me: i miei amici del quartiere, la mia famiglia che diceva in giro: «M. se n’è andato»… Mi stavo mettendo alla prova, ma se queste aspettative non ci fossero state penso che sarei tornato subito a casa. In quel momento è iniziata una delle avventure che penso non potrò mai dimenticare nella vita, che è stato l’Esercito Nazionale.”  L’accademia militare: come si diventa un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia  M: “Sono stato nella scuola militare per 18 mesi. Il periodo si divide in tre semestri: prima sei una recluta, poi brigadiere e infine un dragone. Nell’ultimo semestre segui un corso di controguerriglia e ci sono prove che sono molto difficili, sono sfide. Lì le percepisci come sfide, ma quando esci e vedi la realtà dei fatti, ti accorgi che sono veri e propri abusi. Ti mettono moltissima pressione psicologica, fisica e alimentare, ti colpiscono con le doghe del letto se fai qualche errore, usano la violenza per insegnare. Ad un certo punto del mio secondo semestre ho reagito contro un capitano che era appena arrivato nella scuola. Noi dormivamo pochissimo, 3-4 ore al giorno, quando riuscivamo a dormire. La sera dovevamo fare le pulizie, e quel giorno stavamo pulendo i bagni il più velocemente possibile per poi andare a dormire. Il capitano è entrato nella stanza e ci ha ordinato di fare esercizi a terra mentre lui passava tra di noi e ci prendeva a calci. Si stava avvicinando a me quando gli ho detto che se mi avesse toccato mi sarei dimenticato che lui è il comandante e io uno studente. Mi ha messo comunque un piede addosso, allora io mi sono alzato, l’ho spinto via e me ne sono andato. Ho fatto rapporto al comandante della scuola. In quel periodo stavano uscendo notizie da tutta la Colombia che nell’esercito i superiori approfittavano del loro potere per maltrattarci, nessun soldato veniva risparmiato dall’abuso. Non succedeva solo da noi, ma in tutti i battaglioni era qualcosa di molto comune.” “La prima volta che ho sentito la storia del conflitto contro la guerriglia me l’hanno raccontata lì ma, dato che mi è sempre piaciuto approfondire per conto mio, mi sono informato sulla realtà del Paese.“ “L’impressione che ne ho tratto è che i ribelli della guerriglia si erano armati per rivendicare i loro diritti di essere ascoltati dallo Stato, e che avevano un modo diverso di pensare. Ma nell’accademia quello che ti insegnano è che devi odiarli, li devi uccidere e che deve scorrere sangue. Ci sono canzoni militari che dicono: «Voglio nuotare in una piscina piena di sangue, sangue di guerrigliero. Sangue! Sangue! Rosso! Rosso! Denso! Denso! Sangue di guerrigliero!» queste canzoni lavorano la mente di tutti gli studenti della scuola e molti ne escono con quel desiderio, con quella sete di sangue. Grazie alla vita, grazie a Dio, io non sono uscito con quella sete di uccidere, perché non mi piace fare del male ad altre persone.” Il conflitto in Colombia: il debutto di M. come soldato regolare M: “Quando ho finito i tre semestri nella scuola sono uscito come comandante

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La lezione argentina del fiume Matanza-Riachuelo: la necessità di cambiare prospettiva per tutelare l’ambiente

In generale le società di tutto il mondo riconoscono dei diritti agli esseri viventi e agli esseri umani in primis. La tipologia dei diritti che vengono riconosciuti varia a seconda delle culture, delle tradizioni, dei sistemi politici ed ideologici di ogni società, ma, secondo i cosiddetti giusnaturalisti, è comunemente accettata l’esistenza di alcuni diritti fondamentali che prescindono dall’ordinamento giuridico a cui appartengono. Tali diritti vengono definiti come “diritti di natura”. Quindi ci si domanda: esistono dei “diritti ambientali” tra i diritti di natura? La risposta è controversa e per niente scontata. Negli ultimi anni si sono fatti dei passi in avanti e il tema dell’ambiente non rappresenta più un discorso elitario di cui solo scienziati ed attivisti parlano. I movimenti di tutela dell’ambiente si sono diffusi a livello globale, l’agenda politica internazionale ha fissato tra le priorità assolute quella di ridurre il cambiamento climatico e fronteggiare i conseguenti disastri ambientali. È chiaramente riconoscibile come questo tema abbia preso piede in maniera realmente preponderante nel dibattito politico ad ogni livello, ma tutto ciò non sempre si traduce in un vero e proprio riconoscimento dei diritti dell’ambiente. Non vi è ancora un’opinione univoca che confermi e delinei se e quali essi siano, o almeno, è spesso discussa e trova controversie derivanti da esigenze e contesti molto variegati. C’è chi focalizza l’attenzione maggiormente sugli effetti che un danno ambientale provoca sull’uomo, chi sugli animali e chi più genericamente sul Pianeta, complicando quindi l’attribuzione di tali diritti a soggetti specifici. In generale, i diritti sono sempre inseriti nel binomio diritti-doveri che possono ricadere sullo stesso soggetto o meno. Nel campo dei diritti dell’ambiente l’individuazione di entrambe le posizioni risulta complessa e rimane un problema in molti casi irrisolvibile. A ciò si aggiunge che i diritti dell’ambiente sono riconosciuti in maniera eterogenea nei vari Paesi del mondo e ciò è dovuto sicuramente a sensibilità tuttora molto differenti. Si pensi che alcuni ordinamenti hanno sentito l’urgenza di riconoscere i diritti dell’ambiente prima di altri per motivi che li toccano più da vicino, mentre altri continuano a schivare la questione per interessi economici e politici, che infatti si impongono sui più deboli interessi sociali ed ambientali, spesso schiacciandoli. Tra i Paesi che sono attivati nella ricerca di una maggiore tutela dei diritti dell’ambiente vi sono alcuni paesi dell’America Latina, tra cui l’Argentina, dove nel 2004 un gruppo di residenti del bacino del fiume Matanza-Riachuelo (nella provincia di Buenos Aires) ha sollevato la questione relativa all’inquinamento dell’area dovuto alle attività di 44 aziende lì operanti. Il fine non era solo quello di protestare nei confronti delle aziende, bensì di vedersi riconosciuti dei diritti fino ad allora inesistenti, o perlomeno non considerati, derivanti dal danneggiamento subito a causa dell’inquinamento del bacino. Le rivendicazioni non riguardavano esclusivamente il risarcimento per i danni già prodotti da tali attività, ma avevano una visione più di lungo termine. I ricorrenti richiedevano un incremento della qualità della vita, la riparazione del disastro causato e la prevenzione di quelli futuri come impegni fondamentali che la Corte Suprema argentina, davanti alla quale era stato presentato il caso, dovesse riconoscere e far applicare da parte delle autorità di Governo e degli enti locali. Il caso in questione rappresenta una vittoria sul piano del riconoscimento dei diritti dell’ambiente in capo ad una certa comunità affetta direttamente da un disastro ambientale o dal danneggiamento della qualità dell’ambiente da parte di altri soggetti, che in quell’occasione furono indicati come lo Stato, la Provincia di Buenos Aires e la città di Buenos Aires. Il danno ambientale è ricaduto sull’intera collettività, che ne è stata quindi vittima e che ha rivendicato il diritto ad una compensazione, alla cessazione delle attività inquinanti e all’effettuazione di rimedi per restaurare la condizione precedente. Da quel momento la Corte ha stabilito un piano di azione che l’ACUMAR (l’agenzia del governo responsabile del bacino del fiume Matanza-Riachuelo) deve mettere in pratica. Tra gli scopi del piano vi sono quello di avviare un’azione di disseminazione di informazioni pubbliche, di controllare l’inquinamento prodotto dalle industrie, di ripulire le discariche, di espandere l’offerta di acqua, di sviluppare un piano di sanità emergenziale e di adottare un sistema di misurazione internazionale per valutare il rispetto degli obiettivi del piano (Mendoza Beatriz Silva et al vs. State of Argentina et al on damages (damages resulting from environmental pollution of Matanza/Riachuelo river, 2008). Quanto accaduto attorno al fiume Matanza-Riachuelo ha posto le condizioni per affrontare le questioni ambientali in tutto il territorio nazionale sottoponendole ad una nuova prospettiva ovvero quella di difesa della qualità della vita, della salute collettiva e di promozione dei diritti umani a più ampio raggio, includendo quindi anche quelli che derivano da aspetti ambientali, che hanno ricadute considerevoli anche sui diritti economici, sociali e culturali. Da una rivendicazione locale è scaturita la necessità di prevedere a livello nazionale un maggiore impegno da parte delle autorità competenti, che nella fattispecie è rappresentata dall’ACUMAR, e ha permesso di allargare la partecipazione della società civile nel processo di elaborazione e monitoraggio di politiche di stampo ambientale e non solo. Per permettere una più ampia partecipazione della società civile, requisito fondamentale è l’accesso all’informazione, il quale favorisce una visione chiara del problema da analizzare, stimolandone la discussione e la successiva risoluzione attraverso l’attivazione di pratiche collettive. Quanto esposto finora è un limpido esempio di come il valore attribuito e condiviso dell’ambiente da parte di una collettività ne rafforzi l’agire sul piano politico e sociale, consentendo il raggiungimento di risultati che, presi nel complesso, in grado di costruire gradualmente una società globale più rispettosa e riconoscente nei confronti della natura. Forse è necessario ancora stimolare una visione più olistica del sistema in cui vive l’essere umano, ovvero che includa ogni singola parte del Pianeta e ne curi la vita, l’esistenza e la preservazione, invece di tendere alla sua devastazione a discapito di qualcosa o qualcun altro, in modo tale da non avere alcun dubbio su se e quali sono i diritti che gli appartengono. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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