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Diritti LGBTQ+ in Afghanistan: vietato essere “diversi”

Guardando alla storia dell’Afghanistan l’immagine che emerge è quella di un paese spesso scisso e frammentato, sconvolto da conflitti che lo hanno reso politicamente instabile e nel quale convivono più o meno armonicamente diversi sistemi di leggi che possono fare capo a fonti anche molto diverse fra loro. È nell’Islam, la religione ufficiale di stato secondo quanto afferma la Costituzione, che il paese ha spesso ritrovato la sua unità. Se queste sono le premesse, ad ogni modo, è abbastanza scontato aspettarsi una vita molto difficile per le persone LGBTQ+. Le minoranze sessuali in Afghanistan, infatti, vivono una condizione drammatica in un paese che difficilmente tollera qualsiasi elemento che si discosti dalla morale islamica stabilita e riaffermata da autorità politiche e religiose. Senza possibilità di vivere apertamente la propria condizione, senza un dibattito pubblico che riaffermi i bisogni e le necessità delle persone che non sono per forza etero o cis, senza leggi e garanzie che tutelino le categorie più vulnerabili, essere queer in Afghanistan significa vivere al di fuori della legge e della società in uno spazio di isolamento ai margini del Paese dove il rischio e il pericolo sono sempre dietro l’angolo.

Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile

L’articolo 6 della costituzione afghana afferma l’importanza dell’impegno per il rispetto della dignità umana e dei diritti civili, tuttavia è possibile constatare che non tutte le categorie di cittadini siano ritenute degne di tali tutele. La comunità LGBTQ+, insieme ad altre minoranze,viene oppressa ogni giorno non solo dalla tradizione islamica, ma anche dal sistema giudiziario, il quale spesso ricorre alla religione senza limitazioni ben chiare.La Repubblica Afghana è infatti una repubblica islamica, che basa quindi i propri valori su tale religione, facendo riferimento alla sharia o “legge di dio”, la quale può essere applicata anche in ambito giudiziario. L’art. 130 della Costituzione infatti afferma che “in assenza di una disposizione di legge applicabile al caso specifico, le corti giudicano…in conformità con la giurisprudenza hanafita”. La sharia si basa su due fonti principali: il Corano e la Sunna, composta dall’hadith, ovvero ciò che è stato trasmesso (tramite azioni, comportamenti o parole) dal profeta Maometto, e che non è ricavato da documenti scritti, ma da testimonianze indirette e interpretazioni; tra le varie scuole giuridiche, quella hanafita è oggigiorno la più diffusa all’interno del mondo islamico ed è ritenuta la più liberale e tollerante, in quanto prevede punizioni meno frequentemente rispetto agli altri madhahib (scuole giuridiche). Ciò non è certo rassicurante poiché, con la diffusione del fondamentalismo islamico a partire dal diciannovesimo secolo, ciò che prima era generalmente tollerato, come le relazioni omosessuali, oggi è diventato passibile di hudud (punizione corporale) e sanzioni più severe, inclusa la pena capitale, in uso durante il regime dei Talebani ma in disuso a partire dalla sua caduta. Il diritto cosiddetto “laico” all’interno della repubblica afghana criminalizza l’omosessualità. Nonostante il codice penale sia stato riformato nel 2017, non sono state introdotte nuove tutele rivolte alle minoranze LGBTQ+, sono stati anzi mantenuti tutti gli articoli che puniscono comportamenti non eteroconformi. Il Codice Penale, infatti, nel Capitolo Quarto (“Crimini contro la Castità e la Pubblica Morale”) legifera in questi termini:
-l’art. 398 legittima il delitto d’onore, la cui giustificazione esplicita può essere, oltre l’adulterio, la scoperta di un rapporto omosessuale, in quanto compromettente l’onore dell’intera famiglia.
-le sezioni 647, 648 e 649 prevedono invece lunghe pene di reclusione per i reati di sodomia,con aggravanti in caso di differenze d’età, di potere e di violazione dell’onore della famiglia dei soggetti coinvolti.
la sezione 645 punisce chi commette “musahaqah”, ovvero chi intraprende una relazione sessuale tra due donne.
le sezioni 649 e 650 non solo criminalizzano il “tafkhiz”(relazione omosessuale senza penetrazione), ma anche chi lo favorisce, ovvero chi presenta i due soggetti l’uno all’altro o chi gli procura un posto per commettere l’atto.
Oltre questi reati, dato il sistema giudiziario misto del paese, possono essere aggiunte pene derivanti, direttamente dalla sharia, a discrezione del singolo giudice, che possono culminare in gravi umiliazioni e punizioni corporali. La stessa pena capitale, cui il regime Talebano faceva abitualmente ricorso per punire reati di questa fattispecie, è una praticata per lo più abbandonata. Tuttavia non ci si deve illudere che essa non sia più universalmente applicata. La grande frammentarietà dell’Afghanistan e da un punto di vista politico e da un punto di vista giuridico contribuisce a creare tanti e diversi centri di potere, locale e centrale, laico e religioso, istituzionale ed eversivo, e può dunque accadere che chi detiene le redini del potere possa anche disporre del diritto di vita o morte sui cittadini e le cittadine che amministra. Se la netta avversione portata avanti dalle autorità giudiziarie non fosse abbastanza, la comunità LGBTQ+ in Afghanistan è ancora pesantemente oppressa anche per via dei molti ostacoli che impediscono la nascita di un dibattito pubblico sulle istanze delle minoranze sessuali; la legge infatti proibisce pubblicazioni che vadano “contro le morali del paese” e perfino gli scambi postali con “contenuti osceni” non sono permessi, il che complica di molto il lavoro degli attivisti e delle attiviste e rende di fatto illegale e pericoloso sostenere e contribuire al progresso dei diritti civili.

Percezione e Status Sociale

Un paese con un profondo sentimento religioso quale l’Afghanistan nel quale oltre il 99% della popolazione professa fede islamica e al cui interno convivono diversi sistemi di leggi che, pur con le loro contraddizioni e conflitti interni, sono tutti concordi nel condannare l’omosessualità e qualsiasi altra condotta giudicata difforme dalla morale derivata dall’Islam, non è sicuramente il contesto in cui la comunità LGBTQ+ può prosperare in tranquillità. Le minoranze sessuali afghane, infatti, non solo non godono di alcun tipo di garanzia o tutela (matrimonio egualitario,unioni civili, gestazione per altri, adozione per coppie dello stesso sesso sono tutte pratiche proibite dalla legge) ma sono inoltre apertamente osteggiate e dalle istituzioni governative, e dall’opinione pubblica e dalle cittadine e i cittadini che fanno il Paese Reale. Non sorprende, dunque, quel che afferma un rapporto del 2017 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti secondo il quale in Afghanistan le persone appartenenti a una minoranza sessuale hanno sperimentato bullismo, discriminazione, aggressioni, violenze sessuali nonché arresti arbitrarie altri abusi di potere da parte delle autorità. A monte di questa netta avversione per le istanze LGBTQ+ in Afghanistan si ritrova sicuramente il fondamentalismo di matrice islamica che impregna il tessuto sociale del paese e scoraggia qualsiasi aspirazione progressista, non soltanto per le persone omosessuali, bisessuali, trangender etc. Tuttavia, affidare l’intera responsabilità al bigottismo e alla chiusura mentale su influenza dell’Islam sarebbe superficiale e incorretto. Una buona parte della veemenza e dell’accanimento con cui sono perseguiti certi “reati” è dovuta alla cultura machista e maschilista che affonda le radici nel profondo della società afghana. Questo tipo di cultura sancisce la distinzione netta fra uomini e donne, privilegiando i primi e svalutando le seconde, affermando la superiorità di un sesso sull’altro e condannando, di conseguenza, il femminile e tutto ciò che vi fa riferimento come qualcosa di debole e tutto sommato nocivo, in speciale misura quando atteggiamenti e modi universalmente ritenuti femminili si presentano in un uomo. Le persone omosessuali, dunque, sono giudicate anche e soprattutto in funzione del “tradimento” della mascolinità che dovrebbe contraddistinguerli oltre che per la deviazione dalla morale islamica prescritta nei testi e riaffermata dalle autorità politiche e religiose. Per lo stesso motivo pratiche come il travestitismo e il cross-dressing (la pratica di indossare indumenti e biancheria del sesso opposto rispetto al proprio sesso d’assegnazione), alle quali si potrebbe guardare con meno gravità, sono invece ritenute altrettanto serie e punite con uguale intensità. Se questo è il quadro sociale in cui si sviluppano le vite delle persone LGBTQ+ non sorprenderà sapere che in Afghanistan la discussione su sessualità e identità di genere è praticamente inesistente. A puro titolo esemplificativo, citiamo l’episodio di cronaca del 2011 nel quale una testata afghana intervistò un uomo per via degli adesivi arcobaleno, LGBTQ+-friendly presenti sulla sua vettura. L’uomo non sapeva fossero simboli della comunità LGBTQ+ e una volta scopertolo se ne sbarazzò prontamente onde evitare di passare per un sostenitore o un appartenente alla comunità. Il livello di educazione e istruzione sui temi della sessualità e degli studi di genere è dunque estremamente basso e questo incide, chiaramente, anche sulla consapevolezza in fatto di malattie sessualmente trasmissibili. Si pensi che il primo centro per il trattamento dell’AIDS-HIV è sorto a Kabul solo nel 2009, con gli esponenti del partito socialdemocratico, la forza politica più liberale in Afghanistan, che solo a seguito delle pressioni internazionali ha dichiarato di indirizzare i loro sforzi per combattere la pandemia di AIDS e solo per questo, considerando ancora inaccettabili le istanze della comunità LGBTQ+. Eppure, nel paese è presente una tradizione storica cementata che si discosta dalla norma eterosessuale imposta dalla società e dalla religione. Il Bacha Bazi è una forma istituzionalizzata di schiavitù sessuale che prevede lo sfruttamento di giovani uomini in condizioni di disagio (orfani, poveri etc.) da parte delle milizie armate alle quali per legge è proibito intrattenere rapporti con l’altro sesso. Questa pratica fa capo a una tradizione molto antica che è stata di volta in volta tollerata e promossa dalla società ma anche condannata e proibita sotto il regime dei Talebani. Anche per questo motivo, in Afghanistan l’omosessualità è spesso associata alla pedofilia e alla prostituzione, contribuendo al grande stigma sociale che subiscono le persone LGBTQ+. In un contesto sociale quale quello descritto, le organizzazioni di persone LGBTQ+ che promuovano iniziative in favore della comunità sono proibite dalla legge e riunirsi in realtà di questo tipo può costituire un vero e proprio pericolo. Il lavoro degli attivisti e delle attiviste dunque viene stroncato sul nascere, tuttavia esistono comunque personalità e iniziative degne di essere menzionate. Fra queste citiamo il caso di Hamid Zaher, attivista e scrittore rifugiatosi in Canada per sfuggire a un matrimonio con una donna imposto dalla sua famiglia, e quello di Nemat Sadat, professore di Scienze Politiche all’Università Americana dell’Afghanistan, che nel 2013 è diventata la prima personalità pubblica afghana a fare coming out come omosessuale. La lotta per la liberazione e l’emancipazione delle persone LGBTQ+ passa anche e soprattutto per gli sforzi di queste persone ai quali si unisce la voce di Large Movements nella speranza che un giorno, si spera presto, anche in Afghanistan chiunque possa vivere la propria vita e la propria identità alla luce del sole.

La comunità LGBTQ+ dalla presa di Kabul di Agosto

Con l’ingresso dei Talebani a Kabul e la conquista del Paese avvenuta lo scorso mese, la situazione per le minoranze in Afghanistan, sebbene già non fosse delle più rosee, si è ulteriormente aggravata. A farne le spese sono stati soprattutto le donne e le persone LGBTQ+ che dalla metà di agosto hanno vissuto una riduzione drastica dei loro diritti fondamentali e delle poche libertà delle quali godevano sotto la precedente amministrazione, già nota per non essere particolarmente inclusiva. Violenza, oppressione e una sospensione repentina e preoccupante dei diritti umani sono gli strumenti e le modalità attraverso le quali è accaduto tutto questo. Dall’insediamento dei Talebani, infatti, sono già molte le segnalazioni di scomparse di persone ritenute morte a causa del loro orientamento sessuale e/o l’identità di genere. Le minoranze sessuali in Afghanistan, che già prima sperimentavano discriminazione e oppressione, vivono nel terrore di essere scoperti e uccisi sul posto.
Il 25 agosto diverse testate hanno riportato la notizia che a Kabul i Talebani hanno esposto il corpo smembrato di un uomo omosessuale con l’intento di lanciare un messaggio molto chiaro: questa è la fine che faranno tutti quelli come lui. Altre segnalazioni comprendono episodi di violenze sessuali perpetrate ai danni di uomini omosessuali e persone transgender da parte di milizie talebane.
Le associazioni LGTQ+ presenti nel paese, che prima di agosto riuscivano ad operare solo clandestinamente, sono state completamente sciolte. Anche protetti da anonimato, gli attivisti che ne facevano parte rifiutano adesso di rilasciare dichiarazioni temendo per la loro vita. In risposta a questa emergenza, diversi attivisti fuggiti dall’Afghanistan si sono attivati a riguardo ma i loro appelli ai paesi occidentali per inserire le persone LGBTQ+ nelle liste di categorie vulnerabili sono rimasti inascoltati. Nemat Sedat ha dichiarato che i Talebani attueranno una politica di “adescamento, uccisione e disfacimento” (bait, kill, dump) sui corpi delle persone LGBTQ+. Le chat e i siti internet dedicati alla comunità non sono utilizzate per incontri romantici ma per organizzare le fuga dal paese. Tuttavia ci sono già testimonianze di persone adescate proprio attraverso questi canali e finite in seguito in mano ai Talebani.
Con la crisi umanitaria che continua ad aggravarsi e il conto delle vittime che continua a salire, la pagina Instagram @afghanlgbt continua il suo attivismo condividendo appelli per accogliere le persone LGTBQ+ e portarle via dal Paese.

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Gianmarco Cristaudo
Giulia Coccheri

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