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LA FRONTIERA GRECO-TURCA: genesi di una nuova crisi migratoria

Frontiera greco turca

Frontiere

La crisi che vede come disperati protagonisti i rifugiati bloccati alla frontiera tra la Turchia e la Grecia dimostra ancora una volta il divario esistente tra il diritto internazionale ed europeo in materia di asilo e la sua effettiva implementazione.

Il 27 febbraio 2020, il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato che le frontiere erano aperte e che i rifugiati non sarebbero più stati fermati nel loro tentativo di raggiungere l’Europa.

In risposta al provvedimento turco, tra le 10.000 e le 20.000 persone, perlopiù profughi siriani, ma anche afghani, iraniani e iracheni, hanno quindi raggiunto la frontiera nord-est della Turchia, dove il fiume Evros crea un confine naturale con la Grecia, e dunque con l’Unione europea (Ue). Ad aspettarli le forze di sicurezza greche determinate a non farli passare, anche a costo di attuare misure durissime. Sono presenti ovviamente soggetti vulnerabili quali bambini/e ed anziani/e o semplicemente persone scappate da aree di conflitto e costrette a vivere lontano da casa in condizioni di indeterminatezza e povertà.

Ma facciamo un passo indietro per sintetizzare il contesto geopolitico che ha portato a questa situazione, partendo proprio dal ruolo della Turchia.

La Turchia: avamposto d’Europa

Dall’inizio del conflitto siriano, ormai nove anni fa, la Turchia è il paese che più di tutti ha accolto i profughi in fuga dalla guerra, al momento ospita circa 4 milioni di migranti, di cui 3,6 milioni di siriani. Infatti, nonostante la Turchia non sia nota per il rispetto dei diritti umani, il Paese ha applicato, fino alla chiusura della frontiera nel 2015, una politica di “porta aperta” rispetto ai profughi provenienti dalla Siria.

È necessario spiegare perché in questo caso non sia corretto, almeno formalmente, parlare di rifugiati. La Turchia, infatti, pur avendo ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, lo ha fatto con una clausola che ne limita l’applicazione alle persone provenienti dall’Europa, portando i milioni di profughi di guerra a non usufruire ufficialmente dello status di rifugiato, seppur acquisendo altri tipi di protezione.

Questo è uno dei motivi che denota la poca credibilità dell’accordo del 2016 stipulato tra l’Unione europea e la Turchia. In seguito al grande flusso migratorio che ha interessato l’Europa nel 2015, l’Ue ha proposto alla Turchia di fungere da barriera per l’arrivo dei migranti, soprattutto siriani. In cambio di 6 miliardi di euro e di passi avanti nel processo di adesione all’Ue, la Turchia ha accettato di far rientrare i richiedenti asilo presenti soprattutto sulle isole greche. D’altro canto l’accordo prevedeva per ogni profugo siriano rimandato in Turchia dalla Grecia, il trasferimento di un altro siriano dalla Turchia all’Unione europea attraverso dei canali umanitari.

L’accordo Ue – Turchia non è stato rispettato del tutto da parte di entrambi gli attori coinvolti. Se l’Unione aveva promesso il reinsediamento di circa 70.000 profughi siriani presenti in Turchia, risulta che quelli effettivi siano stati 25.000. Anche la Turchia d’altra parte non sembra aver portato avanti i rientri in Turchia dei siriani presenti in Grecia.

Questo delicato quadro ha subito uno svolta in seguito alle conseguenze della tragica situazione che sta vivendo la provincia siriana di Idlib, a ridosso del sud della Turchia, ultimo territorio ribelle rimasto fuori dal regime di Assad.

La Turchia, dal 2016, è in parte coinvolta nel conflitto siriano tramite operazioni militari nel nord del Paese le quali, se da una parte hanno come obiettivo il rientro dei profughi siriani, dall’altro celano la volontà di contrastare i territori a maggioranza curda e le Unità di protezione popolare (Ypg).

L’esercito turco è presente anche nella provincia di Idlib per monitorare l’area. Qui, dal dicembre 2019, l’esercito di Assad, supportato dalla Russia, sta bombardando indiscriminatamente colpendo soprattutto civili che non hanno alternativa se non fuggire verso i confini turchi. In questo contesto sono rimasti uccisi a fine febbraio 2020 ad Idlib, da parte dell’aviazione siriana, più di trenta soldati turchi.

Di fronte a questa escalation di tensione, il governo turco si è ritrovato, isolato a livello internazionale e con un calo di consenso dovuto in parte alla questione migratoria e alle ricadute sociali ed economiche che ne conseguono, ad affrontare l’arrivo di una nuova ondata di sfollati dall’area di Idlib. Erdoğan ha deciso così di utilizzare i profughi presenti nel suo territorio per attirare l’attenzione dell’Unione europea. Quale modo migliore se non aprire unilateralmente il confine con la Grecia nell’era delle frontiere chiuse?

Confini violenti

Ad accogliere i profughi, che si sono precipitati dalla Turchia al confine con la Grecia dopo aver saputo dell’apertura della frontiera, è stato il filo spinato e le guardie frontaliere greche, armate di gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Oltre al confine terrestre, rappresentato dal fiume Evros, migliaia di migranti si sono diretti sulle isole greche di fronte alle coste turche, in particolare Lesbo, Kos e Samos, e anche in mare le forze di sicurezza greche hanno adottato misure inaccettabili, speronando i gommoni dei migranti e sparando proiettili in acqua rivolti verso di essi.

Nel frattempo la tensione sulle isole è diventata altissima, poiché la nuova ondata di arrivi si inserisce in una situazione preesistente di sovraffollamento e di disagio. Basti pensare al campo d’accoglienza di Lesbo, pensato per tremila persone, ma che ne accoglie al momento 21mila. 

Sulle isole greche stanno aumentando, inoltre, attacchi violenti a migranti, attivisti ed operatori umanitari da parte dei militanti del partito di estrema destra Alba Dorata e non solo. In ultimo l’incendio, probabilmente doloso, della scuola dell’ong svizzera One Happy Family, un centro che ogni giorno accoglieva fino a 800 migranti.

La risposta europea

In risposta all’apertura della frontiera da parte della Turchia, il 1° marzo il Primo Ministro greco, Mītsotakī, ha annunciato la sospensione della presa in carico delle domande di asilo per un mese e ha dichiarato l’espulsione di chiunque entri irregolarmente nel Paese.

L’Ue ha appoggiato la Grecia, e durante la sua visita al confine con la Turchia, Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione europea, ha definito la Grecia “lo scudo d’Europa”.

L’Unione si è impegnata a sostenere la Grecia con un finanziamento di 700 milioni di euro, volto anche al miglioramento delle infrastrutture di confine, ed ha inviato personale militare tramite Frontex, l’Agenzia di frontiera dell’Ue.

Questione di diritti

La situazione che si sta vivendo al confine greco-turco, il violento dispiegamento di forze e la chiusura dei procedimenti d’asilo da parte della Grecia, è contraria al diritto europeo ed internazionale, oltre che incoerente rispetto ai principi di solidarietà ed umanità.

L’obiettivo della politica dell’Unione europea in materia di asilo, come si evince dalle fonti ufficiali Ue, è quello di offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale in uno degli Stati membri e di garantire il rispetto del principio di non respingimento.

Come base giuridica di tale obiettivo vi è, in primo luogo, il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

In generale, l’art. 67 afferma la volontà di realizzare nell’Unione “uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali. Per quanto riguarda, invece, il principio di solidarietà, contenuto nell’art. 80 del TFUE, esso impone che il peso dei flussi dei migranti c.d. irregolari, in particolar modo dei richiedenti asilo, sia assorbito da tutti gli Stati membri e non soltanto da quelli di primo ingresso, in un’ottica di equa ripartizione delle responsabilità.

Tuttavia, la norma fondamentale in materia di politiche di asilo europee è rappresentata dall’art. 78 del TFUE, il quale, al primo paragrafo, enuncia che: “L’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento. Detta politica deve essere conforme alla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e al protocollo del 31 gennaio 1967 relativi allo status dei rifugiati, e agli altri trattati pertinenti”.

Il principio di non respingimento, non-refoulement, è un principio fondamentale del diritto internazionale e stabilisce, ai sensi dell’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, il divieto di espulsione o respingimento di un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà siano minacciate. Tale principio trova applicazione nei confronti di chi beneficia dello status di rifugiato e/o nei confronti di chi potrebbe acquisire tale status.

In sostanza il principio vieta qualsiasi forma di allontanamento forzato verso un paese non sicuro e la Turchia è da considerarsi come tale. Lo confermano i numerosi report riguardanti la violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese e le misure restrittive nei confronti dei rifugiati che il governo di Erdogan ha adottato per riguadagnare consensi, quali ad esempio, come riferito da Human Rights Watch, i trasferimenti forzati di profughi siriani dalla Turchia in zone non sicure della Siria. 

Per quanto riguarda la sospensione del diritto d’asilo in Grecia, essa non è supportata giuridicamente, né dalla Convenzione di Ginevra né dal diritto dell’Unione Europea in materia di asilo. Nonostante il governo greco abbia fatto appello al paragrafo 3 del già citato art. 78 del TFUE, infatti, l’articolo in questione afferma che: “Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo”. È evidente che nella decisione unilaterale presa dal Paese mediterraneo, vi sia la totale assenza della procedura speciale prevista dalla normativa europea, che coinvolgerebbe i principali organi dell’Ue, così come affermato anche dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR).

In conclusione, rispetto all’intervento di Frontex alla frontiera greco-turca, voluto dall’Unione europea, questo risulta essere in contraddizione con il regolamento stesso dell’Agenzia. Al suo interno, infatti, si prevede che le guardie costiere e di frontiera europee garantiscano la tutela dei diritti fondamentali, nel quadro quindi del diritto dell’Unione e della Convezione dei rifugiati del 1951, ma come rispettare tali diritti in un paese dove attualmente i migranti non possono presentare richieste d’asilo?

Starà all’Europa rispondere a questa e ad altre domande, con la consapevolezza che finché il conflitto siriano non si risolverà non potrà risolversi neanche la crisi migratoria.

Fonti

https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:12012E/TXT:IT:PDF

https://www.unhcr.org/news/press/2020/3/5e5d08ad4/unhcr-statement-situation-turkey-eu-border.html

https://www.hrw.org/news/2019/10/24/turkey-syrians-being-deported-danger

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/turchia-e-migranti-le-ragioni-di-erdogan-25352

https://www.bbc.com/news/world-europe-51721356

https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/01/Convenzione_Ginevra_1951.pdf

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