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I Rohingya: la minoranza invisibile

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Foto di UNHCR

Tra le grandi crisi umanitarie del nostro tempo quella che coinvolge i Rohingya del Myanmar è tra le meno conosciute. Pur avendo acquisito rilevanza sulla scena internazionale solo nel 2017, le violenze e le discriminazioni che hanno costretto più di un milione e mezzo di persone al dislocamento forzato in Bangladesh hanno origini lontane, facendo tristemente conquistare ai Rohingya la denominazione di “minoranza più perseguitata al mondo”.

Clandestini nel proprio paese

Le origini dei Rohingya sono contese e da sempre strumentalmente usate dal Myanmar (Ex-Birmania) per negare sistematicamente i loro diritti. Gli stessi dati che li riguardano sono incerti per lo stesso motivo, i Rohingya sono invisibili anche agli occhi delle statistiche governative, non venendo inclusi nei censimenti nazionali.

Da quello che si può ricostruire di questa etnia “invisibile” è che i Rohingya sono una minoranza musulmana sunnita che risiede nell’area dello Stato di Rakhine, nel Myanmar a maggioranza buddista, da molto tempo. Sull’identificazione precisa di questa temporalità vi sono varie opinioni. Alcuni storici fanno risalire la presenza di questo popolo nell’Ex-Birmania al XII secolo, mentre la teoria portata avanti da coloro che li respingono è che siano discendenti di un gruppo musulmano proveniente dall’allora Bengala ed emigrato nel Rakhine durante la colonizzazione britannica. Ciò che è certo è che la loro presenza sul territorio si sia intensificata durante il periodo coloniale, da quando il Myanmar è stato amministrato come una provincia indiana.

Alla base della discriminazione dei Rohingya vi è proprio il non riconoscimento della loro appartenenza al Paese in cui vivono da secoli. Nonostante le politiche portate avanti dai regimi che si sono susseguiti in Myanmar a seguito dell’indipendenza, nel 1948, siano sempre state repressive nei confronti delle diverse minoranze etniche e religiose, quelle verso i Rohingya sono state particolarmente violente, arrivando a negare loro il più basilare dei diritti, la nazionalità birmana.

I Rohingya non rientrano, infatti, nei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dalla legge del 1982 decretata dall’allora regime militare del generale Ne Win, venendo condannati ad un’esistenza di perenne clandestinità, privati del diritto al voto, all’istruzione superiore, al libero spostamento sul territorio nazionale. I Rohingya sono quindi destinati all’apolidia, a meno che non riescano a dimostrare la loro presenza sul territorio prima del 1824, anno di annessione all’India britannica.

Nel corso dei regimi militari che si sono susseguiti in Myanmar, un clima di intolleranza si è aggiunto alla mancanza di diritti, provocando distruzione di abitazioni e luoghi di culto, saccheggi, stupri e omicidi etnici.

I crimini dei militari hanno costretto migliaia di Rohingya a fuggire verso gli stati confinanti, primo tra tutti il vicino Bangladesh, con ondate migratorie nel 1978 e nel 1991-92, periodi caratterizzati da una particolare escalation di violenze.

Il picco della crisi

Le elezioni parlamentari che si sono tenute nel 2015 hanno costituito un punto di svolta per il Myanmar, vedendo la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione costretta in regime di detenzione per più di 15 anni e vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 1991.

Nonostante tra le alte cariche governative fosse ormai presente una personalità quale quella della Suu Kyi, la violenza governativa verso i Rohingya non si è arrestata. Le violenze e i rastrellamenti su base etnica sono aumentati negli ultimi anni costringendo, già nel dicembre 2016, circa ventimila persone a fuggire in Bangladesh.

Sono stati pero gli avvenimenti dell’estate 2017 a diffondere il dramma dei Rohingya a livello internazionale e discutere sulla tesi di genocidio rispetto alle violenze nei loro confronti. 

Le nuove ondate di repressione governativa si sono scatenate in risposta alle azioni armate del gruppo ribelle ARSA, Arakan Rohingya Salvation Army. In particolare, l’attacco ad un check-point della polizia, il 25 agosto 2017, ha scatenato una reazione durissima dell’esercito birmano rivolta indiscriminatamente a tutta la popolazione civile Rohingya del Rakhine. Secondo i dati delle Nazioni Unite i militari hanno distrutto quasi 300 villaggi e perpetuato migliaia di violenze ed uccisioni a danni di uomini, donne e bambini.

Dal 25 agosto al 7 settembre 2017 si stima che oltre 700.000 Rohingya abbiano lasciato il paese, circa metà della popolazione totale stimata. Nonostante alcune migliaia di persone si siano rifugiate anche in Thailandia e in Malaysia, la maggioranza di essi hanno raggiunto il Bangladesh, sia via terra, attraversando il fiume Naf, che via mare. Qui si sono aggiunti agli oltre 300.000 profughi già presenti nel distretto di Cox’s Bazar, provincia di Chittagong. Fino a marzo 2019, quando il Bangladesh ha chiuso le frontiere, migliaia di Rohingya hanno continuato a varcare il confine, costretti in condizioni di vita degradanti.

Nonostante l’allestimento di campi d’accoglienza e la fornitura di alcuni servizi essenziali da parte del governo e delle organizzazioni internazionali presenti sul territorio, i Rohingya vivono in situazioni di grave sovraffollamento e non hanno acceso al mercato del lavoro legale, né tantomeno al sistema scolastico e sanitario. D’altra parte il Bangladesh non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 e dunque la popolazione non vede riconosciuti neanche formalmente i propri diritti in quanto rifugiati.

Dopo le prime dimostrazioni di solidarietà, inoltre, a Cox’s Bazar è cresciuto il malcontento della popolazione locale rispetto all’alto numero di profughi.  Il Bangladesh è infatti tra i paesi più poveri tra quelli che ospitano il maggior numero di rifugiati, 1,1 milioni, e presenta forti carenze in quanto a servizi, infrastrutture e occupazione.

Ad oggi secondo il Piano di risposta congiunta (JRP) 2020 dell’UNHCR per la crisi umanitaria dei Rohingya, circa 855.000 rifugiati risiedono in 34 campi formali nel distretto di Cox’s Bazar, ormai congestionato, e si stima che il 55% di loro siano bambini.

La situazione nei campi resta molto precaria, aumentano tra l’altro le famiglie di rifugiati che si indebitano per sopravvivere, passando dal 35% a luglio 2018 al 69% ad agosto 2019. Nel corso degli anni inoltre, vari gruppi jihadisti hanno occupato il vuoto spesso lasciato dalle istituzioni, distribuendo beni e servizi nei campi e reclutando i Rohingya tra le loro file.

Un futuro incerto

Con il 2020 le sorti dei Rohingya non sembrano ancora migliorare, a maggio il ciclone Amphan si è abbattuto sul golfo del Bengala, radendo al suolo migliaia di abitazioni, comprese le baracche dei profughi e provocando la morte di centinaia di persone.

Ovviamente anche la pandemia di Covid-19 non ha risparmiato gli abitanti dei campi di Cox’s Bazar, con circa 400 casi confermati. Preoccupano soprattutto le condizioni di sovraffollamento, la ONG Azione contro la fame stima la presenza di 40mila persone per chilometro quadrato, e di scarso accesso ai servizi igienico-sanitari.

In ultimo, la decisone del governo bengalese di trasferire forzatamente i profughi Rohingya a Bhasa Char, una remota isola nel Golfo del Bengala soggetta frequentemente a inondazioni e cicloni.

Una notizia positiva arriva, infine, dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, la quale, a gennaio 2020, ha accolto la proposta ricevuta dal Gambia e si è dichiarata competente a pronunciarsi sull’accusa di genocidio contro la minoranza Rohingya da parte dell’esercito del Myanmar. Nonostante ci vorranno anni per la pronuncia finale, il giudice della Corte ha già ordinato all’Ex Birmania di adottare delle misure per prevenire altri episodi di genocidio.

In questa occasione Aung San Suu Kyi ha nuovamente evitato di pronunciarsi decisamente in merito alle condizioni dei Rohingya, né tantomeno ha fatto intendere di voler tentare di risolvere la situazione mediando con il governo del quale ora è membro ufficiale.  Nonostante gli ideali di non violenza che hanno caratterizzato le sue lotte, la Suu Kyi sembra rimanere impassibile rispetto alle violenze etniche degli ultimi anni, disattendendo il suo ruolo di protettrice dei diritti umani.

Nella sua replica del dicembre scorso di fronte alla Corte dell’Aja, infatti, ha catalogato le violenze contro i Rohingya come parte del conflitto interno e della lotta al terrorismo, senza pronunciarsi sulla persecuzione etnica a danno dei civili ed ha affermato che un processo contro il Myanmar potrebbe minare la riconciliazione nel paese e far riprendere il conflitto.

I Rohingya sono sicuramente tra le minoranze perseguitate più isolate a livello internazionale e proprio per questo hanno bisogno di essere conosciute e supportate nel riconoscimento dei loro diritti, primo tra tutti poter tornare nelle loro terre ed essere riconosciuti nel loro paese.

Fonti e approfondimenti

https://www.unhcr.org/statistics/unhcrstats/5ee200e37/unhcr-global-trends-2019.html

http://reporting.unhcr.org/node/27353

https://www.limesonline.com/rubrica/rohingya-myanmar-bangladesh-profughi-onu

https://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/11/01/news/viaggio-tra-i-rohingya-i-musulmani-perseguitati-dalla-birmania-1.313149

https://www.arte.tv/it/videos/078343-000-A/rohingya-il-grande-esodo-dalla-birmania/

Martina Leigheb

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