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Brasile LGBTQ+: leggi virtuose in una società intollerante

Le persone LGBTQ+ brasiliane vivono una condizione piuttosto singolare rispetto alle loro controparti in giro per il mondo o anche semplicemente in America Latina. Se da un lato, infatti, il Brasile può essere considerato uno dei precursori delle tutele nei confronti della comunità LGBTQ+, con le prime normative in materia che risalgono addirittura al XIX secolo, dall’altro rimane un paese le cui problematiche interne mettono spesso a rischio le persone più ai margini della società, nei quali spesso si ritrovano le minoranze sessuali. Questa tendenza non ha fatto che intensificarsi con la presidenza di Jair Bolsonaro, i cui attacchi omofobi e transfobici sono ben noti all’opinione pubblica. Nello spazio che esiste fra, da un lato, un apparato di norme ed una magistratura particolarmente virtuosi nel tutelare la comunità LGBTQ+ e, dall’altro, una società civile alle volte accogliente, alle volte violenta ed intollerante, si sviluppano le vite di queste persone che conducono, nonostante tutto, un’esistenza complicata.

Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile

Come già anticipato, la storia delle tutele legislative nei confronti della popolazione LGBTQ+ brasiliana ha inizio nel 1800, già dalla prima metà precisamente, quando nel 1830 l’allora sovrano Pietro I del Brasile promulgò il nuovo Codice penale brasiliano. Nel testo di legge riformato fu eliminato ogni riferimento al reato di sodomia, presente nel precedente impianto penale frutto del passato regime di stampo coloniale, di fatto legalizzando i rapporti fra persone dello stesso sesso. Da quella data ad oggi, il Brasile ha fornito un chiaro esempio di legislatura virtuosa ed inclusiva, con tutta una serie di tutele e concessioni che si sono susseguite negli anni e che ci permettono di affermare che in Brasile, a livello normativo, le persone LGBTQ+ godono pressappoco degli stessi diritti e garanzie della restante della popolazione.
Se, infatti, dal 1969 non esiste più alcuna regola che vieti agli uomini omosessuali di servire nell’esercito (le donne potranno prestare servizio solo a partire dagli anni ‘80), è con la fine della dittatura militare nel 1985 e la promulgazione di una Costituzione liberale – che vieta espressamente ogni tipo di legge discriminatoria, sia a livello locale sia federale – che inizia effettivamente il processo di equiparazione fra persone LGBTQ+ e resto della popolazione cis-etero.
Nel 1999 il Consiglio Federale di Psicologia, con una decisione certamente progressista ed in anticipo di anni anche rispetto a molti paesi occidentali, vieta espressamente il ricorso a terapie di conversione per gli omosessuali (decisione estesa nel 2018 anche alle persone transessuali in aperta opposizione ad ogni pratica transfobica).
Sempre degli anni 90 (1995 nello specifico) è la prima proposta di riconoscimento delle unioni civili in Brasile che, pur non venendo approvata allora, fu seguita da diverse e numerose sentenze di tribunali locali che consentirono la registrazione di unioni civili tramite atti notarili fino al 2011, quando il Tribunale Supremo Federale legalizzò di fatto la pratica.
Nel maggio del 2013, inoltre, la sentenza è stata implementata con l’istituzione del matrimonio egualitario in tutto il Brasile. A questa decisione si accompagnava l’espresso divieto, ribadito dall’allora Presidente del Tribunale Supremo Joaquim Barbosa, di negare la registrazione di un’unione civile o la conversione di quest’ultima in un matrimonio effettivo, come ancora accadeva all’interno degli studi notarili del Paese. L’equiparazione fra unioni omosessuali ed eterosessuali, in Brasile, comprende anche la materia d’immigrazione, con le prime decisioni in quest’ambito emesse agli inizi del 2000.
Per quanto riguarda le adozioni per coppie dello stesso sesso, in aggiunta, sono consentite in quanto non esistono leggi che le vietino espressamente, ed eventuali norme in tal senso sarebbero inapplicabili poiché ritenute incostituzionali. Diverse sentenze nel corso degli anni hanno confermato questo orientamento della giurisprudenza brasiliana e la pratica è ormai largamente in uso nel paese.
Anche le persone transessuali hanno visto realizzate negli ultimi anni alcune delle loro richieste: l’operazione di riassegnazione di genere è gratuita e garantita dallo Stato, in seguito a una sentenza che afferma che l’intervento è coperto dalla clausola costituzionale che assicura ai cittadini l’assistenza medica gratuita.
Nel 2009, inoltre, la Corte Superiore di Giustizia ha stabilito che il cambio di genere legale per persone transessuali che avevano compiuto la transizione era consentito in tutto il territorio della nazione, secondo la logica per la quale permettere di sottoporsi ad un intervento di riassegnazione del genere senza poter cambiare genere e nome sulla propria documentazione costituiva una forma di pregiudizio sociale.
Il primo marzo 2018, inoltre, il Tribunale Supremo Federale ha stabilito che questo diritto è esteso anche alle persone trans che non hanno completato né hanno intenzione di iniziare un percorso di transizione, garantendo la pratica per mezzo della sola autodeterminazione dell’identità psicologica della persona interessata.
Ancora una volta il Brasile, legiferando in questo senso, si pone fra i primi paesi ad assicurare queste tutele per le minoranze sessuali.

Percezione e Status Sociale

Alla luce del quadro legislativo menzionato, si potrebbe pensare che le persone LGBTQ+ brasiliane conducano una vita tutto sommato sicura priva di pregiudizi e discriminazioni. Ma non è esattamente così.
I dati rendono l’idea dell’enorme spaccatura fra una normativa che tutela ed una società che si dimostra pericolosa e discriminatoria: secondo un sondaggio di Datafolha, la percentuale di persone che credono che l’omosessualità debba essere accettata dalla società è salita dal 64% del 2014 al 74% del 2017. Eppure, il Brasile ha il tasso più alto di uccisioni di persone LGBTQ+, con oltre 380 omicidi avvenuti nel 2017 (277 solo nei primi 9 mesi, secondo Grupo Gay da Bahia), il 30% in più rispetto all’anno precedente.
Secondo Human Rights Watch, nel 2013 le segnalazioni di violenze contro la popolazione LGBTQ+ sarebbero state oltre 3000. Inoltre, in Brasile il 68% delle persone LGBTQ+ ha sperimentato episodi d’omofobia sul posto di lavoro. Sempre nel 2013, LGBTQ Nation ha dichiarato che il 44% dei crimini d’odio contro le minoranze sessuali si sono verificati nel solo Brasile.
Tentare di comprendere una divisione così netta fra le leggi e la società che regolano non è compito semplice. Il Brasile è uno stato laico nel quale la separazione fra Stato e Chiesa è fra le più marcate. Il paese, infatti, non ha una religione ufficiale e, sebbene la presenza dei cattolici sia indubbiamente consistente, diverse confessioni religiose coesistono all’interno della società. Inoltre, parte della popolazione aderisce a tipi di credo afro-brasiliani che accolgono gli omosessuali non solo fra gli adepti ma spesso anche fra i propri sacerdoti. Individuare nella matrice religiosa l’origine della violenza contro le persone LGBTQ+ sarebbe dunque superficiale e inesatto.
Se la radice dell’intolleranza omotransfobica nel paese è difficile da ritrovare, è tuttavia chiaro cosa ha contribuito a intensificarne gli effetti sulla popolazione: la presidenza di Jair Bolsonaro. L’ex militare di estrema destra, infatti, non ha mai nascosto le sue posizioni chiaramente omofobiche, anzi, ne ha spesso fatto motivo d’orgoglio.
Durante la campagna elettorale che ha portato alla sua elezione, diverse dichiarazioni omotransfobiche fatte dal Presidente in passato sono riemerse sulle pagine dei giornali. In accordo a ciò, Bolsonaro ha condotto una campagna in aperta opposizione alla comunità LGBTQ+, con prese di posizione intolleranti verso le donne e le minoranze etniche del paese.
Come conseguenza di questo atteggiamento, i crimini d’odio e gli omicidi di persone LGBTQ+ hanno subito un notevole aumento durante il 2017 e il 2018 (fra questi, quello che ha creato più clamore nell’opinione pubblica è sicuramente l’assassinio dell’attivista e politica Marielle Franco, unica consigliera comunale di Rio de Janeiro nera e apertamente lesbica), come dichiarato da Luiz Mott, presidente di Grupo Gay da Bahia. Fra le persone più colpite da questa tendenza violenta rientrano sicuramente quelle transessuali.
Secondo l’ultimo rapporto della Associação Nacional de Travestis e Transexuais (ANTRA), da gennaio a settembre 2020, gli omicidi ai danni della popolazione transessuale avrebbero subito un aumento del 70% rispetto allo stesso periodo nel 2019. Lo studio si basa sui fatti di cronaca riportati dai mezzi di informazione, il numero dei crimini riportati dunque potrebbe essere più alto. La pandemia di COVID-19, inoltre, non ha fatto che peggiorare la situazione già delicata delle minoranze sessuali in Brasile. Un quarto delle persone omosessuali e transessuali ha perso il lavoro a causa del virus e la disoccupazione all’interno della comunità è il doppio rispetto a quella del resto della popolazione.
In un contesto così complicato e di difficile interpretazione, l’attivismo e le realtà sociali presenti sul territorio assumono un’importanza vitale nel processo di educazione e sensibilizzazione della popolazione brasiliana.
Il Paese, infatti, nonostante tutte le problematiche sopra menzionate, ha visto nascere negli anni numerose associazioni ed iniziative che portano avanti le istanze della comunità LGBTQ+. Queste ultime sono ormai ben inserite all’interno della società brasiliana e svolgono le loro attività in armonia con le altre associazioni ed organizzazioni della società civile (a tal proposito si ricordi che il Pride di San Paolo è la più grande celebrazione LGBTQ+ del mondo, con la partecipazione attiva di oltre 4 milioni di persone). Nominare tutte queste realtà territoriali sarebbe impossibile, a titolo esemplificativo dunque si segnala una delle prime realtà a rappresentanza delle minoranze sessuali, già menzionata prima più volte: il Grupo Gay da Bahia. L’organizzazione, in attività dal 1980, ha sede a Salvador, nello stato di Bahia, e si occupa della difesa dei diritti delle persone LGBTQ+, lotta all’omotransfobia, sensibilizzazione sui temi dell’HIV, dell’AIDS e di altre malattie sessualmente trasmissibili ed ospita inoltre un importante centro di documentazione sui crimini ai danni delle persone omosessuali e transessuali brasiliani con diverse pubblicazioni alle spalle.

Senza il lavoro di queste realtà forse il Brasile non sarebbe mai approdato ai risultati virtuosi raggiunti sul campo normativo. Ciò che è certo è che quando e se la società brasiliana rifletterà la sicurezza e le tutele che le leggi emanate negli anni promettono di assicurare, sarà anche e soprattutto merito del prezioso lavoro delle attiviste e degli attivisti brasiliani che ogni giorno, anche a rischio della loro stessa vita, combattono per riaffermare il diritto di ognuno ad essere se stesso.

Gianmarco Cristaudo

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