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Bosnia: L’urlo disperato dalla foresta innevata

Bosnia Croazia Confine

Bosnia Croazia Confine

Dopo mesi di respingimenti sistematici al confine fra la Croazia e la Bosnia, migliaia di richiedenti asilo sono costretti a sopravvivere nelle gelide foreste bosniache.

L’Ufficio dell’Alto Rappresentante per i Rifugiati delle Nazioni Unite ha dichiarato:

L’ufficio è allarmato per la frequenza crescente con cui i rifugiati e i richiedenti asilo vengono espulsi e respinti alle frontiere terrestri e marittime dell’Europa, e chiede agli Stati di indagare e fermare queste pratiche

Effettivamente, i numeri e gli incessanti casi che continuano ad essere raccontati sia fra le prime pagine delle testate giornalistiche, che ai tavoli delle varie organizzazioni internazionali, che sono direttamente sul campo al fine di aiutare i rifugiati e gli sfollati, confermano tali attestazioni.

Fra i casi più eclatanti e terrificanti di questi mesi bisogna soffermarsi sulla Bosnia-Erzegovina.

Negli ultimi anni il paese è stato prettamente “di transito”, ossia uno stato che i rifugiati e richiedenti asilo attraversano per poi raggiungere le loro destinazioni finali lungo la Rotta Balcanica. Quest’ultima consiste nel tragitto che parte dai paesi d’origine ed attraversa la Grecia e tutti i paesi balcanici per arrivare in Europa.

Dal momento che la Bosnia non è stata una delle principali protagoniste della prima grande ondata migratoria – la cosiddetta “crisi migratoria del 2015” – non era molto preparata a fronteggiare un arrivo massivo di migranti e richiedenti asilo. Il Paese non ha a disposizione centri d’accoglienza e forniture di prima necessità tali da poter ospitare tutti i richiedenti asilo che si trovano sul proprio territorio in questo momento.

Ad ogni modo, ancora oggi la Bosnia continua a rimanere un paese di transito, questo perché ultima meta dei richiedenti asilo – dopo essere passati per la Grecia i cui confini esterni con la Turchia rappresentano una costante minaccia per gli equilibri geopolitici tra l’Europa e lo stato di Ankara che peggiora ulteriormente le condizioni di vita dei migranti– rimane l’Europa, percepita come luogo sicuro in virtù della presenza di maggiori servizi di accoglienza e quindi di maggiore stabilità.

Sfortunatamente i continui respingimenti alla frontiera con la Croazia, condotti in maniera sistematica e spesso violenta dalla polizia croata, hanno costretto migliaia di richiedenti asilo a rimanere per mesi in Bosnia, dove ora trovano rifugio in condizioni al limite dell’umano e che, molto spesso, non rispettano gli standard umanitari di base.

Ma cosa sono i Respingimenti, anche detti “Push-Backs”?

I respingimenti, o push-backs, sono uno dei mezzi maggiormente utilizzati dagli Stati di frontiera durante le procedure di controllo dell’immigrazione ed avvengono sulla linea di confine o al di fuori del territorio dello Stato stesso. Questa ed altre procedure, infatti prendono il nome di pratiche d’immigrazione extraterritoriale.

I respingimenti possono essere di due tipi: terrestri o marittimi.

In mare un respingimento avviene quando, dopo che un gommone con a bordo migranti viene riconosciuto, viene abbordato dalla guardia costiera e susseguentemente trainato dalla stessa fino a raggiungere le acque territoriali dalle quali si presume che il gommone sia partito. Lo scopo ultimo è quello di far desistere i migranti – che secondo il diritto del mare, si trovano in una situazione di “distress”, ovvero difficoltà, in quanto lo stesso gomone è così sovraffollato che il rischio di affondare è elevato– nel ritentare il viaggio che li porterebbe in un porto sicuro.

Uno dei primi casi, concernenti questa forma di respingimento è stato affrontato dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) in Xhavara et al., dove, nel 1997, nel respingere una barca ricolma di migranti albanesi, una nave della Marina Italiana, ha tentato una manovra di respingimento che ha portato al ribaltamento della barca stessa ed alla successiva morte di 58 richiedenti asilo. La Corte CEDU, in questo caso ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’Articolo 2 della Convenzione – diritto alla vita – in quanto il fatale incidente era stato causato direttamente dalla nave delle Marina Militare italiana.

Altro famosissimo caso in cui la nostra Marina Militare si è resa protagonista è il caso Hirsi Jammaa, concernente sempre un respingimento avvenuto nel 2009, quando un gommone con a bordo migranti provenienti dalla Libia, era stato abbordato ed i migranti che trasportava erano stati fatti salire sulla nave militare italiana. A questo punto la nave li porta forzatamente in Libia, dove di alcuni di loro si perdono completamente le tracce, altri sono caduti vittime del traffico di esseri umani, mentre altri ancora sono stati rispediti nei loro paesi d’origine. Dal momento che la giurisdizione su una nave battente bandiera italiana è dell’Italia – quindi a bordo valgono le stesse leggi che valgono sul suolo nazionale – la Corte ha condannato l’Italia che non ha applicato come avrebbe dovuto tutte quelle norme provenienti dal Dritto Internazionale, dai vari trattati sui Diritti Umani e dal Diritto Europeo.

Similarmente, i respingimenti su terra avvengono proprio quando la polizia di confine di un determinato paese, controlla i richiedenti asilo e li blocca o li rispedisce all’interno dello stato confinante, senza, applicare le norme sopracitate.

Ma che leggi ci sono a protezione dei richiedenti asilo?

La Convenzione di Ginevra del 1951, sullo status dei rifugiati, è uno dei trattati che maggiormente impone agli stati firmatari di bilanciare la loro sovranità territoriale e quindi, il loro potere sul territorio. Potere che, per altro, permette all’autorità statale di decidere chi può o non può entrare, con alcune garanzie di protezione da riservare anche a coloro che non sono classificati come cittadini.

Infatti, anche se l’Articolo 14 – sul diritto d’asilo – della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo viene considerato un “diritto vuoto” dal momento che tale concessione è comunque subordinata alla discrezionalità dello Stato, d’altra parte gli stati firmatari e ratificanti della Convenzione di Ginevra hanno il dovere di garantire l’accesso alle procedure d’asilo e su di loro vige il divieto di respingere (non refoulment) gli individui che potrebbero essere esposti ad un serio rischio di persecuzione qualora fossero costretti a rientrare nel paese dal quale sono scappati. Questa “sfida” alla sovranità statale, può essere ritrovata sia nell’articolo 31 che 33 della Convenzione sullo status dei rifugiati. Questi due articoli, infatti, permettono rispettivamente ad un rifugiato di arrivare nello Stato senza preventiva autorizzazione e di essere protetti dall’espulsione.

Inoltre, come dichiarato nel Manuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sulle procedure e sui criteri per la determinazione dello status di rifugiato:

“28. Una persona è <<rifugiato>> ai sensi della Convenzione del 1951 quando soddisfa i criteri enunciati nella definizione. Questa condizione si realizza necessariamente prima che lo status di rifugiato sia formalmente riconosciuto. Di conseguenza, la determinazione dello status di rifugiato non ha l’effetto di conferire la qualità di rifugiato: essa constata l’esistenza di detta qualità. Una persona non diventa quindi un rifugiato perché è stata riconosciuta come tale, ma è riconosciuta come tale proprio perché è un rifugiato”

Quindi, quando una persona è al cospetto di un’autorità statale, che ha un controllo effettivo sulla persona, ad essa devono essere riconosciuti un insieme di diritti che le spettano in quanto persona ed in quanto richiedente asilo. Dal momento che la legge non ammette ignoranza, uno Stato non può addurre come giustificazione alla propria inosservanza degli obblighi internazionali il “non esserne a conoscenza” od il “non aver capito” che tali persone erano dei richiedenti asilo e che quindi avevano diritto ad accedere alle procedure per la determinazione dello status di rifugiato.

Le urla arrivano anche dalla foresta

La situazione in Bosnia è grave.

La mattina i papà dicono ai propri figli che anche oggi giocheranno dentro la foresta in mezzo alla neve per tutto il giorno. Quello che i genitori cercano di far percepire come gioco ai bambini richiedenti asilo nasconde una realtà ben più tragica. Le regole del gioco sono semplici e si è divisi in squadre: con mamma e papà si forma una squadra, mentre bisogna scappare dalle persone vestite di blu che urlano in lingua strana. Se mamma e papà vengono presi e le persone vestite di blu sono troppo vicine, ci si nasconde, come a nascondino fra gli alberi o sotto i banchi di neve. A sera però si è tutti stanchi, e la mamma e il papà sembrano tristi e dicono che fra qualche giorno si giocherà di nuovo.

8000 sono i richiedenti asilo bloccati in Bosnia.

8000 persone che uno stato di transito non era pronto ad accogliere.

8000 anime che ogni volta che provano a raggiungere il loro sogno di entrare in Europa per trovare finalmente la pace e per regalare un futuro migliore ai propri figli, vengono strappati della loro dignità, trattati violentemente e inumanamente dalla polizia di frontiera croata.

Sono in pochi a farcela, gli altri vengono fermati dalla polizia, perquisiti, presumibilmente derubati e respinti in Bosnia, molto spesso anche attraverso l’uso della violenza.

Alla frontiera succede di tutto. Gli esseri umani vengono trattati senza un minimo di rispetto per la decenza e per la dignità della persona stessa, dove qualcuno potrebbe provare a discolparsi dicendo che stava svolgendo solo delle perquisizioni.

E’ diventata una pratica consueta per la polizia di frontiera quella di perquisire uomini e donne in cerca di cellulari o di contanti nascosti. Una donna afghana riporta di essersi sentita a disagio quando è stata perquisita da un poliziotto croato. Ancora più disagiante per lei è stato quando il suo neonato è stato fatto denudare nel gelo dell’inverno Bosniaco ed il suo pannolino è stato ispezionato. Questa pratica è diventata comune e spesso, viene usata anche di notte al freddo e al gelo, in mezzo alla foresta.

Più disumani sono i casi di donne e ragazze, spesso minorenni, che provano a valicare il confine con la propria famiglia. Le ragazze, con la scusa di dover effettuare delle perquisizioni approfondite, vengono costrette a spogliarsi di fronte alle autorità ed alla propria famiglia. Quando i padri richiedono, per la decenza delle proprie figlie, di poterle coprire almeno con una coperta, quelle fornite sono così piccole che nel coprire le ragazze alcune parti intime rimangono scoperte di fronte all’agente di frontiera che, le testimonianze raccolte riferiscono, non accenna mai a distogliere lo sguardo.

Numerosi anche i casi di madri che vengono spintonate e picchiate di fronte ai propri figli.

Le problematiche non finiscono qua. Infatti, a dicembre un incendio ha dilaniato il campo per rifugiati di Lipa. Un campo profughi costituito prettamente da tende in cui le organizzazioni internazionali fanno il loro meglio per assistere i richiedenti asilo bloccati in Bosnia durante il periodo invernale. Sfortunatamente, una parte del campo è andata a fuoco lasciando senza un riparo migliaia di persone, che non sanno dove trovare rifugio dalla neve. Degli 8000 rifugiati, 2000 sono rimasti senza riparo.

I testimoni lo descrivono come un film apocalittico. Delle famiglie provano a rifugiarsi in edifici o in macchine abbandonate altri, non trovando riparo, sono costretti a dormire nella foresta, sopra la coltre di neve, accentuando la condizione di disumanizzazione nella quale versano queste persone.

La situazione è grave e le organizzazioni umanitarie stanno facendo l’impossibile al fine di prevenire morti e rispondere ai bisogni umanitari di base. A questo però si deve aggiungere un vero e concreto impegno da parte di tutta l’Unione Europea verso la solidarietà e il rispetto dei diritti umani, non che delle linee guida che governino il comportamento delle autorità di frontiera, che devono essere chiamate a rispondere degli abusi commessi.  

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Sara Massimi

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