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In un viaggio di viaggi. Fare volontariato a Calais.

Oggi andiamo ad esplorare il nord della Francia, a neanche tre ore dalla capitale, a Calais, una città apparentemente uguale al resto delle città francesi. Da sei anni a questa parte Calais è però diventata un porto d’arrivo per migliaia di rifugiati che sognano le coste inglesi. Le condizioni in cui vengono accolti e costretti a vivere sono uno scandalo dal punto di vista della dignità umana, denunciato a più riprese da organizzazioni umanitarie in tutta Europa. Le polemiche crescono ma le soluzioni reali sembrano ancora essere lontane. Una vasta rete di ONG francesi ed inglesi è l’unica vera fonte di salvezza per i rifugiati di Calais.

Large Movements vuole promuovere un dialogo vivo e vero con i rifugiati, e ha deciso così di intraprendere un’esperienza sul campo di Calais, attivandosi con una delle principali ONG inglesi.

Qui, la maggior parte dei migranti proviene dall’Afghanistan, Eritrea, Iran, Iraq e Sud Sudan. Per lo più sono uomini, tra i 16 ed i 40 anni. Questo perché i governi di provenienza impongono loro il servizio militare obbligatorio e l’unica via per sottrarsene è la fuga. Tra tutti i paesi in Europa, nonostante la Brexit e la barriera linguistica, l’Inghilterra resta tra le mete predilette e viene percepita da queste persone come la speranza per migliori condizioni di vita grazie al facile accesso al mondo del lavoro. Purtroppo, quest’ultimo, come testimoniano molti dei rifugiati, è il mondo del lavoro in nero, che non richiede tutti quei documenti e procedure burocratiche i cui tempi di attesa spesso superano quelli del viaggio per raggiungere le coste europee.

Tra le ragioni che ispirano ad intraprendere un’esperienza di volontariato a Calais è proprio la posizione di questa realtà, scenario di una delle crisi umanitarie più gravi in Europa. L’espressione “crisi umanitaria” è normalmente associata a paesi lontani, a territori sperduti e contaminati dalla guerra. Eppure, la (non) gestione degli arrivi di immigrati in Francia ha fatto sì che il confine franco-inglese si sia trasformato in un luogo dove è scoppiata una profonda crisi umanitaria, violando diritti e principi fondamentali. La tristemente nota “Giungla di Calais” si trova nel dipartimento di Grand-Synthe, a Dunkerk, ad una ventina di km dal centro di Calais. Dallo smantellamento del 2016 in realtà, della Giungla rimangono soltanto delle tracce. Oggi i rifugiati si trovano in varie zone di accampamento tra il centro e fuori città, privi di una struttura di riferimento come ai tempi della Giungla. Le zone di accampamento sono infatti enormi aree che si sviluppano dove intorno non vi è assolutamente nulla oppure accanto a grandi centri commerciali, dove le ONG attive sul territorio organizzano quotidianamente la distribuzione di cibo e beni essenziali come vestiti, coperte o tende.

Oltre all’ex Giungla di Calais, le distribuzioni avvengono in più punti della città: le piazzole situate sia di fronte l’ospedale principale sia nelle vicinanze del tunnel della Manica sono due tra questi. Il tunnel giunge fino in Inghilterra ed è da qui che tutte le notti molti rifugiati provano a salire su di un camion nel disperato tentativo di raggiungere la terra anglosassone.

Dal 2017 il Comune ha messo a disposizione un servizio di docce per i migranti e, per i mesi più freddi, un sistema di dormitori per proteggersi dalla morsa del gelo. Tuttavia, la convivenza in stretti spazi e sotto il controllo di personale francese non è sempre la scelta prediletta dai migranti. Infatti, nel corso degli anni si sono ripetuti scontri e violente discussioni che hanno fatto chiudere o sospendere i servizi. Risale allo scorso gennaio la denuncia delle maggiori ONG circa l’attivazione di questi servizi perché, secondo la legge nazionale, spetta al prefetto decidere l’attivazione – e quindi anche l’interruzione o la sospensione – di questi servizi ma non sempre questa funzione è considerata una priorità nell’agenda amministrativa.

A Calais lo stereotipo europeo del migrante – al quale la maggioranza della popolazione occidentale in qualche modo è assuefatta a causa del continuo bombardamento informatico e mediatico che lo diffonde quotidianamente – viene a cadere fin dal primo giorno. Si incontrano storie di persone che vogliono rivendicare un destino ingiusto, perché nati in paesi la cui miseria e violenza non ha permesso loro di vivere una vita degna di essere chiamata tale. I più giovani non hanno potuto frequentare la scuola ma riescono ad imparare da autodidatti l’inglese, a volte anche il francese o l’italiano, con una dizione ed una padronanza quasi perfetta. I più anziani lasciano spesso carriere brillanti nell’ambito della ristorazione o dell’estetica. È sorprendente ad esempio come i parrucchieri curino l’aspetto dei loro compagni anche sotto la neve o con il freddo che rende i campi immense distese di ghiaccio.

Operare in un luogo del genere permette anche di scoprire la diversità delle nazioni di provenienza dei rifugiati e la loro organizzazione in territorio straniero. Gli Afghani, insieme agli Iracheni, Curdi ed Iraniani si “impongono” sul resto degli altri rifugiati dato il loro carattere particolarmente forte. Ad esempio, nelle attività sportive accade spesso che i Sudanesi o gli Eritrei siano esclusi o mal visti, a causa della loro esile forma fisica. Per quanto riguarda invece l’organizzazione delle comunità, gli Eritrei hanno una loro interna gerarchia: vi è un capo eletto che ogni giorno si occupa di ripartire i vari beni ricevuti.

Interessante è anche capire come la popolazione di Calais percepisce e descrive lo scenario. Un primo elemento è legato allo scenario politico locale: dal 2008 Natacha Bouchart, rappresentante repubblicana, è il sindaco di Calais e fin da subito ha adottato una serie di misure per contrastare l’arrivo clandestino dei migranti, invocando un continuo scambio di informazioni con le autorità inglesi ed invocando che le stesse si assumano le proprie responsabilità in merito alla regolarizzazione dei flussi migratori. Il sindaco ha anche più volte denunciato l’operato delle organizzazioni perché “si servono dei migranti per esistere”. Al di là del discorso politico, vi è una parte dei cittadini di Calais che si lamenta della reputazione che ha ormai acquisito la loro città. “Calais viene ormai unicamente associata alla crisi migratoria, ma Calais è anche tanto altro”. A partire da tali posizioni, succede infatti che proprietari di AirBnb o servizi analoghi non accettino volontari operanti sul territorio come ospiti.

“In fondo non si sta così male, stiamo tra di noi che ci conosciamo e veniamo dalla stessa cultura, supportandoci e provando insieme a saltare su una barca od a nasconderci su un camion diretto in Inghilterra”. Molte volte si ascoltano tali parole, simbolo di massima resilienza e forza d’animo di persone che passano anni ed anni in viaggio attraverso l’Europa. Tuttavia, una situazione del genere non può risolversi esclusivamente attraverso il volontariato. Inoltre, anche l’attivismo a Calais ha i propri punti di debolezza perché vi è un’elevata sproporzione tra le associazioni che si occupano della distribuzione di beni di prima necessità, la stragrande maggioranza, e quelle in grado di fornire assistenza negli ambiti della protezione giuridica o del soccorso sanitario.

In conclusione, Calais è un ottimo terreno per sviluppare riflessioni e criticità circa l’accoglienza dei migranti in Europa. Tra le varie domande che sorgono, la prima è: perché due paesi come la Francia e l’Inghilterra non riescono a gestire e coordinarsi sulla gestione dei flussi migratori ma soprattutto… dov’è l’Europa? La situazione è assai più complessa di quanto si possa pensare. L’Inghilterra, prima della Brexit, non faceva parte dello spazio Schengen ed applicava quindi un regime autonomo per la libera circolazione di merci e persone alle sue frontiere interne. Per quanto riguarda invece la politica migratoria, e più specificatamente il diritto di asilo ed accoglienza di cittadini non Europei, l’Inghilterra aveva sottoscritto invece la Convenzione di Dublino. Per tale motivo, aveva diritto a rinviare i migranti provenienti dalla Francia, data la regola secondo la quale l’esame della richiesta di asilo presentata da un migrante è di esclusiva competenza del primo paese europeo in cui lo stesso arriva.

Inoltre, dati il massiccio flusso migratorio al confine franco-inglese, i due paesi hanno firmato vari accordi bilaterali che hanno ricevuto critiche e si sono rivelati non particolarmente efficienti. Si citano a titolo di esempio gli accordi di Sangatte – in cui alcune clausole sono state definite contrarie a Dublino –  e gli accordi di Touquet – che hanno dato luogo ad un classico sistema di esternalizzazione delle frontiere e controlli di sicurezza.

Ad aggravare la situazione vi è la Brexit, a seguito della quale l’Inghilterra non deve più rispettare le regole di Dublino. Il sistema di asilo dovrebbe quindi essere solo regolato da leggi nazionali che però al momento non sembrano essere state menzionate nell’accordo Brexit. Ciò nonostante, non sarà la Brexit a scoraggiare i rifugiati di Calais a raggiugere le coste inglesi. La regolarizzazione dei flussi migratori è sicuramente una questione che richiama più responsabilità a più livelli, ma le condizioni nelle quali vivono queste persone non possono continuare ad essere ignorate.

Un fenomeno del genere si sarebbe dovuto e potuto evitare alle radici della sua creazione. Attualmente le uniche “misure di sicurezza e controllo” si manifestano con interventi della polizia, che rade al suolo tutta la realtà costruita dai migranti, distruggendo le loro abitazioni fatte di tende e quei pochi oggetti acquisiti durante il soggiorno. Questo è un implicito segnale del paese che, da una parte, non si prende la responsabilità della gestione degli arrivi e, dall’altra, manipola il principio fondamentale di non respingimento. Rendere le condizioni di accoglienza ed allocazione al limite del rispetto dei diritti fondamentali è sinonimo di respingere dal paese di arrivo una persona, illegale secondo quanto stabilito dal principio sopra menzionato.

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Laura Sacher

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