Le migrazioni climatiche in Africa: una panoramica sul fenomeno

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Le migrazioni climatiche e le migrazioni ambientali sono un fenomeno di cui si discute in occasione dei diversi forum sull’ambiente. Ogni contesto porta però con se differenze nelle cause e nelle conseguenze, nel frattempo diventa sempre di più urgente una risposta su entrambi i fronti mentre a livello internazionale si hanno crescenti difficolta a trovare un accordo.

Migrazioni ambientali e migrazioni climatiche

Le migrazioni climatiche in Africa sono un argomento sempre più al centro nel dibattito sulle migrazioni. Già nel 1990 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il foro scientifico delle Nazioni Unite con lo scopo di studiare il riscaldamento globale e i suoi effetti, ha osservato che il maggiore impatto potrebbe aversi sulle migrazioni umane. Pertanto occorre ricordare la sottile differenza tra le migrazioni ambientali, dovute a una azione diretta dell’uomo (per esempio causata da un danno ambientale come lo sversamento di petrolio), e le migrazioni climatiche. In altre parole le migrazioni dovute all’impatto meteorologico conseguente al cambiamento climatico. Per chiarire, occorre ricordare che già da tempo la comunità scientifica ha riconosciuto l’origine antropica del cambiamento climatico. In aggiunta occorre specificare che non è facile distinguere tra i due tipi di migrazione e che spesso si muovono in parallelo, sommandosi nei loro effetti sulla mobilità umana.

D’altra parte l’impatto meteorologico del cambiamento climatico può essere diviso in due distinti fattori di migrazione: i processi climatici e i fattori non climatici. Ad esempio per processi climatici si intendono fenomeni come l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione dei terreni agricoli, la salinizzazione delle acque e della terra, la desertificazione e la crescente scarsità d’acqua, oltre che eventi climatici come le inondazioni e le irregolarità (oltre che la violenza) delle precipitazioni. In aggiunta abbiamo i fattori non climatici come l’instabilità politica, il governo, la crescita della popolazione e la resilienza a livello di comunità alle catastrofi naturali. In breve tutti questi fattori contribuiscono al grado di vulnerabilità che sperimentano persone e società.

Gli effetti delle precipitazioni in Africa e le migrazioni climatiche

Per quanto riguarda le migrazioni climatiche in Africa, si osserva una crescente irregolarità delle precipitazioni in ampie aree dell’Africa subsahariana, in particolare nelle zone aride e semi-aride. Certamente questo comporta un inizio sempre meno prevedibile e una fine anticipata della stagione delle piogge, prolungate fasi di siccità stagionale e un incremento delle precipitazioni più intense. In aggiunta la tendenza sembra essere quella di una riduzione del livello generale delle precipitazioni e un aumento delle precipitazioni occasionali di forte intensità. Vale a dire difficoltà crescenti per i sistemi agricoli dipendenti dalle piogge per l’irrigazione. Di conseguenza tali dinamiche costituiscono una minaccia persistente alla sicurezza alimentare in quanto comportano la perdita di ingenti raccolti e di alimenti base come mais e miglio. Inoltre, i cambiamenti delle precipitazioni sono accompagnati da allagamenti, esondazioni fluviali e alluvioni causate dall’attività di cicloni in aree costiere.

In Africa, dal punto di vista delle migrazioni climatiche, abbiamo diversi effetti a seconda dell’area colpita. Sugli altipiani dell’Africa orientale, le alluvioni distruggono abitualmente insediamenti e campi agricoli, spesso costringendo gli agricoltori ad abbandonare le aree di coltura. Nelle pianure, esondazioni fluviali e allagamenti su larga scala colpiscono principalmente gli allevatori che operano in aree aride e semi-aride, minacciando al contempo anche i lavoratori urbani. In Africa australe, le terre in prossimità dei grandi bacini fluviali e le zone costiere (in particolare, in Africa sud-orientale e Madagascar) sono interessate da fenomeni alluvionali di forte intensità, che danno impulso a fenomeni migratori temporanei o permanenti. In conclusione occorre dire che la forte dipendenza dall’agricoltura e dall’allevamento costringe i piccoli produttori agricoli e le comunità pastorali a diversificare le fonti di reddito: ciò determina un incremento dei flussi migratori circolari e stagionali all’interno del continente africano, che rappresentano una fondamentale strategia di adattamento e resilienza.

Le migrazioni climatiche e le Forme di mobilità all’interno dell’Africa

In Africa si può assistere a flussi di mobilità lavorativa circolare rurale-urbana e rurale-rurale che costituiscono una reazione comune in tutte le regioni del continente. In questo caso parliamo di “migrazione come adattamento” al cambiamento climatico. In molti casi, singoli individui migrano per un certo periodo di tempo per guadagnare denaro e impiegarlo in modo da mitigare le difficoltà dei nuclei familiari. Però occorre ricordare l’esistenza delle cosiddette “popolazioni in trappola”, ovvero quei numerosi nuclei familiari colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico ma che non dispongono delle risorse necessarie a spostarsi. In aggiunta va quindi detto che non vi è un “automatismo” allo spostamento poiché problemi come lo sfruttamento lavorativo, l’indisponibilità di occupazione e in generale le asperità delle condizioni di vita e di lavoro per i migranti indeboliscono talora il potenziale positivo della migrazione.

Le comunità più mobili dal punto di vista delle migrazioni climatiche sono le comunità pastorali e semi-pastorali. In primo luogo queste sono costrette a spostamenti forzati o riallocazioni temporanee a causa della siccità. In secondo luogo tali spostamenti possono prendere due diverse forme: processi di sedentarizzazione locale o migrazione verso i contesti urbani. D’altra parte queste due forme possono avere dei risvolti “negativi”. Spesso le comunità si insediano lungo i fiumi per permettere al bestiame di abbeverarsi e di conseguenza aumenta la loro vulnerabilità alle esondazioni. D’altra parte la migrazione verso i contesti urbani porta spesso i nuovi arrivati a vivere nelle baraccopoli delle megalopoli. Qui, oltre ai problemi igienico-sanitari in cui possono incorrere, possono essere soggetti a fenomeni di crescente violenza.

Rischi ambientali e rischi politici

Se i cambiamenti ambientali e le potenziali conseguenze rappresentano gli agenti chiave delle migrazioni climatiche, in aggiunta sono connessi a questi fattori politici, sociali, economici e culturali. In altre parole il rischio di migrazioni climatiche è particolarmente grave in presenza di un quadro socio-politico generalmente instabile e di conflitti armati prolungati. Facciamo un esempio di un contesto fragile con scarsità idrica causata da siccità. In questo caso ci troviamo in un contesto con un accesso limitato alle risorse. In primo luogo possiamo avere un aumento delle probabilità di conflitto per l’accesso all’acqua tra agricoltori e allevatori. In secondo luogo il concretizzarsi del conflitto o la stessa scarsità delle risorse può portare alle migrazioni climatiche. In terzo luogo occorre non trascurare l’elemento del terrorismo. L’Africa è il continente che soffre maggiormente della violenza del terrorismo. Spesso la scelta di imbracciare un fucile e servire la causa di un gruppo terrorista è legata a una sorta di legge del più forte: “io ho le armi, io posso accaparrarmi quella risorsa”. Spesso la risorsa di cui parliamo è l’acqua, altre volte può essere la gestione stessa di una porzione di territorio. Vale a dire che la scelta di affiliarsi a un gruppo terrorista sempre di più è legata alla capacità di sostentarsi e nutrirsi.

In conclusione quanto detto vuole porre l’attenzione su un semplice fatto: quando parliamo di ambiente parliamo anche di società. In altre parole non possiamo distinguere tra ambiente e uomo. La lotta al cambiamento climatico e alla crisi climatica, come anche la tutela dell’ambiente, sempre di più sono necessarie per portare stabilità in tutte le nostre società. Infine occorre tenere a mente che ogni contesto vive di fragilità proprie e che ogni minino cambiamento in un sistema (in questo caso abbiamo parlato di cambiamenti ambientali) può avere conseguenze tragiche. In alcuni contesti, sempre di più, la risposta è quella delle migrazioni climatiche.

Fonti e approfondimenti

Schraven B., Adaawn S., Rademacher-Schulz C., Segadlo N., Human mobility in the context of climate change in Sub-Saharan Africa: trends and basic recommendation for development cooperation ;

Casteles S., De Haas H., Miller M., The Age of Migration: International population Movements in the modern World;

Mastrojeni G., Pasini A., Effetto serra, Effetto Guerra;

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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INCHIESTA SUL CAMPO PROFUGHI DI KAKUMA: inferno terrestre per i migranti LGBTQ+

Per questo approfondimento abbiamo intervistato Tobias Pellicciari, Direttore di International Support – Human Rights “Migration and Asylum Program in Europe”. Tobias lavora da anni nel settore dell’accoglienza di migranti e rifugiati in Europa, con una particolare attenzione alle minoranze sessuali. Grazie alla sua esperienza ed alle interviste ad alcune delle vittime svolte dal team di LMPride, in questo articolo di inchiesta siamo in grado di restituire un quadro completo di quelle che sono le condizioni in cui i migranti LGBTQ+ sono costretti a vivere in Kenya. Ci focalizziamo in particolar modo sul campo profughi di Kakuma, gestito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati – anche noto come UNHCR. Noi di Large Movements abbiamo già raccontato di come l’omofobia in Kenya sia una problematica tuttora presente in qualsiasi strato ed aspetto della società e del vivere civile e di come la comunità LGBTQ+ kenyota sia fortemente stigmatizzata ed emarginata. In questa intervista invece, vogliamo far luce sulle condizioni di migranti e richiedenti asilo che, scappati dal proprio Paese di origine, per lo più dall’Uganda, vengono discriminati in ragione del proprio orientamento sessuale ed identità di genere. Anche questi richiedenti vengono ospitati all’interno del campo profughi gestito da UNHCR a Kakuma. Fotografia dell’area Kakuma si trova nell’area nordoccidentale del Kenya, precisamente nella contea di Turkana, nella Rift Valley. Il campo profughi che si trova vicino alla città è stato fondato nel 1992 per ospitare 16.000 tra ragazzi e ragazze in fuga dalla guerra in Sudan. Oggi ospita più di 200.000 persone, diventando così uno dei campi profughi più grande al mondo. L’area in cui il campo sorge è prevalentemente arida e fortemente soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici, che rendono quasi del tutto incoltivabili i terreni, sempre più minacciati dall’avanzamento del deserto. Il campo profughi di Kakuma è stato allestito in una zona isolata e fuori dai centri di aggregazione della città perché, a detta del governo keniota, in questo modo si tutela la sicurezza sia della popolazione locale che degli ospiti del campo. Questo rende ancor più difficile per rifugiati e richiedenti asilo che si trovano a Kakuma poter accedere a tutta una serie di servizi essenziali (ospedale, impiego ecc…). Per di più, le condizioni di vita all’interno del campo sono al limite – se non al di sotto – di ogni standard minimo di dignità umana: ci sono spesso infestazioni di insetti, il cibo scarseggia e la situazione igienico-sanitaria è al collasso. Le già ostiche condizioni di vita delle persone residenti a Kakuma, si complicano ancora di più, se ci si focalizza sulla comunità LGBTQ+ e sugli ospiti del campo che attendono l’asilo. Molte di queste persone, anche se non tutte, sono ospitate in settori separati (denominati anche “blocchi”) rispetto al restante dei residenti di Kakuma, per meglio garantirne la sicurezza – a detta del personale dell’UNHCR. Cosa vuol dire vivere a Kakuma per una persona LGBTQ+ Secondo i ragazzi intervistati, l’ulteriore isolamento in cui versa la comunità LGBTQ+ presente a Kakuma ha aggravato le condizioni di vita di questa categoria vulnerabile di migranti. L’averli posti in blocchi separati infatti, li ha resi più visibili e, quindi, più facilmente riconoscibili dagli altri ospiti in quanto LGBTQ+. Questi ultimi provengono molto spesso dagli stessi Paesi di origine dei richiedenti queer – prevalentemente Uganda e Somalia – quindi sono portati a mettere in atto gli stessi comportamenti omofobi, le stesse violenze e le vessazioni che hanno spinto gli ospiti LGBTQ+ di Kakuma a lasciare la propria terra. Rendendoli maggiormente visibili – confinandoli tutti nella stessa area – dunque, l’UNHCR avrebbe aumentato di fatto il rischio per i migranti LGBTQ+ di subire persecuzione e violenza. Questi atti violenti e brutali sono perpetrati all’ordine del giorno all’interno del campo di Kakuma e tutte le vittime con le quali abbiamo parlato lamentano di non aver ricevuto una vera e propria protezione da UNHCR che, molto spesso, non risponde alle loro richieste di aiuto e/ tutela. La situazione non è migliore per coloro che non risiedono nei blocchi separati. Questi ultimi, infatti, sono comunque noti agli altri ospiti come persone queer e sono soggetti agli stessi attacchi ed alle stesse violenze. Molti migranti LGBTQ+ di Kakuma si sono ritrovati a vivere fuori dalle baracche, dormendo all’aria aperta per proteggersi a vicenda, se non addirittura per strada a Nairobi. In questo modo si sentono comunque più sicuri rispetto a dormire negli alloggi loro assegnati nel campo. Molto spesso tra loro ci sono donne lesbiche con i loro figli, anche loro vengono sottoposti alle stesse violenze subite dalle loro madri. La decisione di dormire all’esterno arriva dopo una serie di roghi appiccati dagli altri residenti agli alloggi dei migranti queer, mentre gli stessi dormivano all’interno. Emblematico, come la situazione sia fuori controllo all’interno del campo e delle gravi mancanze del personale di UNHCR nella tutela di questa categoria vulnerabile di migranti, fu il caso del rogo del 15 marzo 2021, nel quale due ragazzi omosessuali sono stati bruciati vivi da altri residenti del campo di Kakuma. Per due lunghi giorni, UNHCR non ha neanche fornito una vera e propria assistenza sanitaria alle vittime dell’incendio, rimasti nel campo senza nemmeno avere accesso ad appropriate cure mediche. Dopo una fortissima pressione da parte di International Support – Human Rights, UNHCR ha trasferito i due ragazzi in ambulanza in un ospedale distante 125km da Kakuma, nonostante il personale stesso dell’ambulanza e la comunità locale avessero indicato l’ospedale di Nairobi come l’unico equipaggiato per curare la tipologia di ustioni riportate dai due ospiti. Finalmente, il 18 marzo, UNHCR – su pressione della Commissione Europea, allertata da Tobias – ha trasportato le vittime all’ospedale di Nairobi in eliambulanza. Purtroppo, uno dei due ragazzi è morto a seguito delle gravissime ustioni riportate e, soprattutto, della mancata assistenza medica tempestiva ed adeguata. L’unica dichiarazione rilasciata da UNHCR a seguito di questa tragedia risale a quasi un mese dopo ed è consistita in una generica richiesta alle autorità kenyote di investigare. Le indagini hanno immediatamente portato al riconoscimento dell’aggressore, che però ad oggi è ancora a

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Leymah Gbowee per i diritti delle donne liberiane

Nell’Ottobre 2011 Leymah Gbowee, Ellen Johnson Sirleaf e Tawakkul Karman ricevettero il Premio Nobel per la Pace in conseguenza de “la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace”. Oggi parliamo di Leymah Gbowee e del suo perpetuo impegno per i diritti delle donne. La guerra civile in Liberia: Gbowee inizia il suo lavoro come attivista insieme al gruppo “Liberia Mass Action for Peace (LMAP)” nell’aprile 2003. La Liberia, suo paese natale era in uno stato di guerra civile da ormai 14 anni. Tutto era iniziato, nel 1989 quando Charles Taylor era entrato in Liberia e, aiutato dalle forze ribelli del Fronte Nazionale Patriottico per la Libertà, aveva minacciato la capitale, Mongrovia, e il governo di Samuel Doe. Dopo nove mesi, Doe fu ucciso e Taylor prese il potere. Questo non fermò le ostilità e nonostante Taylor vinse le elezioni presidenziali del 1997 con il 75% dei voti, quello stesso anno scoppiò una nuova guerra civile. Tra il 1989 e il 2003 morirono più di 270.000 persone, la mortalità neonatale era di 157 morti ogni 1000 nati e la mortalità infantile nei bambini minori di 5 anni era di 235 su 1000. Come conseguenza de conflitto e dell’alto tasso di mortalià infantile, l’80% della popolazione rurale fu costretto alla migrazione. Il conflitto fu purtroppo caratterizzato dall’uso indiscriminato dello stupro da parte di tutte le parti coinvolte, comprese le truppe internazionali intervenute per ristabilire la pace. Gbowee e le altre attiviste del LMAP iniziarono quindi a protestare per le violenze: la loro retorica era basata su motivazioni concernenti il benessere dei bambini e il futuro del paese. Usarono in particolare tre tattiche: organizzarono manifestazioni pubbliche per rimarcare che le vere vittime del conflitto erano le donne e i bambini, minacciarono di spogliarsi in pubblico e costituirono un’agenda politica per la difesa dei diritti delle donne sia a livello nazionale che internazionale. Taylor si dimise nell’Agosto 2003 e fu costretto all’esilio in Nigeria. Un accordo di pace fu firmato e nel 2005 furono tenute le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Ellen Johnson Sirleaf: prima donna ad essere eletta presidente in uno Stato africano.  Il ruolo delle donne nei negoziati di pace: Decisive per la pace furono le azioni di Gobwee e del LMAP. Vediamo insieme perché queste donne furono così influenti. Per prima cosa le donne evidenziarono il fatto che la guerra aveva portato solo morte e distruzione. Non era una guerra per la terra, il denaro o il potere politico: era una guerra che sterminava madri e bambini. Dopodiché Gbowee e le altre attiviste misero l’accento sul loro status di madri e donne e dunque di “custodi della società”. Misero in risalto il loro ruolo di madri e sorelle degli uomini convolti nel conflitto e sottolinearono l’importanza dell’unità nazionale basata sulla famiglia. Questa retorica funzionò in quanto in Libera il ruolo delle donne, come madri, è molto forte e vi è un senso di rispetto verso coloro che sono viste come creatrici e sostenitrici della comunità e della nazione. Gli uomini decisero dunque di presenziare ai negoziati di pace perché le loro “madri” lo avevano richiesto. Nonostante ciò, le parole da sole non furono abbastanza per portare ad un vero e proprio accordo di pace, e allora le donne passarono all’azione usando un atto ad elevato valore simbolico: si spogliarono deliberatamente in pubblico. Il 21 luglio Gbowee e le altre attiviste entrarono nell’edifico dove si svolgevano i negoziati e si sedettero fuori dalla stanza dove gli uomini stavano discutendo. Quando furono minacciate di arresto, Gbowee dichiarò che non si sarebbe opposta ma che prima si sarebbe spogliata e si sarebbe mostrata all’assemblea nuda. Successivamente spiegò che in Africa è considerata una terribile maledizione il vedere una donna, sposata e anziana, spogliarsi deliberatamente in pubblico: quell’azione avrebbe evidenziato in modo incontestabile la profonda disperazione delle donne Liberiane. Inoltre, spogliandosi, avrebbe privato gli uomini della loro “mascolinità” e della forza che avevano usato impunemente durante tutto il conflitto, stuprando e uccidendo senza ritegno. Così facendo, Gbowee si stava riappropriando della sua vita e del suo corpo, e nel frattempo smetteva di essere una vittima inerme e diventava politicamente potente e influente. Le attiviste dichiararono che avrebbero lasciato l’edifico solo quando Taylor e le altre parti coinvolte avrebbero preso attivamente parte ai negoziati. I negoziati, dunque, ripresero e infine fu trovato un accordo. L’importanza del lavoro di Leymah Gbowee nel mondo: Dopo la firma degli accordi di pace e la fine della guerra, Gbowee continuò i suoi sforzi politici anche fuori dai confini Liberiani. Nel 2006 fondò il Women Peace and Security Network Africa (WIPSEN-Africa) che si occupa di promuovere “la partecipazione strategica delle donne e la loro leadership nelle politiche di pace e sicurezza in Africa”. In tutti i suoi discorsi e le sue azioni Gbowee sottolinea il potere delle donne comuni e il valore simbolico del corpo femminile. Per combattere il patriarcato e promuovere il potere delle donne come agenti di cambiamento politico, è fondamentale unirsi come donne, madri, sorelle ed esigere l’uguaglianza di genere. Noi di Large Movements condividiamo questo pensiero e abbiamo ritenuto importante condividere con voi la storia di Leymah Gbowee che ha dimostrato al mondo l’influenza che possono avere le donne nei processi di pace ed il vero potere del pacifismo. Se ti è piaciuto l’articolo Condividici!

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L’espropriazione dei diritti delle donne in Etiopia

In Etiopia, come in altre società tradizionali, il valore delle donne è misurato in base al loro ruolo di madri e mogli. Nelle città come nelle campagne, la divisione dei ruoli tra uomo e donna è ben definita, affidando al primo un controllo completo sulla vita della moglie che, costretta alla sfera domestica, raramente partecipa alla vita comunitaria. Nelle situazioni più estreme l’uomo esercita un controllo sul corpo stesso della donna, che troppo spesso viene sottoposto a tremende violazioni. Questa sottomissione istituzionalizzata del genere femminile risale ai tempi dell’occupazione italiana del Paese. I coloni bianchi hanno infatti giocato un ruolo importante nel fortificare il sistema patriarcale all’interno dei diversi gruppi etnici che popolano il Paese. Soprattutto a partire dal 1940, gli occupanti stranieri usavano le donne locali come concubine per fini di sfruttamento sessuale, usando la forza e la violenza quando queste si opponevano. Della donna etiope si parlava largamente anche in Italia, poiché veniva menzionata come uno dei motivi per cui era giusto emigrare nei territori di nuova occupazione. Il sessismo si è fatto così strada nella società etiope e rimane tutt’oggi una grave piaga da abbattere per permettere uno sviluppo realmente sostenibile in questo Paese. Oggi, Large Movements cercherà di far luce sulle caratteristiche che accomunano le donne etiopi, segnalando le maggiori difficoltà verso la parità di genere e le più gravi violazioni dei loro diritti umani che, come purtroppo succede in molti Paesi, restano saldamente ancorate alla società attraverso leggi, usanze e tradizioni che scoraggiano l’emancipazione della donna. I diversi livelli della discriminazione di genere Secondo il Global Gender Gap Report, pubblicato nel 2018 dal Global Economic Forum, l’Etiopia si classifica al 117° posto su 149 paesi, evidenziando uno stallo rispetto all’anno precedente sulla riduzione del divario di genere, già ampio in maniera allarmante. Il report analizza le disparità di genere utilizzando indicatori quantitativi in quattro contesti sociali utili a misurare la possibilità per le donne di auto-determinarsi e di rendersi indipendenti: 1. L’accesso al lavoro (indipendenza economica); 2. L’accesso all’educazione elementare, media e superiore, compresa l’università; 3. L’accesso alle cure sanitarie ed all’aborto; 4. La partecipazione attiva nella vita politica del Paese. Vediamo adesso le maggiori difficoltà che le donne affrontano negli ambiti sopraelencati, evidenziando anche le peggiori violazioni di diritti umani perpetrate ai loro danni all’interno della società odierna dell’Etiopia. 1. L’accesso al lavoro Le immense difficoltà di accesso alla professione riscontrate dalle donne etiopi vengono evidenziate dal tasso di occupazione femminile, che oscilla tra il 40 ed il 50%. Di questa percentuale, la grande maggioranza dei lavori corrisponde all’agricoltura ed all’allevamento, se non ad attività informali di scarsa rilevanza per l’economia famigliare. Inoltre, il restante della popolazione femminile si occupa delle attività di cura della casa e della famiglia – che vengono omesse dal conteggio perché non remunerate – ma non per questo non altrettanto faticose e degradanti. Tra queste, riteniamo opportuno menzionare il trasporto di carichi pesanti come le taniche d’acqua per decine di chilometri. Il divario di genere nel mercato del lavoro etiope è dunque elevatissimo, e questa condizione viene denunciata dal Report sull’Etiopia realizzato dalla Convenzione sull’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), che condanna il controllo e lo sfruttamento delle donne compiuto secondo l’ideologia dominante in Etiopia. Questo risulta dunque determinante nell’impedire che la donna raggiunga uno status di indipendenza ed auto-determinazione. Le cause principali vengono identificate nelle pratiche di distribuzione delle risorse e delle opportunità e nella divisione del lavoro che non rispondono ai bisogni delle donne, bensì vanno ad alimentare il divario di genere. Il ruolo di subordinazione delle donne viene accentuato da politiche sociali, culturali ed educative che non garantiscono la loro tutela o che non vengono effettivamente attuate, andando peraltro a peggiorare la situazione di povertà nazionale. Nonostante la legge federale garantisca il diritto di pari accesso alla terra per uomini e donne, nella realtà dei fatti questa non viene applicata poiché le donne sono escluse dalla proprietà terriera, di fatto ostacolata anche per gli uomini a causa della nazionalizzazione della terra avvenuta nei primi anni ‘90. Infatti, il 70% delle donne sposate non ha possibilità di gestire i frutti del proprio lavoro agricolo poiché questo spetta al marito. La percentuale acquista rilievo se contestualizzata nella presenza schiacciante di lavori rurali del settore primario, rispetto agli altri settori, che da impiego a più del 65% della popolazione totale etiope. La difficoltà di accesso alle risorse è concreta: il livello di povertà e sottosviluppo della maggioranza delle famiglie è originato dalla carenza di risorse idriche derivanti anche dalle frequenti siccità; l’acqua viene recuperata e trasportata come possibile, pur significando viaggi lunghi e faticosi affrontati, spesso, dalle donne e dai bambini. 2. L’accesso all’istruzione In Etiopia quasi metà della popolazione è analfabeta. In un contesto fortemente rurale in cui i bambini abbandonano gli studi per poter portare un aiuto economico in casa, le donne sono i soggetti più colpiti dalla rinuncia all’istruzione. La scuola è frequentata in prevalenza da ragazzi soprattutto a partire dal livello secondario: la durata media di un percorso di studi di una studentessa in Etiopia è infatti di soli 8 anni, sempre secondo quanto evidenziato dal Report della CEDAW. La causa dell’abbandono scolastico della bambina a volte corrisponde con il matrimonio, spesso con un uomo di età molto più avanzata. I matrimoni precoci – o matrimoni forzati – sono un fenomeno largamente diffuso in Etiopia, a discapito della legge che stabilisce a 18 l’età minima per le nozze. A volte a questo segue una gravidanza precoce e l’impossibilità di varcare le mura domestiche per iniziare la carriera professionale. Secondo the World Factbook nel 2020 il tasso di fertilità è di oltre 4 figli per donna – in confronto, in Italia ammonta a 1.3 figli per donna -, dato comunque in miglioramento rispetto alla media di 7 figli registrata quaranta anni fa. Recentemente il Dipartimento di Genere del Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il Forum for African Women’s Education, ha introdotto una serie di programmi ed iniziative volte a scoraggiare

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Diritti LGBTQ+ in Nigeria: comunità ridotta al silenzio in un sistema discriminatorio

Dei paesi africani, la Nigeria è indubbiamente uno fra i più difficili in cui vivere se si è una persona LGBTQ+. Oltre alla criminalizzazione dell’omosessualità, la Nigeria è anche uno dei paesi rimasti nei quali è prevista una pena corporale e, a seconda dei casi, anche la pena capitale per questo “reato”. A ciò si unisce un contesto sociale particolarmente avverso alle persone della comunità, costrette a vivere la loro esistenza nell’ombra, lontano da sguardi indiscreti, col rischio di essere denunciati e vedere così la propria vita rovinata per aver semplicemente espresso il proprio vero essere. Le problematiche vissute dalle minoranze sessuali nigeriane hanno origine innanzitutto nell’apparato legislativo, altamente omofobo e intollerante, e continuano nel paese reale fra la popolazione poco ricettiva delle istanze delle persone LGBTQ+ ed anzi, chiaramente avversa ad esse. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile Come già anticipato sopra, la Nigeria criminalizza l’omosessualità. La condanna che la legge impone non si ferma alle condotte sessuali ma arriva a punire anche l’espressione di genere (e quindi l’identità) delle persone. E’ illegale infatti per una donna esprimersi attraverso atteggiamenti e capi maschili, viceversa per un uomo. Il forte conservatorismo della Nigeria (conseguenza anche di un radicato sentimento religioso da parte di tutta la popolazione, cristiana e mussulmana) si traduce dunque in un attacco non solo ai comportamenti sessuali delle persone, ma anche alle loro identità ed ai modi in cui queste dovrebbero esprimersi – secondo i leaders religiosi. Nel merito, la Nigeria è uno Stato federale che non presenta un solo sistema giuridico ma vede la coesistenza di più apparati legislativi che convivono ed esercitano la loro influenza all’interno dei confini nazionali. Il nord del paese (a maggioranza mussulmana) ha un proprio Codice penale Federale. Tuttavia, 12 stati settentrionali – Bauchi, Borno, Gombe, Jigawa, Kaduna, Kano, Katsina, Kebi, Niger, Sokoto, Yobe, Zamfara – hanno adottato alcune forme di Sharia (il sistema islamico di leggi e precetti di ispirazione divina), che trova applicazione non solo su tutti i mussulmani residenti in detti Stati ma anche su chiunque decida volontariamente di sottoporvisi.  Il sud della Nigeria ha una popolazione per lo più di fede cristiana e ha anch’esso un proprio Codice penale, che si applica ai soli Stati del sud. Che si tratti dunque del Codice del Nord del Paese, di quello del Sud o delle norme della Sharia, in tutti e tre i testi emergono chiaramente una certa attenzione e meticolosità nell’individuare le fattispecie che costituiscono il “reato di omosessualità” ed affini, come pure le pene da infliggere. Analizziamo dunque i punti in comune fra i sopradetti Codici e le differenze per quanto riguarda i crimini legati all’orientamento sessuale ed all’identità di genere e le conseguenti pene applicate: Il Codice penale Federale del Sud della Nigeria considera gli atti sessuali fra uomini illegali con condanna a 14 anni di reclusione. L’attività sessuale femminile, pur non essendo esplicitamente menzionata, è da intendersi configurare ugualmente lo stesso reato e quindi trova applicazione anche per le donne lesbiche la stessa pena. Il codice approfondisce la materia nel Capitolo 21 nelle sezioni 214, 215 e 217 secondo le quali: Chiunque intrattenga rapporti carnali contro l’ordine della natura o permetta a qualcun altro di farlo commette reato punibile con 14 anni di reclusione (sezione 214); Chiunque tenti di commettere le suddette condotte è punibile con 7 anni di reclusione, non senza un mandato (sezione 215). Chiunque sia uomo e commetta atti osceni, in pubblico o in privato, con un altro uomo o costringa qualcuno a commettere tali atti o anche solo provi a farlo può essere punito con 3 anni di reclusione, non in mancanza di un mandato (sezione 217). Anche il Codice Penale Federale del Nord del Paese prevede una pena fino a 14 anni di reclusione, con possibile applicazione aggiuntiva di una multa, per rapporti carnali fra persone dello stesso sesso o fra persone e animali (sezione 248). Inoltre, la sezione 405 del Codice definisce come “vagabondo” qualunque uomo si vesta con abiti femminili o che abbia fatto della sodomia il suo stile di vita o la sua professione. Le sezioni 407 e 408 prevedono, per i vagabondi, una pena di un anno di reclusione, una multa o entrambe e, nel caso di recidività dell’atto incriminato, due anni di reclusione, una multa o entrambe contemporaneamente. Nei dodici Stati settentrionali che adottano la Sharia tutte le condotte che possono costituire una “deviazione dall’ordine naturale” sono duramente punite. Sebbene ogni Stato decida come adottare la legge ed eseguire le condanne, è possibile affermare che ciascuno di essi prevede pene molto severe per il “reato” di omosessualità – che vanno dalla punizione corporale con frustate alla pena capitale, spesso praticata tramite lapidazione. Oltre a condannare ulteriori condotte riconducibili alle minoranze sessuali (rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso, relazioni romantiche fra persone dello stesso sesso, travestitismo etc.) con sanzioni pecuniarie, periodi di reclusione, punizioni corporali e/o morte, alcuni Stati che applicano la Sharia menzionano espressamente il lesbismo fra gli altri comportamenti da condannare con un sistema di punizioni del tutto affine a quello previsto per i rapporti fra uomini. L’accenno esplicito all’omosessualità femminile è una tendenza per lo più minoritaria all’interno di certa giurisprudenza, figlia della scarsa considerazione data alle donne (in Nigeria come nel resto del mondo) che le rende soggetti invisibili del diritto, interessate da quest’ultimo solo in quanto controparte passiva dell’uomo. A questo quadro si aggiunge il fatto che, sebbene la Costituzione nigeriana affermi l’uguaglianza di tutti i cittadini e promuova uguali diritti (all’assistenza sanitaria, al lavoro etc.) per tutti, le tutele costituzionali sembrano non trovare applicazione alcuna quando la persona in questione è LGBTQ+. Tutto questo è aggravato dal fatto che la Nigeria, così come l’Italia del resto, non possiede alcuna legislazione atta a proteggere dalla discriminazione basata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere. Percezione e Status Sociale Se le leggi, oltre che regolare uno Stato, ne riflettono anche la società non può stupire sapere che un apparato legislativo così intollerante nei confronti della comunità LGBTQ+ nasce in una

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