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La russificazione: come la Russia influisce nella vita degli altri stati

La russificazione è quel processo che ha portato all’adozione della lingua e della cultura russa nei paesi che sono stati dominati a vario titolo dal paese eurasiatico. Grazie a questa che può essere definita una vera e propria strategia di conquista, infatti, la Russia – come la Turchia – è riuscita ad aumentare il suo potere ed estendere la sua influenza nei territori limitrofi.

Gli effetti più immediati della russificazione sono direttamente visibili nei paesi dell’ex URSS dove, soprattutto in alcune regioni di importanza strategica, la maggioranza della popolazione è russa – esempio lampante in tal senso è il Donbass in Ucraina.

Per massimizzare il successo del processo di russificazione, infatti, un buon numero di cittadini russi veniva fatta insediare nel nuovo territorio, andando poi a ricoprire incarichi amministrativi nello stesso. Proprio grazie alla presenza della popolazione russa nel tessuto amministrativo-burocratico di un determinato luogo, permetteva di imporre la lingua e la cultura russa.

Questo modello ha permesso alla Russia di conquistare e mantenere il controllo e l’influenza su regioni che a volte erano a migliaia di chilometri dalle due città principali dello Stato: Mosca e San Pietroburgo.

Ma facciamo un passo indietro nel tempo iniziando ad analizzare i primi esempi di russificazione.

Il Khanato di Kazan’

Fino al 1500 la Russia era ancora la grande potenza che conosciamo oggi, tanto è vero che fu dominata dall’impero mongolo per circa 250 anni. Dopo questo dominio, nell’area cominciarono a porsi le basi per la nascita dell’Impero zarista che nel tempo, a sua volta, porterà alla costituzione dell’Unione Sovietica. Fu proprio al periodo del dominio mongolo che risale la nascita del processo di conquista che è stato poi perfezionato in seguito: la russificazione.

Quando l’impero mongolo conquistava un nuovo territorio, infatti, lasciava ai superstiti una scelta: venire uccisi o diventare schiavi – recentemente sono state ritrovate prove degli stermini di Rjazan’, Torzhok e Kozelesk da parte dei mongoli conseguenti a questa tecnica di conquista.

Una volta fatta schiava od uccisa la popolazione poi, i mongoli spazzavano via tutti i riferimenti culturali di quei territori, arrivando anche a distruggere città e fortezze.

La scelta dei territori da conquistare non era affatto lasciata al caso: l’armata di Gengis Khan, infatti, era solita occupare i territori più importanti dal punto di vista del sostentamento – ad esempio, occuparono la steppa russa meridionale, il territorio più fertile della zona.

Un altro elemento fondamentale di questo processo di “pulizia culturale” adottato dai mongoli – che verrà poi ripreso direttamente dal modello russo – era l’imposizione di una forte tassazione gravante su tutti i “non mongoli”, così da assicurarsi che gli stessi non avessero le risorse necessarie per rovesciare l’impero.

Questa forte influenza ha portato anche all’adozione di termini mongoli nell’ambito dell’amministrazione e della finanza, come il termine jarlik – che oggi vuol dire “marchio di fabbrica o timbro doganale” ma che deriva da una parola mongola che significa “ordine scritto del Khan” e rappresentava un qualche tipo di concessione di privilegi che lo stesso elargiva – ed il termine dengi e denga – “denaro” e “moneta coniata”.

In buona sostanza, quindi, fu proprio la grande influenza mongola a trasformare la vecchia Russia divisa e debole, nella super potenza monolitica che conosciamo oggi.

La differenza tra le due potenze fu semplicemente una: il rapporto con il proprio popolo.

Da un lato, i mongoli non avevano nessun rapporto con il popolo e non erano interessati a che questi adottassero i loro costumi o la loro religione (dal momento che la scelta era tra la morte e la schiavitù, infatti, l’annientamento culturale avveniva ugualmente e con il minor sforzo).

Dall’altro lato, i russi improntarono il loro modello espansionistico e di conquista proprio sull’adozione da parte della popolazione dei costumi e della religione russa – alla stregua dell’Impero Romano.

Questa differenza tra le due tattiche di conquista era dovuta alle differenti origini storiche e sociali delle due popolazioni.

I mongoli erano dei nomadi clanici, senza delle vere e proprie radici culturali stabili e ben radicate da dover preservare. I russi, invece, formavano una società agricola complessa che prevedeva una gestione bene più difficile delle semplici razzie e scorribande nomadi.

A causa di questa mancanza di stabilità e solidità della struttura sociale, dunque, l’impero mongolo iniziò a deteriorarsi verso il 1500 e ciò permise ad alcune delle terre conquistate – tra cui anche la Cina – di iniziare a “rialzare la testa”.

Anche la Russia beneficiò del crollo dell’impero mongolo e la sua rinascita ufficiale si fa risalire al 1547, anno in cui ebbe inizio il regno di Ivan IV, anche detto il Terribile il quale, autoproclamandosi Zar – e non principe come in passato – di Russia e della terza Roma, ovvero Mosca, assunse il pieno controllo del nuovo Stato.

Fu proprio durante il regno di Ivan il Terribile quindi, che vengono poste le basi dell’Impero zarista in quanto lo Zar diventa una figura indipendente e gerarchicamente superiore rispetto alla Chiesa, determinando così una scissione ufficiale del potere temporale da quello spirituale.

Per di più, Ivan IV scacciò l’esercito mongolo dai territori limitrofi, partendo proprio dal Khanato di Kazan’. L’assedio dello stesso nel 1551 diede la possibilità al neo-nato Stato russo di stabilire il suo primo avamposto: a ridosso della stessa Kazan’.

È proprio con l’arrivo di Ivan il Terribile, quindi, che il modello di russificazione comincia a delinearsi, determinando importanti conquiste – da un punto di vista sia strategico che economico – per la Russia.

È interessante notare che lo Zar, dal momento in cui prese il potere, cercò anzitutto di riannettere quei territori che erano caduti in mano ai mongoli perché fu proprio in questa fase che iniziarono ad essere poste le basi per quel processo che poi divenne una costante: la russificazione.

Le mire espansionistiche dello Zar non si fermarono solo ai territori conquistati dai mongoli, ma si estendevano anche a quelli conquistati da altre popolazioni come, ad esempio, i Livoni – che conquistarono la regione della città di Dorpat, l’odierna Tartu.

La conquista del Caucaso

Come abbiamo potuto vedere quando abbiamo parlato della conquista del Caucaso, la Russia ebbe grandi difficoltà per annettere la regione e cercò di allearsi con altre popolazioni presenti sul territorio così da imporre il suo potere.

Prima di arrivare a conquistare la Ciscaucasia, infatti, la Russia “preparò la strada” annettendo la Transcaucasia – dove era molto più semplice imporre il modello di russificazione in quanto il territorio era abitato a prevalenza da popolazioni non nomadi e pre-agricole come i circassi – creando così il cosiddetto “corridoio caucasico”.

Nonostante questo, per riuscire a conquistare interamente la Ciscaucasia ci vollero circa 50 anni.

Quando infine la Russia riuscì ad annettere quei territori, la popolazione locale – specialmente i circassi – venne espulsa dalle proprie terre od uccisa ed al suo posto, la regione venne abitata da cittadini russi in modo da permettere all’Impero centrale di regnare con molta più facilità sul territorio.

Anche i georgiani, gli azerbaigiani e gli armeni dovettero sottostare ai dettami dell’impero russo, ma avendo accettato e riconosciuto la superiorità dei russi non subirono la stessa violenza dei circassi, i quali si videro espropriati della propria terra e lasciati in balia degli eventi.

Come mantenere il potere nei secoli

L’impero russo continuò ad espandersi nei secoli e, con l’aumentare dei territori e la loro sempre più distanza dalle principali città russe, iniziarono anche i problemi di gestione e controllo dal momento che era difficile annettere popolazioni così distanti come i polacchi, lituani, bielorussi e ucraini.

Inizia così la fase più forte ed intensa del processo di russificazione.

A subirne gli effetti maggiori furono polacchi ed ucraini, ai quali fu addirittura imposto di studiare la lingua russa nelle scuole poiché nel 1800 si intuì che, se non si fosse aumentata la presenza della cultura russa in questi luoghi, gli stessi avrebbero presto resistito al controllo dell’Impero zarista.

Verso la fine del secolo però, proprio in quei luoghi, nacquero i primi movimenti rivoluzionari che poi diedero vita alla nascita dell’Unione Sovietica.

La russificazione, dunque, fu il motore fondamentale che accese i moti rivoluzionari in tutto il territorio russo. Primi tra tutti ad iniziare a covare sentimenti rivoluzionari, furono i polacchi che si videro traditi anche da Katkov, il giornalista occidentalista più famoso della Russia di quel periodo, che si schierò a favore dello Zar, forse per paura di qualche ritorsione.

In generale però, tutte le popolazioni riuscirono ad “imporre” la propria autonomia solo a seguito della nascita dell’URSS in quanto la stessa si basava sull’autodeterminazione dei popoli, riuniti però sotto la stessa bandiera.

Cosa vuol dire russificazione oggi

Oggi il termine russificazione è associato alla serie di continue rivoluzioni nei territori che hanno subito le maggiori conseguenze delle politiche espansionistiche aggressive della Russia zarista.

Nello specifico, la Ciscaucasia – ancora oggi teatro di violente rivoluzioni e guerre civili miranti a colpire ed indebolire una volta per tutte lo Stato centrale – e la Crimea – territorio che faceva parte dell’Ucraina e che dal 2014 è stato unilateralmente annesso dalla Russia, nonostante le forti condanne internazionali.

La questione della Crimea è molto complessa e particolare: la Russia, infatti, giustifica l’annessione asserendo che la stessa sia stata richiesta dalla popolazione a seguito di un referendum popolare.

Quello che il governo di Mosca non ammette però, è che prima di detto referendum nella regione ha avuto luogo un fortissimo processo di russificazione che ha fatto sì che la maggioranza della popolazione fosse russofona ed in maggioranza rispetto a quella ucraina, come è accaduto anche in Donbass.

Il motivo dell’interesse espansionistico russo in Crimea è puramente strategico: chiunque governa la Crimea, governa il Mar Nero. Con questo obiettivo ben chiaro in mente, la forte presenza della popolazione russa sul territorio fu intensificata sin dal periodo sovietico – quando la popolazione russa passò dal 33% al 70%.

Quando cadde l’URSS, la Crimea passò sotto le mani dell’Ucraina come territorio autonomo e non più oblast’ (una sorta di regione o provincia). L’Ucraina siglò un accordo con la Russia, concedendo la possibilità di lasciare le proprie navi nel porto di Sebastopoli in cambio dell’abbandono da parte russa di ogni pretesa sul territorio della Crimea.

Questo accordo resse – garantendo una sorta di pace tra i due Stati – fino al 2013, quando il presidente ucraino Janukovich optò per non siglare degli accordi con l’Unione Europea che lo costringevano ad accettare un prestito da Putin. Questo incrementò la sfera di influenza russa in Ucraina, facendo nascere molte rivolte in tutto il paese.

Queste rivolte portarono alla fuga del presidente ucraino il 21 febbraio del 2013, creando una situazione di destabilizzazione in tutta la nazione che si diffuse anche nel Donbass – altra regione dell’Ucraina a maggioranza russofona – e portò a divisioni all’interno dell’esercito ribelle ucraino, facilitando la conquista della Crimea da parte russa.

L’obiettivo principale della Russia non era solo ottenere il possesso della Crimea, ma anche quello di “mostrare i muscoli”: queste guerre sono state dei semplici modi per opprimere la popolazione ribelle ed imporre la propria forza, così da ristabilire una salda influenza sui territori limitrofi.

La predominanza russa ha portato ad un conseguente spostamento dell’esercito a Sinferopoli (Capitale della Crimea), dato che lo stato ucraino al momento era allo sbando.

Per di più, dopo una riunione a porte chiuse nel municipio della capitale si decise di nominare primo ministro della Crimea Sergej Aksёnov, leader del partito filorusso in Ucraina. Ed ancora, Sebastopoli divenne una città federale russa – status che solo Mosca e San Pietroburgo potevano vantare fino a quel momento – a seguito della mancata opposizione dell’esercito ucraino, ormai del tutto indebolito.

L’unificazione della Crimea passò attraverso la Duma (assemblea rappresentativa russa) che formulò un referendum – che ebbe luogo il 16 marzo 2014 – i cui quesiti erano:

  • Sei a favore del ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione Russa?
  • Sei a favore del ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina?

Parteciparono a questo referendum locale circa 1,2 milioni di elettori, ovvero l’83% degli aventi diritto, i quali votarono per il 97% a favore della riunificazione con la Russia. Così il 17 marzo la Crimea siglò l’accordo con l’Ucraina per diventare uno stato autonomo ed il giorno dopo ne firmò un altro con la Russia per entrare a far parte della Federazione.

A seguito di quest’ultimo accordo – frutto, come abbiamo visto, di un incessante opera di russificazione – la Russia ha acquisito ulteriori giacimenti di petrolio nel Mar Nero, aumentando così il suo potere nell’area.

Altri esempi di russificazione si possono notare nelle altre repubbliche ex URSS: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Queste nazioni sono ufficialmente bilingue il che vuol dire che la Russia ha influenza all’interno della sfera politica ed amministrativa di detti paesi.

La russificazione in sostanza continua a “dare i suoi frutti”, facendo sì che questi paesi siano tutt’oggi del tutto dipendenti e/o grandemente influenzati dalle decisioni di Mosca, senza la reale possibilità di sviluppare apparati statali davvero liberi e democratici.

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Mattia Ignazzi

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