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Resistere al Covid e alle politiche di Bolsonaro: la condizione delle popolazioni indigene brasiliane

Cosa ci viene in mente quando pensiamo alla pandemia dovuta al virus COVID-19? Innanzitutto, alle migliaia di morti che ha causato in tutto il mondo e successivamente al lockdown, che ha costretto ognuno a rimanere rinchiuso nella propria abitazione, sottoposto a restrizioni della propria libertà di movimento per limitare i contagi. Questa condizione ha portato molti a concentrarsi sulla esperienza drammatica del proprio Paese, mettendo da parte ciò che accadeva (e purtroppo continua ad accadere) dall’altra parte del mondo.

Infatti, la bassa attenzione rivolta alle categorie più vulnerabili ha permesso ad alcuni governi centrali di esercitare ancor più pressioni verso le stesse, come nel caso del Brasile verso le popolazioni indigene, le quali si sono ritrovate a dover affrontare delle sfide più grandi di quelle a cui erano già sottoposte.

L’anno peggiore per i territori indigeni: tra lotta al Covid e interessi economici

Non è un caso che il 2020 sia risultato l’anno peggiore per le Indigenous Land e Conservation Units dal 2008: ben 188 000 ettari di foresta sono stati completamente distrutti nei territori appartenenti alle popolazioni indigene del Brasile. Questa moltitudine di popolazioni (circa 170 etnie differenti) vive in vaste riserve protette che rappresentano il 13,8% del territorio nazionale, in buona parte concentrato in Amazzonia. La deforestazione è un attacco diretto da parte delle lobby verso la sopravvivenza delle popolazioni indigene, alle quali vengono sottratte tutte le terre che non rientravano sotto la loro giurisdizione o erano disputate prima del 5 ottobre del 1988, data in cui fu emanata la Costituzione brasiliana. Ciò dimostra le chiare intenzioni del governo brasiliano, seguito dal FUNAI (Fondazione nazionale dell’Indio, organo del governo brasiliano preposto all’elaborazione e all’implementazione delle politiche riguardanti i popoli indigeni) e dal Commissario della Polizia Federale a contrastare qualsiasi demarcazione di nuove terre indigene. Proprio il presidente del FUNAI, il cui ruolo dovrebbe essere quello di mappatura, protezione e prevenzione di invasioni dei territori indigeni, ha esordito: “(…) servirà smettere di incoraggiare gli indigeni a formare cooperative per sviluppare attività economiche sulle loro terre. Una delle nostre priorità sono le attività minerarie.”

È quindi evidente che la visione colonialista verso persone e risorse è alla base della politica brasiliana da decenni, con un certo peggioramento negli ultimi anni in cui, con il penultimo presidente Michel Temel (2016-2019) e successivamente con l’attuale Jair Bolsonaro (2019-oggi), solamente una approvazione di terre destinate alle popolazioni indigene è stata concessa (e non durante il mandato del presidente in carica). A quanto pare gli interessi puramente economici sovrastano di gran lunga le esigenze di autonomia e tutela di popolazioni che, al contrario, si propongono come difensori della natura e dell’equilibrio degli ecosistemi. Anzi, queste persone vengono percepite come il maggiore ostacolo allo sviluppo neoliberale del paese, in preda alle logiche di deturpazione di terre, land grabbing e razzializzazione delle popolazioni autoctone. I fattori elencati influiscono negativamente sugli effetti del COVID19 su queste specifiche popolazioni, come è stato pubblicato nell’articolo scientifico del 12 aprile 2021 di “Frontiers in Psychiatry”.

Lo scarso accesso ai servizi sanitari per le popolazioni indigene brasiliane

La condizione di estrema vulnerabilità delle popolazioni indigene è estremizzata dalla pandemia del Coronavirus, la quale ha ridotto ulteriormente i diritti di questi individui come singoli e come comunità, soprattutto limitandone l’accesso alle cure non solo all’interno delle terre indigene ma anche escludendo dalla copertura sanitaria coloro che vivono nelle aree urbane, giustificando la scelta come a favore di cure più vicine alla tradizione culturale indigena. Tali disposizioni sono state predisposte direttamente dal Ministro della Salute e dal suo Ministero (MOH), aggravando la situazione soprattutto nella zona dell’Amazzonia, dove vive il maggior numero di etnie. Non solo, oltre alle cure negate o quasi inesistenti, il MOH ha registrato 22 127 casi e 330 morti tra le popolazioni indigene, riportando dei dati fallati come dimostrato da quelli raccolti dal COIAB (Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana) dove i casi di infezione ammontano a 25 356 e quelli di morti a 670 (più del doppio). In linea con quanto appena esposto, è il caso di ricordare che, nel pieno della pandemia a gennaio 2021, con in media 1293 contagi giornalieri nel paese, Bolsonaro considerava il virus causa di un “semplice raffreddore” e ha rifiutato di applicare i protocolli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Il risultato di tali scelte è che le disuguaglianze tra le popolazioni indigene e il resto della popolazione sono state accentuate, aggravando la posizione delle prime rispetto alla seconda in quanto esposte a rischi più elevati di infezioni, morti e con limitate risorse in grado di curare i malati da COVID19. Fortunatamente il COIAB ha messo in atto l’Emergency Action Plan, una serie di azioni di prevenzione, guida e sostegno in risposta alla pandemia che sono di grande aiuto per le popolazioni indigene. In un Paese come il Brasile, le popolazioni indigene sono inquadrate come gli ultimi degli ultimi, in ogni campo, compreso quello sanitario, dove lo scopo dovrebbe essere in ogni caso la salute pubblica al fine di tutelare il benessere di una intera nazione e dell’umanità. A tal proposito, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, ha rivolto l’attenzione proprio alle popolazioni indigene, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi sanitaria in Brasile, suggerendo di dare priorità all’applicazione di misure concrete che assicurino la protezione di queste popolazioni e la creazione di un fondo di emergenza.

In Brasile, il governo ha agito controcorrente a quanto raccomandato dall’OMS, smantellando il sistema sanitario e non garantendo alcun dispositivo di sicurezza agli operatori sanitari che si sono occupati attivamente di curare le popolazioni indigene. Le notizie più recenti riguardano la fase di vaccinazione che, in tutto il Paese e in particolare in Amazzonia, non è ancora iniziata o procede a rilento, con conseguenze per tutto il mondo, poichè la mancata vaccinazione è veicolo di nuove varianti del virus. Un elemento non così evidente ma sicuramente presente e da non sottovalutare è il fatto che la pandemia ha consolidato il razzismo nei confronti delle popolazioni indigene, permettendo la violazione incontrollata di numerosi loro diritti finora garantiti all’interno della costituzione brasiliana e nei trattati internazionali, alimentando la discriminazione e l’indifferenza di quanto accade a queste popolazioni.

La necessità di rivalutare il ruolo delle popolazioni indigene brasiliane

Invisibili ma non troppo, tanto quanto basta per poter essere sopraffatti senza dare troppo nell’occhio a livello internazionale, i popoli indigeni sono tra coloro che hanno sofferto maggiormente gli effetti della pandemia globale. In realtà, le popolazioni indigene del Brasile rappresentano una controparte importante all’interno del Paese in materia di gestione delle terre e delle risorse naturali che ne derivano, determinando in qualche modo le sorti di vari attori nazionali e non che esercitano un potere politico e/o economico nelle aree a loro destinate.

In conclusione, è necessario sottolineare l’importanza di rafforzare il sistema sanitario nazionale che tenga conto di ogni soggettività, incluse le popolazioni indigene, alle quali si deve la conservazione della foresta amazzonica, fondamentale per l’intero Pianeta. In questo contesto di sopraffazione, la comunità internazionale dovrebbe intervenire in maniera più puntuale per garantire che i diritti dei popoli indigeni vengano rispettati e, lì dove è opportuno, ampliati anche attraverso una maggiore inclusione dei movimenti indigeni e delle loro associazioni, sicuramente i più adatti a definire un nuovo modello di gestione e convivenza.

È chiaro che il coronavirus ha rappresentato e rappresenta ad oggi un grande rischio nei confronti delle popolazioni indigene ma la vera minaccia è la gestione da parte del governo delle future pandemie, di cui questa rappresenta solo un precedente e un campo di prova. Inoltre, la gravità della pandemia è da misurarsi nelle sue cause ed effetti che ne derivano, i quali sembrano somigliarsi a degli stermini senza limiti nel caso delle popolazioni indigene, da considerarsi tra le più vulnerabili a cui rivolgere uno sforzo più grande per salvaguardarne la sopravvivenza.

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Rebecca Rossetti

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