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DIRITTI LGBTQ+ IN SUD SUDAN

di Giulia Coccheri

Il Sud Sudan è ad oggi lo Stato più recente universalmente riconosciuto. Avendo acquisito l’indipendenza dal suo vicino del nord – il Sudan – nel recente 2011, dopo decine di anni di conflitti civili, non ha però avuto vita facile. La sua storia costellata di guerre si è ripetuta anche negli ultimi anni, con un aspro conflitto per stabilire la guida politica del Paese conclusosi solo nel 2020. Nonostante la sua recente nascita, non può essere considerata una nazione al passo coi tempi e, in quanto profondamente influenzata dalle religioni importate dai colonizzatori, oggi è prevalentemente un Paese cristiano e fortemente ancorato alle tradizioni ed agli usi di questa fede.

Non sorprende quindi che il dibattito riguardo alla comunità LGBTQ+ non trovi molto spazio su uno sfondo di continui conflitti e per la condizione di estrema povertà e instabilità generale del Paese. È ricorrente la visione della comunità queer come un prodotto che l’occidente cerca di importare all’interno del Paese, come è evidente dalle parole del presidente Salva Kiir Mayardit, che ancora prima della formazione del nuovo Stato nel 2010, dichiarò riguardo alla questione della comunità LGBTQ+: “non è neanche qualcosa di cui si può parlare qui nel Sud Sudan in particolare. Non esiste qui, e se qualcuno volesse importarla o esportarla in Sud Sudan, non riceverebbe supporto e sarebbe condannato da tutti”.

Quadro Legislativo ed Impatto nella Società Civile

Il neonato Stato del Sud Sudan si impegna nell’emarginare chiunque mini le regole e tradizioni patriarcali ed eteronormative della società, e criminalizza quindi esplicitamente le relazioni omosessuali. Vari articoli del Codice Penale, adottato nel 2008, sono dedicati alla soppressione dei diritti degli individui LGBTQ+ :

  • Capitolo 18, sez. 248, denominata Reati Contronatura, afferma che qualsiasi “rapporto carnale contro l’ordine naturale”, per la cui messa in atto è sufficiente la penetrazione tra individui dello stesso sesso, sarà punibile con multa e reclusione fino a 10 anni, 14 in caso di rapporto privo di consenso.
  • Capitolo 18, sez. 249, denominata “Atti di Volgare Indecenza”, stabilisce che chiunque incoraggi un’altra persona a commettere un suddetto atto (rapporto omosessuale), è passibile di multa e reclusione fino a 14 anni.
  • Capitolo 25, sez. 379(e), afferma che per vagabondo si può intendere “qualunque uomo che in luogo pubblico si veste o si atteggia in modo femminile” ed è passibile di multa e reclusione fino a 3 mesi. In particolare questo articolo gioca un ruolo fondamentale per l’istituzionalizzazione della discriminazione delle donne trans.

Per la maggior parte di questi reati è prevista la possibilità di scarcerazione tramite pagamento di una cauzione, se la pena non eccede i 10 anni.

Anche la Legge sui Passaporti e l’Immigrazionerende evidente lo sforzo del governo di limitare le libertà della comunità Queer, recitando nel capitolo IV, sezione 15(6), che “il visto non è concesso a qualsiasi persona straniera che sia ragionevolmente sospettata di entrare in Sud Sudan con lo scopo di prostituzione, omosessualità, lesbianismo o traffico di esseri umani.” Appare quindi evidente come l’appartenenza alla comunità LGBTQ+ sia considerato un pericolo da parte dello Stato Sud Sudanese, alla stregua del traffico di esseri umani.

Ma soprattutto la Costituzione, emanata nel 2011, si sforza di promuovere solo ed esclusivamente il modello di famiglia eteronormativo; l’articolo 15 infatti, intitolato “diritto di formare una famiglia, tutela il diritto di ogni individuo di “sposare una persona del sesso opposto e formare con essa una famiglia”; inoltre, riguardo alla validità del matrimonio recita che “nessun matrimonio può avere luogo senza il libero e pieno consenso dell’uomo e della donna”.

Percezione e Status Sociale

Nel 2014 la ACHPR (African Commision of Human and Peoples’ Rights) si è dichiarata “profondamente preoccupata” per gli atti di violenza, discriminazione e violazione di altri diritti umani che continuano ad essere perpetrati a causa di orientamento sessuale o identità di genere; ha inoltre invitato gli Stati membri (tra cui il Sud Sudan) a mettere fine alle violenze ed abusi, commessi dallo Stato o meno, tramite l’applicazione di leggi appropriate ed assicurando giusti processi penali e  supporto verso le vittime. Chiede inoltre di assicurare che “i difensori dei diritti umani possano lavorare in ambienti privi di stigma e conseguenze penali, inclusi gli individui appartenenti alle minoranze sessuali”.

Queste indicazioni e sollecitazioni sono chiaramente state disattese dal governo del Sud Sudan, che non ha modificato minimamente la situazione legislativa, ma anzi prosegue con l’oppressione e l’emarginazione istituzionalizzate.

A riprova della situazione di disagio in cui versano le vite di queste minoranze, il report del 2020 in merito ai “Rapporti Nazionali sulle pratiche in maniera di diritti umani”, pubblicato dal Dipartimento Americano in Sud Sudan, riporta che varie persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ hanno a che fare sistematicamente con aggressioni da parte delle forze dell’ordine, oltre ad arresti, detenzioni, torture e pestaggi; tutti fattori questi che hanno contribuito all’emigrazione in Paesi stranieri della maggior parte delle persone queer che hanno il privilegio di poter scappare – come riporta chi è rimasto.

Nonostante il Sud Sudan abbia conquistato l’indipendenza dal suo vicino del nord nel 2011, dopo decenni di asprissime guerre civili, seri problemi di sicurezza continuano a persistere all’interno del paese. Dopo neanche due anni dal referendum che sancì la nascita del nuovo Stato, che, secondo le speranze generali, avrebbe segnato l’inizio di un futuro prospero e privo di conflitti a discapito della popolazione, un’altra guerra scoppiò nel 2013. Il conflitto, conclusosi nel 2020, non ha fatto che aumentare il senso di precarietà della popolazione sud sudanese, ormai abituata alla persistente possibilità di nuove violenze. Questo clima di insicurezza, povertà e aspra discriminazione verso la comunità LGBTQ+, sono tutti motivi che non rendono la vita facile per i queer sud sudanesi.

Una delle cause chiave della secessione dalla nazione sudanese fu il credo della popolazione, la quale si dichiara per la maggior parte di fede cristiana, a differenza del Sudan, in cui la fede più praticata è quella islamica. Il nuovo Stato però, ritiene fondamentale mantenere alcune tradizioni comuni ad entrambi le religioni, come la tutela della famiglia eteronormata, composta da un uomo ed una donna, e si impegna nel combattere l’omosessualità, quasi ignorando qualsiasi altro orientamento sessuale o identità di genere.

Essendo la Chiesa molto influente sul territorio – ed i leader religiosi molto venerati – spesso questa forte autorità viene utilizzata per sopprimere qualsiasi discussione su questioni afferenti alla comunità LGBTQ+, declassandole in varie occasioni a semplice “perversione”.

Le autorità del Sud Sudan inoltre, utilizzano regolarmente interpretazioni religiose omofobiche per perseguire le persone non etero. Gli individui della comunità LGBTQ+ si trovano quindi senza quel supporto locale e sociale che è molto spesso fondamentale per la popolazione del territorio, e vengono respinti e discriminati non solo da coloro che si pongono come i salvatori pronti alla misericordia, ma anche dalle forze dello Stato che dovrebbe proteggere i propri cittadini.

Nonostante oggi ogni pratica che eluda dall’eteronormatività e dalla binarietà di genere sia fortemente osteggiata, studi etnografici hanno dimostrato che, nell’antichità, la pratica di avere “mariti-donne” era ampiamente accettata tra i Nuer, uno dei maggiori gruppi etnici presenti in Sud Sudan, insieme agli Zande, che intraprendevano relazioni omosessuali nella più completa normalità.

Ad oggi pochi sono gli strumenti di supporto dedicati alle persone LGBTQ+, ma alcuni singoli offrono supporto e comprensione, come Atom Anyang, una guaritrice tradizionale che risiede appena fuori Juba, la capitale del Sud Sudan, che fornisce guida e consulenza alle persone trans che subiscono bullismo e stigmatizzazione. “Le persone transgender fanno parte delle nostre comunità e delle nostre famiglie…Molti genitori sono venuti da me da zone molto distanti in cerca di guarigione, e consiglio sempre loro di amarli, accettarli e proteggerli”, ha detto Anyang.

Al giorno d’oggi non è nota alcuna organizzazione LGBTQ+ in Sud Sudan ed anche su internet non è facile per i sud sudanesi costruire una comunità: essendo spesso il Paese sull’orlo del conflitto infatti, il governo acquisisce molto spesso il controllo di internet e dei media. Un giornale online nato in Sudan nel 2012, chiamato “Rainbow Sudan”, si occupa occasionalmente di vicende che avvengono in Sud Sudan, ma è evidente che sia ancora lontano il momento in cui gli individui queer potranno parlare, vivere e formare comunità senza rischiare la vita.

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