Leymah Gbowee per i diritti delle donne liberiane

Nell’Ottobre 2011 Leymah Gbowee, Ellen Johnson Sirleaf e Tawakkul Karman ricevettero il Premio Nobel per la Pace in conseguenza de “la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace”. Oggi parliamo di Leymah Gbowee e del suo perpetuo impegno per i diritti delle donne.

La guerra civile in Liberia:

Gbowee inizia il suo lavoro come attivista insieme al gruppo “Liberia Mass Action for Peace (LMAP)” nell’aprile 2003. La Liberia, suo paese natale era in uno stato di guerra civile da ormai 14 anni. Tutto era iniziato, nel 1989 quando Charles Taylor era entrato in Liberia e, aiutato dalle forze ribelli del Fronte Nazionale Patriottico per la Libertà, aveva minacciato la capitale, Mongrovia, e il governo di Samuel Doe. Dopo nove mesi, Doe fu ucciso e Taylor prese il potere. Questo non fermò le ostilità e nonostante Taylor vinse le elezioni presidenziali del 1997 con il 75% dei voti, quello stesso anno scoppiò una nuova guerra civile. Tra il 1989 e il 2003 morirono più di 270.000 persone, la mortalità neonatale era di 157 morti ogni 1000 nati e la mortalità infantile nei bambini minori di 5 anni era di 235 su 1000. Come conseguenza de conflitto e dell’alto tasso di mortalià infantile, l’80% della popolazione rurale fu costretto alla migrazione.

Il conflitto fu purtroppo caratterizzato dall’uso indiscriminato dello stupro da parte di tutte le parti coinvolte, comprese le truppe internazionali intervenute per ristabilire la pace. Gbowee e le altre attiviste del LMAP iniziarono quindi a protestare per le violenze: la loro retorica era basata su motivazioni concernenti il benessere dei bambini e il futuro del paese. Usarono in particolare tre tattiche: organizzarono manifestazioni pubbliche per rimarcare che le vere vittime del conflitto erano le donne e i bambini, minacciarono di spogliarsi in pubblico e costituirono un’agenda politica per la difesa dei diritti delle donne sia a livello nazionale che internazionale.

Taylor si dimise nell’Agosto 2003 e fu costretto all’esilio in Nigeria. Un accordo di pace fu firmato e nel 2005 furono tenute le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Ellen Johnson Sirleaf: prima donna ad essere eletta presidente in uno Stato africano

Il ruolo delle donne nei negoziati di pace:

Decisive per la pace furono le azioni di Gobwee e del LMAP. Vediamo insieme perché queste donne furono così influenti. Per prima cosa le donne evidenziarono il fatto che la guerra aveva portato solo morte e distruzione. Non era una guerra per la terra, il denaro o il potere politico: era una guerra che sterminava madri e bambini. Dopodiché Gbowee e le altre attiviste misero l’accento sul loro status di madri e donne e dunque di “custodi della società”. Misero in risalto il loro ruolo di madri e sorelle degli uomini convolti nel conflitto e sottolinearono l’importanza dell’unità nazionale basata sulla famiglia. Questa retorica funzionò in quanto in Libera il ruolo delle donne, come madri, è molto forte e vi è un senso di rispetto verso coloro che sono viste come creatrici e sostenitrici della comunità e della nazione.

Gli uomini decisero dunque di presenziare ai negoziati di pace perché le loro “madri” lo avevano richiesto. Nonostante ciò, le parole da sole non furono abbastanza per portare ad un vero e proprio accordo di pace, e allora le donne passarono all’azione usando un atto ad elevato valore simbolico: si spogliarono deliberatamente in pubblico. Il 21 luglio Gbowee e le altre attiviste entrarono nell’edifico dove si svolgevano i negoziati e si sedettero fuori dalla stanza dove gli uomini stavano discutendo. Quando furono minacciate di arresto, Gbowee dichiarò che non si sarebbe opposta ma che prima si sarebbe spogliata e si sarebbe mostrata all’assemblea nuda. Successivamente spiegò che in Africa è considerata una terribile maledizione il vedere una donna, sposata e anziana, spogliarsi deliberatamente in pubblico: quell’azione avrebbe evidenziato in modo incontestabile la profonda disperazione delle donne Liberiane. Inoltre, spogliandosi, avrebbe privato gli uomini della loro “mascolinità” e della forza che avevano usato impunemente durante tutto il conflitto, stuprando e uccidendo senza ritegno. Così facendo, Gbowee si stava riappropriando della sua vita e del suo corpo, e nel frattempo smetteva di essere una vittima inerme e diventava politicamente potente e influente. Le attiviste dichiararono che avrebbero lasciato l’edifico solo quando Taylor e le altre parti coinvolte avrebbero preso attivamente parte ai negoziati. I negoziati, dunque, ripresero e infine fu trovato un accordo.

L’importanza del lavoro di Leymah Gbowee nel mondo:

Dopo la firma degli accordi di pace e la fine della guerra, Gbowee continuò i suoi sforzi politici anche fuori dai confini Liberiani. Nel 2006 fondò il Women Peace and Security Network Africa (WIPSEN-Africa) che si occupa di promuovere “la partecipazione strategica delle donne e la loro leadership nelle politiche di pace e sicurezza in Africa”.

In tutti i suoi discorsi e le sue azioni Gbowee sottolinea il potere delle donne comuni e il valore simbolico del corpo femminile. Per combattere il patriarcato e promuovere il potere delle donne come agenti di cambiamento politico, è fondamentale unirsi come donne, madri, sorelle ed esigere l’uguaglianza di genere. Noi di Large Movements condividiamo questo pensiero e abbiamo ritenuto importante condividere con voi la storia di Leymah Gbowee che ha dimostrato al mondo l’influenza che possono avere le donne nei processi di pace ed il vero potere del pacifismo.

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ALEX KOFI DONKOR: LA RESISTENZA LGBTQIA+ GHANESE

Alex Kofi Donkor è un attivista ghanese per i diritti LGBTQIA+ e fondatore dell’associazione LGBT+ Rights Ghana, nata nel 2018 a sostegno della libertà della comunità queer. IL GHANA: PAESE OSTILE ALLA COMUNITA’ LGBTQIA+ Come abbiamo parlato anche nel nostro podcast “Oltre l’Arcobaleno”, in Ghana la società non è mai stata tollerante nei confronti degli omosessuali. Nel corso degli anni sono stati registrati atti di discriminazione e violenza inaudite ai danni di attivisti per i diritti della comunità LGBTQIA+ e persone sospettate di essere omosessuali da parte della popolazione. Molto spesso, come denunciato già nel 2017 dalla Commissione per i diritti umani e la giustizia amministrativa del Ghana, partecipavano alle violenze anche gli stessi giornalisti accorsi a documentare gli abusi e l’indifferenza della polizia. Alex Kofi Donkor denuncia, inoltre, che nel 2021 il clima di omofobia diffusa si è ulteriormente inasprito ed è culminato con la promulgazione di un disegno di legge denominata “Promotion of Proper Human Sexual Rights and Ghanaian Family Values Bill” che ha ricevuto il supporto di autorità sia politiche che religiose. Sebbene detto disegno di legge sia incostituzionale poiché viola l’articolo 15 della Costituzione ghanese, che sancisce l’inviolabilità della dignità umana, il 28 febbraio 2024 è stato approvato per la terza volta in Parlamento. Affinché questo disegno di legge lesivo dei diritti fondamentali di una parte della popolazione del Ghana diventi legge, si attende l’approvazione da parte del Presidente Nana Akufo-Addo. Qualora la legge dovesse diventare esecutiva, oltre ad aumentare la pena detentiva già prevista nel Codice Penale per attivisti e membri della comunità LGBTQIA+, condanna e di fatto elimina la possibilità di sottoporsi ad interventi riguardanti l’identità di genere. Inoltre, il testo in esame introduce anche le terapie di conversione, che causano profondi danni fisici e psicologici a chi vi si sottopone. La nuova proposta di legge ha già colpito anche il mondo dell’arte. Ne è un esempio il film Nyame Mma (Figli di Dio), che racconta la storia di un uomo omosessuale che ritorna nella sua città natale per il funerale del padre e scopre che il suo ex amante sta per sposare una donna a causa delle pressioni sociali. Dal momento che il disegno introduce una norma secondo la quale chiunque promuova o sostenga l’attività della comunità LGBTQIA+ rischia una pena detentiva, il regista Joewackle J Kusi è stato costretto a ridurne fortemente la diffusione e la pubblicizzazione. UNA STRADA ANCORA LUNGA PER L’AFFERMAZIONE DEI DIRITTI LGBTQIA+ Crescendo in Ghana, Alex Kofi Donkor è stato costretto a nascondere il proprio orientamento sessuale per la sua intera adolescenza a causa di credenze religiose e norme sociali fortemente omofobe, grandemente diffuse nel Paese. E’ stato poi negli anni dell’Università che Alex ha sviluppato l’esigenza di avere uno spazio sicuro in cui poter discutere ed informare in merito alle tematiche LGBTQIA+. Ed è proprio a questo scopo che Alex Kofi Donkor ha creato LGBT+ Rights Ghana che, pur nascendo come piattaforma online, con il tempo è diventata il primo centro della comunità LGBTQIA+ ghanese e da allora si è espansa fino ad arrivare ad inaugurarne la prima sede fisica nel 2021. Dal momento che la costruzione del centro è stata finanziata con i soldi dell’Unione Europea, all’inaugurazione erano presenti alcuni alti rappresentanti UE. Questa presenza ha suscitato l’ira della Chiesa Cattolica ghanese, secondo a quale l’occidente non dovrebbe imporre delle convinzioni che sono contrarie allo stile di vita ghanese. Tanto è bastato per dare il via ad un’ondata di estreme violenze ai danni dei membri della comunità LGBTQIA+, conducendo Alex Kofi Donkor a chiudere temporaneamente il centro a sole tre settimane dall’apertura per proteggere lo staff. Nonostante questa momentanea battuta d’arresto, il lavoro di Alex Kofi Donkor e del resto del team non si è mai fermato, concentrando gli sforzi su attività di advocacy come ad esempio: (i) la Gay Blackmail List, una lista di tutti coloro che hanno posto in essere atti discriminatori nei confronti di persone LGBTQIA+ ; (ii) la campagna Ghana: Reject the Anti-LGBT+ Bill, una raccolta firme volta ad impedire l’entrata in vigore del disegno di legge sopra citato. Alex Kofi Donkor è perfettamente consapevole che in un Paese come il Ghana, una volta che ci si è dichiarati membri della comunità LGBTQIA+ non si può più tornare indietro: la propria sicurezza sarà per sempre compromessa. Ciononostante, a coloro che gli chiedono perché continua a battersi e non scappa verso un Paese sicuro, Alex Kofi Donkor risponde che spera che il suo lavoro possa contribuire a creare un futuro migliore per le nuove generazioni e che soprattutto, venga rotto il silenzio sulle ingiustizie perpetrate dalle autorità dello Stato ai danni della comunità. In occasione del Pride Month Large Movements APS ha deciso di raccontare la realtà in cui vive Alex Kofi Donkor, che porta avanti la sua battaglia per l’affermazione dei diritti LGBTQIA+ con coraggio e determinazione in un Paese profondamente omofobo. Ci uniamo inoltre, al coro delle voci che negli anni si sono levate all’interno della comunità internazionale nel tentativo di dissuadere il Presidente ghanese ad approvare un disegno di legge che, laddove promulgato, inaugurerebbe un nuovo periodo di terrore e violenza nel Paese. Per aumentare le possibilità che questa campagna raggiunga il suo obiettivo, invitiamo tutti i nostri lettori a siglare la petizione che Alex Kofi Donkor ed il suo team hanno elaborato e di cui trovate tutti i dettagli a questo link: All Out – S.O.S. from Ghana Se ti è piaciuto l’articolo, condividiCi!

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Cos'è Boko Haram - Large Movements

Cos’è… Boko Haram? Storia dell’organizzazione terroristica e della crisi climatica nel Lago Ciad

Boko Haram è una delle organizzazioni terroristiche più violente al mondo e la più violenta in Africa, le sue azioni hanno causato più di 30.000 vittime e 2 milioni di sfollati tra Nigeria, Camerun, Niger e Ciad. Tra gli attentati più noti ai media internazionali vi sono l’attacco al palazzo delle Nazioni Unite ad Abuja nel 2011, il rapimento delle 276 studentesse di Chibok nel 2014 e il Massacro di Baga, dove nel 2015 hanno perso la vita 2.000 civili. Secondo il Global Terrorism Index report dell’Institute for Economics & Peace del 2018 il più alto numero di vittime per il terrorismo in Nigeria è stato raggiunto nel 2014, anno in cui sono morte 6.612 persone. Circa il 70% degli attentanti erano ad opera di Boko Haram e, per questi motivi, è l’organizzazione più efferata per quanto riguarda il terrorismo in Nigeria e in Africa. Le origini di Boko Haram Le origini di Boko Haram risalgono al 2002, anno in cui nasce nella città di Maiduguri, capitale dello Stato federato nigeriano del Borno. Le origini sono da ricercare in un gruppo di giovani islamisti radicali che praticavano il proprio culto nella moschea di Alhaji Muhammadu Ndimi  agli inizi degli anni 2000. Una frangia di questo gruppo, non ancora conosciuto col nome di Boko Haram, accusava la città e l’establishment islamico di essere intollerabilmente corrotti e irrecuperabili. Per questi motivi si ritirarono nella cittadina di Kanama, nello Stato federato di Yobe, al confine col Niger. Qui il gruppo si scontrò violentemente, nel 2003, con la polizia a seguito di una disputa sui diritti di pesca in uno stagno locale. Da questo episodio scaturì un feroce assedio da parte dell’esercito alla moschea in cui si erano rifugiati i membri del gruppo: la maggior parte di questi morirono. I sopravvissuti fecero ritorno a Maiduguri e, sotto la guida di Ustaz Moahmmed Yusuf, intrapresero il processo di istituzione della moschea del gruppo. Fu in quest’occasione che compare per la prima volta il termine “Boko Haram”, con il quale ci si riferiva agli abitanti e che spesso viene tradotto con “l’educazione occidentale è proibita”, mentre qualcuno preferisce tradurre il nome con “l’educazione occidentale è peccato”. Il processo di istituzione porta il gruppo a mutare in organizzazione e la struttura della moschea ad ospitare una sorta di “Stato nello Stato”. Boko Haram si fornì di un complesso dotato di una grande fattoria, una scuola, un consiglio decisionale ed una propria polizia religiosa. Al suo interno venivano accolti i rifugiati delle guerre dei paesi limitrofi ed i giovani nigeriani disoccupati o “senza speranza” ed a tutti venivano offerti riparo, cibo e istruzione. Proprio il tema dell’educazione e dell’istruzione è fondamentale nel pensiero di Boko Haram. L’organizzazione tutt’oggi ritiene che l’occidentalizzazione, i “falsi” musulmani e i non-musulmani siano i colpevoli della corruzione, del mal governo nigeriano e delle disuguaglianze economiche nel paese. Nel 2007 Yusuf commissionò l’omicidio dello sceicco e predicatore Ja’afar, esponente politico e religioso della regione, molto critico verso l’integralismo di Boko Haram. L’omicidio decreta il distaccamento ufficiale dall’establishment musulmano della Nigeria settentrionale e dimostra come nello Stato non sia presente un’idea di Islam omogenea. Da qui in poi vi fu un crescente attrito tra l’autorità statale e Boko Haram fino a sfociare in un conflitto aperto a partire dal luglio 2009. L’organizzazione quindi ha cominciato a portare avanti la lotta armata per imporre una forma rigorosa di Shari’a al fine di sconfiggere la cultura occidentale e l’occidentalizzazione. Da questo momento Boko Haram diventa un’organizzazione terroristica che segue la corrente ğihādista dei salafiti e “giustifica” l’uso delle violenza e delle armi per perseguire l’obiettivo di rovesciare i sovrani apostati. La critica di Boko Haram non si limita ai “non-musulmani” ma è rivolta anche contro i Salafiti “puristi” (coloro che si impegnano principalmente a preservare la purezza dell’Islam) e tutti coloro che non seguono il messaggio dell’organizzazione. Questi infatti vengono accusati di non opporsi alle ingiustizie che i musulmani subiscono e, pertanto, di non seguire il proprio credo fino in fondo. La leadership di Abubakar Shekau e il giuramento di Boko Haram all’Islamic State Nel 2009, attraverso “l’operazione Flush”, la polizia arresta dei membri di Boko Haram, dando inizio a scontri cruenti e ad un’escalation di attentati. Nel luglio dello stesso anno Yusuf viene arrestato e muore in prigione, le autorità hanno dichiarato che la morte è avvenuta durante un tentativo di fuga. Per un breve periodo, la polizia riesce a sopraffare momentaneamente l’organizzazione, che si ritira così dalla scena nigeriana. Secondo l’intelligence ci sono diverse ipotesi riguardo al ritiro dell’organizzazione terroristica. Alcuni membri di Boko Haram sembrerebbero aver trovato riparo e sostegno presso altri gruppi ğihādisti stabiliti nel Sahel, mentre altri nei campi di addestramento dei ribelli in Algeria. Secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, invece,  i membri di Boko Haram si sono rifugiati e addestrati in un campo ribelle di Tuareg nel Mali. Fonti più certe si hanno però sugli spostamenti di Abubakar Shekau. Shekau era l’ex braccio destro di Yusuf e prese il comando di Boko Haram in seguito alla morte di quest’ultimo. Durante il periodo di “letargo”, il leader dei terroristi si è rifugiato dapprima nella foresta di Sambisa, poi sui monti Mandara al confine tra Nigeria e Camerun. Nel frattempo però, le diverse cellule terroristiche diffuse in gran parte dell’Africa si sono mantenute in contatto e si spostavano a piedi in gruppi di 5, 10 o massimo 20 persone per non dare nell’occhio. Durante questo periodo si sospetta che esponenti locali, appartenenti al mondo della politica e dell’economia, abbiano visto in Boko Haram un’opportunità per far valere i propri interessi ed abbiano iniziato a finanziare l’organizzazione. Ciò ha permesso un ritorno ancora più violento di Boko Haram. Nei primi mesi del 2011 l’organizzazione torna sulla scena nigeriana attraverso operazioni sanguinose e rapine a banche, convogli di denaro e ad attività commerciali in tutta la regione del bacino del lago Ciad. A partire dall’agosto dello stesso anno poi, ci sono stati attacchi quasi settimanali da parte dei miliziani che hanno

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Etiopia: un mosaico etnico alla base di una crisi umanitaria.

Il conflitto nel Tigrai ed i rapporti con l’Eritrea Con la sua posizione strategica nel Corno d’Africa, vicino al Medio Oriente ed ai suoi mercati, l’Etiopia è simbolo di autonomia e distinzione rispetto ai restanti Paesi africani. Lo Stato si è infatti dimostrato capace di resistere alla colonizzazione, ad eccezione dei 5 anni durante la guerra italo-etiope, quando fu colonia dell’Africa Orientale Italiana. Il territorio etiope è diviso in 9 regioni e caratterizzato da un mosaico composto da 80 etnie e nazionalità diverse, in cui si parlano 83 lingue e 200 dialetti. A partire dalla Costituzione del 1995 il potere viene ripartito in base alle etnie, dando vita a quello che viene definito federalismo etnico. Per comprendere lo scenario politico-strategico attuale dell’Etiopia quindi, è essenziale analizzare quali siano le principali etnie che storicamente risiedono sul territorio. I gruppi etnici maggioritari dell’Etiopia sono gli Oromo (36%), gli Amara (27%), i Somali (6%) e i Tigrini (6%). L’ Oromia è la più grande regione del Paese e gli Oromo rappresentano circa un terzo del totale degli abitanti. Derivanti da un’antica popolazione di pastori nomadi, gli Oromo iniziano ad integrarsi sul territorio etiope dal XVIII secolo. La loro lingua è stata la lingua ufficiale della Corte di Gondar, antica capitale imperiale dell’Etiopia. La regione di Amara, da cui prende il nome l’omonima etnia, ospita il secondo gruppo etnolinguistico, rappresentando quasi un terzo della popolazione. Nel corso della storia etiope gli Amara hanno dominato a lungo e la loro lingua è stata la lingua ufficiale fino agli anni ’90 e rimane tuttora la più parlata. Ù Tra il 1974 e il 1991, i rapporti tra gli Oromo e gli Amara iniziano ad inasprirsi dato che i primi rivendicano un ruolo sempre più centrale. Dopo il 1991, gli Amara si posizionano apertamente contro i Tigrini – di cui si dirà a breve. Al giorno d’oggi la situazione è tesa soprattutto nel territorio del Wolkait, distretto al confine tra le due regioni ma amministrato dal Tigrai. I Somali risiedono principalmente nella provincia dell’Ogaden, regione alquanto ambita per la sua ricchezza di giacimenti di petrolio e gas naturale, più volte oggetto di scontri tra Addis Abeba e l’Ogaden Liberation Front, forza autonomista. I Tigrini occupano la regione nord del Tigrai. Prima di scoprire questa regione e le sue complessità, una parentesi linguistica dell’utilizzo del termine Tigrai è necessaria. La regione viene ancora troppo spesso chiamata Tigrè, che è il nome con cui gli Amara chiamano dispregiativamente i Tigrini. Tigrè nella lingua locale significa “sotto il mio piede”, cioè servo. Già a partire da ciò si può comprendere la linea di tensione che separa le etnie etiopi. La minoranza etnica nel Tigrai rappresenta il 6% con i suoi quasi 6 milioni di abitanti, sui 110 totali. Per la posizione geografica la cultura tigrina è molto vicina a quelle eritrea. Tigrini ed Eritrei hanno anche combattuto insieme contro la dittatura di Mengistu, Capo di Stato etiope tra il 1977 e 1991. In tale contesto, Meles Zenawi viene ricordato per aver fondato l’Ethiopian People Revolution Democratic Front (EPRDF), partito che formò la coalizione con i partiti Oromo ed Amara. Zenawi è stato anche il fautore del federalismo etnico etiope, dividendo il territorio in 13 province. Da un lato, tale sistema ha rinforzato il potere dei partiti regionali, rappresentati dalle rispettive etnie; dall’altro, tale divisione ha creato una successiva suddivisione in classi sociali, sfociando in proteste e scontri per motivi non più etnici ma economico-politici. Uno dei maggiori partiti politici del paese è proveniente proprio da questa regione: il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) che ha dominato il paese per ben 27 anni, dalla fine della Guerra Civile etiope (1974). A partire da questa ultima etnia, ci addentriamo nel conflitto della regione del Tigrai le cui tensioni, dallo scorso novembre 2020, stanno facendo riemergere molti dei problemi che sembravano apparentemente risolti con l’elezione dell’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed. L’Etiopia è attualmente coinvolta in una “spirale incontrollabile di sofferenza per la sua popolazione civile”. Il 4 novembre nella regione del Tigrai è stato dichiarato lo stato d’emergenza ed il Primo Ministro ha inviato delle truppe militari federali in risposta ad un presunto attacco contro una caserma dell’esercito nazionale. A seguire, tra il 13 e il 14 novembre il partito tigrino TPLF ha lanciato dei missili contro due aeroporti nel territorio controllato dal governo federale. La risposta del governo federale si è presentata il giorno immediatamente successivo, dichiarando di aver preso il controllo di Alamata, centro abitato nella regione del Tigrai e mandando un ultimatum alle forze regionali. Dal 4 novembre si parla di una vera e propria crisi umanitaria: le Nazioni Unite, insieme all’appello di numerose organizzazioni internazionali hanno denunciato la morte di migliaia di civili e il numero di persone costrette a fuggire è aumentato in maniera esponenziale. Si è parlato di città ricoperte di cadaveri e di massacri in tutti i dipartimenti della regione, come quello della città di Mai-Kadra, dove la stima delle vittime tra il 9 ed il 10 novembre è arrivata a 600. In tale contesto, la libertà di espressione dei giornalisti eritrei e dei mezzi di informazione internazionali, è rimasta ed è tuttora silente date le minacce che incombono sulla stabilità dell’intera regione, insieme ad un improvviso blackout che ha reso tutti i supporti elettronici inutilizzabili. “Le uniche persone che hanno accesso a quello che sta succedendo sono le truppe etiopi e le milizie”. Il 7 dicembre il governo centrale ha annunciato la fine dell’offensiva militare delle sue truppe e l’amministratore provvisorio del Tigrai ha dichiarato che la pace è nuovamente tornata. Tuttavia, una crisi umanitaria non termina da un giorno all’altro, soprattutto data la dimensione di radicalizzazione regionale che caratterizza il conflitto del Tigrai e quanto riportato da quelle poche testimonianze che riportano la situazione in loco.         L’ONU si è mobilitato ed ha firmato un accordo con la regione per “consentire un accesso illimitato, sostenuto e sicuro per le forniture umanitarie”. Nell’accordo si specifica che tali aiuti saranno diretti anche alle regioni di Amara

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Migrazioni-Climatiche-Africa-Large-Movements-01

Le migrazioni climatiche in Africa: una panoramica sul fenomeno

Le migrazioni climatiche e le migrazioni ambientali sono un fenomeno di cui si discute in occasione dei diversi forum sull’ambiente. Ogni contesto porta però con se differenze nelle cause e nelle conseguenze, nel frattempo diventa sempre di più urgente una risposta su entrambi i fronti mentre a livello internazionale si hanno crescenti difficolta a trovare un accordo. Migrazioni ambientali e migrazioni climatiche Le migrazioni climatiche in Africa sono un argomento sempre più al centro nel dibattito sulle migrazioni. Già nel 1990 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il foro scientifico delle Nazioni Unite con lo scopo di studiare il riscaldamento globale e i suoi effetti, ha osservato che il maggiore impatto potrebbe aversi sulle migrazioni umane. Pertanto occorre ricordare la sottile differenza tra le migrazioni ambientali, dovute a una azione diretta dell’uomo (per esempio causata da un danno ambientale come lo sversamento di petrolio), e le migrazioni climatiche. In altre parole le migrazioni dovute all’impatto meteorologico conseguente al cambiamento climatico. Per chiarire, occorre ricordare che già da tempo la comunità scientifica ha riconosciuto l’origine antropica del cambiamento climatico. In aggiunta occorre specificare che non è facile distinguere tra i due tipi di migrazione e che spesso si muovono in parallelo, sommandosi nei loro effetti sulla mobilità umana. D’altra parte l’impatto meteorologico del cambiamento climatico può essere diviso in due distinti fattori di migrazione: i processi climatici e i fattori non climatici. Ad esempio per processi climatici si intendono fenomeni come l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione dei terreni agricoli, la salinizzazione delle acque e della terra, la desertificazione e la crescente scarsità d’acqua, oltre che eventi climatici come le inondazioni e le irregolarità (oltre che la violenza) delle precipitazioni. In aggiunta abbiamo i fattori non climatici come l’instabilità politica, il governo, la crescita della popolazione e la resilienza a livello di comunità alle catastrofi naturali. In breve tutti questi fattori contribuiscono al grado di vulnerabilità che sperimentano persone e società. Gli effetti delle precipitazioni in Africa e le migrazioni climatiche Per quanto riguarda le migrazioni climatiche in Africa, si osserva una crescente irregolarità delle precipitazioni in ampie aree dell’Africa subsahariana, in particolare nelle zone aride e semi-aride. Certamente questo comporta un inizio sempre meno prevedibile e una fine anticipata della stagione delle piogge, prolungate fasi di siccità stagionale e un incremento delle precipitazioni più intense. In aggiunta la tendenza sembra essere quella di una riduzione del livello generale delle precipitazioni e un aumento delle precipitazioni occasionali di forte intensità. Vale a dire difficoltà crescenti per i sistemi agricoli dipendenti dalle piogge per l’irrigazione. Di conseguenza tali dinamiche costituiscono una minaccia persistente alla sicurezza alimentare in quanto comportano la perdita di ingenti raccolti e di alimenti base come mais e miglio. Inoltre, i cambiamenti delle precipitazioni sono accompagnati da allagamenti, esondazioni fluviali e alluvioni causate dall’attività di cicloni in aree costiere. In Africa, dal punto di vista delle migrazioni climatiche, abbiamo diversi effetti a seconda dell’area colpita. Sugli altipiani dell’Africa orientale, le alluvioni distruggono abitualmente insediamenti e campi agricoli, spesso costringendo gli agricoltori ad abbandonare le aree di coltura. Nelle pianure, esondazioni fluviali e allagamenti su larga scala colpiscono principalmente gli allevatori che operano in aree aride e semi-aride, minacciando al contempo anche i lavoratori urbani. In Africa australe, le terre in prossimità dei grandi bacini fluviali e le zone costiere (in particolare, in Africa sud-orientale e Madagascar) sono interessate da fenomeni alluvionali di forte intensità, che danno impulso a fenomeni migratori temporanei o permanenti. In conclusione occorre dire che la forte dipendenza dall’agricoltura e dall’allevamento costringe i piccoli produttori agricoli e le comunità pastorali a diversificare le fonti di reddito: ciò determina un incremento dei flussi migratori circolari e stagionali all’interno del continente africano, che rappresentano una fondamentale strategia di adattamento e resilienza. Le migrazioni climatiche e le Forme di mobilità all’interno dell’Africa In Africa si può assistere a flussi di mobilità lavorativa circolare rurale-urbana e rurale-rurale che costituiscono una reazione comune in tutte le regioni del continente. In questo caso parliamo di “migrazione come adattamento” al cambiamento climatico. In molti casi, singoli individui migrano per un certo periodo di tempo per guadagnare denaro e impiegarlo in modo da mitigare le difficoltà dei nuclei familiari. Però occorre ricordare l’esistenza delle cosiddette “popolazioni in trappola”, ovvero quei numerosi nuclei familiari colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico ma che non dispongono delle risorse necessarie a spostarsi. In aggiunta va quindi detto che non vi è un “automatismo” allo spostamento poiché problemi come lo sfruttamento lavorativo, l’indisponibilità di occupazione e in generale le asperità delle condizioni di vita e di lavoro per i migranti indeboliscono talora il potenziale positivo della migrazione. Le comunità più mobili dal punto di vista delle migrazioni climatiche sono le comunità pastorali e semi-pastorali. In primo luogo queste sono costrette a spostamenti forzati o riallocazioni temporanee a causa della siccità. In secondo luogo tali spostamenti possono prendere due diverse forme: processi di sedentarizzazione locale o migrazione verso i contesti urbani. D’altra parte queste due forme possono avere dei risvolti “negativi”. Spesso le comunità si insediano lungo i fiumi per permettere al bestiame di abbeverarsi e di conseguenza aumenta la loro vulnerabilità alle esondazioni. D’altra parte la migrazione verso i contesti urbani porta spesso i nuovi arrivati a vivere nelle baraccopoli delle megalopoli. Qui, oltre ai problemi igienico-sanitari in cui possono incorrere, possono essere soggetti a fenomeni di crescente violenza. Rischi ambientali e rischi politici Se i cambiamenti ambientali e le potenziali conseguenze rappresentano gli agenti chiave delle migrazioni climatiche, in aggiunta sono connessi a questi fattori politici, sociali, economici e culturali. In altre parole il rischio di migrazioni climatiche è particolarmente grave in presenza di un quadro socio-politico generalmente instabile e di conflitti armati prolungati. Facciamo un esempio di un contesto fragile con scarsità idrica causata da siccità. In questo caso ci troviamo in un contesto con un accesso limitato alle risorse. In primo luogo possiamo avere un aumento delle probabilità di conflitto per l’accesso all’acqua tra agricoltori e allevatori. In secondo luogo il concretizzarsi del conflitto

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MINORANZE RELIGIOSE CRISTIANE IN ALGERIA: tra normative limitanti e migrazioni

Quanto avvenuto ad inizio anno 2020 in Algeria è stato un vero e proprio “campanello di allarme” per la comunità internazionale. Un ingente flusso migratorio è stato registrato in Italia, in particolare sulle coste della Sardegna meridionale, proveniente proprio dal territorio algerino.   A renderlo noto alla comunità internazionale ed europea sono state delle interrogazioni parlamentari (in particolare: E-002954/202; E-004214/2020), provenienti da differenti partiti.   Andando a ritroso ed analizzando la situazione politica e sociale interna dell’Algeria, la questione relativa alla libertà di religione o credo ed alla protezione delle minoranze religiose è diventata, con il passare del tempo, insostenibile per la popolazione.   Cosa è successo negli ultimi anni in Algeria, in particolare alle minoranze religiose?  QUADRO POLITICO E SOCIALE  In Algeria, se si parla di situazione politica e sociale, è evidente come la volontà generale della comunità internazionale sia quella di creare uno Stato più inclusivo. Il fine è quello di cambiare ed adattare le prassi nazionali in materia di libertà fondamentali agli standard internazionali, ma il governo algerino non è della stessa opinione.  Nel 2019 movimenti di protesta hanno tentato di rovesciare l’ordine precedente riuscendo ad eleggere un nuovo presidente, Abdelmadjid Tebboune, ed a promulgare una nuova costituzione. Nonostante questo passo avanti nello sviluppo democratico e sociale del paese, le tutele e le garanzie di rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti politici sono ancora lontane dall’essere definite e protette.  Tra le libertà fondamentali più violate ci sono la libertà di religione o credo e la protezione delle minoranze religiose.  I cristiani algerini da sempre convivono con la popolazione musulmana pacificamente. Ma il governo nazionale non considera invece altrettanto pacificamente la presenza cattolica sul territorio algerino.  I cristiani – principalmente coloro di credo protestante – parte dell’Evangelical Protestant Association (EPA), si trovano in affanno, a causa della privazione dei loro diritti fondamentali connessi al credo religioso, come evidenziato dal Religious Freedom Institute, nel Cornerstone Forum circa Algeria’s Opportunity for Freedom.   Il governo locale, infatti, ha da sempre esercitato una sorta di potere coercitivo sulle chiese cristiane di tutto il Paese, arrivando ad imprigionare i fedeli.   QUADRO NORMATIVO  Il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che l’Algeria ha ratificato, istituisce un obbligo in capo ai governi di garantire la libertà di religione, di pensiero e di coscienza di ogni persona sul territorio nazionale. Vale la pena sottolineare che gli articoli 18 e 27 del ICCPR statuiscono che queste libertà trovano applicazione anche nei confronti delle minoranze religiose, spesso abbandonate.   In altre parole, quindi, le disposizioni del patto mirano a garantire a tutti la possibilità di esercitare liberamente la propria religione o credo in ambienti pubblici e privati, singolarmente od a livello comunitario. Dette norme pertanto, si dovrebbero applicare anche ai cristiani algerini.  Nella Costituzione dell’Algeria la libertà religiosa è esplicitata e protetta, ma, allo stesso tempo, è affermato che “questa libertà deve essere esercitata nel rispetto della legge“.  La Legge 06-03 a cui si fa riferimento nella Costituzione è quella del 28 febbraio 2006, emanata dopo le numerose vicende legate alla violenta guerra civile che ha investito l’Algeria.  Il sopracitato testo legislativo tenta di controllare e limitare il culto per tutti coloro che non sono di fede musulmana, come analizzato anche da Human Rights Watch. In particolare, si riferisce a specifiche pratiche, come quella dei culti collettivi e del proselitismo.   I culti collettivi vengono limitati dalla legge ad alcuni luoghi, solo dopo aver ottenuto un via libera delle Commissioni nazionali che si occupano delle pratiche religiose. La legge statuisce inoltre che dette concessioni vengono garantite solo ad organismi religiosi giuridicamente riconosciuti dal governo algerino.  Per quanto riguarda il proselitismo cristiano, questo è considerato un vero e proprio reato penale, punito con una sanzione pecuniaria e la reclusione. Queste sono misure che vengono principalmente attuate nel momento in cui detto proselitismo viene perpetrato nei confronti di un fedele musulmano, essendo una pratica altamente condannata anche dalla religione musulmana stessa.  La legge ha creato un sistema secondo il quale le chiese locali, per ottenere l’identità legale e quindi esercitare la propria fede sul territorio, dovrebbero presentare una petizione ad un Comitato ad hoc. Il Comitato a sua volta ha facoltà di concedere o meno l’autorizzazione e di porre delle limitazioni in maniera tale da “non intaccare” in nessun modo la fede principale del Paese: l’Islam.  Nel 2012, solo sei anni dopo l’emanazione della legge sopra in commento, ne è stata emanata un’altra volta a limitare ulteriormente l’identità legale dei cristiani algerini, i quali sono stati obbligati così a doversi registrate per poter continuare a professare “liberamente” la loro fede.  La situazione non è migliorata con il passare degli anni.  Il governo, infatti, ha ostacolato e perseguitato tutti i cristiani algerini presenti sul territorio a partire dalle violentissime persecuzioni perpetrate nei loro confronti negli anni ‘90, che hanno generato instabilità nella popolazione e destato altrettanta preoccupazione nella comunità religiosa ed internazionale.  Ad oggi, come abbiamo visto, la situazione non risulta particolarmente migliorata, e sempre meno fedeli frequentano le Chiese per paura di ritorsioni da parte delle autorità locali. Ritorsioni queste, attuate soprattutto nei confronti dei cristiani protestanti, che trovano fondamento legale proprio nella legge del 2006 sopra citata.  Conseguentemente, il governo algerino ha deciso di trasformare molte di queste Chiese – ormai abbandonate – in moschee e, dal 2018, ha avviato una vera e propria campagna nazionale per invitare alla chiusura di tutte quelle protestanti.   La popolazione algerina combatte da anni questa situazione di instabilità sociale che ha portato all’oppressione alla quale si assiste al giorno d’oggi. Integrazione sociale e convivenza religiosa, infatti, potrebbero diventare i cardini dello Stato algerino, se non ci fosse un quadro normativo così categorico in materia di libertà delle minoranze religiose.   Lo sviluppo e l’adeguamento dell’Algeria nel contesto internazionale di tutela delle minoranze religiose sarebbe sicuramente un valore aggiunto per le comunità, che vedrebbero diminuire i conflitti su base religiosa, che ad oggi esistono.  SITUAZIONE ATTUALE  Come abbiamo visto, l’instabilità religiosa si riflette in instabilità sociale ed è la causa di anni di conflitti interni al Paese. Questo spinge i perseguitati alla fuga, soprattutto tramite il Mar Mediterraneo.  La violazione della libertà religiosa diventa dunque, nel contesto dell’Algeria, il motore principale delle migrazioni.   Dal fallimento della sua tutela e protezione nascono problemi non solo sociali, ma anche politici, militari, di sicurezza, ma soprattutto internazionali.   La preoccupante situazione in Algeria allarma la comunità internazionale

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La voce queer di Kakuma: la storia di A.

Nei nostri articoli precedenti abbiamo parlato delle condizioni della comunità LGBTQ+ in Kenya e delle violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno del campo profughi di Kakuma.  Abbiamo poi raccolto la testimonianza di J, il primo caso del nostro approfondimento sulle violazioni di diritti umani all’interno di Kakuma. Proseguendo, dunque, l’inchiesta che Large Movements APS sta portando avanti insieme ad International Support Human Rights, in questo articolo analizzeremo la situazione specifica di A., nome di fantasia di una donna lesbica ospite di Kakuma con la quale abbiamo avuto modo di parlare.  Come tanti altri che vivono a Kakuma, A. è fuggita dal suo Paese d’origine a causa delle discriminazioni subite da amici e familiari in ragione della sua omosessualità ed ha cercato rifugio nel vicino Kenya. La possibilità di sfuggire ai maltrattamenti e le discriminazioni subite e la speranza di costruirsi una vita migliore sono stati i motori che l’hanno spinta lontano da casa, ma la realtà con cui si è scontrata è stata tanto dura con lei quanto quella da cui è scappata. La testimonianza di A. Attraverso la Word Cloud estrapolata dalle interviste agli ospiti queer di Kakuma è possibile intuire la natura della loro permanenza all’interno del campo. Parole come “violence”, “assault”, “forced” tracciano un’immagine chiara e poco rassicurante sulla situazione dentro Kakuma per le persone LGBTQ+ come A. L’arrivo a Kakuma A. è una cittadina ugandese. È fuggita dal suo Paese quando la sua famiglia ha scoperto della sua omosessualità. A. infatti, è stata fortemente discriminata ed ha subito gravi attacchi omofobi di varia natura, a tal punto che la sua famiglia, prima che lei riuscisse a fuggire per il Kenya, stava per costringerla a sposarsi. È arrivata a Kakuma nel novembre del 2019 e vi risiede tuttora.  Le violenze e le denunce inascoltate Non appena arrivata, A. si è trovata di fronte a delle condizioni di vita molto difficili per la comunità LGBTQ+ residente a Kakuma. La convivenza tra le persone queer e gli altri rifugiati, infatti, ha portato a diversi attacchi ed aggressioni a discapito degli ospiti LGBTQ+ del campo. Per questo motivo, ci riporta A., sia lei che gli altri membri della comunità queer residenti a Kakuma sono profondamente spaventati per la loro vita. Nel luglio del 2020, quella che era stata la casa di A. nel campo è stata data alle fiamme da altri ospiti e lei ha perso nell’incendio quasi tutti i suoi averi, inclusi beni di prima necessità come vestiti e medicinali. Dopo tutto, il resto dei residenti del campo ha più volte riferito che le persone queer come A. non sono benvenute, definendole “una maledizione” o minacciandole di morte con percosse, aggressioni sessuali ed attacchi incendiari.  La situazione è stata ripetutamente denunciata all’UNHCR ed alle autorità, ma entrambi hanno sempre respinto A. e non sono stati in grado di fornire tutela e protezione dalle violenze gravi subite da A. e dagli altri residenti LGBTQ+. Quando nel luglio 2020 la casa di A. è stata colpita da un incendio doloso, pur se ha riportato immediatamente il fatto allo staff di UNHCR presente nel campo, la donna ha ricevuto supporto solo dagli altri ospiti queer del campo, che le hanno fornito i beni di prima necessità di cui aveva bisogno e che erano andati distrutti nell’incendio. I ricollocamenti Uno dei problemi principali che impedisce di fornire servizi puntuali e garantire efficacemente i diritti umani fondamentali è rappresentato dall’estrema difficoltà nell’ottenere informazioni, in particolare sui ricollocamenti. Il personale di UNHCR presente nel campo ed i componenti del RAS, il dipartimento governativo kenyota che gestisce l’intera procedura di ricollocamento e di concessione dello status di rifugiato, infatti, non forniscono informazioni chiare o non le forniscono affatto. A. stessa non ha mai fatto domanda di reinsediamento non solo perché è molto difficile ottenere informazioni sulle procedure necessarie (tutte le volte che ci ha provato non è stata assistita, proprio dalle persone direttamente responsabili dell’informativa in merito) ma anche a causa del suo status. Non si può accedere al programma di reinsediamento, infatti, se non è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Status che, secondo la legge kenyota, deve essere concesso o diniegato entro 6 mesi dall’esame della domanda. Nonostante A. si trovi a Kakuma da quasi 3 anni però, non ha ancora notizie circa l’esito della sua richiesta di asilo.  Il fatto che non abbia presentato domanda per il ricollocamento, dunque, non significa che A. non ne riconosca l’importanza. Tanto è vero che A. ci ha detto che ritiene quella del ricollocamento l’unica opzione in grado di ridare speranza alle persone LGTBQ+ ospiti in Kenya dato che nel contesto in cui si trovano attualmente non possono muoversi liberamente, non vengono forniti loro beni di prima necessità, come gli assorbenti, e vivono nella paura di essere nuovamente attaccati.  Per di più, lei e tutte le altre persone LGBTQ+ di Kakuma sono traumatizzate dal trattamento ricevuto nel campo. Soprattutto, si sentono come se la loro vita fosse rimasta bloccata all’interno di Kakuma, dove ogni giorno è uguale al precedente, e sono molto spaventati dall’idea di invecchiare nel campo. A. vuole tornare a scuola e finire gli studi. Vuole trovare un lavoro per potersi mantenere. Vuole un futuro migliore per i bambini del campo, affinché possano tornare a scuola come dovrebbero, perché, come dice giustamente, l’istruzione è un diritto umano. Se ti è piaciuto l’articolo, CondividiCi!

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