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La voce gay di Kakuma: tra violenze e denunce inascoltate.

Nei nostri due precedenti articoli abbiamo parlato dei diritti LGBTQ+ in Kenya e delle violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno del campo profughi di Kakuma

Proseguendo, dunque, l’inchiesta che Large Movements APS sta portando avanti insieme ad International Support Human Rights, in questa sezione di approfondimento cercheremo di analizzare la situazione specifica di J., nome di fantasia di uno degli ospiti gay di Kakuma con i quali abbiamo avuto modo di parlare. 

Come tanti altri che vivono a Kakuma, J. ha lasciato il suo Paese d’origine a causa delle discriminazioni subite da amici e familiari in ragione della sua omosessualità, per cercare rifugio nel vicino Kenya. Speranza e desiderio di libertà lo hanno accompagnato lungo il suo viaggio, ma la realtà delle cose si è rivelata molto più cruda e dura di quanto potesse immaginarsi.

La testimonianza di J.

Durante l’intervista, J. ha utilizzato frequentemente le parole contenute nella cosiddetta “Word Cloud” (letteralmente “nuvola di parole”) rappresentata di seguito. Le parole più evidenti sono quelle che J. ha utilizzato con maggiore frequenza durante l’intervista.

Come possiamo notare facilmente, questi vocaboli ci restituiscono una fotografia particolarmente amara della cruda realtà che J. e gli altri ospiti LGBTQ+ di Kakuma sono costretti a sopportare: 

Immagine che contiene testo

Descrizione generata automaticamente

Arrivo a Kakuma. J. è un cittadino ugandese, costretta a scappare dal suo Paese in quanto, a causa della sua omosessualità, ha subito violenze da parte di amici, familiari e dal governo nazionale. È fuggito così in Kenya ed è arrivato a Kakuma il 3 marzo 2020.

Una volta lì, l’amministrazione del campo gli ha confiscato il passaporto e la carta d’identità nazionale che, ad oggi, non gli è stata ancora restituita. Successivamente, è rimasto per 20 giorni nell’area di prima accoglienza per poi essere successivamente trasferito all’interno del campo vero e proprio. Già nell’area di accoglienza, J. racconta di aver ricevuto le prime minacce di morte da parte di altri rifugiati che lo hanno spaventato a tal punto da ricordare ancora la grandissima paura provata al momento del trasferimento nel campo di Kakuma con il resto degli ospiti.

L’incendio e le prime violenzeIl 13 aprile la casa in cui alloggiava è stata data alle fiamme e, dopo essere svenuto a causa del fumo, J. è stato portato all’ospedale del campo dalla polizia, risvegliandovisi il giorno successivo. Qui ci racconta di essere stato molestato dal personale dell’ospedale, i quali sostenevano che non sarebbe avvenuto alcun rogo se le persone LGBTQ+ non vivessero a Kakuma. Il giorno dopo l’incidente alcuni membri dello staff di UNHCR e del governo kenyota si sono recati sul posto per valutare la situazione, assicurando a J. che avrebbero agito quanto prima contro i responsabili. Ad oggi, J. è ancora in attesa di aggiornamenti circa lo stato delle indagini. 

Poche settimane dopo, continua l’intervistato, mentre lui ed alcuni suoi compagni stavano raccogliendo l’acqua, sono stati aggrediti e picchiati da alcuni cittadini etiopi ospiti del campo. Gli aggressori sostenevano che gli ospiti omosessuali di Kakuma non potessero bere la loro stessa acqua, altrimenti li avrebbero contaminati. Anche in questo caso, J. ha denunciato l’aggressione alla polizia del campo, che gli ha assicurato che avrebbe avviato delle indagini e che avrebbe richiamato tutte le vittime dell’aggressione successivamente per raccoglierne le testimonianze.

Una volta recatisi nuovamente dalla polizia del campo però, alle vittime è stato chiesto di togliersi le scarpe e sono stati costretti a trascorrere la notte in cella. La mattina dopo sono stati portati alla stazione di polizia di Kakuma, dove gli agenti presenti li hanno chiamati froci di fronte agli altri detenuti. Questo li ha esposti ad ancora ulteriori pericoli dal momento che sono stati costretti a rimanere – immotivatamente – per tre giorni in cella con persone potenzialmente omofobe alle quali la loro omosessualità era stata rivelata. 

Dopo essere tornati all’interno del campo, J. ed altre persone hanno continuato a denunciare nuovi casi di aggressione, ricevendo sempre la stessa risposta: non essendoci abbastanza prove a supporto di quanto denunciato dalle vittime, nessuna azione formale può essere intrapresa dalla polizia kenyota né dallo staff di UNHCR di Kakuma.

Gli attacchi continuano, ma nessuno lo ascolta. Il 27 aprile 2020 J. ed altre persone LGBTQ+ residenti a Kakuma si sono recate presso la struttura dell’UNHCR chiedendo protezione, ma le loro richieste sono state definite delle “semplici” proteste non autorizzate e come tali neanche esaminate. Dopo poco tempo da questi fatti, J. ed altri membri della comunità LGBTQ+ di Kakuma hanno subito ulteriori aggressioni da parte dei residenti del campo. Durante questi attacchi, J. è stato ferito al basso ventre riportando lesioni talmente gravi da costringerlo ad urinare sangue per molti mesi ed è anche stato gravemente ferito al braccio (aggredito con un machete mentre recuperava il telefono dall’area di ricarica del campo). A seguito di quegli attacchi repressivi, continua J., altre 40 persone sono state portate in ospedale. 

Il 15 marzo 2021, J. è stato nuovamente attaccato con una bomba molotov durante la notte. Ha trascorso dieci mesi in ospedale per riprendersi da quell’aggressione, mentre riceveva molestie dal personale e cure mediche scadenti dall’ospedale, con medicazioni mancate delle ferite al punto che le sue “gambe hanno iniziato a marcire”. È stato poi trasferito in una struttura privata a Nairobi, dove la sua sicurezza non era ancora garantita perché sia lui che gli altri ospiti, erano costantemente minacciati di subire nuovi attacchi nel futuro a causa del loro orientamento sessuale. 

Naturalmente, tutta questa situazione è stata denunciata da J. all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ed alle autorità del Kenya, senza che venisse intrapresa alcuna azione per fornirgli la protezione di cui ha diritto. 

L’attesa. Dopo gli attacchi, J. ha chiesto di essere trasferito in una struttura più sicura. È stato poi intervistato per il riconoscimento dello status di rifugiato nel febbraio 2022. Ora è in attesa della conferma della sua condizione di rifugiato. Procedura questa che, secondo quanto gli è stato detto, avrebbe dovuto richiedere un massimo di sei mesi ma per la quale non ha ancora ricevuto esito. 

Le condizioni di vita a Kakuma si sono rivelate a dir poco dure per J. e per le altre persone LGBTQ+ del campo. E poiché è impossibile per lui tornare in Uganda, dove la sua sessualità gli renderebbe impossibile la vita da uomo libero, il reinsediamento è la migliore possibilità che ha di avere una nuova vita normale, dove non solo può vivere liberamente ed in sicurezza, ma anche essere utile agli altri ed alla società. 

Pagella del Kenya

Per poter comprendere il peso della testimonianza dell’intervistato, è necessario analizzare la situazione kenyota dei diritti LGBTQ+ e fare luce su quanto accade all’interno del campo profughi di Kakuma. 

Secondo il database Equaldex, il Kenya registra un equality index – una valutazione sperimentale del grado di riconoscimento e di tutela da un punto di vista legale e sociale della comunità LGBTQ+ in una determinata regione – di 25/100

Se ne deduce pertanto una bassa accettazione e tolleranza totale, la quale a sua volta rispecchia perfettamente l’assenza dei diritti civili riconosciuti alla comunità LGBTQ+ Kenyota. 

Quanto detto trova diretta esemplificazione all’interno del report annuale di Freedom House, dove si può leggere che il Kenya detiene un punteggio di 48/100, valutazione che indica il Paese come parzialmente libero. Tra gli assetti e gli indici presi in considerazione, quelli rilevanti per la nostra inchiesta sono sicuramente i punteggi relativi ai diritti politici ed alle libertà civili della comunità LGBTQ+, con particolare riferimento a rifugiati e richiedenti asilo. 

Dall’analisi, si evince che le politiche e le pratiche non garantiscono la parità di trattamento dei vari segmenti della popolazione, rendendo quindi la società kenyota diseguale e frammentata. 

È naturale comprendere come e quanto le porzioni della comunità kenyota di nostro interesse restino tagliate fuori dalla macchina dello sviluppo economico e sociale.  Nello specifico, continuano le segnalazioni di abusi da parte della polizia nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo. A mero titolo di esempio si riporta che i somali attualmente residenti in Kenya sono spesso soggetti di asprissime repressioni governative perché sterotipicamente considerati contemporaneamente rifugiati e terroristi – un’idea sbagliata esacerbata dagli attacchi Shabaab in Kenya a partire dal 2010. Inoltre, I rifugiati ed i richiedenti asilo provenienti dai Paesi vicini, in particolare i bambini, sono vittime di tratta sessuale e soggetti al-lavoro-forzato. 

Ma cosa accade quando membri della comunità LGBTQ+, rifugiati e richiedenti asilo etero vengono fatti alloggiare insieme? Ed ancora, cose succede quando un migrante è LGBTQ+? 

La durezza di Kakuma. La risposta a queste domande la troviamo analizzando le condizioni del campo profughi di Kakuma. Come già raccontato durante il nostro primo articolo dedicato a questo argomento, il campo è situato nella Rift Valley, una delle zone più aride e isolate del Paese. Inoltre, le condizioni di vita all’interno dei campi sono ben al di sotto di qualsiasi standard minimo di dignità umana. A titolo di esempio, si riporta che sono frequenti le infestazioni parassitarie, il cibo scarseggia e le strutture igienico-sanitarie sono al collasso. 

Tuttavia, come ci ha riportato J., le già ostili condizioni di vita di coloro che vivono a Kakuma si aggravano se ci concentriamo sulla porzione dei richiedenti asilo LGBTQ+, costretti a convivere con persone provenienti dai loro stessi Paesi di origine – in primis Uganda e Somalia. Questa convivenza li espone alle stesse pratiche omofobe, le stesse violenze e molestie che sono molto spesso alla base della loro fuga dal proprio Paese. Questi atti di violenza e brutalità sono all’ordine del giorno all’interno del campo di Kakuma, e tutte le vittime con cui abbiamo parlato si sono lamentate di non avere una reale protezione da parte dell’UNHCR, che spesso non risponde alle richieste di aiuto e/o protezione. 

Molti richiedenti e rifiugiati LGBTQ+ di Kakuma si sono trovati, pertanto, a vivere fuori dalle baracche, a dormire all’aperto per proteggersi a vicenda e persino per le strade di Nairobi, considerate più sicure rispetto agli alloggi assegnati loro. 

La luce in fondo al tunnel. Nonostante la strada per la piena accettazione sia ancora lunga e tortuosa, negli ultimi anni si sta però registrando un importante attivismo da parte della società civile kenyota, con lo scopo di sensibilizzare il resto della popolazione circa l’uguaglianza e la tolleranza delle diversità. Tra queste troviamo la Gay and Lesbian Coalition of Kenya, il Gay Kenya Trust e la National Gay & Lesbian Human Rights Commission che con il loro operato si battono per i diritti di tutti e tutte. A rendere il tutto ancora più invivibile e pericoloso, è il silenzio dell’UNHCR come denunciato dai ragazzi e dalle ragazze intervistat* da noi. 

Per mantenere alta l’attenzione sulla drammaticità delle condizioni di vita di queste persone, LMPride ha deciso di pubblicare, con cadenza periodica e proteggendone l’identità, le interviste realizzate ad alcuni degli ospiti del campo di Kakuma, fungendo dunque da megafono delle loro voci – fin troppo spesso inascoltate dalla comunità internazionale.

Ascolta la testimonianza di J. a questo link.

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Giuseppe Antonio Mura

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