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Politiche estrattive in Colombia: quali ricadute su ambiente e diritti umani?

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Murales a Barranquilla, Colombia. Foto di Martina Leigheb

In Colombia cosi come in tutta l’America Latina, l’intensificarsi dello sfruttamento dei territori, tramite politiche di tipo estrattivista, impatta negativamente sull’ambiente e sui diritti umani, in particolar modo quelli dei popoli indigeni, mettendo in evidenza le carenze di un modello di sviluppo tutt’altro che sostenibile.

Il modello estrattivista

Il concetto di estrattivismo è largamente utilizzato in America Latina per riferirsi ad una modalità di accumulazione cominciata con la colonizzazione del subcontinente americano, la quale prevede che alcune regioni del mondo siano specializzate nell’estrazione e nell’esportazione di materie prime, mentre altre regioni siano dedite al loro consumo. In questo senso, le attività considerate estrattiviste sono quelle che comprendono lo sfruttamento di grandi quantità di risorse naturali, come i minerali, il petrolio, i prodotti agricoli e forestali. 

I paesi latinoamericani dipendono fortemente dall’estrazione delle loro risorse naturali e dalla loro esportazione all’estero, seguendo un modello di export-led growth che non permette di diversificare l’economia e la fa dipendere pericolosamente dal valore che le materie prime in questione hanno sul mercato internazionale, esemplificativo in questo senso è il caso del Venezuela.

Le critiche al modello estrattivista si muovono tuttavia soprattutto riguardo agli effetti che questo ha sull’ambiente. Se l’ambiente e le sue risorse vengono considerati esclusivamente in quanto beni economici da vendere al miglior offerente e mezzi per accrescere lo sviluppo, e se quest’ultimo è inteso come mero aumento del prodotto interno lordo, va da sé la mancata protezione e la degradazione ambientale che i paesi latinoamericani stanno vivendo.

La concezione ambientale degli indigeni di Abya Yala

L’America Latina o Abya Yala, come chiamata dai popoli indigeni, è un’area esemplificativa di come lo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali non abbia conseguenze solo a livello ambientale, ma anche relativamente ai diritti di quei popoli strettamente interconnessi con la natura, i popoli indigeni, i cui componenti sono stimati in circa 42 milioni sul territorio sudamericano.

Il contributo dei popoli indigeni alla gestione e alla protezione dell’ambiente è ormai riconosciuto a livello internazionale, basti pensare che i c. d. “protettori della Terra” preservano circa l’80% della biodiversità del pianeta.

Il territorio costituisce per i popoli indigeni una base spirituale e materiale indissolubilmente legata alla loro identità passata e futura. Dagli anni Novanta in poi è iniziato un recupero della visione indigena ambientale, a partire dalla diffusione dei concetti andini di Pacha Mama e Buen vivire della loro inclusione in alcune costituzioni latinoamericane, come quelle di Bolivia e Ecuador.

Il concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua quechua, implica una vita in armonia tra individui, comunità e natura ed è presente con diversi termini in tutte le culture indigene latinoamericane. Nella cosmovisione indigena il benessere è possibile solo all’interno della comunità e nel rispetto della Pacha Mama, dunque l’elemento essenziale del buen vivir è la protezione della natura. In questo senso risulta essere un’ottima alternativa rispetto alle moderne sfide ambientali e di sviluppo.

Dato il legame imprescindibile che i popoli indigeni hanno con l’ambiente e il territorio, da un lato per le loro caratteristiche spirituali e culturali, dall’altro perché la maggior parte di essi dipende materialmente dalle risorse naturali, si può affermare che la loro sopravvivenza in quanto popoli indigeni dipenda dalla conservazione e dalla tutela dell’ambiente in cui vivono.

D’altro canto, fin dalla colonizzazione questi popoli hanno affrontato appropriazioni illecite delle loro terre ancestrali, trasferimenti forzati delle comunità, inquinamento delle risorse naturali da cui dipendono. Per fortuna i movimenti indigeni latinoamericani sono caratterizzati da una storica solidità e forza che li ha portati a resistere, per quanto possibile, ai numerosi tentativi di sterminio e di assimilazione sin dal periodo della colonizzazione europea. 

In nome dello “sviluppo”, vengono realizzati sui territori indigeni attività estrattive, progetti idroelettrici e megaprogetti energetici, inclusi quelli di energia rinnovabile, che portano al dislocamento forzato dei popoli indigeni, spesso senza un’adeguata compensazione. L’elezione di leader politici, come Jair Bolsonaro in Brasile, che supportano l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali non può che peggiorare la situazione.

L’industria mineraria, in particolare, ha effetti devastanti sulle comunità indigene, poiché questi perdurano anche quando i progetti di estrazione si concludono. In particolare i progetti estrattivi hanno conseguenze negative nella coesione dei popoli indigeni del territorio dove hanno luogo, a causa degli spostamenti forzati e delle divisioni delle comunità, e spesso impediscono lo svolgersi delle attività agro-pastorali tradizionali. La convergenza tra protezione dell’ambiente e tutela dei diritti dei popoli indigeni è emblematica nella regione amazzonica, eppure, proprio in quei territori sono molteplici i progetti di estrazione mineraria e di estrazione petrolifera.

L’impatto delle politiche estrattive in Colombia

Anche la Colombia subisce le conseguenze dell’aumento crescente di politiche di tipo estrattivo, che ricadono in primis sull’ambiente. Nonostante la Colombia faccia parte dei c.d. paesi “megadiversi”, i più ricchi di biodiversità del pianeta e conti infatti ben 311 ecosistemi, quella che dovrebbe essere la principale ricchezza da preservare diventa spesso merce di scambio per perseguire politiche neo-liberiste. Il Paese è per questo caratterizzato da un’alta incidenza di conflitti ambientali che coinvolgono soprattutto i popoli indigeni, che rappresentano circa il 3,4 % della popolazione.

Negli ultimi decenni in Colombia sono aumentate le politiche di sviluppo statali tese ad attività di tipo estrattivo e allo sviluppo megaprogetti ad alto impatto ambientale e sociale. In dipartimenti come il Chocó, La Guajira e Amazzonia, ciò ha provocato il trasferimento forzato di comunità indigene, l’inquinamento ambientale dei territori e situazioni di violenza ed insicurezza.

Parallelamente sono state inoltre approvate delle normative che favoriscono i grandi investimenti transnazionali. Tra questi vi è la legge n. 685 del 2001, il c.d. Código de minas, che favorisce la partecipazione di imprese private nei processi di esplorazione e sfruttamento di minerali e idrocarburi e una sentenza del 2019 della Corte Costituzionale colombiana, la quale sopprime l’obbligatorietà delle consultazioni popolari nei casi di progetti minerari che minaccino di trasformare profondamente l’uso del suolo di un determinato territorio.

In ultimo, lo scorso autunno il ricorso del presidente Duque contro la sospensione dell’uso della tecnica invasiva di estrazione petrolifera, il frackinge il conseguente avvio di progetti pilota di perforazione senza un adeguata valutazione dell’impatto sulla biodiversità e sulla vita degli abitanti dei territori interessati, spesso comunità indigene.

Altamente nociva per l’ambiente e la salute umana è inoltre la pratica della fumigazione aerea dei campi illeciti di coca con il glifosato, tecnica di contrasto al narcotraffico utilizzata dal governo colombiano, negli ultimi tempi.

È ormai evidente, tra l’altro, il legame esistente tra industrie nazionali ed internazionali legate all’economia estrattiva e i gruppi paramilitari coinvolti nel conflitto armato colombiano. Legami che provocano violenze e intimidazioni nei confronti di coloro che si battono per la difesa dell’ambiente.

Seguendo il trend crescente degli ultimi anni comune a tutto il territorio di Abya Yala, infatti, nel 2019 almeno 107 leader comunitari indigeni e attivisti ambientali sono stati assassinati in Colombia, secondo dati dell’UNHCR.

La sfida della Colombia, ma non solo, potrebbe essere quella di trovare un equilibrio tra i diritti della popolazione in generale di svilupparsi economicamente e il rispetto dell’ambiente e dei diritti dei popoli ad esso strettamente interconnessi. Oggi più che mai è necessario ripensare le politiche di sviluppo guardando ai popoli indigeni come un modello in termini di tutela collettiva dell’ambiente.

Fonti e Approfondimenti

  • ANAYA S. J., Extractive industries and indigenous peoples, Report of the Special Rapporteur on the rights of indigenous peoples (A/HRC/24/41), 2013.
  • ACOSTA A., Extractivismo y neoextractivismo: dos caras de la misma maldición, in Mas allá del desarrollo, Grupo Permanente de Trabajo sobre Alternativas al Desarrollo, Universidad Politécnica Salesiana/Fundación Rosa Luxemburg, 2011.
  • INTERNATIONAL WORK GROUP FOR INDIGENOUS PEOPLES (IWGIA), The Indigenous World 2019, aprile 2019.
  • SAÑUDO M. F. ET AL., Extractivismo, conflictos y defensa del territorio: el caso del corregimiento de La Toma (Cauca,Colombia), in Desafíos, v. 28, n. 2, 2016.
  • Observatorio de Conflictos Ambientales: http://oca.unal.edu.co/

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