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Il Burqa in Afghanistan: segno di femminilità islamica o di oppressione?

Nella società contemporanea occidentale i diritti umani sono principi cardini dello stato civile che permettono ad ogni individuo di essere libero. Quello che vorremo indagare con il presente articolo è il come questi diritti siano perseguiti anche nelle società mediorientali, come in quella afghana, caratterizzate da un’organizzazione statale confessionale.

Il caso dell’Afghanistan è particolarmente interessante per diverse motivazioni. Tra tutte, l’attenzione sarà concentrata sulla situazione delle donne nella società afghana, specialmente sul significato simbolico del burqa e la sua evoluzione storica.

Il vero ruolo del burqa è sempre stato al centro di dibattiti molto accesi. Il Corano non ne prescrive l’obbligo di utilizzo per le donne. Sono stati il tempo e la tradizione millenaria ad imporlo come simbolo di oppressione e sottomissione ed allo stesso tempo di tradizione e religiosità delle donne musulmane.

Diverse sono le interpretazioni, ma è evidente come storicamente, le pratiche relative all’obbligo dell’uso del burqa iniziano in modo particolare dall’insediamento dei talebani nel territorio afghano.

Ricostruzione socio-politica della libertà di espressione delle donne afghane

Nella storia dell’Afghanistan è possibile disegnare una linea netta che definisce chiaramente come siano cambiati nel corso dei secoli il ruolo della donna ed i suoi diritti nella società.

Il movimento per i diritti delle donne nasce nel periodo del regno di Amir Adbur Rahan Khan, dal 1880 al 1901. Sofferenze e conversioni sono state frequenti negli anni di potere di questo sovrano, ma egli riuscì anche a portare un vento di modernizzazione in uno Stato praticamente appena nato.

Riforme sociali furono adottate che hanno determinato un miglioramento della posizione delle donne nella società, tra cui: diritto al divorzio, aumento dell’età legale per il matrimonio e diritti di proprietà femminili.

Nacque a questo punto, un dilemma tanto grande quanto attuale: quanto l’islam tradizionale e la modernità possono coesistere nello stesso Stato?

Una delle risposte a questa domanda fu data da Mahmud Tarzi, membro del movimento dei Giovani Turchi, che riconobbe la necessità di un adattamento del mondo islamico ad un approccio riformista e progressista alla modernità. Dopo un periodo di esilio in Turchia, questi tornò in Afghanistan nel 1905 grazie ad Amir Habibullah, diffondendo le sue idee e diventando il cardine del movimento nazionalista dei Giovani Afghani.

Uno dei principi portati avanti da Tarzi era basato sul ruolo centrale dell’istruzione nelle lotte per le riforme sociali. Proprio grazie alle sue battaglie, in questi anni, aprirono in Afghanistan le prime scuole femminili.

Ulteriori miglioramenti avvennero durante il regno di Amanullah, figlio e successore di Amir Habibullah, tra il 1919 ed il 1929. Grazie a lui, prendendo ispirazione da Mustafa Kemal Ataturk, fu stilata una nuova costituzione che tutelasse e garantisse i diritti civili per tutti in modo equo, sia per le donne che per gli uomini. Con queste nuove direttive, lo Stato mise fuori legge i codici di abbigliamento tradizionale che erano considerati particolarmente oppressivi, specialmente per le donne, rimuovendo anche l’obbligo del velo. Inoltre, furono aperte numerose scuole, vennero aboliti i matrimoni forzati e le pratiche relative alla poligamia.

Una vera e propria rivoluzione culturale che in poco meno di 20 anni investì positivamente le sorti di un Paese schiavo della tradizione e ancora acerbo in materia di democrazia e legislazione.

Tutta questa innovazione portò non solo avanguardia e progresso culturale, ma anche malcontenti generali che sfociarono in rivolte tradizionaliste. Queste furono capaci di rovesciare il regime di Amanullah, portando al potere, nel 1929, il leader tradizionalista Muhammad Nadir Shah.

Il nuovo sovrano fece chiudere le scuole femminili e rintrodusse tutte le limitazioni alla libertà delle donne, compreso l’obbligo del velo.

L’ondata tradizionalista finì nel 1933, quando Muhammad Nadir Shah venne assassinato ed a lui subentrò Muhammad Zahir Shah, figlio del precedente.

Dal 1933 al 1973, anni del regno di Zahir Shah, l’Afghanistan imboccò la strada riformista, implementando a pieno alcune delle iniziative di Amanullah. Grazie a questo ritorno ad un approccio più aperto, una nuova Costituzione introdusse uno scenario democratico e concesse alle donne afghane il diritto di voto. Anche le università e le scuole vennero aperte alle donne, rendendo così la società afghana al passo con i tempi del mondo occidentale.

La florida era di modernizzazione che l’Afghanistan stava vivendo ebbe una brusca battuta d’arresto alla fine degli anni ’70.

Era il 1978 quando i comunisti afghani presero il potere con un colpo di stato ed iniziarono una campagna di riforme sociali tra il tradizionalismo e la modernizzazione. Questo pericoloso equilibrio venne poi rotto nel dicembre del 1979 quando le truppe sovietiche invasero l’Afghanistan per sostenere il governo comunista. Da questo momento in poi, la resistenza afghana formata dai Mujahidin combatté lunghe battaglie contr l’esercito sovietico. Solo negli anni ’80, alcune potenze, tra cui gli Stati Uniti d’America, iniziarono a fornire loro supporto ed equipaggiamento militare. L’Afghanistan si trovava ormai al centro delle dinamiche della Guerra Fredda, dovendo però anche combattere per una stabilità interna, che stava diventando solo un ricordo lontano. Nel 1989, i sovietici annunciarono la ritirata, lasciando un Paese ferito in una guerra civile senza precedenti.

In un clima conflittuale come questo, le donne si trovarono a vivere in un momento storico di degrado sociale: morte, distruzione, violenze e suicidi erano diventati la quotidianità.

Nell’incertezza e nel caos, i Talebani riuscirono ad imporre la loro autorità. Si presentarono come una degna alternativa alla guerra civile che stava distruggendo il Paese, ma la realtà non corrispondeva ai fatti.

Le donne afghane non smisero mai di combattere per una guerra che sembrava essere proprio contro di loro.

Nel contesto nazionale che si stava creando, politiche restrittive provenienti dal codice tradizionale del popolo Pashtun, il Pashtunwali, riprendevano rigide interpretazioni della Sharia, la legge islamica, portando nella società misoginia e controllo.

Il diritto all’istruzione, ad avere un lavoro, alla libertà di espressione delle proprie idee e del proprio corpo, alle cure mediche, tutto questo si presentava per le donne come un ricordo degli anni della modernizzazione. Con l’avvento del regime talebano il ruolo della donna viene minimizzato ed in molti contesti proprio eliminato.

Ogni donna venne nascosta dietro il burqa e completamente rimossa dalla vita pubblica della società afghana.

Con la sconfitta dei Talebani nel 2001 per opera degli Stati Uniti d’America, i diritti delle donne furono riportati in primo piano al centro del dibattito internazionale. A seguito dell’intervento occidentale sul campo, il ruolo sociale della popolazione femminile afghana cominciò a riconquistare un minimo di peso.

Anche nelle aree più rurali, il diritto all’istruzione veniva garantito, insieme al diritto ad avere un lavoro e ad essere attive politicamente. Nacque il Ministero degli Affari Femminili, che assicurava un trattamento dignitoso ad ogni donna presente sul territorio afghano, tutelando anche i diritti politici.

Occidentalizzazione e Tradizione

Gli attori principali che hanno reso così conflittuale la storia dell’Afghanistan potrebbero essere proprio le tante personalità che abbracciavano gli ideali del tradizionalismo, mossi dalla fervente necessità di resistere alle dinamiche di riformismo ed occidentalizzazione che stavano investendo il Paese.

Il progresso ed il miglioramento che si stavano attuando nelle vite delle donne afghane spaventavano coloro che, legati alle tradizioni e ad una visione integralista e distorta della religione islamica, non riconoscevano le trasformazioni che la società contemporanea stava richiedendo.

Tradizionalmente parlando, la famiglia, essendo messa al centro della vita sociale e religiosa, costituiva l’identità di un individuo. Per ogni donna che faceva parte della famiglia, i valori legati alla castità ed alla modestia erano essenziali nel definire l’intero nucleo. Con le riforme questo sistema di pensiero venne totalmente scardinato, minacciando il pensiero tradizionale di una società prettamente maschile che condannava i comportamenti non decorosi delle donne.

Da qui, la concessione dei diritti delle donne sul modello occidentale era percepita come un reale pericolo, che doveva essere combattuto. Il primo aspetto che bisognava contrastare e controllare era proprio l’abbigliamento.

Veli e Tradizione

Nel mondo arabo, la maggior parte delle donne di religione islamica indossa un velo.

Il velo sul viso faceva originariamente parte dell’abbigliamento femminile di alcune classi dell’impero bizantino e si pensa che venne adottato dalla cultura musulmana durante la conquista araba del Medio Oriente.

Numerose sono le tipologie di velo che sono esistite e che esistono al giorno d’oggi:

  • l’hijab è il più popolare dei veli, noto anche in Occidente. Consiste in uno o due veli che coprono la testa ed il collo della donna, lasciando scoperto il viso interamente;
  • il niqāb copre il corpo interamente, anche il viso e a testa, solo gli occhi vengono lasciati liberi attraverso una fessura. Esistono due tipologie di niqāb: quello a metà e quello intero. Il primo si compone di un velo sulla testa e sul viso che lascia gli occhi e parte della fronte visibili; il secondo lascia solo una stretta fessura per gli occhi. Quest’ultimo, nonostante sia utilizzato frequentemente nel mondo musulmano, è particolarmente indossato dalle donne degli Stati del Golfo;
  • il khimar è un grande velo che copre la testa, i capelli, il collo e il petto, a eccezione del viso. Alcune varianti comprendono anche la copertura del corpo intero, fino alle caviglie;
  • il chador è un lungo scialle che copre il corpo intero, comprendendo anche la testa ed il collo, ma lasciando il viso completamente scoperto;
  • l’al-amira è composto da due pezzi: il primo copre il capo interamente ed il secondo è un foulard che si avvolge al collo e copre anche parte della testa;
  • lo shayla è un velo di forma rettangolare avvolto intorno alla testa e fissato sulle spalle;
  • il burqa è un velo indossato su tutto il corpo, dalla testa ai piedi. Il viso è completamente coperto, compresi gli occhi, che sono velati da una sorta di retina. I Paesi in cui è più utilizzato sono l’Afghanistan ed il Pakistan, in cui vige, ad oggi, l’obbligo di utilizzo.

La politica e le interpretazioni religiose hanno influenzato la tradizione di indossare il velo nella società musulmana. Anche dei fattori legati alla sicurezza, alla laicità ed alla comunicazione sono stati centrali nei dibattiti occidentali relativi all’utilizzo del velo. L’occidentalizzazione della società, come abbiamo visto, ha portato ad un adattamento nell’ utilizzo del velo per le donne emancipate, rendendolo non una costrizione ma una pratica religiosa adottata spontaneamente.

La tradizione del velo è così lunga che è difficile sapere quando o dove è iniziata. Anche se solo le donne musulmane sono associate al velo infatti, la pratica è iniziata ben prima dell’ascesa dell’Islam.

I numerosi stili di abbigliamento islamico presenti oggi nel mondo riflettono le tradizioni locali e le diverse interpretazioni dei requisiti islamici. Di conseguenza, è difficile definire una sola tradizione per comprendere a pieno il significato dell’utilizzo di un velo piuttosto che di un altro.

Gli scritti religiosi musulmani, il Corano e gli Hadith, non presentano delle disposizioni ben precise circa l’utilizzo del velo per le donne. Il Corano non esplicita chiaramente l’esistenza di un obbligo circa l’utilizzo del burqa, estremamente restrittivo della libertà di espressione per le donne islamiche.

Invece, uno dei valori che viene chiesto di perseguire alle donne ed agli uomini in ugual misura è la condotta modesta, espressa principalmente nel comportamento e nel vestiario, con indumenti per le donne che possano coprire principalmente il corpo, il viso, i capelli.

La parola burqa non è mai menzionata tra le righe del Corano, ma viene inclusa nel termine hijab, che invece è presente. Le traduzioni attribuite a questo termine sono velo, barriera, copertura, mantello, divisione, divisorio, ma è interessante notare come in nessuna delle cinque volte in cui viene utilizzata nel Corano è in riferimento al codice di abbigliamento della donna musulmana.

Altrimenti, l’uso del burqa è accostato alla parola khimar, presente in alcuni versetti coranici:

“[24:31] E dì alle donne credenti di sottomettere i loro occhi e di mantenere la loro castità. Non riveleranno alcuna parte del loro corpo, se non quella apparente. Si copriranno il petto con il loro ‘khimar’.”

La traduzione di questo specifico versetto è considerata come principio fondamentale per il codice di abbigliamento delle donne musulmane. Inoltre, la parola utilizzata per la traduzione letteraria è “velo” e questo induce le persone non esperte delle Scritture a considerarlo come legge.

Questo monopolio maschile nell’interpretazione del Corano non lascia spazio alla libertà intellettuale femminile, che si ritrova dunque imbrigliata in regole e codici di condotta derivanti da una visione maschilista del mondo.

Un velo indossato in qualsiasi forma dovrebbe essere una scelta personale e indipendente, libera dalla pressione sociale e religiosa.

Ad oggi, il velo ed in particolare il burqa nella società afghana è diventato parte integrante del codice di abbigliamento delle donne islamiche. L’obbligo del suo utilizzo, con il regime talebano degli anni ’90 e quello attuale, ha aperto il dibattito circa l’effettiva volontarietà di questa scelta delle donne afghane. Molte donne si oppongono all’obbligo mentre la maggior parte, essendo sottomesse agli uomini della famiglia, non possono sottrarsi al divieto od hanno troppo paura delle conseguenze.

Esiste anche una parte di loro che spontaneamente, senza nessun tipo di coercizione, decide di indossare il burqa per motivi religiosi.

Lo scopo principale del burqa è quello di coprire il corpo interamente, compresi gli occhi, al fine di preservare l’integrità ed i valori femminili, avendo anche uno scopo di controllo sulla donna e sulla sua libertà.

Anche alle ragazze in preparazione alla vita adulta viene fatto indossare il burqa, nonostante non sia per loro un obbligo.

Quando nel 2001 cadde il regime dei talebani, molte donne decisero spontaneamente di continuare ad indossare il burqa, perseguendo le credenze religiose e tradizionali che fino a poco prima erano viste solamente come stringenti obblighi. Altre decisero di indossare il burqa per un senso di sicurezza.

Questa è la libertà di espressione sulla quale, anche oggi, ogni donna dovrebbe fondare la propria personalità.

LA SITUAZIONE OGGI

Come evidenzia il The Guardian nell’articolo “Afghan women’s defiance and despair: ‘I never thought I’d have to wear a burqa. My identity will be lost’”, i diritti delle donne, la moralità, la politica ed il femminismo sono intrinsecamente collegate al codice di abbigliamento islamico che prevede l’uso del burqa.

Oggi il burqa, per molti Paesi occidentali è interpretato come segno di differenza, pericolo, estremismo od oppressione per le persone e per i governi che non ne sostengono l’usanza. Questo ha portato alcuni Stati ad adottare misure di contenimento dell’uso del burqa. Detto questo, le donne che indossano l’hijab a volte affrontano discriminazioni e/o atti di ostilità e violenza basati sull’islamofobia.

In Afghanistan le donne hanno subito discriminazioni e gravissime violenze, come è stato evidenziato precedentemente, per mano dei Talebani che si sono serviti del burqa per silenziare ogni ulteriore traccia di resistenza all’interno della popolazione femminile.

Il burqa può essere interpretato come un rifiuto dei valori occidentali ed allo stesso tempo un simbolo di potere della classe predominante nella società islamica. Ogni giorno le donne in Paesi particolarmente conservatori sono costrette ad indossarlo per paura di percosse, arresti o delitti d’onore.

Molte di loro ritengono che il burqa non sia affatto uno strumento di sottomissione, ma piuttosto un mezzo per l’uguaglianza. Questo perché non sono giudicate per il loro aspetto e sono liberate dalle avances indesiderate e dagli sguardi opprimenti. Scegliere di indossare il burqa o l’hijab, invece di essere costrette a farlo, è una questione di libertà di espressione – diritto fondamentale di ogni essere umano, uomo o donna che sia.

Un’altra ragione per cui le donne continuano a portare il velo è per una questione di appartenenza identitaria ad un gruppo. È un distintivo d’onore, solidarietà ed orgoglio etnico in un mondo che spesso valorizza gli standard di bellezza eurocentrici e l’assimilazione culturale.

Quando i primi piccoli centri dell’Afghanistan venivano riconquistati dai Talebani agli inizi dell’agosto del 2021, il Paese ha fatto esperienza di un vero e proprio ritorno al passato, una condanna a morte per i diritti delle donne.

In un Paese come l’Afghanistan devastato dal primo regime talebano, questo duro ritorno ha portato paura e sconforto nel cuore di ogni donna. La maggior parte delle ragazze sotto i 30 anni che non hanno subito le violenze durante il primo regime talebano, ora provano sulla loro vita la sofferenza della schiavitù.

Leggi per il divieto di uscita senza parenti maschi, di andare a scuola, di diritto al lavoro e di cure mediche, obbligo di indossare il burqa con annesse pene corporali in caso di trasgressioni: tutto questo rende la donna un mero oggetto, senza diritti e libertà.

Il diritto di voto, l’accesso alle cariche pubbliche ed all’istruzione sono solo ricordi di tempi migliori per coloro che non sono riuscite a sfuggire a questo nuovo, ma allo stesso tempo vecchio, regime talebano.

Il poeta siriano Adonis parla della condizione della donna nei Paesi islamici come un problema che va ben oltre la cultura e la tradizione. Questo rapporto conflittuale tra l’islam e la modernità è segno di incapacità dimostrata dalla religione di proteggere e tutelare le figure femminili della società, ossia di condannare il fondamentalismo islamista.

Proprio oggi, dopo lo scorso agosto, le donne musulmane hanno bisogno dell’appoggio della società civile e della comunità internazionale per provare a non venir sopraffatte nuovamente dalla cultura del silenzio e dell’oppressione dentro la quale i Talebani le stanno rispingendo.

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Mariaelena Zonetti

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