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Frontiera India-Bangladesh: il confine più pazzo del mondo

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Tra India e Bangladesh sorge, con i suoi 4156 km,  il quinto confine più lungo del mondo e su cui insiste la barriera più lunga costruita. I territori che vengono separati da questa barriera sono densamente popolati e in molte zone il terreno è coltivato il più vicino possibile alla recinzione. In molti punti la barriera è a doppio strato e la tecnologia ha semplificato tutta una serie di attività che avrebbero richiesto centinaia di ore lavorative per il monitoraggio, la segnalazione e l’intervento delle autorità.  Nonostante i rischi la recinzione non scoraggia i migranti dal tentativo di attraversamento, sia per chi vuole raggiungere l’India, sia per chi vuole raggiungere il Bangladesh.

Negli ultimi anni la frontiera tra Bangladesh e India è diventato il simbolo del costo umano e di sangue delle barriere. Lungo il confine si è registrato l’aumento di insicurezza dei migranti e delle violenze da loro subite nel tentativo di attraversamento, come nel caso della morte della quindicenne Felani Khatun nel 2011. Qui i problemi della cosiddetta immigrazione illegale si sono intrecciati con la questione delle enclavi, soprattutto a seguito dell’accordo del 2015. Quattro anni dopo l’accordo di semplificazione del confine, avvenuta con uno scambio di terre tra i due paesi, molti di coloro che hanno scelto di trasferirsi piuttosto che cambiare la propria cittadinanza hanno visto tradite le proprie aspettative. Secondo un censimento indiano del 2011 sono state circa 53 mila le persone travolte dagli effetti del trattato. Tali problematiche si inseriscono nel tema più ampio della lotta all’immigrazione clandestina portata avanti dall’India.

Great Land Swap – Foto di Ismail Ferdous (Instagram: @ismailferdous ): Fotografo nato a Dhaka, in Bangladesh, nel 1989 e affascinato dalle storie di persone in comunità irraggiungibili. Come fotografo documentarista si occupa di questioni sociali e umanitarie come il suo progetto sui costi della Fast fashion. In Bangladesh ha anche documentato gli effetti del riscaldamento globale e dell’HIV/AIDS sulle comunità locali. Ha anche fotografato la violenza contro le donne in Guatemala, i rifugiati lungo il confine tra Turchia e Siria, Myanmar e Bangladesh e la tratta di esseri umani nel Sudest asiatico. Ha lavorato per molte importanti pubblicazioni dei media, ONG, agenzie e organizzazioni giornalistiche come il New York Times, il Washington Post, Bloomberg News, MSNBC Photo, Al-Jazeera America, BBC Media Action, UNDP, Associated Press, Showtime, la Banca Mondiale, Oxfam, SIDA-Global Reporting, Ocean Conservancy, National Geographic Channel, etc.

La storia dei Chhit mahal tra Bangladesh e India

Un aspetto particolare e problematico lungo il confine tra Bangladesh e India sono state le enclavi, conosciute come chhit mahal (briciole di terra). In generale si chiamano Enclave i territori che sono all’interno di uno stato ma sono appartenenti ad un altro stato, mentre per Exclave si intendono quei territori di uno stato che sono all’esterno di questo. La differenza delle due nozioni risiede dal punto di vista che si assume ma descrivono lo stesso fenomeno, ovvero la porzione di territorio di uno stato che però è all’interno di un altro. Per esempio se una porzione di territorio del Bangladesh è all’interno dell’India si tratterà al contempo di una Exclave Bangladina (un territorio nazionale posto al di fuori, quindi ex dai confini politici) e un Enclave Indiana (quindi una porzione di territorio all’interno della nazione indiana, En, ma non sotto la sua giurisdizione). Secondo le leggenda popolare l’origine di queste “briciole di terra” era dovuta al fatto che Maharaja e Nababbi se le giocassero a scacchi. Secondo i dati storici le Chhit Mahal erano il risultato degli effetti di un trattato del 1713 tra il regno di Cooch Behar e l’Impero Moghul, con cui i Moghul hanno posto fine a una guerra senza determinare un confine per i quali i territori fossero definiti come conquistati o persi. La questione confinaria si è consolidata a seguito dell’indipendenza dell’India, avvenuta nel 1947, con l’annessione del Cooch Behar all’India e del Rangpur al Pakistan Orientale, che divenne lo stato del Bangladesh nel 1971. L’indipendenza aveva comunque lasciato in sospeso la situazione delle enclavi, tra queste la più problematica era rappresentata da una enclave che conteneva tre contro-enclave e una contro-contro enclave nel territorio del Rangpur. In altre parole si trattava di un enclave di terzo livello: un enclave, circondata da un’enclave, circondata da un’enclave circondata da un altro stato. Questa apparteneva all’India ed era conosciuta come Dhahala Khagrabari. Abbiamo provato a rappresentare questa specifica situazione con la mappa qui sotto.

Dhahala-Khagrabari
In Arancione il territorio sotto giurisdizione dell’India – In Verde il territorio sotto la giurisdizione del Bangladesh

Vi era un pezzo di India dalla dimensione di 0,69 ettari, nel territorio del Bangladesh che era esso stesso in un pezzo di territorio indiano dentro allo stato del Bangladesh. Per questo motivo la semplificazione del confine diventò una questione importante per entrambi i governi e nel 1958 si cercò di arrivare ad un accordo tra Jawaharlal Nehru, primo ministro indiano, e Feroz Khan Noon, primo ministro del Pakistan. L’accordo prevedeva uno scambio tra India e Pakistan senza tenere in conto la perdita o il guadagno di territorio ma la questione venne trasformata in un caso della Corte suprema Indiana che stabilì la necessità di un emendamento costituzionale per il trasferimento del territorio. A causa però del deterioramento delle relazioni tra India e Pakistan la questione rimase irrisolta.

La situazione cambiò quando, dopo anni di discriminazioni da parte del Pakistan occidentale, nel 1971 i bengalesi del Pakistan orientale iniziarono a chiedere l’indipendenza. Il governo pakistano tentò di sopprimere il movimento indipendentista e milioni di persone persero la vita o cercarono rifugio in India. Fu così che a causa dei continui attriti l’India appoggiò l’indipendenza della regione bengalese e fu il primo stato a riconoscere il neonato Bangladesh, diventandone il principale interlocutore in politica estera. Nel 1974 fu firmato l’Accordo per la delimitazione dei confini terrestri tra Indira Gandhi e Mujibur Rahman, che prevedeva lo scambio di enclavi. Il Bangladesh ratificò rapidamente l’accordo nel 1974, ma l’India non riuscì a farlo. Lo scambio avrebbe dovuto interessare 111 enclavi indiani in territorio bangladino, circa 17 mila acri, e 51 enclavi bangladine in territorio indiano, circa 7 mila acri.

Nel 2011 si riapre la questione confinaria con la firma da parte dell’India del Protocollo aggiuntivo per l’accordo sui confini terrestri del 1974. Entrambe le nazioni hanno annunciato l’intenzione di scambiare le 162 enclavi, dando ai residenti la possibilità di scegliere la propria nazionalità. Il passaggio successivo venne rappresentato dall’introduzione della legge costituzionale, nota come 119° emendamento, alla camera alta del parlamento indiano nel 2013. La legge ha visto la dura opposizione dei gruppi nazionalisti dell’Assam ma alla fine il disegno di legge è stata approvato dalla Commissione permanente per gli affari esterni nel 2014. Nel maggio 2015 la legge ha concluso l’iter legislativo ed è stato cosi approvato il 199° emendamento. In questo modo il 6 giugno del 2015 è stato possibile ratificare l’accordo, conosciuto come Land Boundary Agreement, che ha comportato lo scambio di territorio tra i due paesi eliminando tutte le enclavi tranne quella di Dahagram-Angarpota (exclave del Bangladesh) che si trova nelle provincia indiana del Bengala occidentale. Secondo l’accordo, ai residenti delle enclavi è stato permesso di continuare a risiedere nella sede attuale all’epoca degli accordi o di trasferirsi nel Paese di loro scelta, inoltre veniva data la possibilità di richiedere la nazionalità. Lo scambio delle enclavi doveva essere attuato per fasi tra il 31 luglio 2015 e il 30 giugno 2016, però le enclavi sono state scambiate a mezzanotte del 31 luglio 2015 e il trasferimento dei residenti è stato completato il 30 novembre 2015. L’enclave di Dahagram-Angaporta è un punto critico per quanto riguarda la violazione dei diritti umani. L’enclave ha una superficie di 25 km2 con una popolazione residente di 20.000 persone e non dispone di strutture di base. L’unico complesso sanitario rimane praticamente inutilizzato a causa della mancanza di energia elettrica, poiché l’India ha rifiutato di permettere al Bangladesh di gestire le linee elettriche verso l’enclave. Questa enclave è collegata però alla madre patria tramite un “corridoio” dal 2011. Inoltre l’enclave è posizionata vicino ad un’altra area conosciuta come “corridoio di Siliguri”, o “collo di pollo”, che separa il confine del Bangladesh dal Nepal. Si tratta di un area in mezzo a due confini. La questione è delicata per il governo di Nuova Delhi poiché si sente minacciata dal terrorismo, dall’immigrazione clandestina e dai traffici tanto che lungo tutto il confine vi sono 22 mila guardie e 60 mila militari.

Gli effetti degli accordi sulla popolazione delle Enclavi

Durante il periodo precedente il Land Boundary Agreement le circa 53 mila persone che vivevano nelle enclavi erano state soggette a restrizioni di movimento e accesso ai servizi. Questo era dovuto al fatto che, pur trovandosi fisicamente in un determinato Stato, essi possedevano la nazionalità di un altro e non potevano usufruire degli ospedali e delle scuole presenti nel loro territorio. L’accordo del 2015 avrebbe dovuto risolvere questa situazione e per questo motivo era stata data ai residenti l’opzione di trasferirsi o richiedere il cambio di nazionalità. Questa opzione era dettata dalla consapevolezza che i diversi residenti delle enclavi avevano mascherato le proprie identità per poter usufruire di servizi di base nel territorio di uno stato che li circondava ma che non li riconosceva come propri cittadini. Per anni i residenti hanno attraversato giornalmente il confine tra uno stato e l’altro senza alcun visto per poter andare al mercato. La situazione che i andava a creare era che, anche solo per chiedere il visto avrebbero dovuto comunque attraversare illegalmente il confine per raggiungere il consolato.

Anni dopo la firma dell’accordo però la situazione risulta ancora problematica poiché coloro che avevano dovuto falsificare i documenti ad oggi vengono ostacolati nel caso volessero riappropriarsi della propria identità. A seguito dell’implementazione del Land Boundary Agreement migliaia di ex-residenti delle enclave non sono stati riconosciuti dal censimento effettuato in India in quanto è stata messa in dubbio la loro “indianità”. Si tratta per lo più di musulmani che parlano bengali: la loro situazione è particolarmente critica poiché, oltre ad essere facili vittime di discriminazione, parlano un’altra lingua. Quest’ultima è stata scelta come criterio principale per identificare i possibili migranti irregolari provenienti dal Bangladesh.

I confini tra India e Bangladesh

Il Bangladesh è circondato per tre lati dall’India e i confini tra i due paesi dividono comunità che hanno vissuto per secoli senza barriere  fisiche di separazione, alcune condividono affinità linguistiche e culturali. Bengala occidentale, Assam, Meghalaya, Mizoram e Tripura, sono le regioni indiane dove si è insediata la maggioranza dei cittadini del Bangladesh. Uno degli stati più interessati dalla migrazione bangladina è l’Assam, che si trova nell’India nord-orientale, in cui tra il 1971 e il 1991 la popolazione musulmana è cresciuta del 77% da 3,5 a 6,3 milioni di persone. Nel 1982 iniziarono manifestazioni di massa contro gli immigrati provenienti dal Bangladesh, che portarono alla formazione di milizie e poi a sanguinosi tumulti in cui persero la vita migliaia di non-assamesi. Indira Ghandi reagì con il progetto di recintare il confine con il filo spinato, un progetto che il successivo governo del figlio Rajiv Gandhi promise di portare avanti. Interessata ai confini, l’India dal 2007 ha portato avanti i progetti di chiusura è ha progettato una recinzione di 3.406 km di filo spinato e cemento alta circa 3 metri, ufficialmente per prevenire il contrabbando di stupefacenti. A marzo 2011 erano stati completati 2735 km di recinzione lungo il confine con il Bangladesh.

Il compito della protezione dei confini è affidata alla Border Security Force (BSF) che, dopo le ripetute infiltrazioni dei terroristi, ha ricevuto l’ordine di sparare per uccidere. Di anno in anno si registra un aumento del tasso di mortalità lungo il confine mentre gli esponenti politici dei rispettivi paesi hanno proclamato l’obiettivo “zero morti”. Stando a Human Rights Watch, nel primo decennio del 2000 le guardie di confine indiane avrebbero ferito o ucciso a colpi d’arma da fuoco circa 900 bangladesi che tentavano di oltrepassarlo. Nessuno è stato perseguito per questi omicidi, nonostante le prove che in molti casi dimostrano che le uccisioni sono avvenute a sangue freddo contro gli abitanti disarmati e indifesi della zona. Sorprendentemente, alcuni funzionari indiani sostengono l’idea di sparare a persone che tentano di attraversare il confine illegalmente, anche se disarmate. Quasi altrettanto sconcertante è la mancanza di interesse per queste uccisioni da parte di governi stranieri che affermano la propria preoccupazione per i diritti umani. Lungo i confini la violenza è di routine ed arbitraria, il BSF rivendica l’autodifesa.

I migranti in India

Oggi si stima che svariate migliaia di profughi continuino ad attraversare il confine ogni anno. In Bangladesh il 12,9 % della popolazione vive al di sotto della soglia nazionale di povertà, così come definita dalla Asian Development Bank. Nelle zone rurali si lavora duramente nei campi mentre nelle grandi città sono sorte enormi baraccopoli per ospitare chi cerca lavoro nelle fabbriche. A ciò si aggiunge che i gruppi minoritari, come gli Indù e i Cristiani, affermano di essere perseguitati in un clima di crescente intolleranza religiosa. Inoltre le tempeste e le alluvioni flagellano ogni anno il Bangladesh costringendo sempre più persone a lasciare il proprio luogo di nascita. L’India rispetto agli altri paesi dell’area rappresenta una calamita per i migranti. Profughi e clandestini sono arrivati in massa dall’Afghanistan, dallo Sri Lanka, dal Myanmar, dal Tibet, dal Pakistan e dal Bangladesh. Ci sono migrazioni di massa in tutto il subcontinente indiano, perché la gente fugge dalla povertà, dagli effetti del cambiamento climatico e dalle persecuzioni religiose. In molti emigrano in India ma una volta entrati si ritrovano in un incubo giuridico poiché l’india non ha leggi nazionali in materia di immigrazione clandestina. Inoltre, non ha sottoscritto la Convenzione dei rifugiati del 1951 perché non tiene in dovuta considerazione della complessità dei problemi regionali. Tutti gli stranieri sono soggetti al Foreigners Act del 1946, in base al quale si definisce straniero “chi non è cittadino indiano”: una definizione di scarsa utilità per stabilire chi è un vero profugo, chi ha diritto all’asilo politico e chi è un migrante economico. Situazione che non aiuta nella tutela dei diritti umani soprattutto in un contesto in cui il record negativo in materia di diritti umani è passato in gran parte inosservato.

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FONTI


https://www.economist.com/the-economist-explains/2015/06/24/why-india-and-bangladesh-have-the-worlds-craziest-border
https://asiatimes.com/2020/01/death-toll-rising-on-the-india-bangladesh-border/
https://www.hrw.org/news/2011/01/23/indias-shoot-kill-policy-bangladesh-border
https://espresso.repubblica.it/internazionale/2014/09/03/news/bangladesh-dove-si-sogna-l-india-al-di-la-del-muro-1.178582
https://www.migrationpolicy.org/article/india-and-bangladesh-swap-territory-citizens-landmark-enclave-exchang
Marshall T., I muri che dividono il mondo, Milano, 2019
Tetrais B., Papin D., Atlante delle frontiere: Muri, conflitti, migrazioni, Torino, 2018

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