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La questione del genocidio armeno

Il 10 aprile del 2019 la Camera dei deputati ha approvato una mozione che impegna il Governo italiano a riconoscere ufficialmente il genocidio del popolo armeno e a darne risonanza internazionale. Una precedente risoluzione del 2000, sempre in ambito parlamentare, impegnava, invece, il nostro Governo ad adoperarsi per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e per una riapertura dei confini tra la Repubblica Armena e la Repubblica di Turchia. Proprio l’assenza di una lettura storiografica condivisa del genocidio armeno e il cosiddetto conflitto congelato del Nagorno Karabakh, sembrano essere le due cause principali sia del fallimento dei Protocolli di Zurigo del 2009 che di un’impossibilità di normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia.

Il conflitto in Nagorno Karabakh e le relazioni “congelate” tra Armenia e Turchia

A novembre scorso è arrivato l’annuncio dell’accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian che pone fine a un conflitto militare per il Nagorno Karabakh che si protraeva da sei settimane. Un accordo ottenuto grazie alla mediazione di Vladimir Putin e che prevede, fondamentalmente, oltre all’impiego di forze di pace russe a garanzia della tregua, il rilascio armeno di alcuni distretti azeri e il mantenimento da parte dell’Azerbaigian dei territori recentemente conquistati. Quando nel 1921 la regione dell’Alto Karabakh fu inclusa nella Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian, con uno status di autonomia, la popolazione era al 95% armena. La dinamica demografica ha così innescato le spinte separatiste che hanno, poi, determinato il conflitto degli anni ’90 e portato all’autoproclamazione dell’indipendenza della Repubblica dell’Artsakh dall’Azerbaigian. Il cessate il fuoco del 1994, a cui non è seguito un accordo di pace, ha comportato, invece, una situazione di stallo e la definizione di conflitto congelato, quantomeno, fino alla sua ripresa nel 2016 con la cosiddetta guerra dei quattro giorni.

La Turchia, di fatto, ha vincolato la riapertura dei confini condivisi con l’Armenia alla soluzione del conflitto in Nagorno Karabakh, complicando ulteriormente la già difficile ripresa dei rapporti bilaterali, a causa del mancato riconoscimento del genocidio armeno. La chiusura è avvenuta nel 1993 a dimostrazione della solidarietà turca con le ragioni dell’Azerbaigian, con il quale ha stretto un’alleanza che va oltre la comunanza etnica e linguistica, ma che ha molto a che fare con una solida partnership economica. Centrale è il doppio ruolo dell’Azerbaigian quale Paese di produzione e transito sia di gas naturale che di petrolio e da cui la Turchia dipende in buona parte per la propria sicurezza energetica. In particolare, il progetto del Corridoio meridionale del gas che trasporta il gas azero dal giacimento caspico di Shah Deniz fino alle coste italiane, attraverso i suoi tre gasdotti del Caucaso meridionale (SCP), Trans-Anatolico (TANAP) e Trans-Adriatico (TAP), è stato supportato dall’Unione europea per contribuire alla parziale diversificazione dell’approvvigionamento energetico europeo. Però, i grandi progetti infrastrutturali, il cui costo stimato è di circa 40 miliardi di dollari, non hanno avuto alcun impatto diretto sull’Armenia, aggravandone la situazione d’isolamento economico.

La posizione dell’Europa sul genocidio armeno

Per la prima volta, nel 1973, la Sottocommissione per i diritti umani delle Nazioni Unite riconosce che l’eccidio degli armeni del 1915 è da considerarsi il primo genocidio del ventesimo secolo. Anche il Parlamento europeo, nel 1987, con la Risoluzione su una soluzione politica del problema armeno, affermerà che l’eccidio si costituisce come crimine di genocidio, ai sensi della Convenzione ONU del 1948, ma precisando, però, che da un riconoscimento ufficiale non potrà derivare alcuna rivendicazione legale, materiale o politica contro l’attuale Governo turco. Sempre nella stessa risoluzione dichiarerà, inoltre, che il mancato riconoscimento del genocidio rappresenta un ostacolo alla candidatura della Turchia all’adesione alla Comunità europea. La richiesta d’adesione era stata, infatti, presentata il 14 aprile dello stesso anno per essere poi accolta dal Consiglio europeo solo il 13 dicembre del 1999, con l’ufficializzazione dello status di Paese candidato.

Sarà poi nel 2015, in occasione della commemorazione del centenario del genocidio armeno, che il Parlamento europeo adotterà nuovamente due risoluzioni che, pur non essendo giuridicamente vincolanti, ne esplicitano comunque la posizione sulla questione armeno-turca. Nella prima, l’Armenia e la Turchia sono richiamate all’obbligo di cercare una soluzione che porti alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche attraverso la ratifica e, soprattutto l’attuazione, di protocolli che favoriscano sia la cooperazione che l’integrazione economica dell’Armenia. E infine, nella Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo, il Parlamento europeo avanza la richiesta del riconoscimento ufficiale del genocidio armeno a tutti i Paesi membri.

Il genocidio armeno come arma politica

Gli Stati che esprimono una posizione di riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, anche se prevalentemente con documenti non intesi ad avere effetti giuridici, sono attualmente trenta. La questione, però, è stata anche utilizzata nelle relazioni diplomatiche dei vari Paesi con la Turchia a seconda delle convenienze e degli equilibri geopolitici. La stessa Russia, ad esempio, che ha riconosciuto il genocidio armeno già nel 1995 e ha un rapporto privilegiato con la Repubblica armena, non si è sottratta alla logica dell’arma politica. Nel novembre 2015, dopo l’abbattimento di un caccia russo che aveva sconfinato nello spazio aereo turco al confine con la Siria e aveva aperto una crisi nelle relazioni russo-turche, reagisce a un giorno di distanza con un progetto di legge per la penalizzazione della negazione del genocidio armeno. Mentre a febbraio del 2020, in una situazione di rapporti estremamente tesi tra Siria e Turchia a causa delle operazioni turche nell’area settentrionale del Paese, il parlamento siriano approva un disegno di legge per il riconoscimento del genocidio armeno. L’implicito riferimento all’attuale governo turco, con la condanna al negazionismo e a ogni distorsione della verità storica, e il tardivo riconoscimento delle sofferenze del popolo armeno ne rivelano piuttosto una strumentalizzazione politica in chiave anti-turca.

Se la Francia ha sempre dimostrato una sensibilità particolare per la questione armena e ha riconosciuto il genocidio con una legge del 2001, invece gli Stati Uniti non si sono sottratti al gioco delle strategie geopolitiche. La seconda crisi di Cipro (1974), con il deterioramento dei rapporti diplomatici tra USA e Turchia, ha giocato un importante ruolo nella risoluzione del 1975 in cui gli Stati Uniti definivano l’eccidio degli armeni con il termine di genocidio. Il Senato degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione sul riconoscimento ufficiale del genocidio armeno il 12 dicembre 2019, ma va anche aggiunto che la precedente approvazione della Camera dei rappresentanti avveniva nello stesso giorno in cui si votava per la proposta di sanzioni alla Turchia per l’intervento militare in Siria nordorientale.

La definizione di genocidio

Il genocidio trova una sua definizione giuridica di riferimento nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Il genocidio, sia in tempo di pace che di guerra, è considerato un crimine di diritto internazionale. Gravi lesioni fisiche o psichiche, l’uccisione di membri di un determinato gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso rientrano nella definizione di genocidio. Ma anche impedire nuove nascite all’interno del gruppo, attuare trasferimenti forzati da un gruppo a un altro o infliggere condizioni di vita che abbiano l’intento di provocarne la distruzione fisica sono azioni che rientrano nella definizione di genocidio. Tali atti, infine, devono essere commessi, però, con l’intenzione di distruggere, anche fosse solo parzialmente, una collettività secondo quelli che sono i criteri identificativi enunciati dalla Convenzione stessa.

Considerando la questione del genocidio armeno in un’ottica giuridica, se le motivazioni territoriali e politiche sono le più consistenti, non sono però completamente estranee ragioni etniche e religiose, quantomeno, come elementi di radicamento popolare e strumenti funzionali. Inoltre, se l’intenzione è la proprietà essenziale che qualifica e definisce il genocidio, garantendo giustamente l’assenza di margini di discrezionalità, la non sempre facile possibilità di documentare l’intenzione in maniera inoppugnabile non deve paradossalmente ribaltarsi in strumento di negazione. Ragioni e intenzioni hanno l’obbligo di definire il limite del concetto giuridico di genocidio, ma non si riferiscono all’obbligo morale di riconoscere la tragedia dello sterminio del popolo armeno. In un’ottica storiografica, invece, la comprensione del contesto in cui sono accaduti gli eventi non ha a che fare con l’individuazione di ragioni storiche, perché il solo concetto di ragione associato al concetto di genocidio è ovviamente offensivo. Se si può attribuire un compito alla riflessione storiografica è, forse, quello di contribuire a evitare il ripetersi degli eventi, ma solo se la memoria storica e la memoria collettiva riescono a diventare memoria condivisa.

La controversia sul genocidio armeno

Pur non negando che siano avvenuti massacri e deportazioni in massa, la Turchia rifiuta la definizione di genocidio. L’eccidio degli armeni sarebbe avvenuto in assenza di una catena di comando e controllo ma, soprattutto, in assenza di una sistematica e intenzionale pianificazione dello sterminio della comunità armena, intesa come gruppo etnico o religioso. Gli atti criminosi non sarebbero riconducibili all’appartenenza a un cosiddetto gruppo per nascita, ma piuttosto a ragioni prevalentemente politiche, ideologiche e militari in un contesto di aggressione esterna e di conflitto interno. Le tendenze separatiste della minoranza armena hanno rappresentato la prova del tradimento dell’impero ottomano e, già con l’inizio della prima guerra mondiale, hanno portato a una progressiva identificazione della stessa minoranza cristiana con l’espansionismo delle potenze europee e, in particolare, della potenza russa.

Due accordi, in particolare poi, hanno contribuito a creare quella sorta di sindrome d’accerchiamento in cui le potenze straniere, con il sostegno delle minoranze interne, avrebbero cercato di smembrare l’impero ottomano. Il primo è stato, senz’altro, l’accordo di Sykes Picot (1916) in cui Francia e Gran Bretagna, definendo le rispettive aree d’influenza e controllo in Medio Oriente, tracciavano confini arbitrari e artificiali, ignorando limiti geografici e differenze etniche. Se il primo è diventato il simbolo dell’arroganza delle potenze coloniali, il Trattato di pace di Sèvres (1920), accogliendo le aspirazioni nazionaliste armene con la promessa della creazione di uno stato indipendente nelle province di Van, Bitlis, Erzurum e Trebisonda, alimentava anche la diffidenza per il nemico interno. Sarà in questo momento che prenderà forza l’ideologia di un nuovo Stato nazionale turco di cui Mustafa Kemal Atatürk sarà il primo Presidente. Con la genesi della Repubblica di Turchia (1923), inizia un processo di costruzione in cui l’idea di Stato s’identifica con l’ideologia nazionalista turca e in cui le minoranze disomogenee diventano, quantomeno, una presenza problematica.

Le premesse storiche del genocidio armeno

Il processo riformista dell’impero ottomano aveva portato alla Costituzione del 1876 e all’affermazione del principio di una comune cittadinanza ottomana, senza differenze di religione e nazionalità. Ma la grave sconfitta della guerra russo-turca (1877-1878), con la perdita del controllo sui Balcani, porta rapidamente allo scioglimento del parlamento ed all’instaurazione di un governo reazionario. Il governo del sultano Abdul Hamid II si rinserra, così, in un islamismo fedele al califfato e ostile alle minoranze religiose tanto da minacciarne la sicurezza. Inoltre, il trattato di Berlino (1878) impegnava l’impero a garantire sia un piano di riforme che protezione alla comunità armena contro le violenze dei curdi e dei circassi. Il mancato rispetto del trattato, gli abusi di potere delle autorità locali e l’eccessiva pressione fiscale danno inizio a un primo focolaio di rivolta nella regione del Sassun.

Sarà, proprio, la ribellione del 1894 a innescare la spirale di violenza delle stragi hamidiane (1895-1897), massacri tra la popolazione armena compiuti sia dall’esercito ottomano che da alcune milizie irregolari curde. La nascita di movimenti di liberazione dall’impero e i primi partiti politici armeni scatenano la ferocia repressiva del governo di Abdul Hamid II che, anche attraverso lo strumento religioso, tenta di ripristinare un assetto politico, sociale e culturale ormai prossimo al declino. In seguito, con il primo conflitto mondiale, sia le defezioni armene che le spinte indipendentiste per liberare l’Anatolia orientale producono l’effetto di aumentare il risentimento imperiale nei confronti della minoranza cristiana. Ed è in questo contesto che la rivolta di Van (1915) assume un valore emblematico. Mentre arriva l’ordine di evacuazione degli armeni dalle province di Van, Bitlis ed Erzurum, tra devastazioni e massacri di civili, i nazionalisti armeni e l’esercito russo occupano militarmente la città di Van e riescono a organizzare una resistenza che durerà alcuni giorni. Chiamata legittimamente dagli armeni resistenza, la storiografia ufficiale turca la definirà insurrezione, proprio a simbolo del tradimento del popolo armeno e come giustificazione dei futuri crimini.

Il genocidio

Dopo le disfatte subite nel conflitto italo-turco in Libia (1911-1912) e nelle guerre balcaniche (1912-1913), sembra che l’unica forza capace di opporsi allo smembramento dell’impero ottomano sia il Cup (Comitato unione e progresso) con il suo triumvirato dittatoriale composto da: Ismail Enver, Ahmed Cemal e Mehmet Talaat. Già tra il 1914 e il 1915 iniziano i primi arresti e le prime evacuazioni nella città di Zeytun (Anatolia meridionale). Ma è il 24 aprile 1915, quando Mehmet Talaat firma l’ordine d’arresto di 250 persone tra le maggiori personalità dell’élite armena di Costantinopoli, che ha ufficialmente inizio l’orrore che ha portato al massacro di oltre un milione di vittime e che gli armeni chiamano anche con il nome di Metz Yeghern (Grande Crimine). È sempre Talaat a firmare il 27 maggio dello stesso anno la legge Tehcir, a carattere straordinario e d’urgenza, che fornisce la copertura legale per una vasta operazione di evacuazioni, deportazioni e la conseguente confisca dei beni di tutte quelle popolazioni ritenute ostili.

Da questo momento, ai trasferimenti coatti s’intreccia un’esplosione di violenza collaterale da parte di uomini dei gruppi paramilitari del Cup, dell’esercito regolare e di membri, principalmente, appartenenti ai clan curdi. S’intensificano gli arresti, le esecuzioni sommarie, i massacri, le fucilazioni dei maschi adulti, la distruzione d’interi villaggi ed in alcuni casi anche la riduzione in schiavitù e le conversioni forzate, in un processo di cancellazione identitaria che colpisce anche il patrimonio artistico e culturale della millenaria civiltà armena. Vengono predisposti 25 campi di raccolta in Mesopotamia e in Siria e si stima che solo il 20% delle colonne di deportati in marcia lungo il deserto siriano sia riuscito ad arrivare a destinazione. Ovviamente, tra le cause di morte ci sono la malnutrizione, le malattie e le condizioni climatiche avverse, ma anche le continue razzie e le violenze sistematiche durante tutta la marcia di trasferimento. Oltre ai campi di raccolta, però, altri campi hanno accolto i sopravvissuti. Campi profughi sparsi in tutto il Medio Oriente, spesso diventati insediamenti permanenti, sono stati il primo rifugio per circa mezzo milione di persone e per la futura diaspora armena.

Il tabù del genocidio armeno

Nella nuova Repubblica di Atatürk, grazie anche alle istituzioni scolastiche, s’impone una politica culturale, linguistica e storiografica incentrata sull’identità nazionale turca. La politica culturale kemaliana è in aperta rottura con il passato, celebrando così l’inizio di una fase di governo completamente nuova. La rimozione di ogni continuità storica con l’impero ottomano e di ogni continuità politica con la dirigenza precedente ha reso ancora più difficile un’elaborazione storiografica turca del genocidio armeno, anche in tempi più recenti. Ayse Nur Zarakolu, fondatrice della casa editrice Belge, fu condannata a due anni di reclusione per aver pubblicato, nel 1993, il saggio di Yves Ternon Il tabù armeno. Anche il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk è stato vittima del negazionismo turco per aver definito genocidio quello del popolo armeno. Vari procedimenti penali, in Turchia, hanno cercato di limitare la libertà d’espressione grazie all’utilizzo dell’art. 301 del codice penale turco. Articolo che non nasce per punire chi mette in discussione la versione ufficiale turca sul genocidio, ma che più volte è servito allo scopo punendo chi offende l’identità nazionale turca.

Nel 2012 Hasan Cemal, giornalista e nipote di Ahmed Cemal, pubblica 1915: Genocidio armeno e riferisce di una paura della storia in Turchia, di una paura molto profonda e, soprattutto, della necessità di restituire al popolo armeno il diritto alla memoria negata. Se Cemal è riuscito a confrontarsi con i lati oscuri della sua eredità familiare, anche il governo turco ha iniziato a dare alcuni segnali di apertura sulla questione armena. Nel 2014, in occasione del 99° anniversario della commemorazione del genocidio, ma anche alla vigilia delle prime elezioni dirette del Presidente turco, Erdogan definisce il riconoscimento delle sofferenze patite dal popolo armeno come un dovere per l’umanità. È stata la prima volta in assoluto in cui un Primo ministro turco ha espresso il proprio cordoglio per i discendenti delle vittime. L’equiparazione, però, di quelle sofferenze a quelle degli altri sudditi dell’impero ottomano, indipendentemente dall’etnia e dalla religione, ha impedito alla comunità armena di ottenere un pieno riconoscimento morale.

Hrant Dink e la cultura del dialogo

La negazione del primo e principale riconoscimento che è, appunto, quello morale non ha contribuito all’instaurarsi di un dialogo tra i due Paesi. Come, forse, non ha contribuito neanche l’utilizzo strumentale del genocidio, associato al conflitto in Nagorno Karabakh, ad opera della Repubblica armena in occasione del 100° anniversario. In una dichiarazione ufficiale, durante la presidenza di Serzh Sargsyan, s’invitavano le nuove generazioni a impegnarsi per la causa dell’Artsakh indipendente e si minacciava velatamente la Turchia di future rivendicazioni territoriali. L’operazione Nemesis, negli anni ’20, e Asala (armenian secret army for the liberation of Armenia), tra gli anni ’70 e ’80, con l’uccisione prima di ex dirigenti ottomani e poi di numerosi diplomatici turchi, molto probabilmente non sono riuscite a cancellare la frustrazione per l’ostinazione del negazionismo turco.

In un’intervista del 2005, Hrant Dink sosteneva, invece, che una Turchia che non riesce a dialogare con se stessa non ha niente da dire al popolo armeno. Direttore di Agos, giornale bilingue turco-armeno, riteneva che il dialogo fosse l’unica possibile soluzione alla questione del genocidio armeno. Se da un lato, il dialogo democratico interno era il punto cruciale, dall’altro l’identità della diaspora, completamente incentrata sul genocidio, diventava inconsapevolmente prigioniera di se stessa. La Fondazione Hrant Dink Vakfi, costituita nello stesso anno in cui il giornalista veniva assassinato, ha inoltre il merito di aver sottratto a un ulteriore destino di negazionismo, questa volta culturale, l’enorme patrimonio architettonico della civiltà armena in Turchia. La realizzazione di una mappa interattiva permette di visitare virtualmente i resti di chiese e monasteri abbandonati all’incuria e al degrado, restituendogli così il diritto alla memoria.

Un presente oscuramente colpevole

Una completa elaborazione di responsabilità ormai storiche rimane, comunque, un’operazione complessa. Implicherebbe, infatti, sia la riscrittura dei manuali scolastici su cui si sono formate intere generazioni, ma, soprattutto, richiederebbe una rilettura critica di alcuni importanti elementi fondanti della stessa repubblica turca. Si potrebbe concludere, però, che se l’odierna Turchia non ha alcuna responsabilità rispetto ai tragici avvenimenti del 1915, l’assenza di una sua inequivocabile condanna della strage del popolo armeno le attribuisce una responsabilità morale.

Antonia Arslan, scrittrice italiana di origine armena, sintetizza così l’attuale difficoltà turca a riconoscere la verità storica dello sterminio: “È una questione di orgoglio nazionale, come se un passato oscuramente colpevole potesse stringere sull’onorabilità del presente”.

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Livia Nataloni

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