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I diritti LGBT+ in India: una battaglia post-coloniale

La presenza di testimonianze dell’antichità indiana ci dimostrano come l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità e tutte quelle identità che si riconoscono oggi nella comunità LGBT+, fossero diffuse e non stigmatizzate nelle società precoloniali dell’India.

La testimonianza più antica che possediamo è il celebre testo del Kamasutra scritto da Vātsyāyana, che risale ad un periodo non ben identificato tra il 400 a.C. e il 300 d.C., e che dedica un intero capitolo al comportamento omosessuale. Allo stesso modo, testi medici dell’antichità come la Sushruta Samhita dichiarano l’omosessualità come un tratto innato e naturale dell’essere umano.

La consuetudine induista non solo accetta l’omosessualità, ma riconosce anche l’esistenza di un terzo genere oltre alla tradizionale divisione binaria tra donna e uomo tipica del nostro occidente. Gli antichi testi del Visnuismo, una delle correnti induiste, scoraggiano il comportamento omosessuale solo per i brahmani (i sacerdoti, nonché la prima casta indiana).

La tradizione induista e la concezione che questa ha della comunità LGBT+ dimostrano come l’omofobia sia entrata nella società indiana dall’esterno, tramite il colonialismo inglese che dal XVII secolo al 1947 ha governato sul Paese.

La Sezione 377

La società post-coloniale ha mantenuto in auge la legislazione del regime britannico, che puniva con sanzione pecuniaria e una reclusione dai 10 anni al carcere a vita chiunque fosse stato accusato di aver avuto un rapporto omosessuale, ai sensi della Sezione 377 del Codice penale. La legge è rimasta in vigore dal 1861 al 2009 ed è poi stata rintrodotta dal 2013 al 2018, quando una storica sentenza della Corte suprema ha dichiarato indifendibile la criminalizzazione dell’omosessualità.

La sentenza dichiara “incostituzionale la Sezione 377 poiché infrange le libertà fondamentali di autonomia e intimità. Ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è una violazione della Costituzione Indiana.”

Dichiara inoltre che “L’orientamento sessuale è uno dei tanti fenomeni biologici che è naturale e inerente a un individuo ed è controllato da fattori neurologici e biologici. La scienza della sessualità ha teorizzato che un individuo esercita un controllo scarso o nullo su chi viene attratto. Qualsiasi discriminazione sulla base del proprio orientamento sessuale comporterebbe una violazione del diritto fondamentale alla libertà di espressione.”

La Corte suprema ha inoltre ordinato al governo di adottare tutte le misure per trasmettere correttamente il fatto che l’omosessualità non è un reato, per sensibilizzare l’opinione pubblica, eliminare lo stigma dalla comunità LGBT+ e per fornire alla polizia una formazione periodica per sensibilizzarla sul problema.

La comunità LGBT+ in India oggi

Oggi, in India due uomini non possono sposarsi né adottare figli. Mentre vengono deposte diverse petizioni in tribunale a favore del matrimonio tra uomini, il 12 giugno 2020 l’Alta corte di Uttarakhand ha dichiarato che la convivenza e i “rapporti di convivenza” sono protetti dalla legge.

Per le donne il discorso è diverso. Nel 2011, ad Haryana, la Corte ha riconosciuto un matrimonio tra due donne, creando un precedente legale.

L’intervento chirurgico per cambiare il sesso è legale dal 2014 e richiesto per il riconoscimento sui documenti d’identità. Tuttavia, non esistono ancora leggi contrarie alla discriminazione delle persone LGBT+ in India, le quali non possono prestare servizio militare per questo motivo.

La sentenza del 2018 è da considerare una notevole vittoria per i diritti umani in India, tuttavia la Corte non ha vietato alcune pratiche ancora diffuse che dimostrano come l’omosessualità non sia ancora accettata dalla società.

Tra queste, l’allontanamento dei bambini LGBT+ dalle famiglie, la loro esclusione dalla società, i matrimoni combinati forzati, o ancora le scioccanti pratiche dello “stupro collettivo”, della terapia “curativa” imposta a persone omosessuali, gli omicidi di persone LGBT+ “per onore” e infine i suicidi ai quali sono spinti i membri di questa comunità, per i motivi appena elencati.

È importante notare come alcune di queste pratiche siano espressamente vietate dagli antichi testi religiosi, come il matrimonio forzato di sesso opposto tra omosessuali.

La disparità presente tra le zone urbane e quelle rurali, tra le caste, le classi sociali, le comunità presenti in India implica una disparità di trattamento nei confronti dei cittadini LGBT+.

Vyjayanti Vasanta Mogli, attivista transgender e studiosa di politica pubblica presso il Tata Institute of Social Sciences di Hyderabad, punta il riflettore sulle donne lesbiche e gli uomini transessuali delle zone rurali, che subiscono gli abusi più disumani. “I medici del villaggio spesso prescrivono lo stupro per curare le lesbiche dall’omosessualità. Il rifiuto di sposarsi comporta più abusi fisici. Le storie di accettazione della famiglia che si vedono in TV sono più un fenomeno urbano “.

Questo significa che molti membri della comunità LGBT+ Indiana hanno un solo modo per sopravvivere alla loro stessa società: scappare lontano, senza nessun tipo di supporto economico o psicologico, in regioni dell’India più tolleranti o tentando la richiesta di asilo in altri Paesi.

Una legge contro la discriminazione è dunque necessaria in questo scenario, e potrebbe avere conseguenze positive non solo a livello nazionale. Le comunità LGBT+ dei vicini Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh sono state infatti ispirate dalla sentenza indiana del 2018 per richiedere più diritti ai propri governi.

Mentre le fedi abramitiche sono costrette ad abbandonare antichi codici e credenze per accogliere le persone LGBT+ nelle loro comunità, gli induisti devono solo abbandonare le idee importate dalla colonizzazione, e far riferimento al loro antico passato.

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