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KIRIBATI: l’isole che non ci saranno e i rifugiati ambientali

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Il Kiribati è un piccolo paese dell’Oceania che secondo la comunità scientifica rischia di non esistere più entro il 2100 a causa degli effetti del riscaldamento globale. Il caso di questo piccolo paese è la dimostrazione che i cambiamenti climatici sono in atto e che questi hanno effetti disastrosi sulle comunità umane già da ora. Al caso del Kiribati è legato il caso del signor Ioane Teitiota, ovvero la prima persona a richiedere lo status di rifugiato ambientale ad una corte nazionale. Riflettere sugli effetti del riscaldamento globale e sulle possibilità di una tutela per chi fugge a causa del clima è, oggi più che mai, di notevole importanza ed è la sfida raccolta da due ricercatori italiani, Salvatore Altiero e Maria Marano, che hanno redatto dei report sul tema per l’associazione A Sud.

Il Caso della Repubblica del Kiribati

La Repubblica delle Kiribati è uno stato insulare dell’Oceania, situato nell’Oceano Pacifico a Nord-Est dell’Australia, ed è composto da 33 attolli divisi in tre arcipelaghi: le Isole della Linea, le Isole della Fenice e le isole Gilbert. Il territorio, inizialmente popolato da un gruppo etnico della Micronesia, divenne un protettorato britannico nel 1892 per poi conquistare la propria indipendenza il 24 luglio del 1979. La Repubblica delle Kiribati è poi diventato membro delle Nazioni Unite dal 1999.

Il Kiribati non è famoso soltanto per ospitare l’isola Kiritimati (o meglio conosciuta come Isola Christmas, il primo luogo del pianeta a salutare l’anno nuovo), ma anche per il fatto di essere uno dei paesi che maggiormente risentono degli effetti del riscaldamento globale poiché l’innalzamento del livello del mare sta sommergendo a poco a poco il territorio delle isole e cancellando le scorte, già insufficienti, di acqua potabile. Le isole che compongono questo Stato sono posizionate, inoltre, in una fascia particolare dell’Oceano Pacifico definita come “fascia asciutta” dove non solo piove meno rispetto al resto dell’Oceano Pacifico ma si registrano occasionali anni con prolungata siccità.

La Repubblica delle Kiribati fa parte di una categoria speciale riconosciuta dalle Nazioni Unite, quella degli Small Islands Developing States (SIDS): si tratta di una categoria di paesi particolarmente svantaggiati, geograficamente individuati come isole di piccole dimensioni. In questa categoria rientrano le comunità più esposte all’innalzamento del livello del mare, ovvero le Piccole isole del Pacifico. Infatti un innalzamento del livello del mare anche di pochi centimetri rischia di far scomparire buona parte di queste isole che in alcuni casi hanno un’altitudine media inferiore al metro. Gli effetti del cambiamento climatico mettono a rischio, inoltre, le fragili economie di queste isole.

Il Kiribati e la sfida del cambiamento climatico

Il Kiribati è divenuto il simbolo del cambiamento climatico in quanto è la dimostrazione che gli effetti dei cambiamenti climatici sono già in corso e che possono costringere intere comunità a spostarsi.

Per comprendere gli effetti del cambiamento climatico sulle isole dobbiamo preliminarmente dire che il Kiribati ha un territorio altamente dispersivo e costituito da piccole isole che ne limitano la gamma di prodotti esportabili e che rappresenta la causa principale delle problematiche relative alla gestione urbana ed all’ubicazione della popolazione.  In generale si può affermare che la struttura dell’economia del Kiribati riflette la ristretta base di risorse del paese: il ristretto settore privato presente sul territorio è concentrato esclusivamente sulla produzione del cibo. In particolar modo, l’economia delle isole è legata al pescato che contribuisce per il 30% all’esportazione totale. L’economia del Kiribati è quindi molto vulnerabile ad una variazione o, più semplicemente, ad un cambiamento delle rotte migratorie delle risorse ittiche. Uno degli effetti del riscaldamento globale infatti è l’acidificazione degli oceani che, impedendo la formazione di alcuni organismi che producono il plancton, mina alla base la catena alimentare dei mari, impattando negativamente anche sul sostentamento della popolazione del Kiribati. A causa dell’innalzamento del mare inoltre le falde acquifere possono diventare salate rendendo così l’acqua non potabile e conseguentemente distruggendo l’agricoltura. Questi effetti vengono poi accompagnati da forti venti e onde alte che si rivelano disastrosi per il territorio. Oltre al danno oggettivo che le comunità subiscono, ve ne è uno molto più profondo e spirituale. La cultura e l’identità del popolo del Kiribati infatti, è estremamente legata alla propria terra. Si pensi che la maggior parte degli abitanti delle isole seppelliscono i propri parenti nelle proprie case e sostengono che la terra è il luogo dove vivono gli spiriti. La terra quindi lega cosmologicamente il passato, il presente e il futuro del popolo del Kiribati e l’innalzamento del mare rischia di cancellare la loro identità.

Per questi motivi Anote Tong, presidente della repubblica delle Kiribati dal 10 luglio 2003 all’11 marzo 2016, ha cercato di portare agli occhi della comunità internazionale il problema che affligge il proprio paese. Questi cercò anche delle soluzioni e formulò l’ipotesi di costruire delle isole galleggianti per i futuri sfollati. Inoltre nel 2014 ha acquistato 20 chilometri quadrati di terreno sull’isola di Vanua Levu nell’arcipelago delle Fiji, ufficialmente per scopi agricoli ma, durante una conferenza sui cambiamenti climatici in Nuova Zelanda, Tong ha affermato che quel terreno rappresentava una possibile soluzione per i futuri sfollati, una sorta di assicurazione per il futuro. Il governo del Kiribati però non si è fermato qui e, con lo scopo di offrire una prospettiva per i propri cittadini, ha avviato il programma Education for Migration che punta a riqualificare professionalmente la sua popolazione di pescatori, marinai e agricoltori. Lo stesso Tong ha coniato la frase “Migrazione con dignità” e la finalità principale è quella di dotare il popolo di mestieri e competenze che saranno utili dopo la migrazione. Già nel giugno del 2008 il presidente Tong ha osservato che il Paese aveva raggiunto un punto di non ritorno. Di conseguenza, i funzionari del Kiribati hanno chiesto all’Australia ed alla Nuova Zelanda di accettare la popolazione del Kiribati classificandoli come rifugiati climatici permanenti.

Il Kiribati e i rifugiati climatici e ambientali

Il caso del Kiribati è spesso usato per analizzare il tema dei rifugiati climatici e ambientali, ossia di persone che hanno perso tutto a causa degli effetti del cambiamento climatico di origine antropica come la siccità, le alluvioni, l’innalzamento del livello del mare o la desertificazione. Infatti ad oggi molti abitanti del Kiribati hanno iniziato a spostarsi verso isole più sicure e hanno chiesto accoglienza alla Nuova Zelanda e all’Australia come rifugiati ambientali.

Nel 2007 il governo del Kiribati ha avviato un programma in partnership con la Nuova Zelanda basato sull’occupazione stagionale con lo scopo di sopperire alla mancanza di lavoratori nell’industria agricola neozelandese. Nello stesso anno Ioane Teitiota si è trasferito in Nuova Zelanda con sua moglie per lavorare nell’industria agricola.  Nel 2011 però viene fermato per un controllo di routine ed è stato arrestato dalle autorità neozelandesi perché il suo visto di lavoro era scaduto. Ioane si è quindi rivolto all’avvocato Micheal Kidd per ottenere il rinnovo del visto, che gli è stato negato. A questo punto nel 2014 ha chiesto alla Nuova Zelanda asilo per motivi ambientali, assumendo rilevanza mondiale nella lotta per il riconoscimento dello status di rifugiati ambientali. Alla fine però, Ioane Teitiota ha perso il ricorso ed è stato costretto a ritornare nella Repubblica del Kiribati con sua moglie e i suoi tre bambini nati in Nuova Zelanda.

Nella decisione finale la Corte ha stabilito che “un rifugiato sociale, ossia una persona che cerca di migliorare la sua vita scappando dalle conseguenze percepite dei cambiamenti globali, non è un soggetto a cui si applica l’Articolo 1 A(2) della Convenzione sui Rifugiati”. In altre parole, secondo la Corte, il signor Teitiota e la sua famiglia non rischiavano alcun tipo di persecuzione concreta da parte delle autorità governative dello Stato del Kiribati qualora fossero ritornati nel loro paese. A ciò si aggiungeva il fatto che non c’erano prove che il governo del Kiribati non stesse prendendo tutti i provvedimenti attualmente concretamente possibili per proteggere i suoi cittadini dagli effetti del degrado ambientale. Possiamo notare come ci troviamo di fronte ad un’importante criticità in quanto, da una parte lo Stato di Kiribati sta facendo tutto il possibile per proteggere i propri cittadini, dall’altra lo stato è messo in grave pericolo in quanto, a causa del cambiamento climatico, non può né preservare la propria integrità territoriale, né le proprie fonti di sussistenza. Occorre pertanto una soluzione globale per una problematica globale, una soluzione che garantisca da una parte l’empowerment ambientale degli stati a rischio e dall’altra una tutela efficace per le persone costrette a migrare. Il caso è successivamente stato oggetto della views del 24 ottobre 2019 del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che ha stabilito che non è possibile il respingimento di soggetti che si trovano ad affrontare condizioni, indotte dal cambiamento climatico, che violano il loro diritto alla vita. La nota in sé non ha valore vincolante, se non da un punto di vista interpretativo, ma lo sono gli strumenti giuridici a cui il Comitato Onu fa riferimento.

In ogni modo, a causa dell’aumento delle migrazioni nell’ultimo decennio, la Nuova Zelanda ha attivato il Pacific Access Category (PAC). Si tratta di un piano legislativo che consente ogni anno a 75 persone provenienti da Kiribati e 75 da Tuvalu di ottenere la residenza. Sebbene la Nuova Zelanda sia l’unico firmatario di un accordo che rappresenta un primo passo avanti, dal punto di vista dei migranti si continua a lamentare l’esiguità del numero di individui a cui è concesso l’ingresso legale e la garanzia di un impegno lavorativo.

I report dell’Associazione ASUD e l’importanza di studiare il fenomeno

Come abbiamo visto, per il diritto internazionale i rifugiati ambientali attualmente non esistono ma i fatti ci mettono di fronte alla necessità di giungere a una qualche forma di tutela. Con questa premessa ben chiara, è molto importante in Italia il lavoro di due ricercatori: Salvatore Altiero e Maria Marano. Questi tra il 2016 e il 2018 hanno redatto due report per l’associazione A Sud sullo stato delle migrazioni ambientali. Ad oggi, sono tra i primi documenti esistenti sul tema, tanto da costituire materiale probatorio da allegare alle sentenze e sono fondamentali per i magistrati chiamati a decidere se concedere o meno una forma di protezione internazionale a chi migra per ragioni legate al clima (a tal proposito ha fatto scuola il riconoscimento della protezione umanitaria per motivi ambientali da parte del Tribunale de L’Aquila, che ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Chiara Maiorano a favore del cittadino bengalese Milon). L’obiettivo di questi report è quello di denunciare come i migranti ambientali siano in effetti vittime della violenza dei cambiamenti climatici, conseguenza di un modello di sviluppo che vede chi inquina responsabile della fuga di intere comunità dai loro luoghi di origine. A questo proposito i due report hanno analizzato approfonditamente molti altri casi e non solo il caso del Kiribati. In ogni modo, la prossima edizione, prevista per il 2021, conterrà un’analisi delle implicazioni della pandemia sulle migrazioni ambientali.

Fonte: Gilberto Mastromatteo per Radiotelevisione Svizzera RSI – https://www.rsi.ch/news/oltre-la-news/C%C3%A8-unisola-che-non-ci-sar%C3%A0-pi%C3%B9-13623910.html

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Fonti

A Sud e CDCA –  CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa (a cura di Salvatore Altiero e Maria Marano, 2016)

A Sud e CDCA – CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici (a cura di Salvatore Altiero e Maria Marano, 2018)

Asbjørn Aaheim, Linda Sygna – Economic Impacts of Climate Change on Tuna Fisheries in Fiji Islands and Kiribati

Bloomberg – Drowing KiribatiDavid Throsby – The Kiribati economy: performance and prospects

Rainer Maria Baratti

Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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