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La condizione dei rifugiati siriani in Libano

Nell’ultimo rapporto pubblicato dall’UNHCR, si stima che circa il 73% dei rifugiati nel mondo sia ospitato da un Paese confinante o vicino. Infatti, circa il 78% dei 6,6 milioni di rifugiati siriani ha trovato ospitalità nei soli Stati confinati di Turchia, Libano e Giordania. Se la Turchia detiene il primato del Paese con il maggior numero di rifugiati al mondo, il Libano è il Paese con la più alta densità di rifugiati siriani, uno ogni quattro abitanti.

La politica del “no-camp” per i rifugiati siriani in Libano

Il Governo libanese stima che, su una popolazione di meno di 6 milioni, circa 1 milione e mezzo sia di origine siriana. Oltre a chi, dal 2011, è fuggito dal conflitto civile in Siria, il Libano ospita almeno 180 mila residenti palestinesi dei 470 mila, comunque, ufficialmente registrati con l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near Est). Nel tempo, però, la presenza di rifugiati è stata percepita più come un problema sociale ed economico piuttosto che come una possibile risorsa, dando luogo, in alcuni casi, ad insofferenze e tensioni con la popolazione residente. Il Libano, tra l’altro, non è firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 né del Protocollo di New York del 1967 e questo ha comportato conseguenze dirette sul peggioramento delle condizioni di vita stesse dei rifugiati.

Il mancato riconoscimento dello status di rifugiato – in Libano i cittadini siriani sono considerati “sfollati” o indicati con il termine generico di profughi – ha comportato un’incertezza sull’applicazione delle consuete tutele previste dal diritto internazionale. Ad esempio, secondo quella che è stata definita la politica del “no-camp”, non sono mai stati allestiti campi profughi governativi o ufficiali. Negli ultimi tre anni, purtroppo, è aumentato proprio il numero di quelle famiglie che vive al di sotto di standard accettabili d’accoglienza e sicurezza, risiedendo in insediamenti informali al limite della sopravvivenza ed alloggi di fortuna, quali, ad esempio, garage, magazzini o fienili. Inoltre, per decisione del governo libanese, dal 2015 l’UNHCR ha sospeso le registrazioni dei rifugiati e aggiornato solo l’eventuale numero in diminuzione. Secondo i dati a disposizione dell’Agenzia delle Nazioni Unite, il numero di cittadini siriani non supera di molto gli 865 mila, ma non restituisce la situazione reale.

Lo smantellamento dei campi profughi in Libano

La sottostima, purtroppo, ha limitato le potenzialità della protezione internazionale dei rifugiati attraverso un’adeguata fornitura dell’assistenza di base ed un reale accesso ai servizi essenziali. Proprio quei servizi essenziali, che insieme alle infrastrutture del Paese, sono stati messi a dura prova dalla forte pressione demografica, sovraccaricando un sistema che presentava già molte criticità. A luglio del 2019, ha avuto una certa risonanza internazionale la decisione di applicare la normativa vigente sull’abusivismo edilizio (Construction Law Act n. 646/2004), creando gravissime difficoltà a 4 mila famiglie siriane di Arsal e a circa 15 mila minori. Nella città della valle della Bekaa, una delle zone economicamente più arretrate del Paese e con la maggiore concentrazione di rifugiati, è stata imposta la demolizione di tutte le residenze che avessero muri oltre il metro. In una sempre più frequente strategia di pressioni dirette e indirette, mirate a incoraggiare il rimpatrio “volontario”, è stato consentito solo l’utilizzo di legno e teli di plastica per la costruzione di un rifugio, ma non l’utilizzo di materiali che conferissero all’abitazione una struttura permanente.

Quella che, invece, rimane permanente è la situazione critica dei rifugiati siriani, una situazione che da emergenziale si è rivelata, poi, per essere una crisi prolungata e complessa. Il VASyR (Vulnerability Assessment of Syrian Refugees in Lebanon) conferma come sostanzialmente invariata, anche nel 2020, la percentuale del 69% di famiglie siriane senza alcuno status legale di residenza. Nel 2014 – prima che l’Agenzia per i rifugiati fosse costretta a sospendere le registrazioni – le famiglie siriane presenti legalmente in Libano erano, invece, il 58%. Il non essere legalmente residenti comporta, di fatto, una costante barriera all’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari ed al mercato del lavoro formale. Inoltre, più della metà dei rifugiati siriani ha meno di diciotto anni e da marzo 2020, con la sospensione delle lezioni in presenza, ben più di due terzi non ha ricevuto nessun tipo di formazione scolastica.

Un “coprifuoco selettivo” per i rifugiati siriani in Libano

Durante la pandemia di Covid-19 è stato registrato un incremento del lavoro minorile, con un aumento del rischio di abbandono scolastico. Il lavoro minorile, tra l’altro, è molto spesso informale, dato che da stime ufficiali risulta che percentuali molto elevate della popolazione straniera rientrano in questo segmento, con picchi di oltre l’80% nei settori a basso reddito come l’edilizia, le collaborazioni domestiche e l’agricoltura. L’irregolarità nei rapporti di lavoro comporta, inoltre, anche l’assenza di qualunque forma di previdenza sociale e di copertura assicurativa che tuteli la salute dei lavoratori siriani. Un’eventualità che si aggiunge al già difficile accesso alle cure mediche per l’elevato costo dei trattamenti ospedalieri e specialistici, in un sistema sanitario fortemente privatizzato come quello libanese. Le disuguaglianze sociali si sono maggiormente evidenziate proprio durante l’attuale crisi sanitaria e le decisioni di alcune autorità locali hanno portato a misure perfino discriminatorie nei confronti dei rifugiati.

Human Rights Watch (HRW) riporta che in diciotto comuni della valle della Bekaa, durante il lockdown, sia stato imposto un coprifuoco più restrittivo alla comunità siriana. La decisione è stata presa in maniera del tutto autonoma e senza alcun consenso del Governo centrale. Inoltre, l’applicazione del tutto arbitraria della legge ha previsto anche la nomina di un rappresentante che, coordinandosi con le varie municipalità, provvedesse al soddisfacimento di tutte le necessità primarie dell’intero campo profughi. Già in passato le autorità locali avevano utilizzato lo strumento del coprifuoco, in questo caso, come misura antiterrorismo. Dal 2013, infatti, contemporaneamente all’afflusso dei rifugiati siriani, si è verificata un’infiltrazione di miliziani jihadisti del cosiddetto Stato islamico (IS) e di Jabhat al-Nusra, principalmente nella regione frontaliera di Arsal. La presenza di ribelli siriani jihadisti in Libano mirava, fondamentalmente, a colpire e indebolire la formazione politica e militare sciita di Hezbollah (Partito di Dio) come parte attiva nel conflitto in Siria, a sostegno del governo del Presidente alawita Bashar al-Assad.

Politiche del lavoro e respingimenti alla frontiera dei rifugiati siriani

Se la presenza di ribelli jihadisti antigovernativi e sunniti ha comportato una diffidenza e, in alcuni casi, una vera e propria stigmatizzazione nei confronti dei rifugiati, l’ostacolo principale a una reale inclusione nel tessuto sociale ed economico libanese rimane quello dell’integrazione nel mercato del lavoro. Il conflitto in Siria ha avuto, prevedibilmente, ripercussioni negative sul PIL libanese e l’aumento dell’offerta di lavoro ha indotto il Governo ad optare per politiche restrittive a protezione del Paese ospitante. A febbraio 2015, le autorità libanesi hanno richiesto – con tanto di certificazione notarile – agli iscritti con l’UNHCR un “impegno formale a non lavorare”, in realtà poi commutabile nello status di “lavoratore migrante”, una volta ottenuto un regolare permesso di soggiorno e lavoro. Regolamentazione che si è andata ad aggiungere al precedente Decreto n. 197 che limita, sostanzialmente, l’impiego dei lavoratori stranieri nei soli settori dell’agricoltura, dei servizi di pulizia e dell’edilizia.

Soprattutto ostacoli burocratici ed economici, come l’obbligo del potenziale datore di lavoro di dimostrare di non aver potuto assumere un cittadino libanese altrettanto qualificato, relegano, di fatto, i rifugiati siriani con maggiori competenze in lavori a basso reddito. Il protrarsi della crisi umanitaria ha portato la politica nazionale libanese ad avere una visione meno a breve termine che, da maggio 2019, si è manifestata, anche, attraverso il respingimento dei cittadini siriani alla frontiera. Il presupposto è stato quello dell’ormai prevalente cessazione del conflitto in Siria che non tiene conto, però, delle reali condizioni del Paese. Nel frattempo, le crisi multiple che hanno travolto il Libano hanno avuto l’effetto di aggravare le disuguaglianze sociali che coinvolgono, anche, le fasce più vulnerabili della popolazione libanese.

Le politiche di sviluppo sostenibile come fattore di resilienza

La situazione dei rifugiati siriani è, però, molto preoccupante: secondo VASyR 2020, nove famiglie su dieci sono scese sotto la soglia di povertà assoluta (dal 55% del 2019 all’89% del 2020) e, poco meno della metà, è in condizioni d’insicurezza alimentare grave. L’aumento della povertà e dell’inflazione ha diminuito notevolmente il potere d’acquisto, non solo dei siriani, ma anche delle famiglie libanesi che hanno visto ridursi l’accesso ai beni di base. Anche l’esplosione del 4 agosto al porto di Beirut, con la distruzione di un silo in cui erano stoccate ingenti riserve nazionali di grano, ha contribuito all’aumento della situazione d’insicurezza nel Paese. Tra l’altro, il Libano importa circa l’80% dei beni alimentari e se dal 2011, con l’afflusso dei rifugiati siriani, il valore reale della produzione agricola ha avuto un incremento stimato al 10%, per rispondere adeguatamente all’attuale domanda interna sarebbero state necessarie politiche di sviluppo sostenibile e maggiori investimenti pubblici nel settore agricolo, come importante fattore di resilienza.

Libano: una crisi economica e finanziaria senza precedenti

Da alcuni giorni a Tripoli, la seconda città portuale più importante dopo Beirut, si stanno consumando violente proteste per la decisione di prolungare il lockdown sino all’8 febbraio, con un coprifuoco di 24 ore su 24. La pandemia di Covid-19 ha acuito la rabbia e la frustrazione di una popolazione libanese sempre più stremata, con indici di povertà e di povertà assoluta stimati rispettivamente al 55% e al 25%. Ma le manifestazioni antigovernative ed antisistema erano già iniziate il 17 ottobre del 2019 per protestare contro una classe politica accusata di corruzione, clientelismo e di una cattiva gestione della finanza pubblica. A distanza di pochi giorni, l’ondata di proteste aveva provocato le dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri e la nomina del suo successore Hassan Diab costretto a sua volta a dimettersi dopo l’esplosione al porto di Beirut. Dopo il fallito tentativo di formare un nuovo esecutivo da parte dell’ex ambasciatore Mustapha Adib, Saad Hariri, per la quarta volta nella storia della sua carriera politica, è il nuovo premier designato del Libano.

Oltre al fallimento del tentativo di ricambio dell’élite al potere, il Libano sta vivendo una crisi economica e finanziaria senza precedenti. Il 7 marzo del 2020, il Primo Ministro Hassan Diab ha dichiarato, di fatto, il default, annunciando in conferenza stampa l’insolvenza di obbligazioni emesse in valuta estera per un valore di 1,2 miliardi di dollari e delle successive rate di aprile e giugno. Una contrazione del Pil reale (-1,9%) era già iniziata nel 2018, con un primo declassamento da parte delle principali Agenzie di rating, ma la stima della Banca Mondiale per il 2020 è di un valore del Pil al -19,2% e con un rapporto debito/Pil del 194%. Se la svalutazione della Lira libanese sul dollaro è, ormai, all’80% anche la solidità del settore bancario, che era valsa al Libano l’etichetta di “Svizzera del Medio Oriente”, è minata gravemente dal fatto di detenere una quota considerevole del debito pubblico.

La fase transitoria tra il “vecchio” e il “nuovo”

A maggio scorso, il Parlamento libanese ha approvato il Financial Recovery Plan ed ha aperto un dialogo negoziale con il FMI (Fondo Monetario Internazionale) per un piano di salvataggio che, sostanzialmente, impegna il Governo nell’attuazione di una serie di riforme strutturali, ritenute cruciali, ed in una riduzione e revisione della spesa pubblica. Realmente la crisi del Libano è una crisi multidimensionale e l’esplosione di agosto al porto di Beirut ha provocato un ulteriore peggioramento della situazione politica e finanziaria, con un’economia libanese sempre più in caduta libera. La Banca Mondiale ha valutato il danno provocato dall’esplosione tra i 6,7 e gli 8,1 miliardi di dollari, tra danni materiali e relative perdite economiche. Se l’attuale ricostruzione dell’economia del Libano sembra più difficoltosa di quella seguita alla guerra civile del 1975-1990, l’unica strada sembra quella di aderire alle richieste dei donatori internazionali che vorrebbero un Governo tecnico e indipendente in grado di portare avanti quel piano di riforme strutturali rimandato da troppo tempo.

Il Presidente Macron, riferendosi alla grave situazione di stallo politico che ostacola il percorso di riforme in Libano, ha citato Gramsci dicendo che “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Se il timore è che la crisi politica possa continuare, le manifestazioni e le proteste della popolazione libanese di questi ultimi giorni dimostrano, quantomeno, la reale volontà di un cambiamento e la necessità di costruire un sistema politico alternativo.

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Livia Nataloni

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