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Kazakistan: fotografia di una guerra civile sopita ma non sedata

di Mattia Ignazzi

proteste in Kazakistan

Il Kazakistan è un Paese dell’Asia centrale che nell’ultimo periodo è entrato nelle pagine di cronaca nera a causa di una rivolta mal gestita, ma facciamo un passo indietro. 

Il Paese centroasiatico sta incontrando forti difficoltà a causa di una flessione economica che ha fatto aumentare i prezzi di molti beni di prima necessità, tra i quali anche quello del GPL, sebbene il Kazakistan ne sia uno tra i principali produttori.  

La causa di tale aumento è stata l’abolizione del prezzo massimo, che impediva a questi beni di superare una determinata soglia di costo. Inoltre, il Kazakistan è diventato il Paese più importante a livello economico nell’Asia centrale – e non solo – per la produzione di uranio, carbone e petrolio, ma soprattutto per il mining di bitcoin. 

Le proteste 

Le prime proteste, pacifiche, sono scoppiate proprio per il raddoppio del prezzo del GPL nelle regioni dell’ovest lo scorso 2 gennaio, e si sono espanse rapidamente in un Paese che per dimensioni eguaglia quasi l’estensione dell’intera Europa. E’ significativo che abbiano avuto origine in una zona del Paese in cui il 90% delle macchine vengono alimentate a gas, risorsa usata in grande scala anche per il riscaldamento. 

Le proteste più violente sono partite dalla capitale Nur-Sultan e poi si sono allargate in tutte le principali città. La caratteristica di queste manifestazioni è stata la rapidità – sia di espansione che di trasformazione, da una protesta pacifica a vera guerriglia urbana.  

Il malcontento in Kazakistan è dovuto non solo all’aumento del prezzo del gas, ma anche e soprattutto all’altissimo grado di corruzione, alla soppressione dei diritti civile, all’aumento dell’emarginazione sociale. 

A riprova della persistenza di un regime autoritario, si deve sottolineare come, sin dallo scoppio delle prime proteste, il neo Presidente Toqaev ha sciolto il governo nominando Capo Esecutivo l’ex Vice Primo Ministro Smailov, il quale ha a sua volta dichiarato lo stato di emergenza, decretando anche il coprifuoco. Questo ha legittimato l’utilizzo dell’esercito e, conseguentemente, la repressione violenta delle proteste.  

La genesi di questa attuale conformazione semi-dittatoriale in cui versa il Paese può essere ricondotta alla grande influenza che ancora detiene l’ex leader kazako Nursultan Nazarbaev – che ha governato il Kazakistan dalla dissoluzione dell’URSS al 2019 instaurando un regime fortemente autoritario. 

Narabaev infatti, è una presenza ancora stabile nel Paese tanto che l’attuale capitale Nur-Sultan è stata denominata così in suo onore. Per di più, dopo le sue dimissioni, Nazarbaev è stato insignito della carica di “Leader della Nazione” che gli ha permesso di mantenere un grande potere e di essere nominato Capo della Sicurezza Nazionale. 

A riprova del mantenimento delle mire autoritarie di Nazarbaev, si rileva che l’ex Capo dell’Intelligence del suo governo Karim Masimov, è stato arrestato per alto tradimento con l’accusa di aver organizzato e fomentato le proteste per rovesciare l’attuale esecutivo. 

Indipendentemente dagli equilibri di potere delle varie fazioni comunque, la linea autoritaria permane nel Paese. Come anticipato infatti, le prime proteste ad Almaty sono state represse duramente dalle Forze dell’Ordine anche se in maniera del tutto confusionaria poiché non vi erano stati ordini chiari a tal proposito dall’esecutivo. In seguito, l’approccio repressivo è stato affinato ed utilizzato per contrastare le rivolte che sono scoppiate a catena anche nelle altre città.  

In totale, la repressione violenta statale ha portato alla morte di oltre 200 persone – tra civili e militari – alle quali vanno aggiunti oltre 700 feriti e circa 3.000 persone arrestate

Cosa ha portato alla degenerazione delle proteste? 

L’intervento dell’esercito è stato “legittimato” dall’azione di un gruppo di manifestanti violenti che ha dato il via a forti scontri con le autorità, determinando così la fine delle rivolte totalmente pacifiche che si erano svolte fino a quel momento. 

Voci dal campo – che al momento restano non verificate, né smentite – sostengono che questi gruppi siano stati istigati dalla Russia o da paesi limitrofi con il preciso intento di fornire il pretesto alle forze russe di intervenire e sedare la rivolta.  

Queste voci sicuramente partono da un fondo di verità, ossia che l’intervento russo alla fine c’è stato. Lo stesso è stato reso possibile grazie all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva stipulato dalla Russia con altri 5 Stati ex sovietici, tra cui proprio il Kazakistan. Questa Organizzazione, nata subito dopo la caduta dell’URSS, è sostanzialmente un’alleanza militare che può essere utilizzata per difendere i suoi Paesi membri, sia da attacchi esterni che interni. 

Al di là delle speculazioni ed indipendentemente dal grado di plausibilità delle stesse, quello che è certo però, è che l’azione violenta di queste frange isolate di manifestanti ha fatto sì che si distogliesse l’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale dall’essenza di quello che stava veramente accadendo: un gruppo eterogeneo di cittadini che, per la prima volta dall’indipendenza del Paese, ha voluto manifestare il suo dissenso contro una classe dirigente che reprime ogni libertà possibile, impedendo la fruizione piena dei diritti civili e sociali e quindi vanificando la prospettiva di una vita dignitosa – smentendo così, la narrativa propagandistica filorussa che tuttora è la norma in molti dei Paesi dell’Est. 

Oggi 

La situazione in Kazakistan ad oggi è pacificata ma è ben lontana dall’essere migliorata. 

Il Presidente Toqaev infatti, sta acquisendo connotazioni sempre più autoritarie da quando aveva lasciato intervenire l’esercito per sedare le proteste, dando ordine “di sparare per uccidere” la folla di manifestanti che ha definito “terroristi” – senza fare alcuna distinzione tra chi era violento o meno. 

Per di più, ha dato ordine alle principali figure dello Stato di abbandonare il Paese e questo ha permesso alle Forze dell’Ordine di reprimere le manifestazioni usando la forza bruta, senza dover renderne conto ad alcun organo di controllo governativo. 

Situazione paradossale poi si è verificata nella capitale Nur-Sultan, nella quale alcuni gruppi di civili hanno aiutato le Forze dell’Ordine nel reprimere con ferocia le proteste per difendersi da illegalità e saccheggi. 

Ma fino a che punto può arrivare la repressione in uno stato autoritario?  

Per cercare di reprimere le proteste, come abbiamo visto, lo Stato ha usato diversi mezzi, non ultimo il blocco del traffico dati online nella città di Almaty così da isolare i manifestanti dal resto della comunità internazionale. 

Attualmente la situazione nel Kazakistan si è temporaneamente stabilizzata dal momento che sia il Primo Ministro Mamin che lo stesso Nazarbaev si sono dimessi dai loro rispettivi ruoli. 

Riteniamo che si tratti comunque di una situazione alquanto precaria perché, al di là di queste dimissioni che non convincono – abbiamo già visto quanto i fedelissimi del vecchio regime autoritario di Nazarbaev detengano ancora posizioni apicali in punti strategici dell’assetto governativo – l’unica misura adottata per “assecondare le richieste” dei manifestanti è quella di diminuire lievemente il prezzo del gas.  

Misura quest’ultima che appare attualmente in forte rischio, a causa delle tensioni tra Russia e Stati Uniti in territorio ucraino che, qualora effettivamente portassero ad una scesa in campo armata delle due superpotenze, potrebbero innescare un effetto a catena dai risvolti difficilmente prevedibili ma sicuramente drammatici per la popolazione civile residente in tutta la fascia caucasica. 

Se ti è piaciuto l’articolo, Condidivici! 

 

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