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Diritti LGBTQ+ in Yemen

di Ilaria Lorusso

Dopo l’ultimo appuntamento della rubrica di LM Pride che ha approfondito lo status attuale dei diritti LGBTQ+ in Egitto, oggi esploriamo il contesto di un altro paese della regione MENA, dai caratteri profondamente contradditori. In Yemen, infatti, la discussione che circonda i diritti LGBTQ+ è fortemente ostacolata dal conflitto civile, innescato dalle primavere arabe del 2011, che si perpetua dal 2015 tra forze filogovernative sunnite e il movimento zaidita sciita degli Houthi, dopo che questi ultimi erano avanzati sulla capitale Sanaa. La situazione politica del paese è turbolenta: quattro amministrazioni regionali a Sud del paese che si rifiutano di seguire le linee guida del governo centrale in seguito alla riforma costituzionale del 2015, e grandi potenze internazionali come l’Arabia Saudita e l’Iran, sostenendo le parti in causa, si contendono l’influenza sul territorio. Sullo sfondo, una guerra civile che contava più di 230mila morti nel 2020 e che ha lasciato, secondo le stime, oltre 24 milioni di persone bisognose di sostegno umanitario nel 2021 – uno tra i conflitti più catastrofici del nostro tempo. Tutto ciò non ha fatto che esacerbare tendenze già presenti nel paese profondamente conservatore, legato fermamente alle proprie radici islamiche – secondo i dati più recenti, il 99% della popolazione locale è musulmana, con stime incerte riguardo alla suddivisione tra sunniti e sciiti, anche se secondo il Dipartimento di Stato americano, si aggirano intorno al 65% e il 35% rispettivamente. In Yemen, dunque, essere una persona queer implica di fatto un rischio per la propria vita, e il conflitto ha cancellato ogni possibilità di dibattito effettivo o di avanzamento di politiche per la comunità LGBTQ+. 

Quadro Legislativo e Impatto sulla Società Civile

Lo Yemen era precedentemente formato da due unità territoriali: Repubblica Democratica Popolare dello Yemen nella regione meridionale, e la Repubblica Araba dello Yemen in quella settentrionale. Unificato poi nel 1990, e dopo che i movimenti marxisti secessionisti del Sud furono definitivamente stroncati quattro anni dopo, il paese ha costruito la sua identità politica e giuridica sui caratteri dello Stato islamico che aveva governato il Nord fino a quel momento. Dunque, così come in Afghanistan, il quadro legislativo yemenita è dettato dalla Shari’ah. In questo senso, i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso sono considerati alla stregua dei rapporti al di fuori del vincolo matrimoniale, e dunque proibiti in quanto una minaccia all’istituzione del matrimonio e alla procreazione. In particolare, la “sodomia” omosessuale viene condannata da una punizione Hadd, in quanto valicherebbe i limiti della “legge di Dio”. 

Com’è visibile nella Costituzione, lo Yemen si proclama “Stato sovrano arabo, islamico e indipendente” nell’articolo 1, e l’articolo 3 indica la Shari’ah islamica come fonte di tutta la legislazione. Ciò ha delle pesantissime implicazioni sulla comunità LGBTQ+. Nonostante l’articolo 6 e 41 professino rispettivamente l’adesione dello Yemen alla Carta delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani, e l’uguaglianza formale dei cittadini e dei loro diritti, la condizione delle persone queer viene infatti criminalizzata dal Codice penale. Nella Sezione 11, relativa ad “Adulterio, Diffamazione e Corruzione della moralità”, si può leggere come il sistema giudiziario condanni duramente l’omossessualità e il lesbismo, prevedendo la pena capitale nel primo caso: 

  • Articolo 264: L’omosessualità è il contatto di un uomo con un altro attraverso la sua parte posteriore; entrambi i sodomiti, maschi o femmine, sono puniti con la fustigazione di cento colpi se non sposati. È lecita la reclusione per un periodo non superiore ad un anno. Se coniugati, la pena è la morte per lapidazione.
  • Articolo 268: Il lesbismo è il rapporto sessuale tra due donne. Chiunque compia tale atto è punito con la reclusione per un periodo non superiore a tre anni. Se l’atto avviene con la coercizione, la reclusione può essere estesa a sette anni.

Si nota subito una differenza sostanziale tra le pene previste per il lesbismo e l’omosessualità. Manca, inoltre, qualunque definizione e menzione riguardo alle altre identità di genere e orientamenti sessuali inclusi nella comunità LGBTQ+, che vengono in ogni caso puniti sotto la generale definizione di atti di sodomia o oltraggio all’etica pubblica. Ciò sottolinea come il sistema legislativo yemenita si sia formato sulla base di norme patriarcali radicate in una concezione binaria del genere e nella dominazione maschile in qualunque campo sociale rilevante, offrendogli una posizione superiore a quella di qualunque minoranza. Di conseguenza, mentre il rapporto tra due uomini viene visto come “demascolinizzante”, una rinuncia ai propri privilegi, e quindi da punire duramente persino con la morte, qualunque altra identità queer viene cancellata e ridotta alla categoria dell’omosessualità. Non è un caso che, in merito alle discriminazioni di genere e identità sessuale, l’ultimo rapporto del Consiglio per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) sul contesto yemenita abbia aspramente criticato “l’abuso del sistema giudiziario per rafforzare i ruoli di genere tradizionali”.

Percezione e Status Sociale

Vivendo già in un contesto intrinsecamente discriminante, il conflitto civile ha fatto sì che la comunità LGBTQ+, insieme ad altre minoranze nel paese come spesso accade nelle situazioni di violenza, venisse ulteriormente ostracizzata e perseguitata da tutte le parti in causa. Nel rapporto del Gruppo di eminenti esperti sullo Yemen redatto nel 2020 per l’OHCHR si trovano agghiaccianti testimonianze delle persone queer nel paese. Prima dello scoppio delle violenze, sebbene la stigmatizzazione fosse già culturalmente presente nel tessuto sociale yemenita, le persone intervistate sentivano di potersi esprimere liberamente all’interno di spazi sicuri creati dalla comunità prevalentemente nelle grandi città. Tuttavia, a partire dal 2015, è diventato impossibile mantenere questi spazi, e le parti in conflitto hanno tutte partecipato all’ondata di violenze che si è scatenata contro le soggettività sessuali non conformi.  

Sempre in questo rapporto, il Gruppo di esperti ha verificato una serie di violazioni dei diritti di varie persone transgender e non-binary da parte del Criminal Investigation Department (CID) della capitale Sanaa, sotto il controllo del movimento Houthi, al seguito di detenzioni arbitrarie sulla base della presunta identità sessuale delle vittime durante una campagna contro “l’immoralità” condotta dal 2018 al 2020. Sotto fermo, gli intervistati sono stati sottoposti a stupri, torture sessuali, esaminazioni mediche forzate e punizioni corporali sulla base di false accuse di prostituzione o di “corruzione della società”. D’altra parte, non sono esuli da queste accuse le forze della “Cintura di Sicurezza” comandate dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC) con il supporto degli Emirati Arabi Uniti (UAE), che combattono contro il movimento Houthi. Testimonianze di persone transgender e non-binary raccontano di come le vittime siano prese di mira per dei comportamenti ritenuti troppo “femminili” rispetto al sesso assegnato alla nascita. Le violenze sessuali e le esaminazioni forzate vengono condotte su tutti coloro che sono considerati un “pericolo” per la morale sociale e la sicurezza nazionale, in quanto si tende a credere che le “tendenze” omosessuali facciano desistere gli uomini dall’arruolarsi. 

Oltre alle violenze più dirette, in Yemen sono ancora praticate terapie di “conversione” sessuale in cui viene fatto uso dell’elettroshock e di ormoni. Dal punto di vista sanitario, inoltre, è impossibile trovare un supporto medico per le transizioni di genere, e i programmi di prevenzione per l’HIV/AIDS sono cronicamente sotto-finanziati, sia per la critica condizione economica in cui versa il paese che per il forte pregiudizio religioso, che non condona, tra le altre cose, l’uso di preservativi e protezioni sessuali. Non stupisce dunque che vi siano rifugiati LGBTQ+ yemeniti che scappano tentando di raggiungere l’Europa: un caso recente è quello di Ritaj, donna transgender fuggita dallo Yemen in Francia dopo essere stata detenuta e torturata a causa della forma troppo “curata” delle sue sopracciglia. Come si evince dalla sua storia l’esperienza delle soggettività queer è impervia fin dal principio, con le discriminazioni di familiari e amici e le violenze pubbliche e private, passando per i paesi di transito durante la loro fuga, nel suo caso l’Egitto, che spesso riservano lo stesso tipo di oppressione che si è lasciati indietro, fino ad arrivate alle porte europee. 

La comunità LGBTQ+ in Yemen, dunque, fatica a prendere respiro: gli spazi di discussione e gli ambienti attivisti e di supporto sono pressocché inesistenti, schiacciati da una guerra decennale che oblitera delle tutele già fortemente limitate dalle circostanze sociali vigenti, e che non accenna a finire.

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Fonti esterne e approfondimenti:

LGBT Rights in Yemen di Equaldex: https://www.equaldex.com/region/yemen

War in Yemen di Global Conflict Tracker: https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/war-yemen

Rehman, J., & Polymenopoulou, E. (2013). Is Green Part of the Rainbow: Sharia, Homosexuality, and LGBT Rights in the Muslim World. Fordham International Law Journal, 37(1), 1-52. Disponibile qui: https://ir.lawnet.fordham.edu/ilj/vol37/iss1/7/

Ardemagni, E. (2021). Yemen: conflitto aperto, pace difficile. Focus Mediterraneo allargato n.17, ISPI online. Disponibile qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/yemen-conflitto-aperto-pace-difficile-31831

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