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Il disastro della nave MV X-Press Pearl: tra danni ambientali e ripercussioni socio-economiche sulle comunità

Non è ancora ben chiaro l’impatto, non solo ambientale, che l’incidente della nave mercantile MV X-Press Pearl, avvenuto a maggio sulle coste dello Sri Lanka, avrà nel lungo periodo. Le ultime notizie risalgono all’11 luglio quando il governo dello Sri Lanka ha dichiarato che 176 tartarughe, 4 balene e 20 delfini morti si sono arenati sulle coste a seguito dell’incidente. Gli scenari si prospettano disastrosi non solo per l’ecosistema ma anche per la popolazione locale, il cui sostentamento principale deriva dalla pesca.

L’incidente della nave MV X-Press Pearl

Il portacontainer MV X-Press Pearl, battente bandiera del Singapore, è rimasto avvolto dalle fiamme per due settimane prima di affondare il 2 giugno in una delle aree più incontaminate dello Sri Lanka, a circa 40 chilometri dalla capitale Colombo, dove era diretto. Tra i 1.486 container che trasportava una parte del carico era rappresentato da sostanze chimiche, tra cui prodotti chimici pericolosi come batterie al litio-ferro, rame e piombo, soda caustica e acido nitrico. La fuoriuscita di quest’ultima sostanza, correttamente dichiarata ma stivata o imballata male, è stata molto probabilmente la causa dell’incendio. L’acido nitrico è una sostanza corrosiva, infiammabile e tossica usata nella preparazione di esplosivi, fertilizzanti, coloranti organici artificiali, prodotti farmaceutici e profumi. La nave ne conteneva ben 25 tonnellate.

La fuoriuscita di acido nitrico, però, era stata scoperta dall’equipaggio giorni prima dell’incidente quando la nave transitava nelle vicinanze del porto di Hamad, in Qatar. Alla richiesta di scarico le autorità portuali del Qatar hanno negato il permesso per mancanza di attrezzature e manodopera, diniego ottenuto anche dal porto di Hazira, in India, per le stesse ragioni. Dopo appena un giorno dall’arrivo nelle acque dello Sri Lanka, lo scoppio dell’incendio e le fiamme indomabili hanno causato la dispersione nel mare delle sostanze chimiche trasportate con terribili effetti sull’ecosistema marino. A ciò si deve sommare la dispersione di tonnellate di microgranuli di plastica da imballaggio che hanno invaso le spiagge della zona. A seguito dell’incidente molti animali sono stati trovati morti e le autorità hanno vietato la pesca nella zona attigua all’incidente colpendo migliaia di famiglie il cui sostentamento deriva appunto dalla pesca.

Quasi paradossale il tempismo dell’accaduto, avvenuto a pochi giorni dal 5 giugno, giornata mondiale dell’ambiente, e dall’8 giugno, la giornata istituita in difesa degli oceani, che ci ricordano l’importanza di preservare l’ambiente, i nostri oceani e la vita che ospitano.

Trasporto marittimo: tensione tra sviluppo economico e tutela ambientale

La fascia costiera dello Sri Lanka ospita diversi ecosistemi importanti e sensibili come le barriere coralline, i letti di fanerogame, gli estuari, le lagune e le spiagge dove le tartarughe spesso nidificano. La zona tra l’oceano arabico e l’oceano Indiano è anche zona di passaggio e di habitat per mammiferi marini come balene, delfini e squali.

Il Paese però è anche una zona strategica per il commercio marittimo internazionale. Le più importanti rotte marittime, infatti, solcano le acque dell’area. Negli ultimi decenni il trasporto marittimo è aumentato per rispondere alla crescente domanda di beni e insieme a questo anche la capacità di trasporto delle navi. La crescita dei portacontainer però aumenta anche il rischio di incidenti e di incendi a bordo come è avvenuto nel caso della MV X-Press Pearl.

A ciò si somma la problematica legata agli standard che le navi devono rispettare. Lo Stato di bandiera ha il compito di effettuare le ispezioni sulle navi al fine di valutare se gli standard di costruzione, manutenzione e classificazione sono rispettati per poi rilasciare le certificazioni ambientali e di sicurezza. Sempre di più, tuttavia, questa responsabilità viene delegata ad Organismi di classificazione private le quali abbassano i loro standard per stare al passo con la concorrenza e attirare più clienti.

Ancora una volta la questione principale che si pone è la tensione tra sviluppo economico e tutela ambientale che viene sempre meno rispettata per dare spazio ad un trasporto di merci più intensivo e che sempre meno si preoccupa delle ripercussioni ambientali, sociali ed economiche.

Norme antiquate e meccanismi di risposta inefficienti

L’incidente ci dimostra, inoltre, come le attuali norme internazionali che regolano il traffico marittimo e come le risposte a incidenti come questi – che si verificano sempre più frequentemente – siano ancora inadeguate rispetto l’incremento dei traffici e il crescente gigantismo delle navi.

La convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), per citarne una, tutela la sicurezza della navigazione mercantile ed è stata adottata subito dopo il disastro del Titanic. Nonostante abbia subito numerose modifiche nel corso degli anni, l’ultima risale al 1974 (entrata in vigore nel 1980), risulta obsoleta rispetto alla crescita del trasporto marittimo e delle navi. Nel caso specifico degli incendi, come nel caso della MV X-Press, la causa più probabile, come abbiamo già ricordato, è da ricondursi alla natura del carico di sostanze chimiche e non più ai motori, come spesso accadeva in passato. La sicurezza antincendio sulle navi potrebbe essere migliorata con una migliore formazione per promuovere migliori pratiche nel proteggere e preservare l’integrità del carico.

Anche le risposte agli incidenti, però, risultano inadeguate al contenimento di incendi o dispersioni di petrolio o di sostanze chimiche. La MV X-Press non ha ricevuto il permesso di scaricare la merce che trasportava né nel porto del Qatar né in quello indiano. I porti sono riluttanti ad accettare navi pericolose perché sprovvisti, o non efficientemente dotati, di piani di emergenza adeguati. La competizione non riguarda solo le navi ma anche i porti che mirano a massimizzare il movimento di container. In questo caso, nonostante politiche ambientali e di contenimento dei rischi vengano adottate, esse non vengono messe in pratica perché richiederebbero attrezzature migliori e un maggiore addestramento del personale.

Anche il meccanismo di risposta dello Sri Lanka ha mostrato notevoli carenze, come ha dichiarato il Centre for Environmental Justice, dimostrandosi inefficiente e non in linea con le leggi internazionali in vigore. Tutto ciò ha messo a rischio non solo l’ambiente ma anche il sostentamento delle comunità di pescatori e l’industria del turismo. Il Centre for Environmental Justice sottolinea, inoltre, come l’incidente ha leso diritti fondamentali come quello alla salute e ad un ambiente salubre. L’incidente ha inoltre pregiudicato l’economia di sussistenza delle popolazioni locali.

Il divieto di pesca delle autorità srilankesi

Il settore della pesca gioca un ruolo chiave nella vita sociale ed economica dello Sri Lanka. Secondo i dati della FAO i prodotti ittici sono un’importante fonte di proteine animali per la popolazione e il settore contribuisce per circa il 2% al PIL.

Sempre secondo la FAO ci sono 1.337 villaggi di pescatori sulle coste del paese, si stima che il reddito di più 130.000 famiglie derivi principalmente dalla pesca, costituendone la maggiore fonte di sostentamento. Alcune di queste fragili comunità, già gravemente colpite dagli effetti della pandemia, si trovano nuovamente in una situazione di disagio economico, vedendosi vietata l’attività di pesca in un raggio di 80 km dall’incidente, nella zona che va da Negombo a Panadura. “Il divieto colpisce 4.300 famiglie del mio villaggio”, ha dichiarato all’Afp Denzil Fernando capo del sindacato regionale dei pescatori.  Il governo, ad ogni modo, ha dichiarato che saranno previste dei compensi per le perdite previste.

I prossimi step del disastro MV X-Press Pearl

Una squadra di esperti è stata convocata per quantificare i danni causati all’ambiente marino, alle zone costiere e all’economia locale, tra cui tre esperti dell’Unione Europea attraverso il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

Lo Sri Lanka ha già presentato alla X-Press Feeders, società proprietaria del portacontainer, una richiesta provvisoria di 40 milioni di dollari per coprire i primi costi sostenuti per lo spegnimento delle fiamme. 

Qualunque sia la cifra che verrà richiesta alla società, questa comunque non riuscirà a risarcire completamente il grave danno ambientale che l’incidente ha causato. Da decenni l’ambiente viene messo in secondo piano rispetto allo sviluppo economico e al commercio mondiale, si spera in un’inversione di rotta e in uno sviluppo futuro più attento alle problematiche ambientali e alla tutela dei diritti umani in modo da non costituire un rischio per le popolazioni locali, costringendole a lasciare le proprie case.

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