Carovana (anti)americana: un amore non corrisposto

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Abbiamo l’ultima tappa del nostro viaggio nella storia da affrontare.

Abbiamo visto un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina che si è trasformato in una feroce gelosia. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Dopo la caduta del blocco sovietico iniziò una nuova fase nella regione che qui ci interessa. Questa però iniziò comunque con un intervento americano.

Il 20 dicembre del 1989, 13 mila soldati americani si unirono a un contingente di proporzioni analoghe stabilmente deputato alla protezione dei diritti americani nell’area del Canale di Panama con l’obiettivo di catturare Manuel Noriega, il famigerato leader delle forze di difesa panamensi che all’inizio del mese si era autoproclamato capo del governo. All’inizio del 1988 Noriega era stato condannato da un tribunale federale in Florida per riciclaggio di denaro sporco e traffico di droga.

L’amministrazione Bush, individuando nel leader di Panama un simbolo del traffico di stupefacenti, lanciò “l’Operazione giusta causa” senza consultare gli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani. Noriega fu arrestato, e successivamente processato e condannato a Miami. Ci furono proteste diffuse in America Latina e l’opinione pubblica americana nel suo complesso accolse l’intervento come una vittoria nella cosiddetta “Guerra alla Droga”. Il traffico di droga però, continuò a prosperare per tutti gli anni ’90.

Un’altra operazione importante ci fu nel 1994 quando i marines americani furono chiamati ad intervenire ad Haiti. L’amministrazione Clinton aveva lanciato “l’operazione difesa della democrazia” a seguito di una montante crisi di rifugiati innescata dall’operato di una serie di regimi repressivi nell’isola. Per tutti gli anni ’80 le precedenti amministrazioni avevano rimpatriato gli haitiani che cercavano di sfuggire al regime brutale di Jean-Claude Duvalier; solo a 28 dei circa 23 mila “Boat People” haitiani venne dato asilo negli Stati Uniti.

Duvalier fu rovesciato nel 1986 e Jean Bertrand Aristide vinse le elezioni democratiche nel 1990. Questo però venne deposto nel 1991 da un colpo di stato militare condannato dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione degli stati americani. Questa volta, vista l’impennata del flusso dei rifugiati, la guardia costiera americana concesse temporaneamente un porto sicuro a migliaia di Haitiani nella base militare della Baia di Guantanamo a Cuba. La prospettiva che fino a 200 mila haitiani prendessero il mare stava iniziando a creare una grave crisi sul piano politico e umanitario. Per ristabilire l’ordine furono inviate ad Haiti truppe americane.

Quindi in cosa consiste questa nuova fase? Sostanzialmente vi è stato un cambio di logica. Entrambe le operazioni, pur rimanendo espressione della persistente egemonia americana nei Caraibi, erano dettate da considerazioni di politica interna.

Dal punto di vista economico ancora negli anni ’90 era chiara la dipendenza economica dell’America Latina dagli Stati Uniti. In parte ciò era dovuto alla storica disparità in termini di ricchezza.

Il PIL degli Stati Uniti era ancora sette volte quello dell’America Latina, ma la popolazione dell’America Latina era del 75% più numerosa. L’America Latina restava relativamente povera e sovrappopolata, il che era una delle motivazioni alla base della massiccia migrazione illegale verso il nord. Malgrado le transazioni con la regione fossero nel complesso diminuite tra il ’70 e l’80, gli Stati Uniti nel 1990 restavano comunque il principale partner commerciale di tutti i Paesi della regione.

Il rapporto Nord-Sud iniziò a sembrare piuttosto diverso rispetto al passato ma lo spirito antiamericano, da sempre prevalente nella regione per i diversi motivi che abbiamo accennato, si esacerbò.

In un sondaggio del 2007 più della metà dei latinoamericani dichiarano di avere una visione negativa degli Stati Uniti ed esponenti dell’antiamericanismo come Hugo Chavez, presidente venezuelano fino al 2013, cominciarono a rappresentare una speranza per molti latinoamericani.

Oggi l’antiamericanismo è ancora forte e la speranza venezuelana sta affogando nell’inflazione, nella povertà e nella violenza.

Nel frattempo, il 13 ottobre una carovana dei migranti si è messa in marcia con l’intento di arrivare negli Stati Uniti. Sono partiti dal nord dell’Honduras, hanno attraversato il Guatemala e il 20 ottobre, con 4.500 esseri umani, hanno bussato alle porte del Messico.

Da lì l’attenzione mediatica è salita. Il primo eco è stato dato dal presidente Trump che, attraverso una serie di tweet, ha usato questa iniziativa come strumento di campagna elettorale per le recenti Midterm Elections.

All’inizio, ha minacciato il Guatemala di revocare gli aiuti concessi, nel caso in cui il governo non fosse intervenuto per fermare la carovana che passava per il suo territorio. Quindi, ha ordinato l’impiego di forze armate al confine per la protezione contro “l’invasione”. Ha finito con il minacciare la revoca del NAFTA, da poco rinnovato.

La Carovana è, in un modo o nell’altro, riuscita ad arrivare a Tijuana e il 26 novembre le tensioni sono aumentate sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Le autorità americane hanno utilizzato lacrimogeni contro la folla. I migranti della carovana denunciano che gli Stati Uniti li hanno costretti a partire dopo aver appoggiato quello che viene riconosciuto come il colpo di stato del 2009, contro il presidente honduregno Zelaya, e di aver gettato in una forte instabilità Paesi come il Guatemala ed El Salvador.

Per noi finisce questo viaggio in una storia d’amore ormai esausta. Una storia altalenante fatta di rapporti difficili. Una storia che voleva illustrare il perché di un sentimento così forte di antiamericanismo. Certo, le motivazioni sono più profonde e ce ne sono molte altre. Ogni storia d’amore è più profonda di quanto raccontiamo, di quanto capiamo e di quanto esprimiamo. Proprio per questo cercheremo di raccontare le situazioni dei diversi Paesi nelle nostre schede paese e in altri articoli. Continuate a seguirci, presto inizieremo un nuovo viaggio.

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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“SOS Colombia”: la repressione silenziosa di un popolo stanco

SOS Colombia è lo slogan intonato dai manifestanti silenziati con la forza dalla polizia in occasione delle proteste contro il governo. Il 28 aprile scorso, infatti, centinaia di migliaia di cittadini colombiani sono scesi nelle piazze e nelle strade delle città per protestare contro le nuove riforme proposte dal governo di Iván Duque. Dopo pochi giorni dall’inizio delle manifestazioni pacifiche, le forze di polizia e le forze speciali hanno attaccato i civili, dando il via ad una repressione violenta che è proseguita indomita per oltre due mesi. Dove eravamo rimasti Con Large Movements abbiamo ampiamente parlato della Colombia, evidenziando luci ed ombre dell’attualità socio-politica ed economica di questo Paese posizionato al nord dell’America Latina, in un luogo strategico per le connessioni tra il continente e la superpotenza statunitense. Oggi riprendiamo il discorso perché la tregua tra il governo e la guerriglia FARC-EP siglata nel 2016 rischia di rivelarsi uno specchio per le allodole per tutti coloro che vogliono vivere in pace in un Paese che da oltre 60 anni si fa la guerra. Ed è proprio dalla narrazione sulla pace e sulla guerra, per noi raccontata da M., che l’ha vissuta sulla sua pelle, che riprendiamo a parlare della Colombia, perché mai come adesso è necessario farlo. Nel 2018 sale alla presidenza colombiana Iván Duque Márquez, personaggio asceso dalle fila di Uribe, il “Signore della Guerra”. La politica di Duque si dimostra da subito in contrasto con quella di Santos, suo predecessore e fautore degli accordi di pace di due anni prima. La tensione interna al Paese torna presto a salire, e dal novembre del 2019 i cittadini dimostrano il loro malcontento con le prime manifestazioni pubbliche contro il governo. Il Covid in Colombia: la risposta del governo Lo scoppio della pandemia da COVID-19 ha significato un collasso del sistema sanitario colombiano, ed una gestione dell’emergenza sanitaria poco efficiente a livello nazionale. Nonostante i tentativi di arginarne la diffusione portati avanti dai singoli comuni, il virus ha colpito ad oggi quasi 5 milioni di persone, causando oltre 120 mila vittime e facendo della Colombia il terzo Paese del continente per numero di decessi associati al nuovo virus. Sicuramente la responsabilità del fallimento del sistema sanitario ricade sul governo e sui poteri politici, ma parte della colpa è attribuibile ai cittadini che non hanno rispettato le norme di sicurezza messe in atto dai poteri centrali, in segno di forte sfiducia nei confronti di questi. I numeri associati alla crisi economica conseguente al lockdown sono spaventosi: a maggio 2020 il livello di disoccupazione ha raggiunto il 21,4%, con oltre 5 milioni di persone che hanno perso il lavoro in un solo mese. Lo stop di gran parte delle attività commerciali ha colpito maggiormente la classe medio-bassa, andando a gravare sul divario di ricchezza già imponente in Colombia. Per fronteggiare l’emergenza il governo centrale ha investito il 4.1% del PIL in aiuti e forme di finanziamento per le categorie più vulnerabili della popolazione, ampliando così il debito pubblico del 15% circa (dati aggiornati ad aprile 2021, secondo il Fondo Monetario Internazionale). L’aumento vertiginoso del debito pubblico costituisce un grande problema per un Paese che negli ultimi decenni ha faticato molto per migliorare la propria presenza nel quadro economico e finanziario internazionale. L’aumento del divario nelle finanze del governo mette a repentaglio la fiducia che le agenzie di rating hanno nella capacità della Colombia di pagare il suo debito, con un crollo dei finanziamenti esteri che ne potrebbe conseguire. La proposta di riforma del sistema tributario Per far fronte alla situazione allarmante, a distanza di appena un anno dal dilagare della prima ondata di pandemia nel Paese, il presidente Duque ha presentato un progetto di riforma del settore tributario (la terza del suo mandato), stavolta accompagnata da una proposta di cambiamento del servizio sanitario nazionale. L’obiettivo prefisso – da molto considerato ambizioso – è di recuperare il 2% del PIL e di privatizzare il settore sanitario, lasciando esclusi i più poveri da un servizio di qualità. Le modifiche alle imposte si articolerebbero in due modalità: da una parte ampliando la base dei contribuenti in base al reddito ed a partire da chi guadagna circa 700 dollari americani al mese; dall’altra estendendo l’imposta sul valore aggiunto (IVA) di alcune categorie di prodotti, tra cui quelli elettronici e del trasporto. Tra le varie proposte, il Ministero delle Finanze presenta quella di inserire una “tassa temporanea e di solidarietà” per chi possiede un patrimonio superiore a 1,3 milioni di dollari, dell’1% o del 2% in base alla portata del patrimonio stesso. Se da un lato si vuole tassare la ricchezza, dall’altro si avanza la proposta di creare un reddito di cittadinanza come ammortizzatore sociale, nonché di rendere permanenti i programmi sociali creati con la pandemia. Per quanto, all’apparenza, la riforma andrebbe a gravare maggiormente sulla classe medio-alta, il ceto più povero non ne resterebbe immune. Questo, costituito in gran parte da persone che vivono alla giornata ed appena in grado di procurarsi di che mangiare, si è letteralmente ridotto alla fame con la chiusura delle attività e l’imposizione della quarantena nazionale. Pertanto, il progetto di riforma presentato da Duque è stato interpretato dalla popolazione come un altro colpo alla povertà del Paese. Ma non solo: questa terza riforma fiscale rappresenterebbe l’ennesima promessa non mantenuta dal presidente, che in campagna elettorale aveva dichiarato che non avrebbe aumentato la pressione fiscale, ma anzi che avrebbe potuto addirittura diminuirla. SOS Colombia: proteste pacifiche e repressioni violente Dopo la presentazione pubblica del progetto di riforme, la popolazione ha reagito. Sull’onda delle prime proteste contro il governo del 2019, i cittadini si sono organizzati in marce di dissenso e manifestazioni pacifiche nelle città della Colombia. Precisamente il 28 aprile del 2021, i cittadini si sono riversati nelle strade, chiedendo la revoca dei progetti di riforma e piuttosto dell’istituzione di un reddito di base universale al livello del salario minimo nazionale; aiuti aggiuntivi alle piccole imprese e la proibizione dell’utilizzo del glifosato negli erbicidi, che sta impoverendo il terreno e mettendo sul

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Màxima Acuña per la difesa dell’ambiente

Màxima Acuña Atalaya de Chaupe è una contadina peruviana diventata famosa per la sua lotta in difesa dell’ambiente contro l’imponente progetto minerario Conga di proprietà della Newmont Mining Corporation e della compagnia mineraria Buenaventura. Per aver difeso il diritto di vivere pacificamente nella propria terra e per la difesa dell’ambiente e delle lagune presenti nella regione, nell’Aprile del 2016 Màxima Acuña Atalaya de Chaupe ha ricevuto il Goldman Environmental Prize. Per la sua lotta è conosciuta anche come la “Dama de las lagunas“, la signora delle lagune. La rottura della pace della Laguna Azul Nata nel 1970 in Perù a Sorochuco (distretto della provincia di Calendìn nella regione di Cajamarca), Màxima Acuña Atalaya de Chaupe vive una vita tranquilla nella propria regione natale fino al 2011. Fu proprio in quella regione che Màxima e suo marito, Jaime Chaupe, nel 1994 acquistarono un terreno di 24,8 ettari, nella zona alto andina di Sorochuco, in un’area conosciuta come Tragadero Grande. Lì, a 3.200 metri di altezza sul livello del mare, costruirono la propria casa di fronte alla splendida Laguna Azul. La famiglia viveva del raccolto dei prodotti della loro terra e dell’allevamento di pecore e mucche per latte e formaggio. Oltre a ciò, Màxima trascorreva le giornate tessendo e cucendo vestiti. Di tanto in tanto intraprendeva lunghi viaggi verso la città per vendere i prodotti che tesseva e che produceva nella fattoria. Questa era la vita di Màxima prima che venisse sconvolta dal progetto minerario Conga. Negli ultimi due decenni, l’industria mineraria in Perù è cresciuta a una velocità vertiginosa. Con la promessa di posti di lavoro e prosperità economica infatti, il governo peruviano ha assegnato licenze minerarie in tutto il paese ma, nonostante le promesse di prosperità e sviluppo, a pagare sono stati i contadini rurali. Questi raramente vennero consultati nello sviluppo di progetti minerari e tutt’oggi continuano in gran parte a vivere nella povertà più assoluta in quanto, a seguito di detti progetti, sono stati privati delle proprie terre. Inoltre, in molte comunità, i rifiuti minerari inquinano i corsi d’acqua locali, costringendo la popolazione locale a ricorrere a luoghi meno facilmente accessibili e più distanti per l’approvvigionamento quotidiano di acqua potabile e di acqua per irrigare i campi. Come detto in premessa, quella di MàximaAcuña Atalaya de Chaupe dunque è solo una delle vite che è stata sconvolta dall’avvento dell’industria mineraria ma abbiamo scelto la sua storia perché ne è emersa una donna straordinaria, tenace difensore dei diritti di quelle popolazioni e promotrice di cambiamento. Màxima viene per la prima volta a contatto con le mire delle multinazionali minerarie perché l’area nella quale vive ancora oggi la famiglia Chaupe era di interesse della società mineraria Yanacocha. Questa nel 2010 chiese al governo peruviano di espandere il raggio d’azione del proprio progetto Minas Conga. La società mineraria era detenuta dalla società statunitense Newmont Mining Corporation e sostenuta dalla società peruviana Minas Buenaventura e dalla Banca Mondiale. Il progetto contava sull’investimento di 5 miliardi di dollari e mirava a creare una miniera di oro e di rame in un’area che si estendeva per oltre 20 km² – area da realizzare distruggendo quattro lagune che fornivano l’acqua agli abitanti di Celedìn e Cajamarca. Nell’area concessa dal governo peruviano veniva inclusa una porzione del territorio che comprendeva la Laguna Azul e la terra della famiglia Chaupe. Nello specifico, la laguna sarebbe stata trasformata in una fossa di stoccaggio dei rifiuti, minacciando così di compromettere le sorgenti di cinque bacini idrografici e l’ecosistema di Páramo di Cajamarca. La lotta di Màxima Acuña Atalaya de Chaupe Nel 2011 Màxima si rifiutò di vendere la sua proprietà alla Yanacocha e ciò diede inizio ad una campagna di intimidazione, criminalizzazione e violenza nei suoi confronti. L’8 agosto 2011 le forze di sicurezza privata della Yanacocha e la polizia fecero irruzione nella casa della famiglia Chaupe. Distrussero l’abitazione e picchiarono tutta la famiglia, lasciando incoscienti Màxima e la figlia. Quando la famiglia decise di denunciare l’incidente alla stazione di polizia, i poliziotti si rifiutarono di mettere a verbale i fatti. Poco dopo vi fu una seconda aggressione e la famiglia cercò di riferire l’incidente all’ufficio del procuratore di Celedìn attraverso foto e video. Anche questo tentativo si rivelò un insuccesso e le prove presentate dalle vittime non vennero mai raccolte dagli inquirenti. Da quel momento la vita della famiglia è stata costellata da continue intimidazioni che hanno reso molto difficile portare avanti l’allevamento del bestiame, costringendo la famiglia ad indebitarsi sempre di più. Nel 2012 il governo Peruviano si è trovato a dover fronteggiare molteplici proteste scoppiate proprio a causa dei progetti minerari. Tre grandi progetti (il Tià Maria, il Quellaveco e il Conga) infatti, sono rimasti paralizzati a causa della forte opposizione e delle proteste della popolazione locale. In particolare, il progetto Conga è finito nel mirino dei manifestanti per i possibili danni ai promontori del bacino idrografico e perché, in passato, la società Yanacocha non aveva rispettato gli impegni ambientali. Le proteste crebbero di intensità in diverse parti della regione di Cajamarca ed il 5 luglio vennero uccisi 5 manifestanti. Il 21 ottobre Màxima Acuña Atalaya de Chaupe accolse i manifestanti nella sua proprietà ma la società mineraria aveva già presentato azioni legali contro di lei e la sua famiglia con l’accusa di “occupazione illegale ed usurpazione”. La settimana dopo, il 29 ottobre, il giudice di Celedìn dichiarò colpevole la famiglia Chaupe condannando Màxima a 3 anni di reclusione ed al pagamento di 200 soles (nel 2021 equivalgono a circa 45€) come compensazione dei danni subiti dalla società mineraria. La vittoria dei movimenti contadini Dopo gli avvenimenti del 2012, Màxima Acuña Atalaya de Chaupe si è avvalsa dell’assistenza legale di GRUFIDES – ONG ambientalista di Cajamarca che aveva già rappresentato membri della comunità locale nei processi contro le società minerarie. Con l’aiuto dell’avvocatessa Mirtha Vásquez, la famiglia Chaupe è ricorsa in appello contro la sentenza di primo grado – che, come si è visto, condannava Màxima alla reclusione ed al pagamento di un’ammenda – adducendo nuova

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Lupita: la forza dell’ape messicana

Guadalupe “Lupita” Vasquez Luna è un’attivista, artigiana e insegnante nativa messicana, nonché rappresentante del popolo Tzotzil-Maya presso il Consiglio Nazionale Indigeno del Messico (CNI), consigliera presso il Consiglio Indigeno del Governo (CIG) e prima donna a ricevere il bastone del comando dell’organizzazione Las Abejas de Acteal (Le Api di Acteal), di cui è membro. Lupita lotta da anni per portare alla luce le problematiche che affliggono le comunità native e, soprattutto, per ottenere verità e giustizia sul massacro di Acteal, di cui lei è una sopravissuta.   La strage di Acteal Il 22 dicembre 1997 un gruppo di paramilitari entra nella chiesa della comunità di Acteal e uccide 45 persone. All’epoca dei fatti Lupita ha 10 anni e riesce a salvarsi perché il padre le ordina di scappare e nascondersi tra le piantagioni di caffè. Quel giorno perde nove familiari: i genitori, la nonna, lo zio e cinque fratelli. Tutte le vittime, nativi Tzotzil-Maya, appartengono all’organizzazione Las Abejas, un movimento cristiano e pacifista che lotta per i diritti delle popolazioni indigene e che ha da sempre appoggiato gli obiettivi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ma non i mezzi usati per raggiungere tali obiettivi, vale a dire la lotta armata. Per molti questo è il motivo del massacro avvenuto ad Acteal: un’offensiva contro una comunità indigena alleata della resistenza zapatista. Però la versione ufficiale delle indagini riduce tutto ad uno scontro tra popolazioni native evitando così il coinvolgimento dello Stato nel massacro o le omissioni di intervento da parte delle autorità locali, consapevoli dell’esistenza di gruppi di paramilitari nel Chiapas (regione in cui si trova Acteal). Da allora, i superstiti e i familiari delle vittime non hanno smesso di battersi per ottenere la verità. Grazie alle pressioni nazionali ed internazionali, il governo messicano ha aperto un’inchiesta che ha portato all’arresto e alla condanna delle persone direttamente coinvolte nel massacro, ma nessun esponente del governo locale e nazionale dell’epoca è stato accusato di essere il mandante di quel crimine. Sono passati più di 20 anni ma nulla è cambiato anzi, i paramilitari arrestati sono stati rilasciati e nel comune di Chenalhó, in Chiapas, si temono ripercussioni contro la popolazione. L’organizzazione Las Abejas ha deciso di portare il caso davanti la Corte Interamericana dei Diritti Umani, che ancora non si è pronunciata in merito, accusando lo Stato messicano di crimine contro l’umanità. La figura di Lupita Dopo la strage Lupita, una volta adulta, non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia insieme a Las Abejas per quello che accadde ad Acteal. È diventata un’attivista talmente importante nel contrasto alle politiche statali che rendono sempre più difficile la vita delle comunità indigene che nel 2018, quando il Consiglio Nazionale Indigeno decide di candidarsi per le elezioni presidenziali messicane, è stata scelta come consigliera del Consiglio Indigeno del Governo per la regione di Los Altos del Chiapas. In quel periodo viaggia per tutto il Messico per incontrare tante organizzazioni e rafforzare i legami instaurati per aiutare nelle cause di privatizzazioni ed espropri delle terre. Nel 2019 Lupita è protagonista del documentario “Lupita. Que retiemble la tierra” (Lupita. Lascia tremare la terra) diretto da Mónica Wise e Eduardo Gutiérrez Wise. Il documentario mostra diverse sfaccettature di Lupita: la sopravvissuta impegnata nella ricerca della verità, la madre amorevole e l’attivista che combatte per i diritti del suo popolo. Noi di Large Movements celebriamo la forza di Lupita che da anni si batte per migliorare le condizioni di vita dei popoli nativi del Messico e ci uniamo alla sua lotta per la ricerca della giustizia affinché la comunità di Acteal possa ottenere giustizia e vivere in pace. Se ti è piaciuto l’articolo CondividiCi!

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Il conflitto in Colombia: storia del soldato che si batte per la verità

Oggi inizia dicembre, ma il caldo non accenna a darci tregua. Mi trovo in Colombia, dove sono venuta a scrivere la tesi di laurea magistrale e, per caso o per destino, ho conosciuto M.: un soldato dell’esercito nazionale che si è congedato dopo sei anni di servizio. Da quell’incontro casuale in piscina lui si è dimostrato subito incuriosito nei confronti della mia palese provenienza europea. Da allora è venuto spesso nell’appartamento che condivido con altri studenti, per farci assaggiare i piatti tipici cucinati alla perfezione, per insegnarci a ballare la salsa e la cumbia in salotto, per condividere con sincero orgoglio le tradizioni del suo Paese. La condivisione è un tratto che contraddistingue i colombiani, e M. sembra voler condividere il più possibile con noi, specialmente il suo passato travagliato, la storia del suo Paese che tanto ama. Da quando gli ho spiegato che sto analizzando i contenuti dell’accordo di pace tra il governo e la guerriglia FARC, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha confessato di essere stato un soldato dell’esercito proprio in quel conflitto che per più di 50 anni ha dilaniato la Colombia e che nel 2016 sembra aver raggiunto una tregua. Oggi è qui per raccontarmelo. Si siede vicino a me e mi versa un bicchiere di aguapanela appena preparata. Iniziamo.  LM: “Perché hai deciso di diventare un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia?”  M: “A 17 anni mi sono diplomato e mi sono ritrovato di fronte a un bivio. L’idea di poter scegliere la carriera militare mi è stata data da mia zia quando mi ha parlato del suo compagno, che era un sottufficiale dell’esercito. Mi ha spiegato che chi fa parte dell’istituzione gode di diversi benefici: uno stipendio fisso, la possibilità di studiare, l’assicurazione sanitaria, la pensione dopo 25 anni di lavoro. Inoltre, a me è sempre piaciuta l’attività fisica, infatti inizialmente mi sono iscritto all’università, alla facoltà di educazione fisica. Il giorno in cui reclutavano per entrare nell’esercito ho dovuto prendere la prima decisione: andare a fare il test militare o andare a dare un esame all’università. In realtà la scelta neanche c’era: se fossi andato all’università non avrei potuto essere stabile economicamente perché non avevo il sostegno dei miei genitori poiché mia madre non aveva un lavoro in quel momento, quindi ho deciso di arruolarmi. Sono entrato nell’esercito e ho fatto esami medici, psicologici, fisici e sono andati molto bene.” “Sono stato il primo in graduatoria di tutti coloro che li hanno sostenuti nella mia area. Ero anche uno dei più giovani.“ “La prima volta che sono arrivato nell’accademia militare la sensazione che ho provato è stato di voler tornare a casa. Abbiamo viaggiato in due autobus grandi, pieni di ragazzi. Dopo più di 2 ore di viaggio, erano le 4.30 di mattina, siamo arrivati e come siamo scesi dai bus un soldato ci ha ordinato di metterci a raccogliere tutte le foglie secche dal terreno. Non sono tornato a casa allora, avevo molti occhi puntati su di me: i miei amici del quartiere, la mia famiglia che diceva in giro: «M. se n’è andato»… Mi stavo mettendo alla prova, ma se queste aspettative non ci fossero state penso che sarei tornato subito a casa. In quel momento è iniziata una delle avventure che penso non potrò mai dimenticare nella vita, che è stato l’Esercito Nazionale.”  L’accademia militare: come si diventa un soldato dell’Esercito Nazionale della Colombia  M: “Sono stato nella scuola militare per 18 mesi. Il periodo si divide in tre semestri: prima sei una recluta, poi brigadiere e infine un dragone. Nell’ultimo semestre segui un corso di controguerriglia e ci sono prove che sono molto difficili, sono sfide. Lì le percepisci come sfide, ma quando esci e vedi la realtà dei fatti, ti accorgi che sono veri e propri abusi. Ti mettono moltissima pressione psicologica, fisica e alimentare, ti colpiscono con le doghe del letto se fai qualche errore, usano la violenza per insegnare. Ad un certo punto del mio secondo semestre ho reagito contro un capitano che era appena arrivato nella scuola. Noi dormivamo pochissimo, 3-4 ore al giorno, quando riuscivamo a dormire. La sera dovevamo fare le pulizie, e quel giorno stavamo pulendo i bagni il più velocemente possibile per poi andare a dormire. Il capitano è entrato nella stanza e ci ha ordinato di fare esercizi a terra mentre lui passava tra di noi e ci prendeva a calci. Si stava avvicinando a me quando gli ho detto che se mi avesse toccato mi sarei dimenticato che lui è il comandante e io uno studente. Mi ha messo comunque un piede addosso, allora io mi sono alzato, l’ho spinto via e me ne sono andato. Ho fatto rapporto al comandante della scuola. In quel periodo stavano uscendo notizie da tutta la Colombia che nell’esercito i superiori approfittavano del loro potere per maltrattarci, nessun soldato veniva risparmiato dall’abuso. Non succedeva solo da noi, ma in tutti i battaglioni era qualcosa di molto comune.” “La prima volta che ho sentito la storia del conflitto contro la guerriglia me l’hanno raccontata lì ma, dato che mi è sempre piaciuto approfondire per conto mio, mi sono informato sulla realtà del Paese.“ “L’impressione che ne ho tratto è che i ribelli della guerriglia si erano armati per rivendicare i loro diritti di essere ascoltati dallo Stato, e che avevano un modo diverso di pensare. Ma nell’accademia quello che ti insegnano è che devi odiarli, li devi uccidere e che deve scorrere sangue. Ci sono canzoni militari che dicono: «Voglio nuotare in una piscina piena di sangue, sangue di guerrigliero. Sangue! Sangue! Rosso! Rosso! Denso! Denso! Sangue di guerrigliero!» queste canzoni lavorano la mente di tutti gli studenti della scuola e molti ne escono con quel desiderio, con quella sete di sangue. Grazie alla vita, grazie a Dio, io non sono uscito con quella sete di uccidere, perché non mi piace fare del male ad altre persone.” Il conflitto in Colombia: il debutto di M. come soldato regolare M: “Quando ho finito i tre semestri nella scuola sono uscito come comandante

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I migranti venezuelani in Colombia

Con 4,6 milioni di persone che hanno lasciato il Venezuela in seguito alla crisi politica ed economica degli ultimi anni, in America Latina è in corso una crisi migratoria senza precedenti. In un’epoca di ostilità, chiusura e innalzamento di muri, la vicina Colombia ha assorbito circa 1,8 milioni di migranti venezuelani, praticando finora una politica di solidarietà, ovviamente non senza contraddizioni. La crisi venezuelana Sono finiti gli anni del boom economico venezuelano, quando il paese caraibico rappresentava, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), una delle destinazioni preferite dai migranti interni latinoamericani. La situazione si è rovesciata, ora dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela si parte. Lo hanno fatto circa 4,6 milioni di persone in pochi anni e l’UNHCR stima che arriveranno a 6,5 milioni entro fine 2020, quasi il 20% della popolazione venezuelana. Le ragioni dell’esodo, secondo nel mondo solo a quello siriano, sembrano evidenti se si pensa che l’economia venezuelana si è ridotta di due terzi dal 2013 al 2019 e che il Paese è entrato da qualche anno in un periodo di profonda instabilità politica, oltre che economica. Significativo il fatto che il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, prosecutore del c.d. socialismo bolivariano di Hugo Chávez, non sia riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale e che lo scorso anno il principale leader dell’opposizione Juan Guaidó si sia autoproclamato presidente, in un tentativo fallito di prendere il potere. Le cause dell’attuale situazione venezuelana sono complesse e molteplici: l’iperinflazione, le sanzioni dettate dagli Stati Uniti, il debito accumulato negli anni, la mancanza di democrazia nelle politiche governative, un sistema economico basato da lungo tempo quasi esclusivamente sulla produzione di petrolio, fortuna e condanna del Paese. Le radici geopolitiche di una crisi non sono mai semplici da rintracciare in America Latina, forse il maggior terreno di scontro ideologico tra capitalismo e socialismo, storicamente dilaniata da accaparramenti, corruzione ed ingerenze esterne. Ciò che è certo sono i fatti, la crisi politico-economica ha costretto il Venezuela a condizioni di estrema povertà e di mancanza di beni di prima necessità, come cibo e medicinali e la popolazione sta abbandonando in massa il Paese. La migrazione in Colombia Quasi l’80% dei migranti venezuelani si trovano in America Latina e il Paese che ne ha assorbiti di più è la vicina Colombia, al confine ovest del paese caraibico, seguita da Perù, Cile, Ecuador, Brasile e Argentina. Secondo i dati ufficiali di Migración Colombia, a dicembre 2019 erano più di 1.771.000 i venezuelani presenti nel Paese, di cui circa 220.000 minori. A differenza di altri paesi sudamericani, la Colombia non era abituata a ricevere migranti, al contrario erano i colombiani ad emigrare in cerca di una vita migliore, lontana dalla guerra civile che ha dilaniato il Paese per decenni. Proprio il Venezuela più di tutti ha accolto i rifugiati colombiani, attirati anche dalla sua passata prosperità economica. Nonostante un rapporto dell’UNHCR del 2019 mostri come, negli ultimi anni, i rientri in patria dei colombiani espatriati in Venezuela siano aumentati sostanzialmente, la memoria storica colombiana non ha dimenticato l’accoglienza ricevuta. L’idea di ricambiare il favore, legata forse alla presa di coscienza dell’inevitabilità del fenomeno migratorio venezuelano, ha portato la Colombia ad adottare politiche migratorie abbastanza aperte. Nel 2016, ad esempio, sono stati istituiti i Permessi speciali di permanenza (Pep), che permettono ai migranti venezuelani di godere di diritti fondamentali, quali l’accesso a lavoro, sanità e istruzione. Tali permessi sono risultati ancora più utili in ragione dell’impossibilità per i venezuelani di rinnovare i propri documenti, dato il congelamento dei rapporti diplomatici tra Colombia e Venezuela e la conseguente chiusura delle ambasciate. Risale all’estate 2019 un altro provvedimento del governo colombiano elogiato dalle organizzazioni umanitarie, ovvero la concessione della cittadinanza a 24mila bambini nati in Colombia da donne venezuelane, con effetto ex-post anche sulle nascite che avverranno nei prossimi due anni. Le cifre che la Colombia sta investendo per gestire il recente fenomeno migratorio sono alte, e difficili da sostenere per un paese che deve affrontare le conseguenze di un conflitto duro a morire. Ciononostante a livello regionale sono stati instituiti dei meccanismi per coordinare e facilitare l’inclusione legale, sociale ed economica dei cittadini venezuelani. I governi dei paesi latinoamericani maggiormente interessati dall’arrivo dei venezuelani, hanno infatti congiuntamente lanciato il Piano di risposta regionale umanitaria per rifugiati e migranti 2020 (RMRP), uno strumento che intende coordinare e raccogliere i fondi per gestire il flusso migratorio. Un delicato equilibrio La popolazione colombiana ha inizialmente reagito positivamente all’accoglienza dei migranti venezuelani, ma sembra che negli ultimi mesi siano aumentati i casi di xenofobia e stigmatizzazione. In una società come quella colombiana, fortemente provata dal conflitto armato e da una crescente stratificazione sociale, i migranti venezuelani si sono andati ad aggiungere alla fascia di popolazione più marginalizzata, quella che popola le periferie delle grandi città.  In particolare, secondo le autorità colombiane, il 90% dei venezuelani in Colombia lavora nell’economia informale. D’altronde, secondo il Dipartimento amministrativo nazionale di statistica, il 47,2% degli stessi colombiani lavora nell’informalità e nella precarietà. La nuova situazione emergenziale creatasi con la pandemia di COVID-19 ha ulteriormente complicato la situazione dei migranti venezuelani. Il presidente colombiano Ivàn Duque il 13 marzo 2020 ha temporaneamente chiuso le frontiere per arginare il diffondersi del nuovo coronavirus, ma gli oltre duemila chilometri di confine che separano i due paesi, in parte zone isolate ed interessate dal conflitto armato, sono difficili da controllare. Il rischio è maggiore per i migranti non legalmente registrati in Colombia, circa la metà dei quasi due milioni presenti sul territorio, secondo una stima di Migración Colombia. Questi ultimi non hanno quindi accesso alle prestazioni sanitarie, oltre ad essere costantemente a rischio di violenza, sfruttamento, lavoro minorile, reclutamento da parte dei gruppi armati e tratta. In ultimo, una conseguenza del COVID-19, riguarda gruppi di migranti venezuelani che stanno cercando di tornare in patria nelle ultime settimane. Le misure di quarantena adottate dal governo colombiano, per il momento previste fino al 27 aprile, hanno bloccato l’economia informale e alcuni migranti, ormai senza lavoro, preferiscono tornare a casa, seppur nelle disastrose

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La condizione delle donne in Brasile sotto il governo Bolsonaro

Il Brasile è il quinto Paese al mondo per estensione territoriale e fa parte dei BRICS, quei Paesi che stanno rapidamente aumentando il loro grado di rilevanza economica a livello internazionale. Dei 210 milioni di abitanti, molti fanno parte di tribù native o sono afroamericani, e più della metà sono donne. Il boom economico degli ultimi decenni deriva dalla dittatura militare che ha governato il Paese per ben vent’anni, fino al 1989. Il regime ha significato l’apertura del mercato finanziario del Brasile verso l’economia internazionale, favorendo la logica del profitto a discapito del rispetto per i diritti umani di minoranze e popolazioni native. La costituzione del 1988 ha restituito i diritti civili alle popolazioni brasiliane, e ha disciplinato le funzioni legislative, esecutive e giudiziarie della nuova politica. Da allora, le elezioni – democraticamente svolte – hanno portato ad un susseguirsi di presidenti di centro-sinistra che tuttavia non hanno saputo fronteggiare l’inflazione e la crisi economica che hanno colpito il paese quando crollò la dittatura. A seguito dello scandalo per corruzione che investì il partito opponente, e che portò all’impeachment della prima ed unica presidentessa donna Dilma Rousseff, Jair Bolsonaro fu eletto presidente del Brasile nel 2018. Questi è il primo presidente di estrema destra che sale al potere dalla caduta del regime di dittatura militare. Bolsonaro si presentò alla popolazione come colui che risolleverà l’economia stagnante degli ultimi anni a discapito, nuovamente, dei diritti civili dei cittadini. La sua retorica fortemente misogina rischia di annullare completamente i progressi in materia di diritti delle donne brasiliane – già di per sé piccoli – raggiunti dopo decenni di lotte femministe. Vediamo nel dettaglio come. Il femminismo brasiliano: poche conquiste non mettono a tacere le rivendicazioni Nonostante le enormi difficoltà e resistenze a loro opposte dalla società civile, i movimenti femministi brasiliani hanno vinto diverse battaglie importanti. Oltre alla grande capacità di mobilitazione delle masse, le attiviste per i diritti delle donne sono state in grado di unire le lotte contro il razzismo e, più recentemente, l’omofobia, per acquisire potenza e legittimità, e creando così un femminismo intersezionale in grado di ottenere risposte. I maggiori risultati ottenuti dai movimenti per i diritti delle donne in Brasile si riassumono nelle seguenti date: 1919 – Bertha Lutz fonda la Federazione Brasiliana per il progresso delle donne; 1939 – le donne ottengono il diritto di voto; Anni ’70 – molte donne partecipano attivamente alla lotta contro la dittatura militare; 1984 – nasce il Consiglio nazionale per la condizione della donna, che promuove una campagna di successo per includere i diritti delle donne nella Carta costituzionale; 2006 – emanazione della Legge Maria da Penha contro la violenza domestica. Nel 2015 scoppiano nuovi moti di protesta in risposta al disegno di legge 5.069/2013. La proposta rappresentava una minaccia per i diritti conquistati dalle donne poiché, se approvata definitivamente, avrebbe limitato loro l’accesso all’aborto, alla pillola del giorno dopo, alla giustizia in caso di stupro. Le mobilitazioni che seguirono furono capitanate dalle donne, e la proposta finì per essere accantonata. Oggi, la disuguaglianza di genere in Brasile si concretizza in una bassa partecipazione politica delle donne ai processi decisionali, in un vasto divario salariale ed in una scarsa garanzia dei diritti quali l’aborto, l’affidamento dei figli in caso di divorzio, l’emancipazione economica. Inoltre, la violenza contro le donne è un fenomeno molto diffuso in Brasile, basti pensare agli 1.2 milioni di casi di violenza domestica registrati nel 2017. Le parole di Marielle Franco, tratte da un discorso che avrebbe dovuto pronunciare pochi giorni dopo il suo misterioso assassinio nel 2018, mettono in luce la condizione della donna brasiliana: “Parlare di uguaglianza tra donne e uomini, ragazze e ragazzi, è parlare della vita di chi è ancora incapace di difendersi dalla violenza. E questo è molto di più dei 50.377 casi registrati nel 2016, qui, a Rio. Diversamente da quanto si parla o, purtroppo, da quanto siamo abituati a vedere nelle aule legislative, non siamo la minoranza. Siamo la maggioranza della popolazione, anche se siamo sottorappresentati in politica. Anche se possiamo guadagnare stipendi più bassi, essere relegate a posizioni inferiori, lavorare tre giorni lavorativi, essere giudicate per i nostri vestiti, essere soggette a violenza sessuale, fisica, psicologica, uccise quotidianamente dai nostri partner, non saremo messe a tacere: le nostre vite contano!” Marielle Franco: simbolo della lotta per l’emancipazione Nata e cresciuta in una favela di Rio de Janeiro, Marielle Franco si afferma sulla scena politica del Brasile grazie al suo coraggio. Come attivista ha portato avanti le battaglie per la riqualificazione degli slum, per i diritti delle donne, degli afroamericani, e delle persone LGBTQI+. Ha denunciato la brutalità della polizia, le violenze razziste, misogine ed omofobe, le violenze tutte. Ha condannato le esecuzioni extragiudiziali e si è fatta portavoce degli svantaggiati. Il 14 marzo 2018 viene assassinata a sangue freddo insieme al suo autista, da 3 pallottole che le trapassano il cranio e il collo, mentre stava rientrando da un tavolo di consultazioni. Pochi giorni prima, attraverso un post su Twitter, aveva ribadito la sua condanna alla brutalità della polizia, con una frase emblematica: “quanti ancora devono morire per porre fine a questa guerra?” La morte di Marielle Franco ha causato un moto di proteste e manifestazioni a favore delle minoranze, dei più vulnerabili della società brasiliana. Le investigazioni portate avanti nei mesi successivi hanno portato all’identificazione e l’arresto di due sospettati. Tuttavia, le indagini proseguono nel silenzio dell’attuale presidente Bolsonaro, che non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto. L’omicidio di Marielle si aggiunge alla lista di tutti quegli attivisti per i diritti umani che vengono assassinati in molti Paesi dell’America Latina a causa del loro impegno socio-politico nel denunciare soprusi ed ingiustizie che le cosiddette “minoranze” sono costrette ad affrontare su base quotidiana. La consigliera di Rio si è guadagnata il rispetto di molte di queste “minoranze”, e la sua morte non è caduta nel silenzio, nonostante le dinamiche esatte del suo omicidio restino nascoste sotto uno spesso velo di omertà. Jair Bolsonaro: l’estrema destra torna al potere

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