Uganda: Porto Sicuro o Polvere sotto al Tappeto? Ne parliamo con Maëlle Noir

Sentiamo spesso parlare del conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, come in Sud Sudan o delle continue violenze e rappresaglie in Repubblica Centraficana. Sappiamo gravemente poco, però, delle persone che scappano da questi conflitti, dei rifugiati, delle loro condizioni, e soprattutto delle condizioni delle donne che si ritrovano a fuggire per salvare le proprie vite e le proprie famiglie. Per questo oggi vorremmo porre l’accento su una parte spesso tralasciata nelle narrative dei conflitti: le persone che sono spinte a fuggire da questi contesti e che nella stragrande maggioranza dei casi, contrariamente a quanto spesso viene falsamente sostenuto, rimangono in Africa cercando asilo in Stati confinanti e non scelgono di affrontare il pericolossissimo viaggio verso l’Europa. Uno dei Paesi africani che accoglie una grande quantità di persone in fuga è l’Uganda.

Oggi ne parliamo con Maëlle Noir, dottoranda dell’Irish Research Council presso l’Irish Centre for Human Rights dell’Università di Galway. La sua ricerca affronta la questione della violenza nei confronti delle donne rifugiate attraverso una prospettiva femminista intersezionale e decoloniale, esplorando la rilevanza di un approccio femminista al diritto come alternativa alla prassi legale nel contesto dei rifugiati urbani ugandesi.

Maëlle ha una vasta esperienza nel campo dell’advocacy e della ricerca comunitaria, poiché negli ultimi cinque anni ha lavorato con diverse organizzazioni nazionali e locali della società civile in India, Irlanda, Francia e Uganda.  È anche assistente di ricerca part-time nell’ambito del progetto Horizon dell’Unione Europea su democrazia e politica, collaborando con ricercatori in Slovacchia, Austria, Italia e Irlanda.

Ciao Maëlle, è un piacere averti qui con noi. Innanzitutto, vorrei chiederti della popolazione rifugiata che raggiunge l’Uganda. Quali sono le principali nazionalità che chiedono asilo in Uganda, qual è la procedura per richiedere asilo nel Paese e dove sono accolti i rifugiati?

È importante iniziare dicendo che in Uganda risiedono oltre 1,5 milioni di rifugiati, cifra che ne fa la prima popolazione di rifugiati in Africa e la quarta al mondo. Ciò si spiega con la posizione geografica dell’Uganda, crocevia di diverse zone di conflitto nei Paesi vicini, tra cui la Repubblica Democratica del Congo (RDC), il Sud Sudan, la Somalia, l’Etiopia, il Burundi, l’Eritrea, il Ruanda, ecc. L’Uganda ha anche una lunga storia di “politica di porte aperte”, sostenuta finanziariamente e politicamente dal Nord globale che sostiene lo Stato nell’accogliere i rifugiati in fuga dai conflitti e dalle persecuzioni.

Per quanto riguarda la nazionalità, il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e la Somalia sono i Paesi di origine predominanti per i rifugiati in Uganda, in quanto costituiscono rispettivamente il 57,1%, il 32% e il 4,1% della popolazione totale rifugiata. Tuttavia, quando si tratta di rifugiati urbani, solitamente localizzati nella capitale Kampala, nella parte meridionale del Paese, questi sono principalmente Somali, Congolesi, Eritrei, Sud Sudanesi, Burundiani ed Etiopi.

Il Refugee Act ugandese del 2006 amplia la definizione di rifugiato fornita dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e dalla Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969 che disciplina gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, includendo il criterio del genere. Pertanto, chiunque si trovi al di fuori del proprio Paese d’origine, a causa di aggressioni esterne, occupazione, dominazione straniera od eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico, ed abbia il fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale, opinione politica o genere, può ottenere lo status di rifugiato.

La procedura per richiedere asilo in Uganda varia a seconda che il richiedente asilo desideri stabilirsi in un campo (che spesso viene concesso sulla base dello status di rifugiato prima facie o “automatico” ossia, di gruppi di persone che provengono da uno Stato che l’UNHCR ha riconosciuto soddisfare i requisiti oggettivi che giustificano la presupposizione dello status di rifugiato. Per queste persone dunque, dovrebbe essere più semplice e veloce ottenere lo status perché l’onere probatorio della situazione nel Paese di origine è del tutto inesistente. Si sono intenzionalmente lasciate le virgolette sul termine automatico però, perché nella realtà questa presunzione non viene quasi mai applicata) o in città (rifugiato non prima facie, al contrario, individui non appartententi alla modalità “automatica”), ma in entrambi i casi rimane relativamente semplice. Per lo status di rifugiato “automatico”, i richiedenti asilo che raggiungono il confine vengono trasferiti in uno dei numerosi centri di accoglienza del Paese per un breve colloquio con un agente dell’Ufficio del Primo Ministro (OPM) prima della registrazione e dell’ottenimento dello status di rifugiato. Questo processo dura da pochi giorni ad un massimo di un paio di settimane, a meno che non ci sia un afflusso particolarmente importante di rifugiati. È più difficile ottenere lo status di rifugiato “non-automatico”, soprattutto per potersi stabilire in una città. Il richiedente asilo deve registrarsi presso l’OPM e sottoporsi a una serie di colloqui con diversi interlocutori, tra cui un ufficiale di polizia e un funzionario dell’OPM incaricato di esaminare lo status, seguiti da un esame finale del caso da parte del Comitato per l’ammissibilità del rifugiato. Secondo l’UNHCR, nel 2022 circa l’87,5% delle domande di status di rifugiato è stato accolto. A titolo di confronto, nel 2022 in Italia oltre l’80% dei richiedenti asilo si è visto negare lo status di rifugiato.

Parlando dei campi profughi ugandesi, quali sono le condizioni di accoglienza nei campi?

L’Uganda è spesso elogiata dalla comunità internazionale e dai media per le sue condizioni di accoglienza esemplari che favoriscono un “porto sicuro” o addirittura un “paradiso” per i rifugiati.

In effetti, sulla carta e in conformità con il Comprehensive Refugee Response Framework, i richiedenti asilo che hanno ottenuto lo status di rifugiato ricevono automaticamente un appezzamento di terreno da coltivare, l’accesso all’istruzione ed all’assistenza sanitaria gratuita, nonché il diritto al lavoro ed alla libertà di movimento.

Tuttavia, sappiamo che la teoria di solito differisce drasticamente dalla pratica ed è il caso anche del contesto dei rifugiati in Uganda. La politica di non confinamento (non-encampment policy), apparentemente progressista, promossa dal Comprehensive Refugee Response Framework, non è molto ben attuata in quanto la libertà di movimento rimane condizionata all’ottenimento di un permesso rilasciato dall’OPM e dall’UNHCR. Nell’insediamento, il sussidio monetario ammonta attualmente a 13.000 scellini ugandesi al mese, pari a circa 3,50 euro. I servizi sanitari e scolastici sono sottofinanziati e insufficienti, quindi non tutti hanno accesso ad un’assistenza sanitaria ed un’istruzione adeguate. Inoltre, gli insediamenti sono descritti come luoghi di violenza elevata, soprattutto contro le donne e le comunità LGBTQ+. Sono stati segnalati anche casi di violenza di genere e sfruttamento sessuale perpetrati da operatori umanitari incaricati di ripartire le risorse.

Il messaggio promosso dalla comunità internazionale sull’Uganda e sulle sue politiche di non confinamento quale “porto sicuro” per i rifugiati riflette anche un discorso coloniale e razzista perpetrato nel Nord del mondo.  Un esempio delle “eccezionali condizioni di accoglienza” in Uganda che viene spesso presentato, soprattutto dai media occidentali, è l’assegnazione gratuita ai rifugiati di un appezzamento di terra, riducendo l’unica attività professionale degli stessi all’agricoltura. 

Le informazioni fornite qui sopra non si basano sull’osservazione, poiché la mia ricerca si concentra esclusivamente sui rifugiati urbani, ma derivano da letteratura scientifica e dalle testimonianze fornite dagli intervistati della mia ricerca che sono fuggiti dagli insediamenti in cerca di una vita più pacifica e priva di violenza.

A questo proposito, puoi parlarci dell’accesso all’assistenza per i casi di violenza di genere e se e quali sono le politiche in atto nel Paese che possono ostacolare un approccio sensibile alle questioni di genere?

Sebbene le leggi e le politiche ugandesi sulla determinazione dello status di rifugiato e la sua protezione sembrino tenere conto della dimensione di genere dell’esperienza migratoria, la loro attuazione manca in modo cruciale di una sensibilità di genere e culturale. Infatti, abbiamo visto che la Legge sui Rifugiati del 2006 è particolarmente progressista, in quanto aggiunge come motivo di asilo la violazione delle pratiche discriminatorie di genere. La violenza e gli abusi di genere sono affrontati anche nel quadro del Comprehensive Refugee Response.

Nel caso dei rifugiati che si trovano negli insediamenti, le strutture che si occupano di violenza di genere sono spesso molto lontane e i rifugiati non possono permettersi di viaggiare su una boda-boda (“motocicletta” in Uganda) per denunciare un caso alla polizia. Se le sopravvissute raggiungono la stazione di polizia, molte riferiscono di non venire credute o addirittura di ricevere richieste di denaro per registrare il caso. A volte i partner attuativi dell’UNHCR sono presenti in loco, ma non dispongono di risorse sufficienti e non possono occuparsi di tutte le denunce.

Sia negli insediamenti che nel contesto urbano, la ricerca empirica dimostra che gli operatori dei servizi contro la violenza di genere non sono sufficientemente formati per adottare pratiche sensibili alla dimensione di genere. I partecipanti alla mia ricerca (sia sopravvissuti che operatori dei servizi per rifugiati) hanno riferito molti casi di ritraumatizzazione e normalizzazione della violenza, favoriti da una persistente cultura di incredulità nei confronti delle istanze dei rifugiati. Il fenomeno si spiega anche a causa della mancanza di una comprensione strutturale e intersezionale della violenza di genere contro le rifugiate. Infatti, il genere e lo status di migrante si intersecano per creare una forma unica di discriminazione che richiede a sua volta una forma unica di compensazione. Anche altri sistemi di oppressione possono contribuire al perpetrarsi della violenza e al modo in cui questa viene affrontata dagli operatori, come la transfobia, l’abilismo, il colorismo, il tribalismo, ecc.

In Uganda, inoltre, si osserva un monopolio istituzionalizzato da parte delle organizzazioni internazionali e ugandesi per la fornitura di servizi. Le organizzazioni selezionate dall’Ufficio del Primo Ministro (OPM) e registrate secondo la legge sulle ONG del 2016 sono le uniche a potersi occupare dei rifugiati. Ciò ha particolari effetti sulle questioni di genere, poiché l’OPM detiene un notevole controllo sui prestatori di servizi contro la violenza sessuale e sull’assegnazione dei fondi.

In un audit del 2018 dell’Office of Internal Oversight Services (OIOS) delle Nazioni Unite sono stati riscontrati numerosi accordi riguardanti la rappresentanza ugandese e l’OPM, tra cui la selezione di partner che si erano impegnati in attività fraudolente ed in una cattiva gestione dei finanziamenti nel 2016 ed altri che non erano stati raccomandati dalla Commissione per la gestione e l’attuazione dei partenariati istituita dalla rappresentanza UNHCR. Secondo quanto emerso dalla verifica, inoltre, il numero di rifugiati è stato gonfiato di 300.000 unità per attirare maggiori finanziamenti internazionali.

Per questo motivo, spesso le donne rifugiate vengono assistite da personale poco qualificato e alle sopravvissute può essere addirittura negato l’accesso ai servizi. In effetti, un tema ricorrente emerso durante le interviste è che gli operatori dell’UNHCR e dei partner attuativi spesso non credono alle sopravvissute, in quanto i rifugiati spesso mentono per ottenere il reinsediamento.  In effetti, i “sopravvissuti alla tortura e/o alla violenza di genere” e le “donne e le ragazze a rischio” sono categorie di riferimento per il reinsediamento. Tuttavia, solo lo 0,034% della popolazione totale dei rifugiati in Uganda è stato reinsediato nel 2022.

Pertanto, molte rifugiate sostengono che le politiche ugandesi costringerebbero le donne rifugiate in uno stato di vulnerabilità come modo per attrarre finanziamenti internazionali senza destinarli alle rifugiate stesse. Molte hanno l’impressione che le loro storie vengano utilizzate per interessi finanziari, finendo per oggettificare le sopravvissute e replicare i meccanismi di potere vigenti nel contesto della violenza interpersonale.

Ciò va analizzato alla luce di un fenomeno più ampio di esternalizzazione dei confini, in base al quale gli Stati del Nord del mondo “investono” nella cosiddetta “crisi migratoria” in modo da contenere i rifugiati nel Sud del mondo, con un impatto diretto sul diritto delle donne rifugiate di essere libere dalla violenza (tra le altre cose).

Una delle notizie principali dell’anno scorso riguardante i rifugiati urbani è stata l’enorme repressione nel quartiere di Gargaresh a Tripoli, dove la polizia libica ha fatto irruzione nelle case e nei rifugi temporanei e ha rastrellato oltre 5.000 uomini, donne e bambini provenienti dall’Africa subsahariana, trattenendoli in condizioni disumane e degradanti in cui dilagavano torture e violenze sessuali. Tuttavia, a parte questa notizia, sappiamo poco dei rifugiati urbani e delle loro condizioni nelle città. Potresti approfondire le condizioni di vita delle donne rifugiate al di fuori dei campi profughi in Uganda?

Sì, è vero che i rifugiati urbani e soprattutto le donne rifugiate che vivono in città sono i soggetti dimenticati della protezione offerta in materia di rifugiati, sia nelle leggi e nelle politiche che nella letteratura. La spiegazione è da ricercare in una visione stereotipata dei rifugiati che vivono sistematicamente in campi o insediamenti e dipendono dagli aiuti umanitari come destinatari passivi della carità.

In Uganda, circa l’8% della popolazione totale di rifugiati vive in città, principalmente a Kampala, e quasi la metà dei rifugiati urbani sono donne. I rifugiati devono dimostrare di essere economicamente autosufficienti per ottenere il permesso di trasferirsi in città, fatto che costituisce una discriminazione nei confronti dei rifugiati basata sullo status economico – forma di discriminazione che colpisce in modo particolare le donne.

Le condizioni di vita dei rifugiati in città sono particolarmente difficili a causa di un diffuso clima di fobia nei confronti dei rifugiati e di tensioni con le comunità ospitanti. In effetti, a causa della narrativa del “porto sicuro” accuratamente costruita, i rifugiati sono spesso ritenuti in una posizione privilegiata, beneficiando di un sussidio monetario, di assistenza sanitaria, di istruzione gratuita e di un terreno. Detto questo, non appena un rifugiato si stabilisce in città, non ha più diritto a tali aiuti umanitari. Molti rifugiati cercano di avviare un’attività commerciale, ma riferiscono di non sentirsi supportati dai cittadini che a loro volta lottano per vivere in condizioni dignitose. In aggiunta sono stati segnalati anche casi di sfruttamento delle difficoltà finanziarie, anche per quanto riguarda la possibilità di ottenere un alloggio o un lavoro.

In generale, tutti i partecipanti alla mia ricerca testimoniano di aver subito discriminazioni a causa della loro condizione di rifugiati, ma sono soprattutto le donne che si trovano nel mezzo di diverse forme di oppressione a causa della loro transidentità, della loro disabilità o del loro status di lavoratrici sessuali, ad esempio. Molte donne rifugiate testimoniano casi di corruzione e sfruttamento sessuale da parte delle forze di polizia e del personale medico governativo, che chiedono alle donne somme di denaro o rapporti sessuali in cambio di un servizio che non dovrebbe essere venduto.

Noi di Large Movements APS ringraziamo Maëlle per questa intervista, e ci impegnamo ad approfondire ulteriormente un tema ancora poco trattato ma – come abbiamo visto durante questa intervista – che ha un enorme impatto in termini di diritti umani e di questione di genere.

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Diritti LGBTQ+ in Senegal: un mosaico di differenze senza i colori dell’arcobaleno

Il Senegal è un Paese che presenta un quadro nazionale eterogeneo sia dal punto di vista etnico che da quello linguistico e religioso. Come molte altre nazioni limitrofe, in Senegal convivono diverse popolazioni che praticano diverse fedi e parlano diversi idiomi. L’etnia dominante è la Wolof, seguita dai Fula e dai Sérèr e da altre popolazioni ancora. La religione più diffusa invece è l’Islam, praticato da circa il 95% della popolazione, segue poi il Cristianesimo (5%) mentre il resto della popolazione pratica alcune forme di animismo che, rifacendosi ad una radicata tradizione prettamente africana, permeano in realtà anche le fedi dominanti importate dall’esterno, originando un sincretismo religioso islamico e cristiano. Ogni popolo, inoltre, ha una sua lingua e la lingua ufficiale del Paese è il francese (uno dei lasciti del colonialismo). Eterogeneo, dunque, è il modo migliore per descrivere la situazione in Senegal, ma qui più che in altri paesi queste differenze interne trovano il modo di mescolarsi e mischiarsi tutto sommato armoniosamente, soprattutto rispetto ad altre controparti del Continente che presentano condizioni sociali e antropologiche simili. In una realtà come questa in cui Islam e Cristianesimo convivono pacificamente, dove popoli e lingue diversi sono comunque legati l’un l’altro da rapporti di cousinage (“cuginanza”, un legame vero e proprio avvertito dai cittadini senegalesi) ci si può aspettare un atteggiamento disteso nei confronti delle minoranze sessuali. Tuttavia non è esattamente così e le persone queer in Senegal sperimentano comunque discriminazione, oppressione e marginalizzazione all’interno della società. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile L’articolo 319 del Codice Penale Senegalese legifera in materia di omosessualità. Nello specifico, l’articolo stabilisce una pena da 1 a 5 anni di carcere e una multa da 100.000 a 1.500.000 franchi per chiunque commetta un “atto contro natura con un individuo dello stesso sesso”. Inoltre, sempre secondo quanto stabilito dal Codice, il massimo della pena verrà sempre applicato se l’atto viene commesso con una persona al di sotto dei 21 anni. Con una premessa del genere è naturale che in Senegal non esista alcun riconoscimento per le coppie omosessuali (né matrimonio egualitario, né unioni civili), mentre, sebbene le regole in materia di adozioni non esprimano un chiaro divieto per le coppie formate da individui dello stesso sesso (rendendo quindi la pratica, sulla carta, possibile), è chiaro che tale diritto non venga in alcun modo goduto dagli stessi nel Paese. Mancano, inoltre, leggi che tutelino le minoranze sessuali criminalizzando l’intolleranza ed i crimini d’odio che spesso subiscono le persone LGBTQ+ senegalesi. Alla luce di un tale quadro legislativo, il Senegal negli ultimi anni ha ricevuto pressioni internazionali per abrogare la normativa discriminatoria e mettere in atto politiche di tutela per la comunità LGBTQ+. Fra gli attori internazionali che hanno spinto per questo cambio legislativo ci sono le Nazioni Unite, Amnesty International e l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama che nel giugno 2013, in visita in Senegal, invitò i paesi africani a concedere diritti alle persone omosessuali. In tutta risposta, il Presidente del Senegal, Macky Sall, rieletto di recente alle presidenziali del 2019, rispose che il Paese “non è ancora pronto a decriminalizzare l’omosessualità” aggiungendo tuttavia che questo non faceva del Senegal un paese omofobo e che anzi si qualificava come uno Stato piuttosto tollerante per le persone omosessuali e transessuali. La risposta del Capo di Stato al Presidente statunitense fu accolta dai giornali con gioia e lodi per il Presidente Sall, dimostrando che quanto da lui sostenuto non era esattamente vero. Il Senegal, infatti, rientra fra i 31 Paesi africani che criminalizzano i rapporti consensuali fra individui dello stesso sesso. La normativa inoltre è largamente applicata ed è molto lontana da essere lettera morta e, anzi, è spesso utilizzata come pretesto legislativo per arresti arbitrari, violenze ed altre violazioni dei diritti umani ai danni della comunità LGBTQ+ senegalese che, è certo, non ha assolutamente vita facile all’interno del Paese, checché ne dica il suo più alto rappresentante. Percezione e Status Sociale Le persone queer senegalesi, infatti, sono costrette a vivere la loro condizione in clandestinità, nell’impossibilità di esprimersi liberamente col rischio di incorrere in pene giudiziarie molto gravi, nel migliore dei casi, od in violenze e privazioni delle libertà fondamentali nel peggiore.  Secondo un sondaggio del 2013 del Pew Research Center di Washington, in Senegal il 97% della popolazione ritiene che l’omosessualità sia inaccettabile per la società, confermando una tendenza riscontrata dallo stesso istituto in un sondaggio simile nel 2007. L’origine di questa intolleranza risiede, in parte, sicuramente nella cultura religiosa del Paese, composta per la maggioranza da musulmani sunniti e, in piccola parte, da confessioni cristiane. L’Islam ed il Cristianesimo, sebbene abbiano tradizioni antichissime nel Paese, sono religioni d’importazione che si sono stabilite su un substrato animista tipico delle regioni africane già presente in principio – e che ancora sopravvive nel sincretismo religioso che si è originato in Senegal – ed in veri e propri culti animisti che ancora sopravvivono in alcune zone del paese e presso alcune popolazioni. Quando queste due fedi ora dominanti si sono incontrate con le credenze animiste, hanno soppiantato alcuni dei valori insiti a quel credo e li hanno sostituiti con nuovi. Fra questi ci sono sicuramente il binarismo di genere, la disparità fra i sessi e la sacralità e l’istituzionalizzazione delle relazioni eterosessuali, concetti cardine che regolano i rapporti fra fedeli islamici e cristiani, mentre è noto che le religioni animiste siano molto meno legate a certi modi d’intendere le relazioni fra persone, l’identità di genere e la sessualità (non è raro, infatti, che le figure religiose di riferimento di certi culti animisti non pratichino per forza relazioni eterosessuali).  La posizione ufficiale del governo senegalese è che l’omosessualità in sé non sia reato, solo gli atti ritenuti contro natura fra persone dello stesso sesso e questo basterebbe a rendere il Paese tollerante. Così non è, in realtà. 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Bambini Talibè in Senegal: la vita in bilico tra abusi e accattonaggio

Per la strada di Dakar e in molte altre città del Senegal si possono osservare ragazzi impolverati, sporchi e spesso a piedi nudi che tengono in mano lattine di pomodoro vuote o ciotole di plastica per chiedere l’elemosina, nella maggior parte dei casi si tratta dei bambini Talibè. Uno studio dell’UNICEF del 2007 sull’accattonaggio dei bambini a Dakar, la capitale del Senegal , ha rilevato che oltre il 90% dei bambini sono Talibè, ad oggi però non ci sono ancora statistiche ufficiali e vengono coinvolti bambini tra gli 8 e i 15 anni. Talibè e Marabutto in Senegal Il termine Talibè nella lingua Wolof significa “discepolo” e si riferisce ai bambini che frequentano le Daara ovvero le scuole coraniche gestite dai Marabutto, coloro che insegnano i precetti dell’islam sulla base dell’apprendimento mnemonico del Corano. Le Daara in Senegal hanno garantito per secoli una buona diffusione dell’educazione islamica in tutti i segmenti della popolazione del paese dell’africa occidentale. Qui spesso però si attua la punizione fisica che per molti paesi musulmani dell’africa occidentale viene considerata una parte importante del processo educativo. Tra il Talibè e il suo Marabutto esiste un rapporto di devozione e stretta obbedienza in quanto il Marabutto offre la sua guida e la sua protezione ai propri discepoli che esprimono la propria fiducia attraverso un sostegno economico o la decima.  In Senegal la questione dei Talibè non è vista in maniera omogenea, alcuni ne promuovono la diffusione mentre altri la chiusura. A ciò si aggiunge che i genitori che decidono di mandare i figli a una Daara spesso lo fanno attraverso un affidamento di fatto, a causa delle proprie difficoltà economiche, e per offrire un futuro migliore al bambino costruendo un rapporto con la fratellanza mussulmana a cui il Marabutto appartiene e di conseguenza per preparare il bambino alla carriera di Marabutto. Occorre notare però che la formazione dei Talibè rimane essenzialmente legata ai valori dell’Africa occidentale in materia di educazione dei bambini. L’accattonaggio, le punizioni e la vita nelle Daara Originariamente l’accattonaggio dei Talibè era costituito nel chiedere cibo per integrare le scorte della Daara quando questa non poteva sostenere il proprio fabbisogno attraverso i raccolti forniti dai campi del Marabutto. Tale pratica si è evoluta dal momento in cui le Daara sono cresciute in ambiente urbano e hanno richiesto un cambiamento di reddito. In questo modo la pratica dell’elemosina ha fatto sì che i bambini dessero denaro al posto del cibo. Il problema degli abusi dei Marabutto verso i bambini Talibè in Senagal non è soggetta alla regolamentazione statale e di conseguenza alcune scuole abusano del rapporto che intercorre tra discepolo e maestro. Spesso quella che dovrebbe essere una istituzione di educazione può assumere sfaccettature negative. Alcuni Marabutto, invece di insegnare il Corano ai loro Talibè, li sfruttano per il lavoro o per l’accattonaggio forzato per le strade. In alcuni casi questo sfruttamento espone i bambini a malattie, ferite, morte, abusi fisici e sessuali all’interno o all’esterno della Daara. Human Rights Watch da un’indagine su 175 bambini Talibè in Senegal ha stimato una media di poco meno di 8 ore al giorno, ogni giorno, di accattonaggio per poter richiedere una cifra tra i 373 CFA (0,56 €) e i 445 CFA (0,67 $) nei giorni di festa. Somma difficile da raggiungere in quanto poco meno del 30% della popolazione senegalese vive con meno di 593 CFA (0,90 €) al giorno e dove il 55% vive con meno di 949 CFA (1,44 €). Oltre al denaro spesso vengono richieste quote alimentari come lo zucchero e il riso. Se tale quota non viene rispettata il rischio e quello di subire abusi fisici e ad esempio molti ragazzi mostrano cicatrici e lividi spesso dovuti all’applicazione di cavi elettrici o bastoni. Spesso però il Talibè più anziano, che diviene l’assistente del marabutto, è il responsabile per la punizione dei Talibè più giovani che non restituiscono la loro quota giornaliera o che ritornano in ritardo. Nei casi in cui il Marabutto non sorveglia i bambini, il Talibè più anziano ha potere assoluto su di questi in quanto potrà derubarli o abusare di loro fisicamente o sessualmente. In generale i bambini rischiano percosse, abusi sessuali, incatenamento, incarcerazione e numerose forme di abbandono e di pericolo in almeno 8 delle 14 regioni amministrative del Senegal. A ciò si aggiungono i rischi connessi al traffico e alla migrazione dei bambini Talibè in Africa, tra cui il trasporto illecito di gruppi di Talibè e attraverso regioni e confini nazionali. I Talibè senegalesi spesso sono sprovvisti di beni di prima necessità e alloggio, dovendo sostenere ore più lunghe di accattonaggio o dormire per strada. Le condizioni nelle stesse Daara urbane, inoltre, sono spesso caratterizzate da malnutrizione, mancanza di abbigliamento, esposizione a malattie e scarse cure igieniche. Spesso centinaia di bambini Talibè vivono in condizioni di estrema sporcizia e squallore in edifici incompiuti e privi di pareti, pavimento o finestre. Qui spazzatura, fognature e mosche intasano il terreno e l’aria e spesso i bambini dormono stipati a decine in una stanza all’aperto, la maggior parte di queste senza zanzariere e quindi a rischio di infezioni o malattie. La situazione viene aggravata dal fatto che se i bambini si ammalano, questi sono costretti a mendicare per pagarsi le proprie cure. I numerosi diritti violati Dal punto di vista del diritto vi sono numerose questioni relative ai diritti umani e ai diritti dell’infanzia, pertanto la questione dei bambini Talibè in Senegal chiama in causa diverse convenzioni internazionali. Quando parliamo dei Talibè possiamo trovarci davanti a casi di schiavitù, lavoro forzato e traffico di esseri umani. Alcune ONG sostengono che quando un Marabutto acquisisce la custodia di un Talibè per costringerlo a mendicare, questo corrisponde alla definizione di una “pratica affine alla schiavitù” come definita dalla Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù (1956). Inoltre la Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio (1930) descrive il lavoro forzato come “un lavoro che viene esercitato da qualsiasi persona sotto minaccia di qualsiasi sanzione e per la quale la persona in questione non si

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LA PIRATERIA SOMALA

La pirateria somala viene spesso descritta solo ed esclusivamente come criminale, e se invece espletasse anche un’altra funzione, ossia quella di guardiani del mare? In questo articolo si cercherà di indagare la natura del fenomeno nonostante le fonti che risaltano una visione alternativa a quella diffusa internazionalmente siano poche. Il tentativo sarà dunque, quello di individuare gli indizi funzionali a definire la pirateria non solo come criminale, ma come “forza” di difesa alternativa delle acque, servizio di cui il Governo di Transizione non riesce a farsi carico pienamente. Contesto storico La pirateria moderna, che si è sviluppata soprattutto in aree geopoliticamente strategiche, ha assunto tutti i caratteri della definizione storica di “predone del mare”. A differenza dei suoi analoghi, la pirateria somala ha acquisito caratteristiche diverse che l’hanno resa un fenomeno particolarmente difficile da studiare e, soprattutto, da debellare. Queste differenze sono dovute alla presenza di molti fattori e, in particolare, alla situazione politica in cui la Somalia si trova. Ciò, infatti, ha dato luogo a tutta una serie di fenomeni chiave nello sviluppo della pirateria. La complessità della situazione somala quindi sta proprio nell’esistenza e nella sovrapposizione di diverse dinamiche, locali ma anche regionali ed internazionali che rendono necessario un approccio onnicomprensivo. In questa sede, tuttavia, si affronterà solo uno dei tanti aspetti di questo fenomeno e, in particolare, si cercherà di rispondere alla questione sulla natura della pirateria sviluppatasi in questo contesto. Usando termini somali, si cercherà di capire se ricadono nella categoria di burcad badeed, stricto sensu “predoni del mare”, o badaadinta badah, “salvatori del mare”. Da quando nel 2012 gli sforzi congiunti della comunità internazionale sono riusciti a debellare questo problema, il sequestro della petroliera Aris 13 del 2017, ha riportato nuovamente l’attenzione, assopita da anni, sull’area, facendo presagire anche un ritorno della pirateria. Questo attacco, tuttavia, sembra aver rappresentato solo una breve parentesi dovuta probabilmente all’abbassamento della guardia delle misure intraprese sino ad allora e al ritiro delle forze NATO della missione “Ocean Shield”, terminata nel 2016. Ma se questo fosse solo il sintomo di un ritorno che potrebbe essere ancora più pericolo del precedente? Per questo motivo potrebbe essere utile capire la natura degli atti dei pirati somali e comprendere se il ruolo iniziale di difensori del mare sia scomparso durante l’evoluzione che la pirateria ha subito, divenendo finalizzato solo ed esclusivamente ad azioni di depredazione, oppure se questo sia stato solo “nascosto” per legittimare in maniera più semplice le azioni svolte della comunità internazionale. Tale tentativo, tuttavia, risulterà molto difficile per la scarsità di dati e di notizie svincolate dall’”occhio europeo”. In questa sede, pertanto, si proverà a fornire solamente uno spunto di riflessione. Pescatori o professionisti? Quando nel 1991 si venne a creare un vuoto politico nel paese, dovuto alla caduta del regime di Siad Barre, fu subito evidente che venne anche a mancare una struttura centralizzata in grado di avere un controllo efficace su tutto il territorio somalo e, consequenzialmente, sulle sue acque. Fu di questa situazione che attori esterni, principalmente pescherecci europei e cinesi ed organizzazioni criminali, iniziarono ad approfittare. La pesca intensiva e lo scarico di rifiuti tossici hanno rappresentato le motivazioni principali che hanno spinto i pescatori locali ad improvvisare attacchi disorganizzati verso gli estranei invasori. Nonostante ciò, la depredazione straniera non può essere definita come la sola motivazione, a questa, infatti, si aggiunge un quadro molto più complesso: la mancanza di uno Stato centralizzato in grado di farsi carico dei bisogni della società, un’organizzazione clanica della società somala che si pone come rappresentante differente di ordine e portatore di principi di organizzazione politica differenti da quelli dello Stato moderno e post-moderno, e uno stato di povertà e crisi umanitaria notevole. Fino agli anni 2000, quindi, si parla più di un fenomeno finalizzato alla sopravvivenza, in cui il confine tra pirata, pescatore e contrabbandiere è molto labile. Si può perciò ipotizzare che in questa fase, nonostante la popolazione che traeva il suo sostentamento dal mare abbia raggiunto livelli di frustrazione notevoli dovuti alle attività illegali di pesca straniere, non sia tuttavia riuscita a creare una struttura tale da poter essere considerata come “guardiana delle acque”. In questi anni, infatti, si è assistito principalmente al fenomeno che è stato definito come “pirateria d’opportunità”, deducibile soprattutto dalla sua discontinuità, dalla poca redditività degli attacchi e dal corto raggio d’azione. Non si può comunque escludere che proprio in questo periodo iniziarono a formarsi e svilupparsi i gruppi di pirateria di stampo criminale che siamo abituati a conoscere. Infatti, secondo un ex leader pirata somalo, Farah Hirsi Kulan “Boya”, il passaggio ad una pirateria professionalizzata avviene già nel 1994. Da pirati d’opportunità a vera e propria guardia costiera? Dai primi attacchi sporadici e disorganizzati, le attività piratesche in pochi anni cambiarono totalmente divenendo un business molto redditizio. Molti affermano che c’è stato un passaggio da un fenomeno di protesta ad uno, solo ed esclusivamente, basato sul profitto, anche se, potrebbe non essere esattamente così.  In un contesto politico come quello somalo, il Governo Federale di Transizione è l’unico potere istituzionale e riconosciuto a livello internazionale che, nonostante ciò, non è in grado di estendere la propria autorità oltre Mogadiscio, permettendo ad altri tipi di “organizzazioni politiche” di subentrare nel controllo dello spazio. Infatti, “per l’intero territorio somalo ogni livello d’amministrazione è in buona sostanza affidato nelle mani di clan, capi-villaggio e signori della guerra” ed è tra questi leader che riconosciamo le figure più influenti della pirateria. Alcune tra le organizzazioni piratesche, che vengono definite di criminalità organizzata, cercarono di assumere anche un certo grado di istituzionalizzazione. Queste volevano dimostrare di essere capaci di svolgere non solo attività di saccheggio, rapimenti finalizzati al riscatto o comunque legati all’arricchimento, ma anche una funzione di “difesa” e “controllo”. Gran parte della società somala, inoltre, iniziò a godere dei benefici portati dalle attività piratesche, realtà che pian piano promosse una forma di legittimazione nei confronti di questi gruppi criminali, garantendo ai loro membri anche una sorta di protezione e di rispetto. Uno dei fenomeni

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L’omicidio di Ilaria Alpi e l’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici in Somalia

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, è stata assassinata, insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin, Ilaria Alpi. La giornalista dal 1992 effettuò diverse missioni per conto del TG3 per raccontare la missione di pace delle Nazioni Unite “Restore Hope” e il contesto somalo della guerra civile scoppiata a seguito della caduta del regime di Siad Barre nel 1991. Le indagini del Caso Alpi-Hrovatin si sono concentrate sull’ultimo reportage della giornalista che sarebbe dovuto andare in onda la sera del 20 marzo. Di quel reportage rimangono solo frammenti e filmati incompleti in quanto la versione integrale non arrivò mai in Italia. Di quell’omicidio ancora non è chiaro né il movente, né il mandante, né gli esecutori. Tra i principali protagonisti del Caso Alpi-Hrovatin si ricorda Giancarlo Marocchino, traportatore piemontese che per anni è stato un influente imprenditore di Mogadiscio. Per il SISMI, secondo una delle note declassificate, era “un imprenditore abile e furbo” in grado di lavorare per tutti e di districarsi nella Somalia sconvolta dalla guerra civile. Secondo il SISMI si occupava di logistica ed era sospettato di trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi, sospetti che al momento non trovano un riscontro giudiziario. Sullo sfondo dell’indagine occorre inoltre tenere a mente il contesto somalo e in particolar modo il coinvolgimento Italiano in Somalia. La relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, approvata nel febbraio del 2006, ha analizzato diverse causali dell’omicidio tenendo in conto anche il fondamentalismo e la criminalità nel paese. Grazie ad un’analisi dei taccuini di Ilaria Alpi si è cercato di ricostruire i temi dell’ultimo reportage in modo da proseguire su tre linee di indagine: il traffico di armi, il traffico di rifiuti tossici e gli effetti della cooperazione italiana in Somalia. La cooperazione Italiana in Somalia Prima dell’inizio della guerra civile in Somalia l’Italia fu una stretta alleata del governo di Siad Barre, presidente-dittatore somalo fino al 1991, a cui vendeva armi che sono state accumulate in diversi magazzini del paese e che sono stati oggetto di interesse delle milizie e dei signori della guerra a seguito della caduta del regime. In generale si riconosce che l’Italia ha sostenuto economicamente e politicamente Siad Barre anche nel momento in cui il regime appariva completamente screditato agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e alla maggioranza del popolo somalo. Tra le linee di indagine della Alpi rientrava la cooperazione dell’Italia con i paesi in via di sviluppo e in particolar modo con la Somalia. La giornalista era interessata al fenomeno degli aiuti in generale ed alla modalità di distribuzione degli stessi, oltre al fatto che essi potessero essere stati utilizzati per arricchimenti illeciti anziché per lo scopo per cui erano stati erogati. In particolar modo la Alpi era interessata alla strada Garoe-Bosaso e al progetto di pesca della Shifco. La cooperazione allo sviluppo in favore della Somalia fu voluta dal parlamento italiano nel 1979 con l’elargizione di ingenti finanziamenti. In particolar modo durante il periodo 1986-1989 il volume degli investimenti italiani in Somalia e nel corno d’Africa è aumentato in modo esponenziale per poi interrompersi con l’esplosione della guerra civile nel 1992. La relazione conclusiva della commissione parlamentare sostiene che nel decennio 1981-1990 l’80% dei fondi è stato destinato alla realizzazione di progetti definiti “fisici”. Di questi il 49% è stato destinato alla costruzione di grandi infrastrutture, il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi e il 15% a investimenti definiti “socio-comunitari” (progetti che possono essere considerati a beneficio della popolazione). Tale assetto della cooperazione italiana è stato segnato da difetti di programmazione e mancanza di coordinamento con le iniziative multilaterali e internazionali. L’effettiva riuscita di queste iniziative di cooperazione, inoltre, è stata pesantemente minata dalla prerogativa alla tutela di interessi particolari che aziende, lobbies e gruppi di pressione italiane avevano in Somali e che non tenevano in conto i bisogni reali del paese. L’analisi di queste politiche di cooperazione internazionale è stata condotta durante la stagione di Tangentopoli. In questo quadro alcune inchieste fecero emergere una realtà nella quale gli stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo erano una parte non trascurabile di tutto il sistema tangentizio italiano. Le indagini permisero di scoprire progetti costosi e inutili, stanziamenti multimiliardari, tangenti e traffici di ogni genere tra cui quello di armi verso la Somalia. A tal proposito la Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione con i Paesi in via di sviluppo del 1994 si recò in missione a Gibuti, in Somalia e in Kenya dal 29 gennaio al 31 gennaio del 1996. Il resoconto dei lavori sottolineò che ci furono molti errori di gestione e che molti soldi erano andati nelle mani sbagliate. Tra le opere più controverse finanziate dal governo italiano pertanto rientrano la strada Garoe-Bosaso e il porto di Bosaso, nonché il progetto di pesca oceanica e la relativa società di pesca “Shifco”. Per quanto riguarda la strada, il costo medio per chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato rispetto alle medie di spesa sul territorio italiano ma anche rispetto alle altre strade realizzate con i fondi della cooperazione allo sviluppo nel corno d’africa. Dall’altra parte all’inizio del 1979 si provò ad intraprendere un progetto di pesca oceanica che fu segnato da disastri e insuccessi. Venne così creata la società “Shifco” che dispose il trasferimento dei pescherecci dopo la guerra anti-Barre del ’90 nelle acque del golfo di Aden. Vi è un sospetto che tale iniziativa, caratterizzata da errori di progettazione gravi, sia servita soprattutto ad arricchire, non necessariamente per vie illecite, gruppi privati italiani e somali. La pista del Traffico di Armi in Somalia Ilaria Alpi prima di intraprendere il suo ultimo viaggio aveva individuato la zona di Bosaso, città portuale nel nord della Somalia, come una zona “giornalisticamente interessante” ed aveva intenzione di approfondire i temi legati al traffico di armi e l’intreccio con la “mala cooperazione” e il traffico di rifiuti tossici. Perseguendo questo obiettivo, la Alpi condusse indagini sulle navi della Shifco alla ricerca di riscontri. In particolar

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KASHA JACQUELINE NABAGESERA: PIONIERA DEI DIRITTI LGBTQIA+ IN AFRICA

Kasha Jacqueline Nabagesera è una pioniera nell’attivismo per i diritti LGBTQIA+ e fondatrice di Freedom and Roam Uganda (FARUG), organizzazione per i diritti delle donne e delle persone lesbiche, bisessuali e queer. LA QUESTIONE UGANDESE L’Uganda è tristemente nota per essere uno dei tre Paesi africani, insieme alla Nigeria e alla Mauritania, in cui è prevista la pena di morte per gli omosessuali. Il 21 marzo 2023 è stata approvata dalla Corte costituzionale l’Anti-Homosexuality Act (AHA) che inasprisce le pene già esistenti nel Codice Penale del 1950, che prevedeva l’ergastolo per “chiunque avesse conoscenza carnale contro l’ordine della natura”. L’attuale legge sancisce, come citato, la pena di morte per il reato di omosessualità aggravata. Ciò significa che il reato si configura quando le persone queer vengono identificate come delinquenti seriali e/o quando si trasmette una malattia sessualmente trasmissibile durante l’atto. La citata normativa introduce inoltre, l’obbligo di denunciare alle autorità chiunque sia sospettato di praticare atti omosessuali e la pena qualora detta denuncia non venga sporta è la reclusione fino a 5 anni. Nonostante sia stata presentata una petizione da un gruppo di attivisti LGBTQIA+ per annullare l’AHA perché incostituzionale in quanto nega la fruizione di diritti umani fondamentali, la Corte costituzionale ha respinto l’annullamento della legge con voto unanime. Purtroppo il Paese non è nuovo a questo tipo di legge. Già nel 2014 infatti, era stato varato una prima versione dell’Anti-Homosexuality Act che prevedeva la pena di morte, poi commutata in ergastolo, per chi avesse intrattenuto relazioni sessuali con persone dello stesso sesso. La legge fu poi successivamente annullata perché non era stato raggiunto il quorum sufficiente per la sua approvazione. Nel 2021 venne poi approvato un disegno di legge, che condannava a 10 anni di carcere chi avesse compiuto atti omosessuali. Questa legge fu poi ritirata dal Presidente Yoweri Mudeveni poiché le condanne previste erano già presenti all’interno del Codice Penale. DESIDERIO DI CAMBIAMENTO In questo clima ostile Kasha Jacqueline Nabagesera inizia fin da giovanissima la promozione dei diritti LGBTQIA+ parlandone in televisione e radio, diventando non solo la prima persona a parlare apertamente della sua omosessualità, ma anche una pioniera dell’attivismo queer nel suo Paese. Questo la porta a diventare un bersaglio di odio e violenza da parte di istituzioni e cittadini sin dalla sua vita universitaria. In questo periodo è stata costretta a sottoporsi tutti i giorni ad un esame del suo abbigliamento davanti ai dirigenti dell’università prima delle lezioni dal momento che l’ateneo sosteneva che una “vera” donna non potesse indossare capi maschili. Gli stessi dirigenti poi, le hanno rifiutato di alloggiare nel campus per impedire che Kasha Jacqueline Nabagesera potesse “corrompere le altre studentesse”. Queste vessazioni però, non hanno prodotto altro risultato se non quello di rafforzare in lei la determinazione a portare il cambiamento in una nazione fortemente omofoba e così nel 2003 fonda, insieme ad alcuni amici, l’organizzazione Freedom and Roam Ruanda (Farug) per denunciare le discriminazioni di cui le persone queer sono vittime. I membri di Farug diventano bersaglio di violazioni dei diritti umani di varia natura fino ad arrivare al 2 ottobre del 2010, quando la rivista Rolling Stones Uganda pubblica la lista – corredata di nomi e foto – dal titolo “Hang Them” dei 100 omosessuali più in vista. Tra i nominativi pubblicati compaiono anche quelli di Kasha Jacqueline Nabagesera e del suo amico attivista David Kato, che morirà mesi dopo a causa di una violenta aggressione a sfondo omofobo. Kasha invece, continua la sua battaglia in prima linea e nel 2014 fonda Bombastic, la prima rivista LGBTQIA+ che viene distribuita gratuitamente e segretamente nella capitale ugandese al fine di sensibilizzare la popolazione sulle condizioni di vita della comunità queer nel Paese. Per il suo lavoro e il suo coraggio è conosciuta a livello mondiale e riceve diversi premi importanti come il Martin Ennals Award for Human Rights Defenders, il corrispettivo del Premio Nobel per i diritti umani, nel 2011; il Nuremberg International Human Rights Award nel 2013 e il Right Livelihood Awards nel 2015. Nonostante le innumerevoli difficoltà e le perdite in termini di vite umane, Kasha Jacqueline Nabagesera non ha mai ceduto o deciso di fuggire dall’Uganda poiché la sua voglia di giustizia – rappresentativa di quella di tutta la comunità LGBTQ+ ugandese – primeggia sul terrore. In occasione del Pride Month, noi di Large Movements APS abbiamo scelto di dar voce a storie come quella di Kasha Jacqueline Nabagesera affinché, in un momento di festa per la comunità LGBTQIA+ occidentale, non ci si dimentichi che in tante parti del mondo quelle conquiste sono ancora lunghe dall’essere acquisite. E volevamo farlo tributando il lavoro di coloro che ogni giorno si battono per veder riconosciuti i diritti della comunità LGBTQIA+. Ci auguriamo che, grazie al lavoro di Kasha e del suo magazine, il governo dell’Uganda decida di eliminare dal proprio ordinamento giuridico una legge altamente lesiva dei diritti umani, mettendo in atto un processo rapido e concreto che porti alla decriminalizzazione dell’omosessualità.

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