Carovana (anti)americana: un amore geloso

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La Carovana dei migranti sta bussando alle porte degli Stati Uniti per dirgli “è colpa vostra se siamo stati costretti a partire”. Il sole sta sorgendo e dobbiamo continuare il nostro viaggio nella storia.

È la storia di un amore malsano tra gli Stati uniti e l’America Latina. È una storia lunga più di un secolo. È una storia che inizia nei primi del ‘900 con l’intento degli Stati Uniti di affermarsi come potenza regionale e mondiale e di trasformare i Caraibi in un agognato “Lago Americano”. È una storia che vede aumentare la dipendenza dell’America latina tra le due guerre mondiali. È una storia fatta di multinazionali, di investitori, di amministrazioni statunitensi, di organizzazioni internazionali, di dottrine, di rivoluzioni, di colpi di stato e del mito del Panamericanismo. È, ancora, la storia della guerra fredda, del narcotraffico, dei progetti allo sviluppo, della CIA e del terrorismo. La nostra Carovana, ora, può ripartire in un viaggio storico alla scoperta di una storia dove l’Antiamericanismo si è trasformato in speranza.

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si trovarono in una posizione forte rispetto all’America Latina. Il conflitto aveva reso virtualmente impossibili le transazioni commerciali tra i latinoamericani e il resto del mondo e la guerra aveva distrutto, o gravemente indebolito, la potenza delle Nazioni che avrebbero potuto rappresentare una timida minaccia alla supremazia americana nella regione.

Roosevelt volle tradurre questo forte predominio in un’organizzazione internazionale e questo tema confluì nelle discussioni della Conferenza Panamericana di Chapultepec, Messico, del febbraio 1945. Qui si dichiarò che ogni attacco a un qualsiasi Stato americano rappresentava un attacco contro tutti gli Stati della regione. L’atto finale segnò il primo passo nella direzione di un’alleanza militare postbellica nell’emisfero occidentale.

Tutti gli Stati della Conferenza di Chapultepec presero parte alla costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Gli Stati Uniti erano fermamente convinti che, prima della conferenza, uno storico conflitto doveva essere sanato: quello tra la Dottrina Monroe – secondo cui gli Stati Uniti non tolleravano un intervento delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale – e quello che avrebbe dovuto rappresentare l’internazionalismo dell’Onu.

Originariamente infatti, l’Onu avrebbe dovuto avere forti poteri sulle questioni di carattere regionale e il problema risultava dal fatto che ogni intervento degli Stati Uniti nell’America latina sarebbe potuto essere impedito dal veto della Gran Bretagna o dell’Unione sovietica.

Alla fine nello statuto dell’Onu si inserirono quattro articoli, dal 51 al 54, che negli effetti salvaguardavano la facoltà degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza nell’emisfero occidentale senza infrangere le regole della nuova organizzazione.

Gli articoli tutelavano il diritto delle organizzazioni collettive regionali di risolvere le dispute e optare per l’autodifesa individuale o collettiva.

A questo proposito nel 1947, con gli Stati Uniti al loro apice di potenza, le Repubbliche Americane siglarono il trattato di Rio: un patto di difesa collettiva che divenne un modello per molte altre alleanze militari formate dagli Stati Uniti nel primo decennio della guerra fredda.

Il trattato di Rio quindi legittimò l’intervento americano e diede una nuova enfasi internazionalista alla dottrina Monroe.

Così nel 1951 venne costituita formalmente l’Organizzazione degli Stati Americani con lo scopo di promuovere azioni coordinate sul piano economico, politico e militare e per risolvere le dispute inter-americane.

Vi era però un forte problema per gli Stati Uniti: i nazionalismi e l’Antiamericanismo erano crescenti nei paesi dell’America Latina. Per molti, la logica della dipendenza e il predominio nella sfera commerciale delle multinazionali americane erano considerati i principali responsabili dei gravi livelli di diseguaglianza.

Ad esempio, nel 1950 il PIL dell’intera America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti a parità di popolazione. Sempre nello stesso anno l’America Latina rappresentava il 28% del totale delle esportazioni e il 35% delle importazioni Statunitensi. Si pensi, poi, che la quota americana sulle esportazioni di Cuba, Nicaragua e Guatemala era compresa tra il 70 e l’80% del totale.

Nella pratica il “sud” dipendeva dal “nord” e questo trend era destinato ad aumentare durante la guerra fredda anche se lo sguardo statunitense era concentrato sull’Asia e l’Europa per allontanare l’Unione Sovietica.

Un’altra questione importate era proprio l’Unione Sovietica.

La politica adottata dagli Stati uniti fu quella del contenimento. Questa venne coniata da George Kennan nei confronti del comunismo nel suo complesso e il concetto cardine era quello di contenere l’URSS (ovvero far sì che rimanesse entro i suoi confini attuali) nella speranza che le divisioni interne, il fallimento o l’evoluzione del contesto politico potessero porre fine a quella che veniva percepita come la minaccia di una forza persistentemente espansionista.

In quest’ottica è da ricordare il caso, nel 1951, del neopresidente del Guatemala Jacobo Arbenz Guzmàn, il quale provò ad introdurre un sistema di tassazione progressiva, un nuovo sistema di welfare e ad aumentare il salario dei lavoratori. A ciò aggiunse l’espropriazione di 400 mila terrenti agricoli non coltivati della United Fruit Company, compagnia americana con interessi in tutta l’America latina divenuta dal 1984 Chiquita Brands.  

La reazione della compagnia fu quella di fare pressioni al governo americano con il risultato che l’amministrazione Eisenhower approvò un piano della CIA per rovesciare il regime con esuli guatemaltechi addestrati dagli stessi Stati Uniti in basi situate in Nicaragua e in Honduras.  Sempre su questa scia, tra il 1953 e il 1954, gli Stati Uniti si fecero sponsor di una risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani in cui si dichiarava che il controllo da parte comunista di qualsiasi Paese dell’emisfero occidentale fosse una minaccia per la sicurezza di tutti i membri. La risoluzione venne approvata per 17 voti contro uno: il voto del Guatemala.

Preso dall’ultima disperata mossa, Arbenz si rivolse al blocco sovietico alla ricerca di armi. Nel maggio 1954 arrivarono le armi di produzione cecoslovacca ma il mese successivo un piccolo contingente guidato da Castillo Armas attaccò dall’Honduras. Nel frattempo, gli aerei americani bombardavano Città del Guatemala.

In questo modo le terre vennero restituite alla United Fruit Company, gli oppositori di sinistra vennero arrestati e il governo guatemalteco restò un leale sostenitore degli Stati Uniti. Un alleato tale che divenne il terreno di addestramento, da parte della CIA, degli esuli cubani protagonisti nella Baia dei Porci.

L’antiamericanismo dei Latino Americani e la paura del comunismo degli Americani andavano di pari passo.

Nel 1958 gli Stati Uniti avevano dato asilo a Marcos Perez Jimenez, dittatore deposto dal Venezuela, e l’allora vicepresidente Nixon nello stesso anno fece visita alla capitale venezuelana, Caracas. Li sentì il crescente antiamericanismo e tutto lo sfogo della popolazione. Il risultato fu quello di aumentare la paura della minaccia del comunismo da parte dell’amministrazione Eisenhower che, come mossa tipica, privilegiò l’assistenza militare rispetto a quella economica, sottolineando la necessità di rendere edotta l’opinione pubblica latinoamericana dai pericoli del comunismo.

Il nazionalismo latinoamericano continuava a volere la fine dell’intromissione degli Stati Uniti negli affari interni dei Paesi e l’acquisizione di un maggiore controllo sulle proprie materie prime.

Per questo, dopo il fallimento della Baia dei porci e per evitare altri casi analoghi a Cuba, l’amministrazione Kennedy istituì il programma “L’alleanza per il Progresso”. Questo fu un programma di assistenza all’America latina avviato nel 1961 e che aspirava a un incremento del 2,5% l’anno del reddito pro capite, all’istituzione di governi democratici, a una più equa distribuzione del reddito, alla riforma agraria e alla pianificazione economica e sociale. I paesi dell’America latina impegnarono in 10 anni 80 miliardi di dollari, gli Stati uniti 20. L’alleanza venne sciolta nel 1973 dopo un decennio di risultati altalenanti.

Lo scopo centrale del progetto era quello di combattere la povertà e soddisfare bisogni fondamentali come la casa, la terra, il lavoro, la salute e la scuola. Il presupposto era che, con la creazione di un consistente ceto medio latinoamericano, la necessità delle dittature militari come scudo protettivo al comunismo sarebbe diminuita e alla fine l’intero emisfero occidentale si sarebbe trasformato in un bastione della moderna democrazia liberale. Sostanzialmente l’alleanza non mutò radicalmente i rapporti tra Nord e Sud. Era in grado di offrire solo una soluzione a lungo termine ai problemi strutturali che impedivano lo sviluppo dell’America Latina.

La mancanza di risultati immediati portò i politici americani negli anni ’60 a ricorrere a metodi di intervento diretto o clandestino per contrastare eventuali minacce alla stabilità. Un ulteriore problema fu che le autorità di molti dei paesi destinatari, come la burocrazia di governo americana e le aziende private che avevano investimenti significativi nella regione, generalmente si opponevano a qualsiasi forma di ingegneria sociale.

Alla metà degli anni sessanta, per conciliare gli interessi locali ed evitare di irritare ulteriormente i nazionalisti, gli Stati Uniti avevano abbandonato il prerequisito inziale che vincolava gli aiuti all’attuazione di riforme politiche. Ne derivò che la corruzione divenne un problema costante.

Le élite latinoamericane intascavano parte degli aiuti, si rifiutavano di impegnarsi in riforme agrarie significative e si opponevano a qualsiasi piano ad ampio raggio per l’introduzione della tassazione progressiva.

A ciò si aggiunse che i funzionari americani non avevano alcun interesse nell’agire contro le élite tradizionalmente a loro favore, mentre il Congresso aveva specificatamente vietato l’utilizzo di fondi americani per la ridistribuzione di terre ai poveri.

Un altro fattore che contribuiva al mancato raggiungimento di risultati, era rappresentato dal fatto che non vi era interesse da parte di aziende come la United Fruit Company di appoggiare politiche che avrebbero condotto all’innalzamento dei salari e al miglioramento delle condizioni sociali della forza lavoro a basso costo di Paesi come il Guatemala. Sostanzialmente, per le aziende aveva poco senso aumentare i propri costi operativi.

Gli investitori americani incoraggiavano poi i proprietari terrieri locali a usare i fondi dell’Alleanza per sviluppare coltivazioni destinate all’esportazione (come il caffè) piuttosto che per piantagioni di prodotti base (ad esempio i fagioli).

Il tragico risultato fu che, mentre le élite locali e i finanziatori americani ricavavano ampi profitti dalle esportazioni, le disponibilità alimentari insufficienti restarono un problema costante dell’America Latina.

Altro problema è che ci fu un’esplosione demografica: la natalità crebbe al 2,5% annuo. Questa però si accompagnava a un tasso di mortalità elevata.

Nel 1968 il tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dell’anno di età era ancora di 75 su 100 in Perù, 86 in Cile e 94 in Guatemala. Per quanto riguarda il PIL i tassi di crescita nella prima metà degli anni ’60 variavano dall’1,6% della Colombia al 3,7% di El Salvador e, solitamente, i risultati di questa crescita tendevano a tradursi in più soldi per chi già ne aveva: per ogni 100 dollari di reddito in più generato, solo due arrivavano al quinto più povero della popolazione.

Questa situazione generale portò alla nascita di molti gruppi terroristici o rivoluzionari come i Sandinisti del Nicaragua, le Forze armate ribelli guatemalteche, le Forze armate di liberazione nazionale venezuelane, il Movimento del 19 aprile colombiano, il Sendero Luminoso peruviano o il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti di El Salvador. A questo fenomeno gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi latinoamericani risposero con la forza.

Washington fornì aiuti militari, mentre molti governi latinoamericani repressero attivamente ogni forma di malcontento e avviarono una vera e propria caccia ai guerriglieri. L’amministrazione Johnson, preoccupata dello spostamento a sinistra del maggior Paese della regione, appoggiò nel 1964 un colpo di stato militare in Brasile. In Brasile ne risultarono 20 anni di dittatura militare che terminò solo nel 1985 con nuove elezioni democratiche.

Occorre qui ricordare il caso cileno. Nel 1970, dopo l’elezione di Allende, ci fu la reazione dell’Amministrazione Nixon che percorse una prima via fatta di tangenti e manovre clandestine per evitare la conferma al ballottaggio da parte del congresso nazionale cileno di Allende e, una volta fallita questa, una seconda via volta ad incoraggiare un colpo di stato. Fallita anche questa si procedette con un terzo percorso. L’amministrazione Nixon adottò una strategia a lungo termine per rovesciare Allende e insediare in Cile un governo “amico”.

Dopo tre anni di pressioni economiche, nel corso dei quali gli aiuti americani cessarono e fu garantito un generale sostegno agli oppositori, l’esercito cileno assunse il comando del paese nel settembre 1973. La giunta, guidata dal generale Pinochet, lanciò una brutale campagna di repressione per liberare il Cile dal “cancro del marxismo”.

Ma perché il Cile era così importante? Il Cile ospitava nel 1970 investimenti di aziende americane per circa un miliardo di dollari. I timori di una nazionalizzazione avevano spinto grandi imprese, come l’International Telephone and Telegraph (ITT), a offrire alla CIA un milione di dollari per scongiurare la presidenza di Allende.

Oltre alle motivazioni economiche, ve ne era una politica. La buona riuscita del progetto politico di Allende rischiava di rilevarsi un fattore destabilizzante nella regione.

Il governo di Allende infatti, era stato un governo eletto democraticamente e non arrivato al potere tramite un colpo di stato. Allende era stato appoggiato dai socialisti e dai comunisti cileni. Poteva rappresentare un’alternativa praticabile nell’emisfero occidentale. Poteva dimostrare che il socialismo poteva prosperare senza un appoggio esterno da parte dell’Unione Sovietica.

“Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!” furono le parole di Allende prima di morire suicida o assassinato. La guerra fredda aveva reso difficili per l’America Latina i rapporti con gli altri paesi e mantenuto la dipendenza con gli Stati Uniti. Le multinazionali continuavano a mantenere il controllo e a influenzare la politica tanto che una volta un giornalista Uruguayano disse “un paese è posseduto e dominato dal capitale che vi è investito”. Ora però abbiamo bisogno di un’altra pausa. Abbiamo ancora un ultima tappa. Tra poco ripartiremo…

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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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Il ruolo delle donne nel processo di pace in Colombia

Nel contesto della guerra civile e della conseguente transizione verso la pace che sta avendo luogo in Colombia, le donne hanno assunto un ruolo tutt’altro che marginale. Sia come protagoniste che come vittime delle violenze, le colombiane hanno certamente influenzato l’andamento del conflitto, e dunque si sono attivamente ritagliate uno spazio al tavolo dei negoziati di pace. Questo risultato è stato raggiunto soprattutto grazie al contributo di decenni di dibattiti e analisi dell’argomento portati avanti a livello globale in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite.  Donne, pace e sicurezza  La questione di genere si è fatta strada nei dibattiti sui diritti umani e, più in generale, sullo sviluppo sostenibile delle nazioni negli ultimi decenni. Le principali organizzazioni internazionali hanno deciso di adottare un approccio di genere in relazione agli ambiti più vari, che fino ad allora non avevano mai avuto specifiche menzioni sulla donna. Recenti studi hanno evidenziato come, nel contesto della ricostruzione post-bellica, la partecipazione femminile risulta significativa nel rendere la pace più stabile e duratura. Anche il recupero economico e sociale della comunità trae beneficio dall’integrazione della donna e dalla sua partecipazione politica. A supporto di ciò, vengono creati strumenti come il “Women, Peace, and Security (WPS) Index” che misura e classifica il benessere della donna in ciascun Paese.  Anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2000, ha riconosciuto la centralità del ruolo delle donne per la ricostruzione delle società post-conflitto. Con l’istituzione e l’approvazione di sette risoluzioni sulle donne (che trattano della pace e della sicurezza) e la stesura delle raccomandazioni del Comitato Cedaw, si crea il quadro di riferimento che i Paesi devono consultare e adottare per poter raggiungere una pace sostenibile e inclusiva. La partecipazione femminile non solo assicura alle donne la restituzione dei diritti violati durante il conflitto, ma contribuisce alla trasformazione strutturale della società verso la democrazia partecipativa e la sicurezza di tutti i cittadini.  L’approccio di genere nell’accordo di pace in Colombia: il ruolo delle donne Durante il conflitto che per decenni è intercorso tra il governo colombiano e il gruppo di guerriglia FARC-EP, le donne sono state protagoniste in vari modi. Esse hanno combattuto tra le fila del gruppo rivoluzionario (basti pensare alla guerrigliera “Negra Karina”, considerata una delle più agguerrite combattenti e che adesso partecipa attivamente al processo di pace). Ma soprattutto le donne colombiane hanno subito il conflitto sulla loro pelle, tramite le violenze sessuali, o vedendosi costrette a fuggire dalle proprie case con i figli a carico. La questione di genere nel conflitto non è stata un evento isolato. Si stima infatti che tra il 1958 e il 2016, il 54% delle vittime e più della metà degli sfollati a causa del conflitto siano state donne, mentre tra le 25 e le 26 mila abbiano subito violenze sessuali.   In linea con le raccomandazioni del Comitato Cedaw, la fine del conflitto in Colombia è diventata un’opportunità per le donne vittime di diventare costruttrici di pace. Nel 2014, durante i negoziati, viene così inaugurata la prima sottocommissione di genere in un processo di pace. Questo specifico ramo della commissione si occupa di integrare misure specifiche per migliorare la vita delle donne in tutti i punti all’ordine del giorno. Formata da rappresentanti del governo nazionale e delle FARC, la sottocommissione inserisce la prospettiva delle donne dentro l’accordo stesso, tramite la gestione di 18 organizzazioni specializzate nei diritti delle donne e della comunità LGBT+, nonché da 10 ex guerrigliere di varie nazionalità e 10 esperte di violenze sessuali. Come risultato, dal 2014 il 60% delle vittime che ha presentato testimonianza alla commissione a L’Avana, dove si sono svolti i negoziati, sono state donne.  L’approccio di genere, quindi, viene attuato in tutte le parti dell’accordo di pace, attraverso più di cento misure specifiche e andando a delineare otto assi tematici. La parità di accesso alla proprietà rurale tra uomini e donne e la garanzia dei diritti dei lavoratori agricoli con diverso orientamento sessuale e/o identità di genere vanno ad inserirsi nella Riforma Rurale Integrale. La partecipazione politica e rappresentativa delle donne è garantita tramite misure di prevenzione dei rischi specifici che queste possono incontrare nel loro operato all’interno degli organi decisionali creati dagli accordi. L’accesso alla verità, alla giustizia e alla riparazione dei crimini commessi durante il conflitto è consentito anche e soprattutto alle donne, che più di tutti hanno fatto ricorso alla Commissione della Verità. La vittimizzazione di genere è stata riconosciuta pubblicamente in tutte le sue modalità tramite il rafforzamento delle organizzazioni femminili e del loro operato verso la partecipazione politica e sociale.  L’accordo di pace, nel suo approccio di genere, ricerca dunque la parità e l’universalità come caratteristiche della transizione verso la pace e della società colombiana post-conflitto. La sottocommissione agisce concretamente nel processo di pace tramite l’allocazione di risorse e la regolamentazione del principio di alternanza all’interno di partiti ed organi autonomi. Per quanto riguarda la violenza di genere, vengono instaurate diverse forme di prevenzione e protezione della donna, oltre a misure contro l’impunità dei crimini di guerra. Tramite questi interventi, l’accordo e la commissione ambiscono allo sviluppo di una pace sostenibile, stabile e duratura.  La donna colombiana oggi  Nonostante questo notevole passo in avanti contro la discriminazione di genere, la donna in Colombia non è ancora considerata al pari dell’uomo. Nel sopracitato WPS Index, nel 2019 la Colombia ha totalizzato un punteggio di 0.691 su una scala da 0 a 1 (dove 1 rappresenta il massimo livello di inclusione), classificandosi 104esima al mondo. La partecipazione politica femminile, ostacolata da vincoli economici insormontabili per molte, è scarsa a tutti i livelli: dal municipio delle singole città al Congresso. Le stime ancora troppo alte di violenza di genere fanno luce su una società che, nonostante i buoni propositi, fatica a distaccarsi dalla patriarcalità (o machismo) radicata al suo interno.   Soprattutto nelle aree rurali i livelli di insicurezza di genere restano elevatissimi, superati solo da quelli affrontati dalle difenditrici dei diritti umani, i quali tassi di vittimizzazione crescono ulteriormente durante la quarantena imposta dal propagarsi del nuovo coronavirus. In questo contesto è preoccupante la normalizzazione di questo tipo di violenza: in Colombia la testimonianza di una donna contro il suo aggressore non è considerata legittima. Sull’impunità di genere l’attivista locale Francy L. Jaramillo Piedrahita sostiene che “qui è più probabile che un uomo venga processato per aver rubato un pollo che per aver stuprato una donna.”   Inoltre, l’implementazione dell’accordo di pace sta proseguendo a rilento, con solamente la metà delle disposizioni di genere che si sono attivate. La minaccia di regressione alle armi rischia di vanificare l’importanza istituzionale del

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I diritti LGBTQ+ in Brasile: leggi virtuose in una società intollerante

Le persone LGBTQ+ brasiliane vivono una condizione piuttosto singolare rispetto alle loro controparti in giro per il mondo o anche semplicemente in America Latina. Se da un lato, infatti, il Brasile può essere considerato uno dei precursori delle tutele nei confronti della comunità LGBTQ+, con le prime normative in materia che risalgono addirittura al XIX secolo, dall’altro rimane un paese le cui problematiche interne mettono spesso a rischio le persone più ai margini della società, nei quali spesso si ritrovano le minoranze sessuali. Questa tendenza non ha fatto che intensificarsi con la presidenza di Jair Bolsonaro, i cui attacchi omofobi e transfobici sono ben noti all’opinione pubblica. Nello spazio che esiste fra, da un lato, un apparato di norme ed una magistratura particolarmente virtuosi nel tutelare la comunità LGBTQ+ e, dall’altro, una società civile alle volte accogliente, alle volte violenta ed intollerante, si sviluppano le vite di queste persone che conducono, nonostante tutto, un’esistenza complicata. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile Come già anticipato, la storia delle tutele legislative nei confronti della popolazione LGBTQ+ brasiliana ha inizio nel 1800, già dalla prima metà precisamente, quando nel 1830 l’allora sovrano Pietro I del Brasile promulgò il nuovo Codice penale brasiliano. Nel testo di legge riformato fu eliminato ogni riferimento al reato di sodomia, presente nel precedente impianto penale frutto del passato regime di stampo coloniale, di fatto legalizzando i rapporti fra persone dello stesso sesso. Da quella data ad oggi, il Brasile ha fornito un chiaro esempio di legislatura virtuosa ed inclusiva, con tutta una serie di tutele e concessioni che si sono susseguite negli anni e che ci permettono di affermare che in Brasile, a livello normativo, le persone LGBTQ+ godono pressappoco degli stessi diritti e garanzie della restante della popolazione.Se, infatti, dal 1969 non esiste più alcuna regola che vieti agli uomini omosessuali di servire nell’esercito (le donne potranno prestare servizio solo a partire dagli anni ‘80), è con la fine della dittatura militare nel 1985 e la promulgazione di una Costituzione liberale – che vieta espressamente ogni tipo di legge discriminatoria, sia a livello locale sia federale – che inizia effettivamente il processo di equiparazione fra persone LGBTQ+ e resto della popolazione cis-etero.Nel 1999 il Consiglio Federale di Psicologia, con una decisione certamente progressista ed in anticipo di anni anche rispetto a molti paesi occidentali, vieta espressamente il ricorso a terapie di conversione per gli omosessuali (decisione estesa nel 2018 anche alle persone transessuali in aperta opposizione ad ogni pratica transfobica).Sempre degli anni 90 (1995 nello specifico) è la prima proposta di riconoscimento delle unioni civili in Brasile che, pur non venendo approvata allora, fu seguita da diverse e numerose sentenze di tribunali locali che consentirono la registrazione di unioni civili tramite atti notarili fino al 2011, quando il Tribunale Supremo Federale legalizzò di fatto la pratica.Nel maggio del 2013, inoltre, la sentenza è stata implementata con l’istituzione del matrimonio egualitario in tutto il Brasile. A questa decisione si accompagnava l’espresso divieto, ribadito dall’allora Presidente del Tribunale Supremo Joaquim Barbosa, di negare la registrazione di un’unione civile o la conversione di quest’ultima in un matrimonio effettivo, come ancora accadeva all’interno degli studi notarili del Paese. L’equiparazione fra unioni omosessuali ed eterosessuali, in Brasile, comprende anche la materia d’immigrazione, con le prime decisioni in quest’ambito emesse agli inizi del 2000.Per quanto riguarda le adozioni per coppie dello stesso sesso, in aggiunta, sono consentite in quanto non esistono leggi che le vietino espressamente, ed eventuali norme in tal senso sarebbero inapplicabili poiché ritenute incostituzionali. Diverse sentenze nel corso degli anni hanno confermato questo orientamento della giurisprudenza brasiliana e la pratica è ormai largamente in uso nel paese.Anche le persone transessuali hanno visto realizzate negli ultimi anni alcune delle loro richieste: l’operazione di riassegnazione di genere è gratuita e garantita dallo Stato, in seguito a una sentenza che afferma che l’intervento è coperto dalla clausola costituzionale che assicura ai cittadini l’assistenza medica gratuita.Nel 2009, inoltre, la Corte Superiore di Giustizia ha stabilito che il cambio di genere legale per persone transessuali che avevano compiuto la transizione era consentito in tutto il territorio della nazione, secondo la logica per la quale permettere di sottoporsi ad un intervento di riassegnazione del genere senza poter cambiare genere e nome sulla propria documentazione costituiva una forma di pregiudizio sociale.Il primo marzo 2018, inoltre, il Tribunale Supremo Federale ha stabilito che questo diritto è esteso anche alle persone trans che non hanno completato né hanno intenzione di iniziare un percorso di transizione, garantendo la pratica per mezzo della sola autodeterminazione dell’identità psicologica della persona interessata.Ancora una volta il Brasile, legiferando in questo senso, si pone fra i primi paesi ad assicurare queste tutele per le minoranze sessuali. Percezione e Status Sociale Alla luce del quadro legislativo menzionato, si potrebbe pensare che le persone LGBTQ+ brasiliane conducano una vita tutto sommato sicura priva di pregiudizi e discriminazioni. Ma non è esattamente così.I dati rendono l’idea dell’enorme spaccatura fra una normativa che tutela ed una società che si dimostra pericolosa e discriminatoria: secondo un sondaggio di Datafolha, la percentuale di persone che credono che l’omosessualità debba essere accettata dalla società è salita dal 64% del 2014 al 74% del 2017. Eppure, il Brasile ha il tasso più alto di uccisioni di persone LGBTQ+, con oltre 380 omicidi avvenuti nel 2017 (277 solo nei primi 9 mesi, secondo Grupo Gay da Bahia), il 30% in più rispetto all’anno precedente.Secondo Human Rights Watch, nel 2013 le segnalazioni di violenze contro la popolazione LGBTQ+ sarebbero state oltre 3000. Inoltre, in Brasile il 68% delle persone LGBTQ+ ha sperimentato episodi d’omofobia sul posto di lavoro. Sempre nel 2013, LGBTQ Nation ha dichiarato che il 44% dei crimini d’odio contro le minoranze sessuali si sono verificati nel solo Brasile.Tentare di comprendere una divisione così netta fra le leggi e la società che regolano non è compito semplice. Il Brasile è uno stato laico nel quale la separazione fra Stato e Chiesa è fra le più marcate. Il paese, infatti, non ha

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Resistere al Covid e alle politiche di Bolsonaro: la condizione delle popolazioni indigene brasiliane

Cosa ci viene in mente quando pensiamo alla pandemia dovuta al virus COVID-19? Innanzitutto, alle migliaia di morti che ha causato in tutto il mondo e successivamente al lockdown, che ha costretto ognuno a rimanere rinchiuso nella propria abitazione, sottoposto a restrizioni della propria libertà di movimento per limitare i contagi. Questa condizione ha portato molti a concentrarsi sulla esperienza drammatica del proprio Paese, mettendo da parte ciò che accadeva (e purtroppo continua ad accadere) dall’altra parte del mondo. Infatti, la bassa attenzione rivolta alle categorie più vulnerabili ha permesso ad alcuni governi centrali di esercitare ancor più pressioni verso le stesse, come nel caso del Brasile verso le popolazioni indigene, le quali si sono ritrovate a dover affrontare delle sfide più grandi di quelle a cui erano già sottoposte. L’anno peggiore per i territori indigeni: tra lotta al Covid e interessi economici Non è un caso che il 2020 sia risultato l’anno peggiore per le Indigenous Land e Conservation Units dal 2008: ben 188 000 ettari di foresta sono stati completamente distrutti nei territori appartenenti alle popolazioni indigene del Brasile. Questa moltitudine di popolazioni (circa 170 etnie differenti) vive in vaste riserve protette che rappresentano il 13,8% del territorio nazionale, in buona parte concentrato in Amazzonia. La deforestazione è un attacco diretto da parte delle lobby verso la sopravvivenza delle popolazioni indigene, alle quali vengono sottratte tutte le terre che non rientravano sotto la loro giurisdizione o erano disputate prima del 5 ottobre del 1988, data in cui fu emanata la Costituzione brasiliana. Ciò dimostra le chiare intenzioni del governo brasiliano, seguito dal FUNAI (Fondazione nazionale dell’Indio, organo del governo brasiliano preposto all’elaborazione e all’implementazione delle politiche riguardanti i popoli indigeni) e dal Commissario della Polizia Federale a contrastare qualsiasi demarcazione di nuove terre indigene. Proprio il presidente del FUNAI, il cui ruolo dovrebbe essere quello di mappatura, protezione e prevenzione di invasioni dei territori indigeni, ha esordito: “(…) servirà smettere di incoraggiare gli indigeni a formare cooperative per sviluppare attività economiche sulle loro terre. Una delle nostre priorità sono le attività minerarie.” È quindi evidente che la visione colonialista verso persone e risorse è alla base della politica brasiliana da decenni, con un certo peggioramento negli ultimi anni in cui, con il penultimo presidente Michel Temel (2016-2019) e successivamente con l’attuale Jair Bolsonaro (2019-oggi), solamente una approvazione di terre destinate alle popolazioni indigene è stata concessa (e non durante il mandato del presidente in carica). A quanto pare gli interessi puramente economici sovrastano di gran lunga le esigenze di autonomia e tutela di popolazioni che, al contrario, si propongono come difensori della natura e dell’equilibrio degli ecosistemi. Anzi, queste persone vengono percepite come il maggiore ostacolo allo sviluppo neoliberale del paese, in preda alle logiche di deturpazione di terre, land grabbing e razzializzazione delle popolazioni autoctone. I fattori elencati influiscono negativamente sugli effetti del COVID19 su queste specifiche popolazioni, come è stato pubblicato nell’articolo scientifico del 12 aprile 2021 di “Frontiers in Psychiatry”. Lo scarso accesso ai servizi sanitari per le popolazioni indigene brasiliane La condizione di estrema vulnerabilità delle popolazioni indigene è estremizzata dalla pandemia del Coronavirus, la quale ha ridotto ulteriormente i diritti di questi individui come singoli e come comunità, soprattutto limitandone l’accesso alle cure non solo all’interno delle terre indigene ma anche escludendo dalla copertura sanitaria coloro che vivono nelle aree urbane, giustificando la scelta come a favore di cure più vicine alla tradizione culturale indigena. Tali disposizioni sono state predisposte direttamente dal Ministro della Salute e dal suo Ministero (MOH), aggravando la situazione soprattutto nella zona dell’Amazzonia, dove vive il maggior numero di etnie. Non solo, oltre alle cure negate o quasi inesistenti, il MOH ha registrato 22 127 casi e 330 morti tra le popolazioni indigene, riportando dei dati fallati come dimostrato da quelli raccolti dal COIAB (Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana) dove i casi di infezione ammontano a 25 356 e quelli di morti a 670 (più del doppio). In linea con quanto appena esposto, è il caso di ricordare che, nel pieno della pandemia a gennaio 2021, con in media 1293 contagi giornalieri nel paese, Bolsonaro considerava il virus causa di un “semplice raffreddore” e ha rifiutato di applicare i protocolli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il risultato di tali scelte è che le disuguaglianze tra le popolazioni indigene e il resto della popolazione sono state accentuate, aggravando la posizione delle prime rispetto alla seconda in quanto esposte a rischi più elevati di infezioni, morti e con limitate risorse in grado di curare i malati da COVID19. Fortunatamente il COIAB ha messo in atto l’Emergency Action Plan, una serie di azioni di prevenzione, guida e sostegno in risposta alla pandemia che sono di grande aiuto per le popolazioni indigene. In un Paese come il Brasile, le popolazioni indigene sono inquadrate come gli ultimi degli ultimi, in ogni campo, compreso quello sanitario, dove lo scopo dovrebbe essere in ogni caso la salute pubblica al fine di tutelare il benessere di una intera nazione e dell’umanità. A tal proposito, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, ha rivolto l’attenzione proprio alle popolazioni indigene, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi sanitaria in Brasile, suggerendo di dare priorità all’applicazione di misure concrete che assicurino la protezione di queste popolazioni e la creazione di un fondo di emergenza. In Brasile, il governo ha agito controcorrente a quanto raccomandato dall’OMS, smantellando il sistema sanitario e non garantendo alcun dispositivo di sicurezza agli operatori sanitari che si sono occupati attivamente di curare le popolazioni indigene. Le notizie più recenti riguardano la fase di vaccinazione che, in tutto il Paese e in particolare in Amazzonia, non è ancora iniziata o procede a rilento, con conseguenze per tutto il mondo, poichè la mancata vaccinazione è veicolo di nuove varianti del virus. Un elemento non così evidente ma sicuramente presente e da non sottovalutare è il fatto che la pandemia ha consolidato il razzismo nei confronti delle popolazioni indigene, permettendo la violazione incontrollata di numerosi loro diritti finora garantiti

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Lupita: la forza dell’ape messicana

Guadalupe “Lupita” Vasquez Luna è un’attivista, artigiana e insegnante nativa messicana, nonché rappresentante del popolo Tzotzil-Maya presso il Consiglio Nazionale Indigeno del Messico (CNI), consigliera presso il Consiglio Indigeno del Governo (CIG) e prima donna a ricevere il bastone del comando dell’organizzazione Las Abejas de Acteal (Le Api di Acteal), di cui è membro. Lupita lotta da anni per portare alla luce le problematiche che affliggono le comunità native e, soprattutto, per ottenere verità e giustizia sul massacro di Acteal, di cui lei è una sopravissuta.   La strage di Acteal Il 22 dicembre 1997 un gruppo di paramilitari entra nella chiesa della comunità di Acteal e uccide 45 persone. All’epoca dei fatti Lupita ha 10 anni e riesce a salvarsi perché il padre le ordina di scappare e nascondersi tra le piantagioni di caffè. Quel giorno perde nove familiari: i genitori, la nonna, lo zio e cinque fratelli. Tutte le vittime, nativi Tzotzil-Maya, appartengono all’organizzazione Las Abejas, un movimento cristiano e pacifista che lotta per i diritti delle popolazioni indigene e che ha da sempre appoggiato gli obiettivi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ma non i mezzi usati per raggiungere tali obiettivi, vale a dire la lotta armata. Per molti questo è il motivo del massacro avvenuto ad Acteal: un’offensiva contro una comunità indigena alleata della resistenza zapatista. Però la versione ufficiale delle indagini riduce tutto ad uno scontro tra popolazioni native evitando così il coinvolgimento dello Stato nel massacro o le omissioni di intervento da parte delle autorità locali, consapevoli dell’esistenza di gruppi di paramilitari nel Chiapas (regione in cui si trova Acteal). Da allora, i superstiti e i familiari delle vittime non hanno smesso di battersi per ottenere la verità. Grazie alle pressioni nazionali ed internazionali, il governo messicano ha aperto un’inchiesta che ha portato all’arresto e alla condanna delle persone direttamente coinvolte nel massacro, ma nessun esponente del governo locale e nazionale dell’epoca è stato accusato di essere il mandante di quel crimine. Sono passati più di 20 anni ma nulla è cambiato anzi, i paramilitari arrestati sono stati rilasciati e nel comune di Chenalhó, in Chiapas, si temono ripercussioni contro la popolazione. L’organizzazione Las Abejas ha deciso di portare il caso davanti la Corte Interamericana dei Diritti Umani, che ancora non si è pronunciata in merito, accusando lo Stato messicano di crimine contro l’umanità. La figura di Lupita Dopo la strage Lupita, una volta adulta, non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia insieme a Las Abejas per quello che accadde ad Acteal. È diventata un’attivista talmente importante nel contrasto alle politiche statali che rendono sempre più difficile la vita delle comunità indigene che nel 2018, quando il Consiglio Nazionale Indigeno decide di candidarsi per le elezioni presidenziali messicane, è stata scelta come consigliera del Consiglio Indigeno del Governo per la regione di Los Altos del Chiapas. In quel periodo viaggia per tutto il Messico per incontrare tante organizzazioni e rafforzare i legami instaurati per aiutare nelle cause di privatizzazioni ed espropri delle terre. Nel 2019 Lupita è protagonista del documentario “Lupita. Que retiemble la tierra” (Lupita. Lascia tremare la terra) diretto da Mónica Wise e Eduardo Gutiérrez Wise. Il documentario mostra diverse sfaccettature di Lupita: la sopravvissuta impegnata nella ricerca della verità, la madre amorevole e l’attivista che combatte per i diritti del suo popolo. Noi di Large Movements celebriamo la forza di Lupita che da anni si batte per migliorare le condizioni di vita dei popoli nativi del Messico e ci uniamo alla sua lotta per la ricerca della giustizia affinché la comunità di Acteal possa ottenere giustizia e vivere in pace. Se ti è piaciuto l’articolo CondividiCi!

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