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La Shia Family Law e altre violazioni dei diritti delle donne in Afghanistan

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La storia della nascita dell’Afghanistan moderno ha conosciuto, soprattutto nell’ultimo secolo, un andamento altalenante per quanto riguarda i diritti delle donne, che si sono viste concedere e revocare le libertà personali a seconda dei vari scenari politici – a tratti modernisti, a tratti tradizionalisti – che si sono instaurati nel Paese con gli anni.  

In linea generale, possiamo affermare che in Afghanistan, come in altri Paesi a maggioranza musulmana, le donne sono considerate inferiori e complementari agli uomini sia nella sfera pubblica che in quella privata. Questa concezione deriva da interpretazioni del Corano e di vari scritti dal valore giuridico del Profeta Maometto detti “hadith”. Secondo la tradizione islamica di più rigida interpretazione, l’uomo vale il doppio della donna sia all’interno della società che davanti alla legge. L’equivalenza tra i sessi è valida solo nella sfera spirituale, cioè davanti a Dio. 

I diritti delle donne dall’indipendenza dell’Afghanistan

Nella prima metà del secolo scorso le libertà individuali della donna hanno conosciuto una prima apertura sotto il regno del re Amanullah. Dal 1919 le afghane hanno infatti potuto abbracciare la vita pubblica e ricevere un’educazione; l’obbligo di portare il velo integrale è stato temporaneamente abrogato e le leggi sul matrimonio sono state riviste. In particolare, l’obbligatorietà del matrimonio, specialmente quello precoce, è stata abolita, e le leggi sulla poligamia sono state rese più concessive per quanto riguarda la libertà delle donne.  

Queste riforme liberali sono il frutto dell’influenza politica della regina Suraya, moglie di Amanullah, unica donna politica influente riconosciuta in Afghanistan fino ad oggi. L’approccio rivoluzionario nei confronti dei diritti della donna ha causato diffuse proteste all’interno del Paese, portando alla deposizione dei sovrani nel 1929. 

I governi successivi hanno continuato a garantire una base di diritto individuale femminile, soprattutto negli ambiti della vita pubblica e dell’educazione. Intorno alla metà del 1900 una piccola percentuale delle donne afghane lavorava come ricercatore scientifico, insegnante, medico e dipendente pubblico.  

La Costituzione dell’Afghanistan  redatta nel 1964 ha garantito il suffragio universale ed ha sancito il diritto per le donne di candidarsi alle elezioni. Tuttavia, la forte asimmetria tra la situazione nelle città e nelle zone rurali del Paese ha continuato ad escludere la maggior parte delle donne dalla vita politica dell’Afghanistan. Nelle campagne, dove abitava una grande porzione della popolazione totale, la società si strutturava sull’ordine patriarcale e tribale, e considerava la donna come mera merce del contratto matrimoniale e domestico. 

RAWA e AWC 

Nell’ultimo quarto del XX secolo, grazie all’incremento dell’attivismo femminile ed alla progressiva presa di coscienza alimentata dall’istruzione allargata, sono nate organizzazioni e associazioni per il diritto della donna. Tra queste, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA) e il Consiglio delle Donne Afghane (AWC). 

Il contesto storico in cui si sviluppano queste realtà coincideva con l’occupazione del Paese da parte dell’Unione Sovietica. RAWA, infatti, nacque come movimento di resistenza all’invasore, che costrinse la fondatrice Meena Keshwar Kamal a spostare la sede dell’associazione in Pakistan, dove venne assassinata dai sicari del KGB nel 1987. L’Associazione non ha tuttavia smesso di esercitare la sua attività in maniera clandestina, e continua oggigiorno a battersi tramite la gestione di ospedali e ambulatori mobili, corsi di alfabetizzazione per donne e scuole per l’infanzia. 

Nel 1978 il governo ha concesso pari diritti alle donne in Afghanistan. Questo significava che potevano scegliere i loro mariti e la carriera, e il Consiglio delle Donne Afghane aveva il compito di fornire loro servizi sociali, di educarle e formarle professionalmente. L’AWC è stata la principale organizzazione attivamente impegnata nella difesa dei diritti delle donne in Afghanistan. Fino al colpo di stato da parte dei Talebani e la loro imposizione della legge islamica nel Paese, l’AWC ha permesso l’accesso all’educazione a circa 230.000 donne afghane. 

I diritti delle donne sotto lo Stato Islamico dell’Afghanistan

Con l’occupazione dei Talebani la situazione è rapidamente mutata. Questi hanno emanato editti per controllare letteralmente ogni aspetto del comportamento delle donne, sia nella sfera pubblica che in quella privata.  

Era loro proibito: avere un impiego; apparire in pubblico senza burqa integrale e senza essere accompagnate da un parente uomo; partecipare alla vita politica o ad altri dibattiti pubblici; ricevere un’istruzione secondaria o superiore. Le donne sono state così private dei mezzi per mantenere loro stesse ed i propri figli. Solo le dottoresse e le infermiere erano autorizzate – sotto stretta osservazione della polizia – a lavorare negli ospedali o nelle cliniche private. Questi editti sono stati emanati dal Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio e applicati attraverso la punizione sommaria e arbitraria delle donne dalla polizia religiosa. 

Con la revoca del diritto di ricevere istruzione, le scuole femminili furono trasformate in istituti esclusivamente maschili. In risposta alla proibizione di partecipare alla società civile, le donne afghane hanno risposto con l’apertura di scuole private. Nel 1998 venne emanato un editto che stabiliva che l’istruzione privata poteva riguardare solamente le ragazze sotto gli otto anni e doveva limitarsi agli insegnamenti del Corano.  

Così facendo i Talebani hanno volontariamente escluso le donne da tutti gli aspetti della società afghana, specialmente dall’istruzione, che ha raggiunto il minimo storico nel periodo in cui hanno governato. Il tasso di partecipazione femminile infatti, era del 13% nelle zone urbane e del 3-4% nelle aree rurali del Paese. I Talebani hanno dichiarato di essere pronti a fornire opportunità di istruzione e lavoro alle donne non appena le condizioni sociali e finanziarie fossero convenienti. Tali condizioni per l’attuazione di un valido programma islamico per le donne non sono mai state attuate. 

L’era post-Talebani 

Nel novembre 2001 l’intervento della NATO ha cacciato i Talebani dal Paese. L’influenza straniera nella politica del Paese in ricostruzione ha fatto sperare in un miglioramento nel livello di coinvolgimento femminile nella società afghana, nonché nella politica, tramite la partecipazione femminile alla redazione della nuova Costituzione.  

La rappresentanza delle donne all’interno dell’assemblea costituzionale era però limitata perché, come ha sottolineato Sighbatullah Mojadeddi, capo dell’assemblea “Loya Jirga” per la redazione della nuova Costituzione afghana nel 2003: “Dio non vi ha dato gli stessi diritti degli uomini perché, secondo la sua volontà, servono due donne per contare quanto un uomo”.  

I principi più tradizionalisti dell’Islam restavano ben radicati all’interno della società afghana. Nel 2004 più della metà delle ragazze sotto i 18 anni di età risultava già sposata. Molte di queste ragazze, tra l’altro, erano state forzate ad un matrimonio di convenienza dalle loro stesse famiglie. La situazione era tuttavia migliore rispetto agli anni di occupazione talebana. Le elezioni parlamentari del 2005 hanno infatti registrato un livello di rappresentanza femminile senza precedenti. 

La Shia Family Law 

Nel febbraio del 2009, sotto la presidenza di Hamid Karzai, venne approvata la Shia Personal Status Law, detta anche Shia Family Law. Il presidente ha presentato il disegno di legge direttamente alla Corte suprema dell’Afghanistan, senza che questo fosse stato discusso all’interno delle camere. La notizia ha creato scalpore a livello internazionale a causa dei contenuti relativi ai rapporti sessuali tra marito e moglie, specialmente quelli contenuti nell’articolo 132.  

La legge, infatti, legalizza a tutti gli effetti il matrimonio precoce e coercitivo all’età di 16 anni, nonché la violenza sessuale domestica, poiché legittima il marito ad esigere un rapporto sessuale dalla moglie con una frequenza massima di uno ogni quattro giorni, salvo in casi di malattia. Inoltre, i diritti ereditari vengono attribuiti al marito, inclusa la custodia dei figli e l’accesso al divorzio. Sotto la Shia Family Law, come succedeva in piena occupazione talebana, la donna non può uscire di casa senza l’accompagnatore o il permesso di un parente di sesso maschile, e deve rispettare le regole di copertura integrale del corpo e del volto. Le donne non possono ricevere un’educazione né cercare lavoro senza il permesso del marito, pena il rifiuto da parte del marito di nutrire e sostentare la moglie. 

Le reazioni alla Shia Family Law 

Il 15 aprile 2009, 200 giovani donne si sono riunite a Kabul, in Afghanistan, per protestare contro la Shia Family Law. Le donne hanno completamente esposto i loro volti, incitando le persone a lapidarle e maltrattarle. Le donne presenti nel corpo di polizia che assisteva alla protesta sono state in grado di proteggere le manifestanti dagli abusi e la marcia è stata in grado di continuare. 

Nel frattempo, 300 studentesse religiose che hanno frequentato l’Università sciita di Khatum-ul-Nabieen a Kabul e altre donne anziane hanno organizzato una contro-manifestazione in difesa della nuova legge. Secondo questo secondo gruppo di donne infatti, le donne che protestavano contro la Shia Family Law si stavano opponendo agli insegnamenti del Corano senza capire che detta legge si basava sulla lealtà che una moglie deve mantenere nei confronti del proprio marito. 

Attiviste per i diritti delle donne hanno attaccato la nuova legge sulla famiglia sciita. “È una chiara violazione della costituzione”, ha affermato Soria Sabhrang della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan a Kabul. “Questa legge aumenterà la violenza contro le donne e nessuna donna avrà un posto dove andare per chiedere aiuto”. 

Le elezioni presidenziali in Afghanistan hanno probabilmente giocato un ruolo nella firma della legge da parte di Karzai. La sua rielezione non era affatto una cosa certa e la sua influenza al di fuori della capitale Kabul limitata. Il sostegno a Karzai era particolarmente scarso negli ambienti religiosi, motivo per il quale secondo molti l’adozione di questa legge è stato un tentativo di conquistare gli ultra conservatori. 

Il Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per le Donne, la NATO, il Canada, gli Stati Uniti, la Germania e altre nazioni si sono fatte avanti chiedendo una revisione della legge in quanto si ritiene che opprima le donne sciite, privandole di molti diritti fondamentali che una donna deve godere in una relazione coniugale. 

Le donne in Afghanistan oggi

La Shia Family Law riguarda la popolazione Sciita dell’Afghanistan, che attualmente si aggira intorno al 15% del totale, cioè circa 6 milioni di persone. Nonostante le proteste internazionali, la legge rimane attualmente in vigore, con delle lievi modifiche. L’età in cui è concesso prendere in sposa una donna è stata aumentata da nove a sedici anni; il matrimonio temporaneo è stato rimosso dalle disposizioni della legge, e le donne possono adesso uscire di casa senza necessariamente dover essere accompagnate da un uomo, ma solo in casi di emergenza. 

Tuttavia, sono stati compiuti grandi progressi tra le donne afghane, a maggioranza Sunnita. Le ragazze costituiscono un terzo dei tre milioni di bambini che frequentano la scuola ogni anno e per la prima volta le donne possono iscriversi alle università nazionali. La mancanza di sicurezza, libertà di parola e di assistenza sanitaria restano però un problema per le donne in Afghanistan, che ancora oggi vedono quotidianamente violati i loro diritti umani fondamentali. 

Il pluralismo giuridico è il segno distintivo della realtà giuridica afghana. La legge afghana è una combinazione di legge islamica, legislazione statale e diritto consuetudinario locale. La mancanza di chiarezza riguardo alla relazione tra queste diverse fonti di diritto e l’assenza di linee guida su come risolvere i conflitti tra di loro sta ancora causando molti problemi in Afghanistan. Nonostante l’esistenza di una costituzione, la realtà socio-giuridica non si riflette in essa, e la legge nei libri non rappresenta le norme che regolano effettivamente la vita della maggioranza della popolazione.  

Per la gente comune e gli abitanti dei villaggi, che costituiscono la maggioranza della popolazione, le leggi tribali, consuetudinarie e islamiche sono più significative e in realtà meglio conosciute di qualsiasi legislazione statale. Di conseguenza, in Afghanistan la mancanza di un sistema legale in grado di garantire e applicare le leggi in modo efficace, impedisce l’applicazione e l’attuazione degli standard legali e dei diritti umani internazionali. 

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Elena Di Dio

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