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Diritti LGBTQ+ in Sudan

Il Sudan, che letteralmente significa “Terra dei Neri”, è uno Stato a maggioranza arabo-musulmana, la quale detta l’orientamento politico e religioso del Paese. Il processo di islamizzazione avviato il secolo scorso ha portato a discriminazioni che hanno fondamento nell’apparato legislativo e che hanno colpito non solo le minoranze etniche e religiose ma anche i membri appartenenti alla comunità LGBTQ+.

Quadro Legislativo ed Impatto nella Società Civile

Sebbene in Sudan non siano presenti esplicite leggi contro l’omosessualità, la sodomia è descritta come reato nel Codice penale del Sudan ed è punita con sanzioni severissime.

Fino ad un passato drammaticamente recente, tra l’altro, era ancora prevista la pena di morte come punizione per un rapporto omosessuale. 

Nel Codice penale sudanese la disciplina giuridica dei rapporti omosessuali è contenuta nell’articolo 148 dellasezione Reati di Sodomia, parte del quale recita: “Chiunque commetta l’atto di sodomia, sarà passibile di reclusione fino a cinque anni”. Per di più, in caso di recidiva sono previste pene progressivamente più severe, fino all’ergastolo.

Grazie al lavoro degli attivisti ed il costante dissenso di una sempre più crescente parte della popolazione sudanese, nell’agosto 2020 il governo ha ceduto alle forti pressioni della società civile ed ha varato diversi emendamenti al Codice penale, dichiarando di voler “abolire tutte le leggi che violano i diritti umani dei sudanesi”.

Tra i vari emendamenti è stata compresa una modifica al suddetto articolo 148, che ha definitivamente eliminato la pena di morte e la fustigazione dalle sanzioni previste per i rapporti omosessuali. 

Menzione a parte poi, merita l’articolo 151 del Codice penale del Sudan che disciplina gli Atti Osceni, criminalizzando i rapporti sessuali non assimilabili alla sodomia e prevedendo per coloro colti in fragranza di reato la reclusione fino ad un anno – senza distinzione di pena tra donne e uomini. 

Conseguentemente i membri della comunità LGBTQ+ non possono celebrare alcun tipo di unione né sono tra le categorie tutelate dalle leggi antidiscriminazione.

Il Codice penale del Sudan non viene significativamente riformato dal 1991, quando i conflitti erano ancora aspri ed il governo cercava sempre più consensi da parte della popolazione musulmana integralista che domandava l’applicazione stringente dei principi della Sharia.

Solo con la recente deposizione di Al-Bashir, autocrate al potere per quasi 30 anni, avvenuta nel 2019, si è potuta intravedere una speranza di cambiamento. Attualmente infatti, il Sudan è in continuo subbuglio: la stabilità governativa è precaria e gli scontri tra forze armate e civili sono sempre più frequenti. 

Nonostante questo però, la lotta per la parità dei diritti della comunità LGBTQ+ in Sudan è ancora lunga dal concludersi vittoriosamente dal momento che l’omosessualità è ancora considerata un reato. 

Percezione e Status Sociale

Oltre a violare numerosi articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Sudan ha sempre votato contro ogni proposta di risoluzione a favore di diritti LGBTQ+ avanzata dalle Nazioni Unite.

Oltre alla repressione istituzionalizzata, ciò che rende ancora più difficile la vita degli individui appartenenti alla comunità LGBTQ+ in Sudan è l’intolleranza e l’omofobia radicate nella società.

Tra le radici del problema un ruolo fondamentale lo gioca la religione. La maggior parte della popolazione, come abbiamo visto, è di fede musulmana conservatrice e come tale osteggia l’attribuzione dei diritti civili e sociali alle persone LGBTQ+.

Per di più, sono grandemente frequenti gli episodi di maltrattamenti, non solo da parte delle autorità, ma soprattutto da parte delle famiglie delle persone che decidono di “uscire allo scoperto”. La tendenza generale è infatti quella di tenere nascosto il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, al fine di autotutelarsi il più possibile.

In una società in cui l’omosessualità è criminalizzata e le discussioni sulla sessualità sono tabù, internet è diventato uno dei modi in cui è possibile soddisfare le esigenze di informazione delle persone LGBTQIA+ e un luogo in cui possono creare connessioni e trovare sostegno e comprensione.

Il Sudan però, è un Paese in cui i media tradizionali sono strettamente controllati dal governo ed il libero flusso di informazioni online viene spesso percepito come una minaccia dalle autorità.

Per questo motivo, in momenti di instabilità o crisi il governo vara misure come la censura o la completa chiusura dell’accesso ad internet, per impedire a certe informazioni di circolare tra la popolazione.

Queste restrizioni della libertà di informazione dei cittadini dunque, influiscono negativamente sull’attività della società civile e limitano la diffusione di informazioni in merito all’educazione sessuale e civile ed al godimento dei pieni diritti di uguaglianza da parte di ciascun cittadino sudanese.

Questa attività di censura ha determinato la terminazione delle attività della prima associazione LGBTQ+ del Sudan, Freedom Sudan che fu fondata nel 2006 ma che risulta inattiva da vari anni.

Un’altra organizzazione sta portando avanti il testimone: Bedayaa, che si rivolge agli individui LGBTQ+ della Valle del Nilo, regione collocata tra l’Egitto e il Sudan. Questa associazione è stata fondata nel luglio 2010 da volontari che hanno riconosciuto le somiglianze tra le lotte in questi due Paesi, in particolare per quanto riguarda la criminalizzazione e  la percezione religioso-culturale degli omosessuali.

In ultimo, dal 2012 è sorta un’altra associazione – la Rainbow Sudan – che si batte per i diritti di tutti, compresi quelli di donne e bambini. Come dichiara il suo fondatore Mohamed infatti, nonostante “in questo momento il Paese non sia pronto ad aprirsi alle tematiche LGBTQ+, non abbiamo perso la speranza di farcela”.

È evidente che la lotta per un futuro senza odio e discriminazioni non accenna a fermarsi, noncurante degli ostacoli da sormontare, e la comunità LGBTQ+ del Sudan è pronta a far sentire la propria voce.

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Giulia Coccheri

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