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La minoranza Sikh in India

I Sikh sono una minoranza religiosa del Punjab, diviso nel 1947 tra India e Pakistan. Sebbene un numero significativo sia emigrato a causa delle gravi tensioni che si sono susseguite, i Sikh presenti in India sono circa 20,8 milionio, secondo il censimento del 2011. Nonostante la grande maggioranza si concentrati nel loro Stato natale, il Punjab, dove formano il 60% della popolazione, sono presenti comunità significative in Haryana, Himachal Pradesh, Uttaranchal e Delhi. 

Le origini della comunità Sikh

La religione Sikh risale alla fine del XV secolo e fu fondata da Guru Nanak (1469-1539). Insoddisfatto degli insegnamenti dell’Induismo e dell’Islam, egli formulò una dottrina egualitaria che trascendeva entrambi e divenne una potente forza di cambiamento nei secoli successivi. Un elemento cruciale di questa nuova religione fu la creazione della comunità dei Khalsa, o Compagnia dei puri, nel 1699 durante il periodo del decimo guru, Guru Gobind. I membri della comunità hanno l’obbligo di portare i simboli chiamati le cinque K, prese dalle parole kesh (capelli non tagliati), kangha (pettine), kirpan (spada), kara (braccialetto d’acciaio) e kaccha (pantaloni alla zuava). Gli uomini Sikh sono più facilmente identificabili grazie al turbante che indossano. La creazione di questa comunità ha segnato un cambiamento di atteggiamento che ha portato il Sikhismo ad abbandonare il suo tradizionale pacifismo per passare ad un approccio più “bellicoso”, sebbene non condiviso da tutti i Sikh.

Per i successivi 150 anni la comunità dei Khalsa è rimasta coinvolta nel conflitto con gli invasori afghani e i governatori musulmani di Lahore. Alcuni stati Sikh mantennero un’esistenza separata sotto il dominio britannico, ma altrove, nel Punjab, il Khalsa rimase indipendente. Le lotte intestine di fazione diedero agli inglesi la possibilità di intervenire, e dopo la disputa di due guerre che li vedevano contrapposti ai Sikh, a metà del XIX secolo gli inglesi ottennero il controllo dell’intero Punjab e l’esercito del Khalsa fu sciolto.

I Sikh occuparono posizioni di primo piano nell’esercito indiano al tempo della colonizzazione britannica. Molti di loro invece, sfruttarono l’opportunità collegata al possesso della cittadinanza inglese per emigrare in altre parti dell’allora vasto impero britannico. I governi provinciali eletti cominciarono ad esercitare maggiori poteri in India durante gli anni precedenti l’indipendenza. Contemporaneamente, i Sikh avanzarono proposte di modifica dei confini del Punjab per escludere le aree in gran parte indù e musulmane a sud-est e a ovest o, in alternativa, per aumentare la rappresentanza Sikh in Parlamento così da meglio proteggere i loro interessi. Queste proposte sono state ampiamente ignorate, e il partito sindacalista (prevalentemente musulmano) ha mantenuto il controllo della provincia. Temendo di vedere il loro territorio diviso tra India e Pakistan, i leader Sikh nel 1946 chiesero la creazione di un proprio Stato indipendente del Sikhistan o del Khalistan, senza successo. La situazione si deteriorò rapidamente, con episodi di violenza, spargimenti di sangue e disordini tra i musulmani da un lato, e i Sikh e gli indù dall’altro.

I conflitti post-indipendenza

Nel 1947, con l’indipendenza dell’India dal dominio britannico, il Punjab venne diviso tra India e Pakistan, Stato a maggioranza musulmana. Ne seguirono violenti sconvolgimenti: centinaia di migliaia di persone furono uccise e in milioni fuggirono da una parte all’altra dei nuovi confini. La comunità Sikh è stata divisa a metà e oltre il 40 per cento è stato costretto a lasciare il Pakistan per l’India, abbandonando case, terre e santuari sacri. La maggior parte dei rifugiati Sikh si è stabilita nella parte indiana, ma alcuni emigrarono in altri stati indiani o all’estero, inizialmente soprattutto nel Regno Unito e in Canada.

Nel 1966 c’è stata un’ulteriore divisione tra il Punjab, a maggioranza Sikh e la sua parte meridionale, l’Haryana, a maggioranza hindu, con in comune la capitale, Chandigarh. Come nel 1947, molti gruppi religiosi e linguistici si trovarono dalla parte sbagliata del confine dopo la divisione, con gli indù punjabi che costituivano la maggioranza della popolazione urbana del Punjab e una considerevole minoranza Sikh rimasta nell’Haryana.

Tra il 1966 e il 1984 questi conflitti continuarono a rimanere irrisolti, il che portò a una crescente frustrazione all’interno della comunità Sikh. Le relazioni tra i leader politici Sikh si sono fatte tese e ci sono state controversie tra il Punjab e gli Stati vicini, soprattutto l’Haryana. Queste si sono ulteriormente amplificate sotto il dominio di Indira Gandhi sulla scena politica indiana per via della sua tendenza a centralizzare il potere, piuttosto che concedere maggiore autonomia a molte regioni del Paese, incluso il Punjab. Nello stesso periodo il Punjab aveva conosciuto un notevole boom agricolo ed economico, soprattutto grazie all’introduzione della coltivazione del grano della rivoluzione verde. Nonostante questa prosperità economica, molti Sikh vedevano il contributo del Punjab all’economia nazionale come non sufficientemente riconosciuto. Allo stesso tempo, l’immigrazione degli indù in Punjab ha influenzato la percezione dei Sikh amplificandone il timore di diventare una minoranza numerica nella propria provincia.

Tra estremismo Sikh e violenze governative

L’ascesa di un movimento Sikh estremista guidato dal carismatico predicatore Jarnail Singh Bhindranwale ha ricevuto molto sostegno da parte della comunità Sikh ed ha portato alla richiesta di uno Stato indipendente del Khalistan per proteggere i diritti e l’identità dei Sikh. Questo movimento è diventato sempre più violento ed alla fine l’esercito indiano ha reagito mettendo in atto la controversa “Operazione Bluestar” del giugno 1984, durante la quale i militari hanno preso d’assalto il Tempio d’Oro – il più sacro dei santuari Sikh – per stanare i terroristi che vi si rifugiavano. L’azione dell’esercito causò grande risentimento tra tutta la comunità Sikh per quella che fu vista come una vera e propria profanazione dei loro luoghi sacri nonché come un affronto diretto all’intera popolazione Sikh da parte dello Stato indiano. Apice della vicenda fu l’assassinio di Indira Gandhi nell’ottobre 1984 da parte di due delle sue guardie del corpo Sikh, che provocò un’ondata di violenza indù contro la comunità – in diversi casi con il consenso della polizia e con il sostegno politico dei membri del Partito del Congresso in tutto il Paese. Ci sono state massicce distruzioni di proprietà Sikh e almeno 2.150 persone sono state uccise nella sola Delhi – alle quali si devono aggiungere oltre 600 in altre parti dell’India. L’esercito prese il sopravvento dopo tre giorni, ma le uccisioni crearono un profondo e duraturo risentimento tra i Sikh, non solo in India ma anche all’estero.

Dopo l’insediamento di Rajiv Gandhi, figlio di Indira, come primo ministro indiano, nel 1984 fu firmato l’Accordo del Punjab, in base al quale Chandigarh fu resa capitale esclusiva dello stato del Punjab e la questione della sovranità sull’acqua del fiume doveva essere decisa da una commissione. Fu anche concordato che il controllo dei Sikh sui loro affari religiosi doveva essere accelerato e furono promessi nuovi investimenti per il Punjab. Queste misure non furono sufficienti per molti Sikh, e poco dopo la firma dell’accordo il leader dell’Akali Dal (il partito politico Sikh) fu assassinato.

Le radici dei problemi che hanno dato origine al movimento armato Sikh in India devono ancora essere risolte. Le richieste di un’indagine sui massacri di Delhi non sono state ascoltate dal governo centrale e la fiducia della comunità Sikh nella capacità del governo indiano di proteggere la propria identità, cultura e religione è notevolmente diminuita. L’estremismo è rimasto un problema, come dimostra l’assassinio del primo ministro dello Stato nel 1995, ma il numero di persone coinvolte nel movimento secessionista per uno Stato indipendente del Khalistan si è ridotto drasticamente.

Sebbene il movimento del Khalistan abbia perso slancio nella seconda metà degli anni Novanta e nei primi anni Duemila, i disordini anti-Sikh in tutto il Paese nel 1984 hanno lasciato un solco ed un divario molto profondi tra le due comunità – Indù e Sikh – ed oggi è ancora vivamente presente il profondo senso di ingiustizia che ne è scaturito. Dal 1984 sono state istituite diverse commissioni d’inchiesta governative sui disordini di quei giorni, ma non è stata inflitta alcuna condanna o punizione di altro tipo agli autori delle violenze tantomeno gli stessi sono stati perseguiti dalla giustizia ordinaria. La Commissione Marwah ha indagato sul ruolo specifico della polizia durante i disordini, tuttavia il rapporto della Commissione è rimasto inconcluso, senza alcun sostanziale ripristino della giustizia.

La situazione attuale dei Sikh in India

Ad oggi le questioni relative al riconoscimento hanno un impatto sulla popolazione Sikh dell’India: nello specifico, la Costituzione indiana raggruppa nello stesso insieme dell’Induismo: Sikhismo, Buddhismo e Gianismo. Da ciò deriva che queste tre religioni dunque, non sono legalmente riconosciute come distinte dalla religione maggioritaria. Inoltre, insieme a cristiani e musulmani, ma con meno frequenza, i Sikh sono tuttora oggetto di violenza religiosa. Dal punto di vista della rappresentanza politica e amministrativa, raramente i Sikh occupano cariche di potere.

Nel 2015, in Punjab sono scoppiate delle proteste in seguito alla scoperta di copie profanate del libro sacro del Sikhismo, durante le quali due manifestanti Sikh sono rimasti uccisi dalla polizia.

Una vicenda che ha influito positivamente sulla tensione tra la minoranza Sikh e lo Stato indiano è stata invece quella del 2019, quando centinaia di Sikh indiani hanno potuto utilizzare un corridoio di recente istituzione in Pakistan per condurre un pellegrinaggio verso il santuario del fondatore del Sikhismo Guru Nanak. Il corridoio, frutto delle trattative tra India e Pakistan, ha consentito di far raggiungere senza visti il luogo sacro a più di 5.000 pellegrini al giorno. 

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