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Nella foresta si muore. Il confine fra Polonia e Bielorussia: la rappresaglia umana.

di Sara Massimi

Polinia Bielorussia

Polinia Bielorussia

L’oscurità della foresta raggela i cuori, il ghiacciato vento invernale uccide. Migliaia di persone stanno correndo nella foresta, in lontananza si sentono i latrati dei cani e voci in una lingua che non conoscono. Non c’è una luce nella foresta di notte, non c’è un sentiero da seguire, non si vede ad un palmo dal naso. Colonne di persone si tengono per mano per orientarsi e soprattutto non perdersi. La loro metà finale? la Polonia, il primo paese Europeo sul loro percorso. 

Questo non è un film di avventura, non si sta parlando né di Rambo, né di Hunger Games, ma della realtà, di quello che sta accadendo al confine fra Bielorussia, Polonia e Lituania. Migliaia di persone sono state accompagnate alla frontiera dal governo di Lukashenko, dove sono stati lasciati a loro stessi, spinti verso la Polonia da una parte, respinti al di fuori dei confini europei dall’altra.  

Secondo la Polonia, il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko sta deliberatamente provocando una nuova crisi rifugiati in Europa, organizzando gli spostamenti dei migranti dal Medio Oriente a Minsk, promettendo loro un passaggio sicuro verso l’Europa, come vendetta per le sanzioni imposte da Bruxelles sul regime autoritario. Il primo ministro ha, quindi, deciso di inscenare una rappresaglia fatta di corpi di uomini donne e bambini. Migliaia di rifugiati e richiedenti asilo sono stati spinti a partire da Minsk, trasportati sul confine polacco dove sono stati usati come perfette pedine di un gioco malsano. Al confine, tutti questi individui sono stati lasciati a loro stessi, a doversi orientare per la fitta foresta nord europea in cerca di un modo per oltrepassare il confine.  

Il governo polacco, però ha deciso di rispondere con estrema violenza a questa guerra fatta di corpi, piuttosto che di armi. Circa 20.000 agenti di frontiera polacchi, coadiuvati dall’esercito, sono stati dispiegati sul confine in una dimostrazione di forza estranea al paese sin dalla fine della guerra fredda. Le forze dell’ordine pattugliano il confine ricoperto da metri di filo spinato al fine di bloccare qualsiasi persona possa tentare l’attraversamento. Attuando, così, dei veri e propri respingimenti, come quelli messi in atto l’anno scorso alla frontiera fra Bosnia e Croazia.  

Ai rifugiati, ammassati al confine, non solo viene rifiutato di entrare ma, anche, di ricevere un riparo dal gelido inverno polacco. Si vedono centinaia di persone, madri, padri, figli seduti sulla terra ghiacciata, in attesa di un ok dalle forze di polizia.  

Nemmeno alle organizzazioni umanitarie che si sono recate sul posto, né quelle polacche, come Grupa Granica un network di ONG polacche attivo al confine sin dall’inizio della crisi umanitaria, viene garantito l’accesso. É stata creata, infatti, una safe zone di tre chilometri in cui nessuno, a parte le forze dell’ordine, può accedere. Questo vuol dire che i rifugiati, quindi, devono camminare nella foresta per tre chilometri prima di poter incontrare qualsiasi organizzazione che possa fornire loro un riparo, cure mediche, o anche solo beni di prima necessità di cui potrebbero aver bisogno.  

Si aggiunge a questo, la brutalità della polizia di frontiera che non si risparmia a trattare con violenza qualsiasi persona possa provare anche solo ad attraversare il confine. Cannoni ad acqua vengono indirizzati violentemente contro qualsiasi persona provi anche solamente ad avvicinarsi alla frontiera, scaraventando brutalmente a terra le innocue vittime. Molte persone riportano inoltre ferite da elettrocuzione al collo, contusioni dovute alle malmenazioni con i calci delle pistole, ma anche tagli e ferite per gli spintonamenti sul filo spinato, come viene testimoniato dall’articolo di Lorenzo Tondo su The Guardian.   

Ci si chiede quindi, dove siano tutti quei diritti fondamentali garantiti a qualsiasi individuo che gli Stati europei hanno sottoscritto nella Carta di Nizza. Ci si chiede dove sia finito quel diritto all’articolo 18 della stessa carta che garantisce il diritto di asilo, ma anche, e soprattutto tutti quei diritti, anche al di sopra della stessa Unione Europea, che vietano e proteggono dal refoulement, e dai respingimenti. Ci si chiede cosa stia facendo l’Europa, la patria ma anche la madre dei diritti fondamentali, che guarda in silenzio una crisi umanitaria svolgersi ai propri confini. 

Noi di Large Movement chiediamo che vengano rispettati i diritti di donne, uomini e bambini che si ritrovano bloccati fra i due confini, che vengano fatte passare le organizzazioni umanitarie all’interno della safe zone, che vengano fornite ai rifugiati l’assistenza umanitaria e legale, ma soprattutto, che venga concesso loro l’attraversamento del confine in maniera sicura senza dover essere esposti a violenze illegali garantendo, così, il rispetto dei loro diritti fondamentali. 

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