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Nagorno-Karabakh: La guerra dei quarantaquattro giorni.

Il Nagorno-Karabakh una regione perennemente contesa fra due stati, Armenia ed Azerbaijan, si è ritrovata nuovamente la protagonista principale di una guerra durata quarantaquattro giorni.

Nagorno-Karabakh

Nagorno-Karabakh

Il Nagorno-Karabakh una regione perennemente contesa fra due stati, Armenia ed Azerbaijan, si è ritrovata nuovamente la protagonista principale di una guerra durata quarantaquattro giorni.

La regione che comprende la Repubblica dell’Artsakh – uno Stato non riconosciuto a livello internazionale e satellite dello Stato armeno – è locata nel Caucaso del Sud, territorio a nord della Turchia e dell’Iran.

Nagorno” deriva dalla parola russa “montuoso” mentre “Karabakh” in turco, significa “giardino nero”. Il nome stesso ci racconta della dualità di questa regione facente parte dell’ex-Unione Sovietica a maggioranza armena e circondata, nella sua totalità, da distretti azeri. Il Nagorno-Karabakh sotto Josef Stalin, diventa una regione autonoma all’interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera, circondata quindi da distretti con maggioranza di popolazione azera. Durante le riforme della Perestrojka nel 1991, la regione indisse un referendum votando per la secessione del governo azero e per la creazione della Repubblica dell’Artsakh. Con il 99,8% dei voti a favore la regione, si auto-determinò diventando – pochi giorni prima dello scoppio della prima di una numerosa serie di conflitti – una repubblica democratica come si può leggere nei nostri due precedenti articoli a cura di Mattia Ignazi e di Livia Nataloni.

La prima guerra del Nagorno-Karabakh, che uccise 30.000 persone, durò fino al 1994 quando i due Stati belligeranti, grazie all’aiuto internazionale del cosiddetto Gruppo Minsk – una coalizione fra Francia, Russia e Stati Uniti che si era posta come mediatore principale del conflitto – firmarono l’Accordo di Biškek. Quest’ultimo impose un cessate il fuoco senza però riuscire a trovare un’efficace soluzione per la pace della regione, lasciandola sotto il controllo armeno.

Ciononostante, negli ultimi decenni l’accordo è stato violato varie volte e, lungo la linea di confine fra Armenia e Azerbaijan, sono avvenute numerose schermaglie. Ogni anno infatti, fra la primavera e l’estate, veniva infranto il cessate il fuoco fra le parti, si assisteva a delle sparatorie ed alla cattura di soldati ad opera di entrambe le parti – spesso “utilizzati” come merce di scambio per costringere l’altra fazione a liberare i propri militari fatti prigionieri. Uno degli scontri più violenti avvenne nel 2016 e venne rinominato la guerra dei quattro giorni, per la rapidità in cui si susseguirono battaglie così cruente.  

Le prime avvisaglie della guerra dei quarantaquattro giorni in Nagorno-Karabakh si ebbero a luglio 2020, mentre l’attenzione dei giornali internazionali erano focalizzata esclusivamente sulla battaglia contro il Covid. Il 29 luglio l’Azerbaijan iniziò, sulla linea di confine, una serie di esercitazioni militari che durarono fino ai primi giorni di agosto, riprendendole nei primi di settembre con l’aiuto dell’esercito turco. Nel frattempo, anche lo Stato armeno svolse una serie di esercitazioni militari all’interno della Federazione Russa. Uno degli ultimi scontri violenti, a metà luglio di quest’anno, ha causato 17 morti su entrambi i lati ed ha implicato l’uso di artiglieria pesante e di droni.

Lo scoppio

Il 27 Settembre 2020 è scoppiata la guerra che per quarantaquattro giorni ha imperversato fra Armenia e Azerbaijan nella regione del Nagorno-Karabakh. Nella domenica mattina del 27 settembre sono iniziati i primi scontri violenti lungo la frontiera durante i quali ci furono perdite di vite umane da ambo le parti. I rapporti a riguardo confermano anche il continuo uso di artiglieria pesante e la mobilitazione aerea e missilistica.

Successivamente a questi attacchi l’Armenia ha dichiarato la legge marziale ordinando ai suoi soldati di mobilitarsi. Il presidente Nikol Pashinyan, si è rivolto ai cittadini dicendo di “essere pronti a difendere la nostra patria sacra”. Il governo armeno ha accusato la sua nemesi di aver attaccato degli insediamenti civili nella regione del Nagorno-Karabakh fra cui anche la capitale di Stepanakert. Il Ministero della Difesa armeno ha dichiarato inoltre, che l’esercito era riuscito ad abbattere due elicotteri azeri e tre droni in risposta all’attacco mattutino.

D’altra parte, il Ministro della Difesa azero ha asserito che gli attacchi lanciati la mattina del 27 Settembre, erano parte di una controffensiva per sopprimere le attività militari armene e tutelare la sicurezza della popolazione tramite l’uso di carrarmati, missili, aviazione da combattimento e droni. Il Ministero ha inoltre riportato che, pur se gli stessi aerei sono stati abbattuti dal governo armeno, l’equipaggio al loro interno sarebbe sopravvissuto. La presidenza azera ha inoltre dichiarato alla popolazione di “aver subito delle perdite sia militari che civili a causa dei bombardamenti armeni”.

Nella Regione del Nagorno-Karabakh, i rappresentanti della Repubblica hanno anch’essi imposto la legge marziale ed ordinato ai cittadini di mobilitarsi, inoltre l’ufficiale dell’ombudsman Artak Beglaryan ha dichiarato che ci sono state delle morti civili fra la popolazione della regione a causa degli scontri armati.

La Guerra

Centinaia di morti, tra cui dozzine di civili e decine di migliaia di sfollati interni da entrambe le parti, questi sono i numeri che, in meno di due settimane, hanno stravolto nuovamente la vita della popolazione del Nagorno-Karabakh. L’Armenia in sole due settimane di guerra ha perso più di 400 soldati, molti dei quali avevano solo 20 anni. Lo stato azero, al contrario, ha deciso di non dichiarare la conta dei propri morti fino alla fine della guerra. In ogni caso, il bilancio sembrerebbe molto più alto di quanto riportato dai numeri. Questo fino a sabato 10 Ottobre, quando un fragile cessate il fuoco è stato annunciato grazie alla mediazione della Federazione Russa.

Sfortunatamente, le ostilità sono ricominciate il giorno dopo quando sia l’Armenia che l’Azerbaijan, si sono accusati a vicenda di aver violato il cessate il fuoco attaccando la controparte. Domenica 11 ottobre un missile a lungo raggio ha colpito un appartamento nella seconda città più grande dell’Azerbaijan, Ganja, uccidendo 9 persone mentre, nel frattempo, l’Armenia accusava le forze azere di aver bombardato la città più grande della regione del Nagorno-Karabakh, Stepanakert e la cittadina di Hadrut.

I reports dell’Ombudsman per i diritti umani del Karabakh hanno dichiarato che, nelle prime due settimane di guerra, le perdite civili della parte armena sono state 20 – di cui 12 uomini ed 8 donne – inoltre, 101 persone sono state ferite negli scontri. Sono stati riportati danni su larga scala ad edifici civili ed infrastrutture: in totale, sono state distrutte 5800 proprietà e 520 veicoli privati; mentre le infrastrutture che hanno riportato dei danni strutturali sono state 960 fra civili, pubbliche ed industriali. Infine, il bilancio parla di 70.000 persone sfollate.

Domenica 11 ottobre, l’ufficio del Procuratore Generale azero ha dichiarato che 41 civili sono stati uccisi e 205 persone sono state ferite dagli attacchi armeni. Le forze armene hanno inoltre distrutto 1165 case, 57 edifici e 146 uffici pubblici.

Ma neanche questo è riuscito a fermare gli scontri.

In meno di un mese 65 azeri e 37 armeni facenti parte della popolazione civile sono stati uccisi, mentre la conta dei soldati morti sotto l’artiglieria da tutte e due le parti è almeno dieci volte più alta. In aggiunta a tutto questo, migliaia di persone sono fuggite dalla città più grande del Nagorno-Karabakh, Stepanakert, cercando di raggiungere e rifugiarsi nella vicina Armenia, quelli che non sono riusciti o non hanno voluto scappare, si sono dovuti nascondere sottoterra iniziando a vivere nei rifugi anti-bomba. Anche in Azerbaijan, la popolazione è scappata dalle città più colpite, come Tartar, andandosi a rifugiare in aree più sicure della nazione.

La comunità internazionale, già pesantemente colpita dalla pandemia di Covid-19, sta assistendo passivamente al conflitto. In 50 giorni, infatti, ci sono stati 3 tentativi di cessate il fuoco a fini umanitari che avrebbero consentito lo scambio di prigionieri ed il recupero delle salme dei caduti in guerra, mediati da attori internazionali, che purtroppo hanno fallito. Il primo cessate il fuoco, come già detto, mediato dalla Federazione Russa non è durato nemmeno 24 ore. Il secondo, è avvenuto una settimana dopo, a seguito di una chiamata telefonica del Ministro degli Affari Esteri Russo Sergey Lavrov con le sue controparti armene ed azere. Il terzo, mediato dagli Stati Uniti era entrato in vigore il 26 ottobre. In tutti questi casi le parti in guerra si sono accusate reciprocamente di aver violato il cessate il fuoco poche ore dopo che gli accordi erano entrati in vigore.

Una guerra non solo sul campo.

La guerra dei quarantaquattro giorni in Nagorno-Karabakh non è stata combattuta solo sui campi di battaglia ma di pari-passo anche sul campo mediatico.

Ad esempio, un video musicale è stato prodotto nella Cattedrale di Ġazančec’oc’, anche conosciuta come Cattedrale del Salvatore di Shushi in Nagorno-Karabakh. La cattedrale, che secondo gli ufficiali armeni è stata bombardata l’8 ottobre da due attacchi delle forze azere, è diventata il palcoscenico per il video musicale del violoncellista armeno Sevak Avanesyan. Il brano, suonato intorno ai bianchi detriti di quello che un tempo era la cattedrale, intitolato Krunk, è stato composto da uno dei maggiori compositori tragici armeni, Komitas, che soffrì di esaurimento nervoso dopo essere sopravvissuto allo sterminio armeno perpetrato dalla Turchia Ottomana e che, successivamente morì in un istituto psichiatrico di Parigi. Il video musicale è stato postato il 12 ottobre dal governo armeno, con un chiaro messaggio riferito ai bombardamenti azeri, ma volto anche ad ipotizzare un nesso fra questi bombardamenti ed il genocidio armeno.

Per l’Azerbaijan tali affermazioni sono del tutto false. Gli ufficiali governativi infatti hanno negato completamente non solo l’ipotesi di questo nesso, ma anche i bombardamenti stessi. Il Ministro della Difesa azero ha infatti dichiarato che le informazioni rilasciate riguardo il danneggiamento della cattedrale di Shushi non hanno niente a che fare con le operazioni militari azere in quanto, l’esercito azero, non ha come target monumenti storici, culturali o religiosi. Per gli osservatori azeri il video musicale è parte di una più larga campagna mediatica contro Baku.

Alcuni analisti politici azeri affermano che il lato armeno rilascia deliberatamente delle fake news, come, per esempio, la partecipazione di alcuni mercenari siriani assoldati da Ankara per combattere al fianco dell’esercito azero. Successivamente a queste affermazioni, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha completamente smentito tali notizie affermando che comunque, supporta i suoi alleati azeri.

A questo si è unita anche la voce della first lady azera Mehriban Aliyeva che tramite un post di Facebook ha scritto: “[…] siamo tutti soldati che devono fare del loro meglio per sfatare le bugie armene. Esorto ognuno di voi a smascherare i falsi della propaganda armena ed a rivelare la verità sull’aggressione armena alla comunità internazionale su tutte le piattaforme disponibili! Tutti coloro che considerano l’Azerbaijan la loro madre patria devono alzare la voce e confutare le bugie armene! […]”

D’altro canto, anche analisti politici armeni accusano il lato azero di evidente propaganda di guerra, dicendo che il presidente azero Aliyev stesso – che ha ereditato la presidenza come le politiche autoritarie da suo padre Heydar – controlla fermamente i canali mediatici statali, il governo azero viene infatti accusato dalla sua controparte di non rilasciare importanti informazioni durante il periodo di guerra, come ad esempio la conta dei morti che è stata divulgata solamente al cessarsi delle ostilità.

Si può quindi notare come la guerra sul campo è accompagnata da una feroce guerra mediatica costellata da informazioni trattenute e da accuse da ambo le parti. Di queste possiamo notare soprattutto le accuse che sia l’Armenia che l’Azerbaijan si sono rivolte riguardo il diritto internazionale umanitario, e quindi imputandosi l’un l’altro di crimini di guerra.

Il trattato di pace

Lunedì 9 novembre, successivamente alla conquista della città di Shushi da parte delle forze azere che, grazie alla vittoria sulla città, si erano spinte fino alle porte di Stepanakert – la città più importante della regione del Nagorno-Karabakh – il Primo Ministro Armeno, Nikol Pashinyan, ha dichiarato tramite un post su Facebook di aver firmato il cessate il fuoco per la conclusione del conflitto, definendola una “decisone molto difficile per me e per tutti noi […] ed indicibilmente dolorosa per me personalmente e per il nostro popolo.”

L’accordo, mediato dalla Federazione Russa ed entrato in vigore all’ 1:00 GMT del 10 novembre, prevede che le forze armene si dovranno ritirare dai sette distretti contesi del Karabakh e anche dalla città di Shushi, che rimane sotto il controllo azero. Inoltre, sul Corridoio di Laçın – una striscia di territorio di 9km di larghezza che rappresenta il punto più vicino fra l’Armenia e la regione del NagornoKarabakh e che, prima della guerra dei quarantaquattro giorni si trovava sotto il controllo della Repubblica dell’Artsakh – devono essere schierati 2.000 peacekeepers russi per almeno 5 anni, anche se il loro mandato può essere esteso fino ad una durata massima di 10 anni.

Rimangono però alcune perplessità su tale accordo. Infatti, non solo come quanto detto prima migliaia di infrastrutture e di abitazioni sono state distrutte dalla guerra ma, come anche riportato da Amnesty International, rimangono preoccupanti tutte le bombe a grappolo inesplose lanciate sulla città di Stepanakert. A questo si deve aggiungere, inoltre, il pericoloso rischio per sfollati e per la popolazione civile vittima delle conseguenze della guerra di dover alloggiare in strutture sovraffollate con la preoccupazione di poter contrarre il virus SARS-CoV-2 a cui neanche la regione del Nagorno-Karabakh è immune.

Domanda ancora più importante si pone per tutti i profughi e gli sfollati interni. L’accordo di pace prevede che tutti gli sfollati interni ed i rifugiati possano tornare nel territorio del Nagorno-Karabakh sotto la supervisione dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), sfortunatamente però l’accordo utilizza il termine profughi senza definire tali persone. Questa mancanza di definizione che da un lato dovrebbe essere elogiata in quanto egalitaria rispetto a tutti i profughi di guerra della regione, potrebbe però causare problemi in quanto già nel 1994, dopo la fine della prima guerra in Nagorno-Karabakh, i profughi azeri che vivevano nella regione del Nagorno-Karabakh sono stati costretti a lasciare le proprie case, nonché il territorio, dovendosi rifugiare quindi in Azerbaijan. Con il nuovo accordo di pace, si potrebbero quindi creare due flussi di rientro all’interno della regione: i primi, i rifugiati dell’ultimo conflitto, prettamente di etnia armena, che potrebbero decidere di tornare pacificamente alle loro case, ed i secondi, i profughi azeri del 1994 che potrebbero anche avere delle rivendicazioni sulle stesse proprietà armene. Bisogna dunque trovare una soluzione per poter assicurare che tutte e due le etnie possano vivere pacificamente l’una a fianco all’altra, garantendo i diritti fondamentali di tutte e due le popolazioni senza avere una prevaricazione sociale di una delle due forze. Solo in questo modo si potrebbe trovare una pace duratura per il Nagorno-Karabakh.

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