L’espropriazione dei diritti delle donne in Etiopia

In Etiopia, come in altre società tradizionali, il valore delle donne è misurato in base al loro ruolo di madri e mogli. Nelle città come nelle campagne, la divisione dei ruoli tra uomo e donna è ben definita, affidando al primo un controllo completo sulla vita della moglie che, costretta alla sfera domestica, raramente partecipa alla vita comunitaria. Nelle situazioni più estreme l’uomo esercita un controllo sul corpo stesso della donna, che troppo spesso viene sottoposto a tremende violazioni.

Questa sottomissione istituzionalizzata del genere femminile risale ai tempi dell’occupazione italiana del Paese. I coloni bianchi hanno infatti giocato un ruolo importante nel fortificare il sistema patriarcale all’interno dei diversi gruppi etnici che popolano il Paese. Soprattutto a partire dal 1940, gli occupanti stranieri usavano le donne locali come concubine per fini di sfruttamento sessuale, usando la forza e la violenza quando queste si opponevano. Della donna etiope si parlava largamente anche in Italia, poiché veniva menzionata come uno dei motivi per cui era giusto emigrare nei territori di nuova occupazione.

Il sessismo si è fatto così strada nella società etiope e rimane tutt’oggi una grave piaga da abbattere per permettere uno sviluppo realmente sostenibile in questo Paese.

Oggi, Large Movements cercherà di far luce sulle caratteristiche che accomunano le donne etiopi, segnalando le maggiori difficoltà verso la parità di genere e le più gravi violazioni dei loro diritti umani che, come purtroppo succede in molti Paesi, restano saldamente ancorate alla società attraverso leggi, usanze e tradizioni che scoraggiano l’emancipazione della donna.

I diversi livelli della discriminazione di genere

Secondo il Global Gender Gap Report, pubblicato nel 2018 dal Global Economic Forum, l’Etiopia si classifica al 117° posto su 149 paesi, evidenziando uno stallo rispetto all’anno precedente sulla riduzione del divario di genere, già ampio in maniera allarmante. Il report analizza le disparità di genere utilizzando indicatori quantitativi in quattro contesti sociali utili a misurare la possibilità per le donne di auto-determinarsi e di rendersi indipendenti:

1. L’accesso al lavoro (indipendenza economica);

2. L’accesso all’educazione elementare, media e superiore, compresa l’università;

3. L’accesso alle cure sanitarie ed all’aborto;

4. La partecipazione attiva nella vita politica del Paese.

Vediamo adesso le maggiori difficoltà che le donne affrontano negli ambiti sopraelencati, evidenziando anche le peggiori violazioni di diritti umani perpetrate ai loro danni all’interno della società odierna dell’Etiopia.

1. L’accesso al lavoro

Le immense difficoltà di accesso alla professione riscontrate dalle donne etiopi vengono evidenziate dal tasso di occupazione femminile, che oscilla tra il 40 ed il 50%. Di questa percentuale, la grande maggioranza dei lavori corrisponde all’agricoltura ed all’allevamento, se non ad attività informali di scarsa rilevanza per l’economia famigliare. Inoltre, il restante della popolazione femminile si occupa delle attività di cura della casa e della famiglia – che vengono omesse dal conteggio perché non remunerate – ma non per questo non altrettanto faticose e degradanti. Tra queste, riteniamo opportuno menzionare il trasporto di carichi pesanti come le taniche d’acqua per decine di chilometri.

Il divario di genere nel mercato del lavoro etiope è dunque elevatissimo, e questa condizione viene denunciata dal Report sull’Etiopia realizzato dalla Convenzione sull’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), che condanna il controllo e lo sfruttamento delle donne compiuto secondo l’ideologia dominante in Etiopia. Questo risulta dunque determinante nell’impedire che la donna raggiunga uno status di indipendenza ed auto-determinazione.

Le cause principali vengono identificate nelle pratiche di distribuzione delle risorse e delle opportunità e nella divisione del lavoro che non rispondono ai bisogni delle donne, bensì vanno ad alimentare il divario di genere. Il ruolo di subordinazione delle donne viene accentuato da politiche sociali, culturali ed educative che non garantiscono la loro tutela o che non vengono effettivamente attuate, andando peraltro a peggiorare la situazione di povertà nazionale.

Nonostante la legge federale garantisca il diritto di pari accesso alla terra per uomini e donne, nella realtà dei fatti questa non viene applicata poiché le donne sono escluse dalla proprietà terriera, di fatto ostacolata anche per gli uomini a causa della nazionalizzazione della terra avvenuta nei primi anni ‘90. Infatti, il 70% delle donne sposate non ha possibilità di gestire i frutti del proprio lavoro agricolo poiché questo spetta al marito. La percentuale acquista rilievo se contestualizzata nella presenza schiacciante di lavori rurali del settore primario, rispetto agli altri settori, che da impiego a più del 65% della popolazione totale etiope. La difficoltà di accesso alle risorse è concreta: il livello di povertà e sottosviluppo della maggioranza delle famiglie è originato dalla carenza di risorse idriche derivanti anche dalle frequenti siccità; l’acqua viene recuperata e trasportata come possibile, pur significando viaggi lunghi e faticosi affrontati, spesso, dalle donne e dai bambini.

2. L’accesso all’istruzione

In Etiopia quasi metà della popolazione è analfabeta. In un contesto fortemente rurale in cui i bambini abbandonano gli studi per poter portare un aiuto economico in casa, le donne sono i soggetti più colpiti dalla rinuncia all’istruzione. La scuola è frequentata in prevalenza da ragazzi soprattutto a partire dal livello secondario: la durata media di un percorso di studi di una studentessa in Etiopia è infatti di soli 8 anni, sempre secondo quanto evidenziato dal Report della CEDAW.

La causa dell’abbandono scolastico della bambina a volte corrisponde con il matrimonio, spesso con un uomo di età molto più avanzata. I matrimoni precoci – o matrimoni forzati – sono un fenomeno largamente diffuso in Etiopia, a discapito della legge che stabilisce a 18 l’età minima per le nozze. A volte a questo segue una gravidanza precoce e l’impossibilità di varcare le mura domestiche per iniziare la carriera professionale. Secondo the World Factbook nel 2020 il tasso di fertilità è di oltre 4 figli per donna – in confronto, in Italia ammonta a 1.3 figli per donna -, dato comunque in miglioramento rispetto alla media di 7 figli registrata quaranta anni fa.

Recentemente il Dipartimento di Genere del Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il Forum for African Women’s Education, ha introdotto una serie di programmi ed iniziative volte a scoraggiare l’abbandono scolastico femminile e parallelamente supportare le famiglie e le comunità di appartenenza per permettere alle più giovani di andare a scuola senza destabilizzare le economie locali. Tra le misure più efficaci elenchiamo:

  • Un programma nazionale di borse di studio specifiche per ragazze,
  • Riservare alle studentesse il 30% del numero totale dei posti nelle università aderenti,
  • Iniziative volte a favorire la continuità dell’istruzione delle ragazze più svantaggiate.

Rispetto alle altre problematiche di genere, l’educazione femminile è presente nei programmi politici più recenti come una delle priorità da garantire per promuovere il progresso delle donne e lo sviluppo sostenibile e paritario in Etiopia.

Resta tuttavia da analizzare l’impatto della pandemia in corso sul percorso scolastico di centinaia di migliaia di bambine e bambini, con la speranza che i danni che ne risulteranno non saranno troppo destabilizzanti per la situazione già precaria dell’istruzione in Etiopia.

3. L’accesso alla salute

Nonostante l’aspettativa di vita più lunga rispetto agli uomini, alle donne etiopi non viene garantito un accesso alla salute facile e gratuito. L’assenza di un ingresso economico personale impedisce a molte di ricevere le cure necessarie a ripristinare lo stato di benessere. Inoltre, la presenza di un lavoro non garantisce comunque l’accesso al sistema sanitario a causa della carenza di tutele mediche nei contratti lavorativi delle donne. L’analfabetismo contribuisce ad alimentare il muro che le separano dalle cure sanitarie, rendendo incomprensibili i messaggi di prevenzione.

Il divario di accesso alla salute diventa ancora più grave se consideriamo le continue violazioni fisiche che la donna etiope è costretta a subire per il suo ruolo di sottomissione totale assegnatole dall’ideologia misogina che prevale in questo Paese.

In Etiopia è diffusa la pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili su bambine e giovani ragazze. Secondo un’analisi di Save the Children, il 16% delle ragazze di età inferiore ai 14 anni e il 65% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito questo tipo di intervento, nonostante gli impegni presi dal governo per eliminare la pratica delle mutilazioni entro il 2025. Lo studio denuncia inoltre la giovanissima età delle bambine che subiscono la mutilazione: circa la metà degli interventi avviene infatti entro i cinque anni dalla nascita.

Le donne in Etiopia sono esposte ai rischi degli effetti collaterali delle mutilazioni, che nei casi più gravi possono condurre all’emorragia o al decesso, soprattutto come conseguenza del parto. A ciò si aggiunge la concreta possibilità di dover ricorrere alle cure a seguito di episodi di violenza da parte del partner o di un familiare. Uno studio realizzato dal Ministero delle Donne, dei Giovani e dei Bambini dell’Etiopia denuncia un aumento ulteriore della violenza domestica e degli stupri dallo scoppio della pandemia di COVID-19.

Nell’arco dell’ultimo anno le strutture sanitarie, per fronteggiare l’emergenza, hanno abbandonato alcuni servizi critici, per primo la distribuzione di contraccettivi che porta irrimediabilmente rischi per la salute della donna e del bambino, alimentando la pratica degli aborti non sicuri. Questi restano una delle principali cause dell’elevato tasso di mortalità materna registrato in Etiopia.

4. La partecipazione politica attiva

La partecipazione politica delle donne è stata riconosciuta dalla comunità internazionale come una misura importante della condizione delle donne in un determinato Paese, ricevendo un’attenzione significativa in tutto il mondo. Se garantita, questa consentirebbe alle donne di affrontare i loro problemi e soddisfare i propri bisogni di base all’interno della cultura di appartenenza; faciliterebbe l’inclusione, incentiverebbe la lotta reale contro la dipendenza dall’uomo, la presa di responsabilità, l’impegno politico sia a livello nazionale che locale. Tuttavia, le donne rimangono gravemente sotto-rappresentate nelle posizioni decisionali, anche in Etiopia.

La concomitanza di diversi fattori economici, religiosi, sociali e culturali hanno contribuito alla scarsa partecipazione politica delle donne nel Paese. L’occupazione rurale e/o domestica e la limitazione degli spazi al contesto famigliare comportano una sorta di invisibilità sociale delle donne, soprattutto coloro che vivono in zone rurali. Vengono meno così le opportunità che permetterebbero un miglioramento delle loro condizioni di vita e la possibilità di reclamare i propri diritti, impedendo così il raggiungimento di una società realmente equa e sostenibile.

La situazione attuale è comunque il risultato di una graduale apertura iniziata verso la fine del secolo scorso. Nel contesto della rivoluzione scoppiata alla fine degli anni ‘70 e protratta per tutta la decada degli anni ‘80, le donne hanno fatto dei passi avanti nella conquista dei propri diritti economici e politici. Associazioni ed organizzazioni per la parità di genere, come la Revolutionary Ethiopia Women’s Association (REWA), acquisirono un ruolo centrale nel promuovere l’educazione femminile, l’emancipazione economica e la partecipazione alla vita sociale e politica del Paese, che registrarono un miglioramento durante il regime di Menghistu. (T. Ofcansky, P. Berry, B. LaVerle, “Ethiopia : a country study”, 1993)

Negli ultimi anni, è stato apportato un cambiamento significativo nel quadro giuridico del Paese per garantire la protezione dei diritti delle donne. Dal Codice della famiglia al Codice penale, dal diritto di successione ai diritti di cittadinanza, è stata effettuata una massiccia revisione per rendere l’ordinamento e gli strumenti a misura di donna.

La Ethiopian Women’s Lawyers Association ha intrapreso studi sulla violazione dei diritti delle donne in diverse regioni del Paese. Grazie al loro incessante lavoro di pressione istituzionale e revisione giuridica, la questione della violenza contro le donne è stata inclusa dal punto di vista dei diritti e della dignità delle donne in diverse leggi federali, tra cui:

  • Il Codice della famiglia, che si basa oggi sul principio dell’uguaglianza di genere.
  • Il Codice penale.
  • La legge sulle successioni ai sensi del Codice civile. Per quanto riguarda la successione dei beni, sia gli uomini che le donne possono godere degli stessi diritti.

Oltre ai cambiamenti nelle disposizioni e negli strumenti legali, le agenzie governative e non governative hanno riconosciuto l’importanza di aumentare la consapevolezza delle donne e del pubblico sulle questioni relative ai diritti delle donne e sulla pena per la loro violazione. I tentativi di portare cambiamenti nell’atteggiamento delle forze dell’ordine sono tra le iniziative significative intraprese di recente.

La pietra miliare dell’escalation politica delle donne etiopi consiste nella nomina a presidente della Repubblica della diplomatica Sahle-Uork Zeudé, avvenuta il 25 ottobre 2018. La carica di Zeudé, prima donna in tutta l’Africa a rivestire questo ruolo, insieme ai miglioramenti apportati a livello giuridico a partire dalla costituzione del 1995, hanno significato la fiducia degli organi internazionali per quanto riguarda la stabilità del Paese e il suo processo di democratizzazione verso la parità di genere. Rimane dunque fondamentale procedere su questa strada, in modo che la partecipazione paritaria delle donne alla politica non sia solo una richiesta di giustizia o democrazia, ma una condizione necessaria affinché si tenga conto degli interessi delle donne.

Il futuro delle donne in Etiopia

Per far sì che la popolazione femminile dell’Etiopia riesca ad affermarsi come entità distinta dall’uomo, in grado di decidere sulla sua stessa vita, è necessario che la società affronti un percorso di sensibilizzazione e di accrescimento del senso critico nei confronti di sé stessa e di certe usanze ancora attive, che oltre a non essere affatto etiche, violano i diritti umani delle donne.

In primis, è fondamentale contrastare concretamente forme di abuso e sottomissione della donna tra cui la pratica delle mutilazioni genitali, la violenza sessuale e domestica, il traffico, interno ed internazionale, delle donne ai fini sfruttamento sessuale. Questi fenomeni alimentano la denigrazione completa della figura femminile, oltre a costituire reati che dovrebbero essere condannati e fermati dalla comunità internazionale.

In conclusione, le principali problematiche che le donne affrontano verso la parità di genere in Etiopia sono:

1. La mancata possibilità di accesso a risorse di valore sociale ed economico;

2. L’impossibilità di concludere il percorso di studi;

3. Le cure sanitarie negate o culturalmente non accettate;

4. La sotto-rappresentazione politica.

Tutti questi fattori contribuiscono e perpetuano la disparità e la discriminazione esistenti nei confronti delle donne e delle ragazze e del loro status subordinato.

La Banca Mondiale stima che se le donne etiopi fossero pienamente integrate nell’economia, il PIL aumenterebbe dell’1,9% all’anno, contribuendo molto alla riduzione della povertà, che resta la motivazione principale di emigrazione dal Paese verso il resto del mondo.

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La diga GIBE III : le caratteristiche del progetto e il contesto etiope

In un contesto globale caratterizzato da un lento ma progressivo abbandono delle fonti fossili, progetti energetici rinnovabili trovano sempre più spazio soprattutto in aree caratterizzate da un processo di industrializzazione ancora in corso e dal tentativo di accelerare il proprio sviluppo economico. Uno degli strumenti più utilizzati per produrre energia a partire dagli anni Cinquanta ad oggi sono le dighe, affiancate spesso da impianti di irrigazione per piantagioni intensive. Nella narrazione mediatica vengono presentate come “energia pulita”, in quanto le emissioni di gas climalteranti sono legate al solo processo di costruzione delle infrastrutture e non alla fase di funzionamento della diga stessa. Nonostante ciò, infrastrutture del genere, soprattutto se di dimensioni imponenti, sono state e sono tutt’ora una delle principali cause di distruzione di interi ecosistemi e sfollamento delle popolazioni locali interessate dai progetti. Uno studio del 2000 stimava che in tutto il mondo le grandi dighe abbiano portato tra i 40 e gli 80 milioni di persone a migrare forzatamente, dati che vanno sicuramente aggiornati e calati nel contesto odierno alla luce dell’aumento dell’utilizzo di questa fonte energetica. È questo il caso della Diga Gibe III, la più grande mai costruita in Etiopia e una delle più alte del pianeta. In questo articolo verranno prese in analisi le caratteristiche di questa infrastruttura e come essa si colloca all’interno del contesto etiope. In un secondo articolo verranno poi presi in considerazione gli effetti diretti e indiretti, e sociali e ambientali che essa ha generato e potrebbe produrre in futuro. Caratteristiche di Gibe III Gibe III da sola ha aumentato dell’85% la produzione di energia in Etiopia con 1870Mw di potenza installata complessiva e una produzione prevista di 6500Gwh/anno. Collocata sul fiume Omo, si inserisce in una progettazione più ampia di altre quattro dighe di cui Gibe I e II sono state già realizzate e Gibe IV e V sono in via di pianificazione. L’enormità di questi progetti e il fatto che insistono tutti in un contesto naturale fragile e popolato prevalentemente da gruppi indigeni ha fatto sì che l’infrastruttura divenisse estremamente controversa per l’elevatissimo impatto sociale e ambientale che questa ha determinato.  L’ipotesi di realizzare una diga di tali dimensioni risale ai primi anni del 2000. I lavori sono stati iniziati nel 2006 e il completamento dell’infrastruttura si è raggiunto già nel 2015. Il progetto prevede sia un impianto idroelettrico che uno di irrigazione di vaste piantagioni industriali collocate sopra le terre ancestrali delle tribù locali. L’impianto è di proprietà dell’azienda nazionale Ethiopian Electric Power Corporation, la quale ha assegnato direttamente e senza gara pubblica l’appalto a Salini Impregilo, azienda italiana che dagli anni 50 opera in Etiopia e che sembra detenere il controllo assoluto sulla realizzazione di impianti idroelettrici nel quadrante essendosi già occupata tra le altre di realizzare Gibe I e II e avendo ricevuto fondi da parte della cooperazione italiana e da vari organismi di finanziamento internazionale per la realizzazione di questi megaprogetti. Rispetto ai finanziamenti di Gibe III, sebbene all’inizio si ipotizzasse di poter fare affidamento sulla Banca Mondiale, sulla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), e sulla African Development Bank, queste hanno deciso di ritirarsi dal progetto per numerose irregolarità legate soprattutto alla trasparenza nell’assegnazione dell’appalto a Salini e alla mancanza di una valutazione di impatto ambientale e sociale credibile. È da notare come l’Etiopia sia completamente dipendente dagli aiuti esteri corrispondendo essi al 90% del budget nazionale. Alla Banca Mondiale e alla BEI è subentrata la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) la quale non si è posta gli stessi problemi e ha deciso di procedere comunque con un finanziamento di 420milioni di dollari al progetto. Nonostante il costo originario dell’infrastruttura fosse stimato intorno ai 1.5 Miliardi di dollari, alcuni studi riportano un costo che si aggirerebbe sui 2 Miliardi. Da questi sono escluse le infrastrutture legate alla rete elettrica per l’esportazione verso il Kenya che verranno invece coperte in parte dalla Banca Mondiale con un finanziamento che si aggira tra i 600 e gli 800 milioni di dollari. Quest’ultimo elemento spinge inevitabilmente a riflettere sul ruolo che questa infrastruttura riveste nell’economia etiope. Contesto energetico etiope Secondo la IEA nel 2019 l’Etiopia ha prodotto 14.456 Gwh di elettricità attraverso le proprie dighe, ovvero il 95% dell’elettricità prodotta nel paese, a fronte di un consumo di 10.700 Gwh nello stesso anno. La tendenza negli anni precedenti è simile mostrando come ad ogni aumento dei consumi sia seguito un aumento importante anche delle capacità produttive e viceversa, determinando quindi un surplus di energia prodotta rispetto ai bisogni interni che viene dunque esportata verso i paesi circostanti. L’obiettivo ultimo è di esportare un totale di 900Mw tra Sudan, Djibouti e Kenya, 500Mw dei quali andrebbero a quest’ultimo, e sul lungo periodo punterebbe ad arrivare anche ad Egitto, Eritrea, Yemen e altri paesi dell’Africa del Sud ed Est. La produzione di 6500Gwh annui associati a Gibe III va dunque a coprire prevalentemente questo bisogno di export più che andare ad incontrare una crescente domanda interna di energia, dimostrando come la realizzazione di un impianto di tali dimensioni non sia poi strettamente necessario. Come si evince dai dati riportati, l’Etiopia consuma i 2/3 dell’elettricità che produce. Dunque, Gibe III sembrerebbe essere una infrastruttura la cui realizzazione viene promossa per lo sviluppo dell’Etiopia, ma che se calata nei bisogni energetici etiopi contemporanei, risulta essere sovradimensionata. Questi dati mostrano un ulteriore problema: la produzione interna totale di energia elettrica è di circa 15.000 Gwh con i restanti 550Gwh prodotti tramite energia eolica e, in minima parte, solare.  Questo dato descrive una fortissima dipendenza del paese dall’Energia idroelettrica rendendolo estremamente vulnerabile a eventuali eventi imprevisti nel settore. La compresenza di queste mega dighe, e l’inevitabile effetto negativo in termini di dissesto idrogeologico, assieme alle caratteristiche geologiche dell’area, secondo alcuni studi farebbero pensare ad un’alta probabilità che si possano verificare terremoti di magnitudo compreso tra il 7 e l’8 nel giro dei prossimi cinquanta anni. Questo dato metterebbe fortemente a rischio la sicurezza energetica del paese in quanto eventuali danneggiamenti a

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Guerra di confine Eritrea-Etiopia

Le tensioni fra Eritrea ed Etiopia hanno origine alla fine della Seconda guerra mondiale e si sono protratte per tutto il successivo processo di decolonizzazione. All’indomani della Seconda guerra mondiale, a Parigi, nel 1947 le potenze vincitrici optarono per unire le due ricche ex colonie italiane in un’unica federazione a prevalenza etiope. Si cercò di lasciare comunque ampi spazi di autonomia al territorio eritreo attraverso la creazione di un’Assemblea legislativa indipendente. A ben vedere, l’annessione dell’Eritrea all’Impero etiope fu avvallata dalla presenza di un considerevole numero di eritrei di etnia tigrina e di fede cristiana, molto vicino culturalmente al popolo etiope-tigrino abitante la regione del Tigrè al confine con l’Eritrea. Fin da subito il governo etiope, superando gli accordi presi a Parigi, cominciò ad intromettersi negli affari eritrei, delegittimando l’Assemblea eritrea sino a renderla un mero organo amministrativo. La genesi effettiva del conflitto può essere formalmente fatta risalire all’acquisizione totale del territorio eritreo da parte dell’Imperatore etiope Hailè Selassiè, il quale, con un colpo di mano, riuscì a sottomettere l’intera popolazione eritrea al controllo di Addis Abeba – capitale dell’Etiopia. Con questa mossa, l’Imperatore aveva di fatto oltrepassato i margini, seppur effimeri, di autonomia promessi ad Asmara. Parallelamente a tali acquisizioni etiopi al Cairo si formò il Fronte di Liberazione Eritreo (ELF)che aveva come suo obiettivo principale il raggiungimento dell’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia; indipendenza da raggiungersi attraverso la lotta armata e guerra aperta. Originariamente infatti, il partito aveva una forte matrice islamica ma ben presto, parallelamente all’aumento dei consensi, raccolse fra le sue fila esponenti delle più varie fazioni etnico-religiose. Negli anni Settanta l’ELF, ormai divenuto un contenitore politico troppo grande per racchiudere le numerose anime presenti al suo interno, vide distaccarsi l’ala di etnia cristiana ma di ispirazione leninista-socialista, che diede vita al Fronte di Liberazione Popolo Eritreo (EFPF). I rapporti fra i due principali fronti non furono mai sereni tanto da rendersi spesso protagonisti di scontri armati per l’egemonizzazione politica del movimento di autonomia. La guerra di confine si protrasse per decenni causando migliaia di morti e di sfollati, fino al raggiungimento dell’agognata indipendenza eritrea dall’Etiopia nel 1993. Fondamentale per la vittoria eritrea fu l’alleanza di ELF ed EFPF con il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino – movimento politico di etnia tigrina che si opponeva al Governo Militare Provvisorio (DREG) salito al poter spodestando l’imperatore Selassiè. Grazie a detta alleanza infatti, il nuovo fronte indipendentista iniziò prima a conquistare ampie fette di territorio eritreo e, successivamente, ad allontanare le forze etiopi dal confine.   La pace si ritiene formalmente raggiunta nel 1993 con il referendum sull’Indipendenza che sancì la definitiva nascita dello stato dell’Eritrea. Gli osservatori internazionali guardarono alla formazione del nuovo stato nel corno d’Africa come di buon auspicio per la pacificazione della regione. Sfortunatamente nuove dispute territoriali e commerciali si innescarono fra Asmara e Addis Abeba. La pace fra i due stati confinanti infatti, durò ben poco. Nel 1998 il governo etiope attaccò la città di Badammé – piccolo insediamento al confine nord dello stato – riaprendo quindi le ostilità fra i due popoli. Il conflitto fra i due stati del corno d’Africa fu innescato dalla maggioranza tigrina – come si è visto, gli ex alleati etiopi dei movimenti indipendentisti eritrei – gruppo divenuto egemone in Etiopia a discapito delle altre etnie maggioritarie sul territorio, in primis quella Oromo ed Amara. Il conflitto dunque, vedeva contrapporsi popoli appartenenti alla stessa etnia, quella tigrina – più della metà della popolazione eritrea infatti, rivendica l’appartenenza a detta etnia. Se ciò è vero, i motivi scatenanti la guerra di confine non possono trovare fondamento nel conflitto etnico. Se il Fronte di liberazione del popolo tigrino ed il EPLF furono fieramente alleati contro i DERG, in questa nuova fase, l’elitè tigrina etiope voleva imporsi sulla componente tigrina eritrea allo scopo principale di poter dotare nuovamente l’Etiopia di una sua flotta attraverso l’accesso al mare indipendente da Asmara. La guerra si concluse nel 2000 con la pace di Algeri, ritenuta dai maggiori osservatori per i diritti umani una “non-pace” per via del costante stato di conflitto fra i due paesi e anche per la persistenza di azioni militari lungo il confine, di solito scatenate dall’Etiopia. Elemento fondamentale dell’Accordo di Algeri era la creazione di una Commissione per la demarcazione dei confini dei due stati, commissione che sfortunatamente non ebbe mai la legittimità necessaria per dare seguito ai propri lavori. Il clima di conflitto e le battaglie di confine venivano scatenate per lo più dall’etnia tigrina-etiope, confinante appunto con l’Eritrea. La gran parte delle storiche contese territoriali fra i due stati infatti riguardavano propriamente i confini fra l’Eritrea e lo stato federale etiope del Tigrè – a maggioranza tigrina -. Il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino – per decenni al vertice del governo presidenziale – non aveva mai accennato alla possibilità di discutere dei confini con l’Eritrea, poiché, nel caso, l’etnia tigrina avrebbe messo in discussione la sovranità dei territori etiopi che controllava direttamente essendo questi all’interno dello stato federale del Tigrè. Quanto statuito sopra è confermato in materia di politica estera, dall’ascesa al potere dell’attuale presidente della federazione etiope Abiy Ahmed Ali di origine Oromo. Da subito, per limitare l’influenza della storica etnia egemone – quella tigrina appunto – ha voluto fortemente lavorare per una pace con Asmara, da sempre osteggiata dai movimenti politici di estrazione tigrina. Il motivo appare chiaro: attraverso una pace con gli eritrei l’influenza dell’elité tigrnia verrebbe scemando non potendo più contare su una solida rivendicazione territoriale. La ritrovata pace ha da subito generato significativi effetti: numerosi sono stati gli spostamenti delle popolazioni residenti sulla linea di confine per motivi familiari; le merci hanno ricominciato velocemente a circolare fra le due nazioni – in particolare, i commercianti etiopi hanno potuto vendere svariati prodotti alla popolazione eritrea. Il processo di pace e di riavvicinamento però, si è frettolosamente interrotto. Dopo i primi mesi di euforia e speranza per i nuovi pacifici rapporti fra i due stati, le questioni di confine sono tornate a dominare il dibattito

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Etiopia: un mosaico etnico alla base di una crisi umanitaria.

Il conflitto nel Tigrai ed i rapporti con l’Eritrea Con la sua posizione strategica nel Corno d’Africa, vicino al Medio Oriente ed ai suoi mercati, l’Etiopia è simbolo di autonomia e distinzione rispetto ai restanti Paesi africani. Lo Stato si è infatti dimostrato capace di resistere alla colonizzazione, ad eccezione dei 5 anni durante la guerra italo-etiope, quando fu colonia dell’Africa Orientale Italiana. Il territorio etiope è diviso in 9 regioni e caratterizzato da un mosaico composto da 80 etnie e nazionalità diverse, in cui si parlano 83 lingue e 200 dialetti. A partire dalla Costituzione del 1995 il potere viene ripartito in base alle etnie, dando vita a quello che viene definito federalismo etnico. Per comprendere lo scenario politico-strategico attuale dell’Etiopia quindi, è essenziale analizzare quali siano le principali etnie che storicamente risiedono sul territorio. I gruppi etnici maggioritari dell’Etiopia sono gli Oromo (36%), gli Amara (27%), i Somali (6%) e i Tigrini (6%). L’ Oromia è la più grande regione del Paese e gli Oromo rappresentano circa un terzo del totale degli abitanti. Derivanti da un’antica popolazione di pastori nomadi, gli Oromo iniziano ad integrarsi sul territorio etiope dal XVIII secolo. La loro lingua è stata la lingua ufficiale della Corte di Gondar, antica capitale imperiale dell’Etiopia. La regione di Amara, da cui prende il nome l’omonima etnia, ospita il secondo gruppo etnolinguistico, rappresentando quasi un terzo della popolazione. Nel corso della storia etiope gli Amara hanno dominato a lungo e la loro lingua è stata la lingua ufficiale fino agli anni ’90 e rimane tuttora la più parlata. Ù Tra il 1974 e il 1991, i rapporti tra gli Oromo e gli Amara iniziano ad inasprirsi dato che i primi rivendicano un ruolo sempre più centrale. Dopo il 1991, gli Amara si posizionano apertamente contro i Tigrini – di cui si dirà a breve. Al giorno d’oggi la situazione è tesa soprattutto nel territorio del Wolkait, distretto al confine tra le due regioni ma amministrato dal Tigrai. I Somali risiedono principalmente nella provincia dell’Ogaden, regione alquanto ambita per la sua ricchezza di giacimenti di petrolio e gas naturale, più volte oggetto di scontri tra Addis Abeba e l’Ogaden Liberation Front, forza autonomista. I Tigrini occupano la regione nord del Tigrai. Prima di scoprire questa regione e le sue complessità, una parentesi linguistica dell’utilizzo del termine Tigrai è necessaria. La regione viene ancora troppo spesso chiamata Tigrè, che è il nome con cui gli Amara chiamano dispregiativamente i Tigrini. Tigrè nella lingua locale significa “sotto il mio piede”, cioè servo. Già a partire da ciò si può comprendere la linea di tensione che separa le etnie etiopi. La minoranza etnica nel Tigrai rappresenta il 6% con i suoi quasi 6 milioni di abitanti, sui 110 totali. Per la posizione geografica la cultura tigrina è molto vicina a quelle eritrea. Tigrini ed Eritrei hanno anche combattuto insieme contro la dittatura di Mengistu, Capo di Stato etiope tra il 1977 e 1991. In tale contesto, Meles Zenawi viene ricordato per aver fondato l’Ethiopian People Revolution Democratic Front (EPRDF), partito che formò la coalizione con i partiti Oromo ed Amara. Zenawi è stato anche il fautore del federalismo etnico etiope, dividendo il territorio in 13 province. Da un lato, tale sistema ha rinforzato il potere dei partiti regionali, rappresentati dalle rispettive etnie; dall’altro, tale divisione ha creato una successiva suddivisione in classi sociali, sfociando in proteste e scontri per motivi non più etnici ma economico-politici. Uno dei maggiori partiti politici del paese è proveniente proprio da questa regione: il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) che ha dominato il paese per ben 27 anni, dalla fine della Guerra Civile etiope (1974). A partire da questa ultima etnia, ci addentriamo nel conflitto della regione del Tigrai le cui tensioni, dallo scorso novembre 2020, stanno facendo riemergere molti dei problemi che sembravano apparentemente risolti con l’elezione dell’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed. L’Etiopia è attualmente coinvolta in una “spirale incontrollabile di sofferenza per la sua popolazione civile”. Il 4 novembre nella regione del Tigrai è stato dichiarato lo stato d’emergenza ed il Primo Ministro ha inviato delle truppe militari federali in risposta ad un presunto attacco contro una caserma dell’esercito nazionale. A seguire, tra il 13 e il 14 novembre il partito tigrino TPLF ha lanciato dei missili contro due aeroporti nel territorio controllato dal governo federale. La risposta del governo federale si è presentata il giorno immediatamente successivo, dichiarando di aver preso il controllo di Alamata, centro abitato nella regione del Tigrai e mandando un ultimatum alle forze regionali. Dal 4 novembre si parla di una vera e propria crisi umanitaria: le Nazioni Unite, insieme all’appello di numerose organizzazioni internazionali hanno denunciato la morte di migliaia di civili e il numero di persone costrette a fuggire è aumentato in maniera esponenziale. Si è parlato di città ricoperte di cadaveri e di massacri in tutti i dipartimenti della regione, come quello della città di Mai-Kadra, dove la stima delle vittime tra il 9 ed il 10 novembre è arrivata a 600. In tale contesto, la libertà di espressione dei giornalisti eritrei e dei mezzi di informazione internazionali, è rimasta ed è tuttora silente date le minacce che incombono sulla stabilità dell’intera regione, insieme ad un improvviso blackout che ha reso tutti i supporti elettronici inutilizzabili. “Le uniche persone che hanno accesso a quello che sta succedendo sono le truppe etiopi e le milizie”. Il 7 dicembre il governo centrale ha annunciato la fine dell’offensiva militare delle sue truppe e l’amministratore provvisorio del Tigrai ha dichiarato che la pace è nuovamente tornata. Tuttavia, una crisi umanitaria non termina da un giorno all’altro, soprattutto data la dimensione di radicalizzazione regionale che caratterizza il conflitto del Tigrai e quanto riportato da quelle poche testimonianze che riportano la situazione in loco.         L’ONU si è mobilitato ed ha firmato un accordo con la regione per “consentire un accesso illimitato, sostenuto e sicuro per le forniture umanitarie”. Nell’accordo si specifica che tali aiuti saranno diretti anche alle regioni di Amara

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I diritti della comunità LGBTQ+ in Etiopia: la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga

Le persone LGBTQ+ in Etiopia sono oggetto di discriminazione dalla maggioranza della popolazione etiope. L’attività omosessuale, da intendersi come l’atto della sodomia e più in generale l’attività sessuale fra individui dello stesso sesso praticata a fini non riproduttivi, sia maschile che femminile rappresenta un reato per il quale è prevista la reclusione ma non la pena capitale. La criminalizzazione e l’oppressione della comunità LGBTQ+ etiope sono dovute a fattori storici, culturali e religiosi che risalgono a ben prima dell’attuale regime repubblicano. Sebbene negli ultimi anni siano nate diverse associazioni, sia all’interno del paese sia all’estero – grazie agli sforzi di attivisti espatriati -, che portano avanti le istanze della comunità LGBTQ+, la tolleranza e l’accettazione da parte di tutta la società etiope sono traguardi che sembrano ancora lontani. Quadro Legislativo ed impatto nella società civile Il codice penale etiope disciplina in tre articoli il reato di omosessualità, sia maschile che femminile, nello specifico si fa riferimento agli articoli 629-631. L’articolo 629, stabilisce che chiunque pratichi un “atto omosessuale o qualsiasi altro atto indecente” è punibile con un periodo di reclusione. Gli articoli successivi stabiliscono l’ammontare di questo periodo di reclusione sulla base di aggravanti che, a seconda della situazione in cui si è verificato l’atto incriminato e delle persone coinvolte, prevedono non meno di un anno di reclusione fino a un massimo di 25 anni. La pena è lievemente ridotta se i soggetti interessati sono donne. Nello specifico, l’articolo 630 stabilisce la reclusione: Per un periodo mai inferiore a un anno. Fino a 10 anni se: Chi pratica l’atto approfitta delle difficoltà fisiche o psicologiche dell’altro o se sfrutta l’autorità di cui gode in virtù del suo ruolo (di tutore, insegnante, datore di lavoro etc.) per indurre l’altro a trasgredire. Chi pratica l’atto ne fa il suo mestiere in violazione dell’articolo 92 del Codice Penale Etiope. Dai 3 ai 15 anni se: L’atto è praticato attraverso l’uso di violenza, intimidazione, coercizione, inganno o truffa o se chi pratica l’atto approfitta dell’incapacità dell’altro di opporre resistenza. Chi pratica l’atto coinvolge l’altro in episodi di sadismo, crudeltà o se gli trasmette coscientemente una malattia venerea. Chi pratica l’atto spinge l’altro al suicidio causato dalla “sofferenza, vergogna o disperazione.” L’articolo 631 disciplina l’occorrenza del reato quando sono coinvolti i minori d’età e prevede la reclusione: Dai 3 ai 15 anni se il minore ha dai 13 ai 18 anni. Dai 15 ai 25 anni se il minore ha meno di 13 anni. Fino a 10 anni se il reato avviene fra una donna e una minorenne. A vita se il minore subisce danni fisici o psicologici, o se il minore viene condotto al suicidio in seguito. Il Codice Penale Etiope, nel trattare questa disciplina, utilizza una terminologia molto forte nella quale le persone omosessuali sono definite come “il criminale” o “la vittima”, escludendo dunque la possibilità che “l’atto omosessuale” si verifichi nel pieno consenso delle persone coinvolte. Va inoltre notato come le donne siano appena menzionate. Con queste premesse, dunque, è possibile affermare che l’attuale quadro legislativo dell’Etiopia non prevede alcun tipo di garanzia per i membri della comunità LGBTQ+, al contrario è direttamente co-responsabile della sua discriminazione. Matrimonio egualitario, adozione di minori per coppie LGBTQ+, servire nell’esercito vivendo apertamente la propria sessualità e cambiare il genere legale sono tutte pratiche attualmente proibite dall’ordinamento etiope. Tuttavia, nonostante un quadro legislativo così avverso alla comunità LGBTQ+, figlio di una società profondamente lontana dall’accettazione di queste individualità, è da menzionare l’iniziativa del governo etiope che, nel cancellare un raduno anti-gay, ha fortemente respinto la richiesta (avanzata da associazioni religiose del paese) di inasprimento della pena per il reato di omosessualità. La classe religiosa etiope infatti, ha richiesto che venisse prevista la pena di morte per tutti coloro che fossero stati riconosciuti come membri della comunità LGBTQ+. Questo atteggiamento da parte delle istituzioni però, non ha contribuito a cambiare la mentalità della società civile. Si registrano infatti, atti di aggressione di qualsiasi tipo ai danni della comunità LGBTQ+. L’oppressione subita prende molte forme: dal tentativo di sabotaggio di un seminario sull’educazione sessuale nel 2011, ai pedinamenti, agli interrogatori cui le persone omosessuali e quelle transessuali sono state sottoposte fino a subire, presumibilmente, abusi fisici (come riportato in questo report del 2013 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti), per terminare con gli arresti di persone LGBTQ+ incarcerate con la sola colpa di vivere la loro vita. Purtroppo però, i numeri sono da intendersi superiori rispetto a quelli riportati, per via dei fondati timori che vivono i membri della comunità LGBTQ+ etiope di subire ulteriori ritorsioni e violenze nel caso presentassero denuncia. Percezione e Status sociale L’Etiopia è un paese caratterizzato da un contesto demografico estremamente eterogeneo e frammentato. Una condizione che spesso genera conflitti interni e forti divisioni. In questo contesto, la condizione delle persone LGBTQ+ risulta, tuttavia, ancora più drammatica considerata l’aperta opposizione e delle istituzioni e della società civile. Gli appartenenti alla comunità LGBTQ+, infatti, subiscono un forte stigma in Etiopia, dove “omosessualità” diventa spesso sinonimo di pedofilia, violenza sessuale e abusi su minori. Che si faccia riferimento a regioni a maggioranza islamica o di religione cristiano-ortodossa, l’omosessualità è comunque vista come un grave atto peccaminoso. Come abbiamo accennato in precedenza, le associazioni religiose si sono espresse apertamente contro l’omosessualità, accostando la sodomia e l’attività omosessuale all’Anticristo ed alla fine dei tempi. La condizione delle persone LGBTQ+ non è che peggiorata con l’aumento dei contagi di HIV che ha interessato l’Etiopia negli anni ’80 e’90 aggiungendo al già largamente presente stigma religioso, anche quello legato alla malattia. Quando la matrice non è religiosa, la discriminazione è favorita da fattori culturali per i quali le istanze portate avanti dalla comunità LGBTQ+ vengono recepite dalla popolazione etiope come un qualcosa di direttamente importato dai paesi occidentali e che consiste in un atto meschino e immorale. Non sorprende dunque che, secondo un’indagine condotta nel 2007 dal Pew Research Center di Washington il 97% della popolazione etiope ritiene che l’omosessualità sia una condotta che la società dovrebbe

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