Il disastro della nave MV X-Press Pearl: tra danni ambientali e ripercussioni socio-economiche sulle comunità

Non è ancora ben chiaro l’impatto, non solo ambientale, che l’incidente della nave mercantile MV X-Press Pearl, avvenuto a maggio sulle coste dello Sri Lanka, avrà nel lungo periodo. Le ultime notizie risalgono all’11 luglio quando il governo dello Sri Lanka ha dichiarato che 176 tartarughe, 4 balene e 20 delfini morti si sono arenati sulle coste a seguito dell’incidente. Gli scenari si prospettano disastrosi non solo per l’ecosistema ma anche per la popolazione locale, il cui sostentamento principale deriva dalla pesca.

L’incidente della nave MV X-Press Pearl

Il portacontainer MV X-Press Pearl, battente bandiera del Singapore, è rimasto avvolto dalle fiamme per due settimane prima di affondare il 2 giugno in una delle aree più incontaminate dello Sri Lanka, a circa 40 chilometri dalla capitale Colombo, dove era diretto. Tra i 1.486 container che trasportava una parte del carico era rappresentato da sostanze chimiche, tra cui prodotti chimici pericolosi come batterie al litio-ferro, rame e piombo, soda caustica e acido nitrico. La fuoriuscita di quest’ultima sostanza, correttamente dichiarata ma stivata o imballata male, è stata molto probabilmente la causa dell’incendio. L’acido nitrico è una sostanza corrosiva, infiammabile e tossica usata nella preparazione di esplosivi, fertilizzanti, coloranti organici artificiali, prodotti farmaceutici e profumi. La nave ne conteneva ben 25 tonnellate.

La fuoriuscita di acido nitrico, però, era stata scoperta dall’equipaggio giorni prima dell’incidente quando la nave transitava nelle vicinanze del porto di Hamad, in Qatar. Alla richiesta di scarico le autorità portuali del Qatar hanno negato il permesso per mancanza di attrezzature e manodopera, diniego ottenuto anche dal porto di Hazira, in India, per le stesse ragioni. Dopo appena un giorno dall’arrivo nelle acque dello Sri Lanka, lo scoppio dell’incendio e le fiamme indomabili hanno causato la dispersione nel mare delle sostanze chimiche trasportate con terribili effetti sull’ecosistema marino. A ciò si deve sommare la dispersione di tonnellate di microgranuli di plastica da imballaggio che hanno invaso le spiagge della zona. A seguito dell’incidente molti animali sono stati trovati morti e le autorità hanno vietato la pesca nella zona attigua all’incidente colpendo migliaia di famiglie il cui sostentamento deriva appunto dalla pesca.

Quasi paradossale il tempismo dell’accaduto, avvenuto a pochi giorni dal 5 giugno, giornata mondiale dell’ambiente, e dall’8 giugno, la giornata istituita in difesa degli oceani, che ci ricordano l’importanza di preservare l’ambiente, i nostri oceani e la vita che ospitano.

Trasporto marittimo: tensione tra sviluppo economico e tutela ambientale

La fascia costiera dello Sri Lanka ospita diversi ecosistemi importanti e sensibili come le barriere coralline, i letti di fanerogame, gli estuari, le lagune e le spiagge dove le tartarughe spesso nidificano. La zona tra l’oceano arabico e l’oceano Indiano è anche zona di passaggio e di habitat per mammiferi marini come balene, delfini e squali.

Il Paese però è anche una zona strategica per il commercio marittimo internazionale. Le più importanti rotte marittime, infatti, solcano le acque dell’area. Negli ultimi decenni il trasporto marittimo è aumentato per rispondere alla crescente domanda di beni e insieme a questo anche la capacità di trasporto delle navi. La crescita dei portacontainer però aumenta anche il rischio di incidenti e di incendi a bordo come è avvenuto nel caso della MV X-Press Pearl.

A ciò si somma la problematica legata agli standard che le navi devono rispettare. Lo Stato di bandiera ha il compito di effettuare le ispezioni sulle navi al fine di valutare se gli standard di costruzione, manutenzione e classificazione sono rispettati per poi rilasciare le certificazioni ambientali e di sicurezza. Sempre di più, tuttavia, questa responsabilità viene delegata ad Organismi di classificazione private le quali abbassano i loro standard per stare al passo con la concorrenza e attirare più clienti.

Ancora una volta la questione principale che si pone è la tensione tra sviluppo economico e tutela ambientale che viene sempre meno rispettata per dare spazio ad un trasporto di merci più intensivo e che sempre meno si preoccupa delle ripercussioni ambientali, sociali ed economiche.

Norme antiquate e meccanismi di risposta inefficienti

L’incidente ci dimostra, inoltre, come le attuali norme internazionali che regolano il traffico marittimo e come le risposte a incidenti come questi – che si verificano sempre più frequentemente – siano ancora inadeguate rispetto l’incremento dei traffici e il crescente gigantismo delle navi.

La convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), per citarne una, tutela la sicurezza della navigazione mercantile ed è stata adottata subito dopo il disastro del Titanic. Nonostante abbia subito numerose modifiche nel corso degli anni, l’ultima risale al 1974 (entrata in vigore nel 1980), risulta obsoleta rispetto alla crescita del trasporto marittimo e delle navi. Nel caso specifico degli incendi, come nel caso della MV X-Press, la causa più probabile, come abbiamo già ricordato, è da ricondursi alla natura del carico di sostanze chimiche e non più ai motori, come spesso accadeva in passato. La sicurezza antincendio sulle navi potrebbe essere migliorata con una migliore formazione per promuovere migliori pratiche nel proteggere e preservare l’integrità del carico.

Anche le risposte agli incidenti, però, risultano inadeguate al contenimento di incendi o dispersioni di petrolio o di sostanze chimiche. La MV X-Press non ha ricevuto il permesso di scaricare la merce che trasportava né nel porto del Qatar né in quello indiano. I porti sono riluttanti ad accettare navi pericolose perché sprovvisti, o non efficientemente dotati, di piani di emergenza adeguati. La competizione non riguarda solo le navi ma anche i porti che mirano a massimizzare il movimento di container. In questo caso, nonostante politiche ambientali e di contenimento dei rischi vengano adottate, esse non vengono messe in pratica perché richiederebbero attrezzature migliori e un maggiore addestramento del personale.

Anche il meccanismo di risposta dello Sri Lanka ha mostrato notevoli carenze, come ha dichiarato il Centre for Environmental Justice, dimostrandosi inefficiente e non in linea con le leggi internazionali in vigore. Tutto ciò ha messo a rischio non solo l’ambiente ma anche il sostentamento delle comunità di pescatori e l’industria del turismo. Il Centre for Environmental Justice sottolinea, inoltre, come l’incidente ha leso diritti fondamentali come quello alla salute e ad un ambiente salubre. L’incidente ha inoltre pregiudicato l’economia di sussistenza delle popolazioni locali.

Il divieto di pesca delle autorità srilankesi

Il settore della pesca gioca un ruolo chiave nella vita sociale ed economica dello Sri Lanka. Secondo i dati della FAO i prodotti ittici sono un’importante fonte di proteine animali per la popolazione e il settore contribuisce per circa il 2% al PIL.

Sempre secondo la FAO ci sono 1.337 villaggi di pescatori sulle coste del paese, si stima che il reddito di più 130.000 famiglie derivi principalmente dalla pesca, costituendone la maggiore fonte di sostentamento. Alcune di queste fragili comunità, già gravemente colpite dagli effetti della pandemia, si trovano nuovamente in una situazione di disagio economico, vedendosi vietata l’attività di pesca in un raggio di 80 km dall’incidente, nella zona che va da Negombo a Panadura. “Il divieto colpisce 4.300 famiglie del mio villaggio”, ha dichiarato all’Afp Denzil Fernando capo del sindacato regionale dei pescatori.  Il governo, ad ogni modo, ha dichiarato che saranno previste dei compensi per le perdite previste.

I prossimi step del disastro MV X-Press Pearl

Una squadra di esperti è stata convocata per quantificare i danni causati all’ambiente marino, alle zone costiere e all’economia locale, tra cui tre esperti dell’Unione Europea attraverso il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

Lo Sri Lanka ha già presentato alla X-Press Feeders, società proprietaria del portacontainer, una richiesta provvisoria di 40 milioni di dollari per coprire i primi costi sostenuti per lo spegnimento delle fiamme. 

Qualunque sia la cifra che verrà richiesta alla società, questa comunque non riuscirà a risarcire completamente il grave danno ambientale che l’incidente ha causato. Da decenni l’ambiente viene messo in secondo piano rispetto allo sviluppo economico e al commercio mondiale, si spera in un’inversione di rotta e in uno sviluppo futuro più attento alle problematiche ambientali e alla tutela dei diritti umani in modo da non costituire un rischio per le popolazioni locali, costringendole a lasciare le proprie case.

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“Dilli Chalo!”: La protesta dei contadini in India tra la riforma Agricola e la questione dei Sikh

In India la fine di novembre ha segnalato il culmine di mesi di protesta dei contadini contro le leggi sulla liberalizzazione del settore agricolo volute dal governo Modi. Queste leggi infatti impattano direttamente sulla vita della maggior parte della popolazione, già in difficoltà per la situazione debitoria e spesso costretta al suicidio. Queste leggi inoltre potrebbero avere un effetto inaspettato in quanto potrebbero generare ulteriore instabilità in uno stato indiano geopoliticamente nevralgico: il Punjab. Qui la situazione della comunità Sikh è già difficile e si temono nuove vessazioni e violazioni di diritti umani. La protesta dei contadini in India e la marcia verso Nuova Delhi A seguito dell’adozione delle nuove leggi approvate dal governo Modi, i cittadini hanno manifestato la propria rabbia e delusione mediante una protesta pacifica che ha coinvolto uomini, donne e bambini senza distinzione di religione e casta. La contestazione dei contadini indiani, al grido di “Dilli Chalo!” (“Andiamo a Delhi!”) ha assunto i caratteri di una lunga marcia verso la capitale coinvolgendo migliaia e migliaia di persone provenienti dall’India settentrionale, cioè Punjab, Haryana, Uttar Pradesh, Chhattisgarh, Uttarakhand e Himachal Pradesh. Il 27 novembre gli agricoltori indiani sono giunti ai confini di Nuova Delhi con camion, autobus, trattori, moto ma anche a piedi. All’arrivo dei manifestanti la situazione si è fatta tesa e ci sono stati duri scontri con la polizia, che ha usato gas lacrimogeni e cannoni d’acqua contro i manifestanti. Chiunque si fosse trovato per strada (senzatetto, studenti, bambini o protestanti) è stato considerato dal governo come “Terrorista”. Inoltre, all’interno del gruppo dei manifestanti è stata trovata una spia che si era travestita con i vestiti tradizionali Sikh per uniformarsi alla folla. Il 28 novembre si è raggiunto un accordo tra gli agricoltori e le autorità per protestare in luoghi prestabiliti. Parte dei contadini è entrata in città, parte è rimasta ai limiti cantando slogan e sventolando le bandiere. Alcuni invece hanno bloccato la principale arteria autostradale di Nuova Delhi. La situazione era tesa e sono state create barricate da parte della polizia e dei manifestanti per evitare nuovi scontri. In ogni caso la protesta ha raccolto la solidarietà dei sostenitori dei diritti umani e dei residenti in giro per il mondo, che hanno discendenti agricoltori o che sono emigrati dall’India. La marcia di novembre però rappresenta solo l’apice di una protesta durata due mesi. Il 27 settembre il governo del primo ministro indiano Narendra Modi ha adottato tre leggi di liberalizzazione in materia di agricoltura. Dalla data dell’adozione i singoli governi federali hanno cercato di risolvere la questione in maniera autonoma, intavolando delle trattative con il governo centrale. L’insuccesso di queste ha causato una lunga lotta dei sindacati e accampamenti sulle autostrade dei singoli stati, in particolar modo negli stati del Punjab, che è stato il primo stato a mobilitarsi, e del Haryana. La situazione del settore agricolo in India Le proteste degli agricoltori indiani potrebbero rappresentare una rottura sociale di difficile composizione in quanto circa il 58% della popolazione dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Secondo i dati offerti dalla Banca mondiale il 41,5% dell’occupazione totale in India è impiegata nel settore agricolo, producendo il 17% del PIL del Paese. In altre parole, l’agricoltura rappresenta la principale forma di sostentamento per quasi un miliardo di persone. Le riforme colpiscono una classe agricola già seriamente in difficoltà in quanto il 52% dei contadini indiani versa in una forte situazione debitoria. In molti, schiacciati dal debito, hanno scelto di suicidarsi. Tra il 2018 e il 2019 si sono suicidati più di 20.00 agricoltori e i suicidi dei contadini rappresentano l’11,2% dei suicidi totali in India. Tale situazione però non è nuova e si protrae dal 1995. Questa infatti è legata al processo di liberalizzazione del settore agricolo che il Governo indiano sta portando avanti anche attraverso l’introduzione delle politiche imposte dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Nel primo decennio di applicazione di queste politiche (1995-2001), che hanno introdotto il libero mercato internazionale, si è assistito a una enorme contrazione dei prezzi dei prodotti agricoli. Tale contrazione è dovuta principalmente ai sussidi che i paesi occidentali forniscono annualmente ai propri agricoltori per tenere bassi i prezzi dei prodotti. I contadini indiani, a differenza dei colleghi occidentali, però non percepiscono alcun tipo di sussidio e sono quindi in balia del crollo dei prezzi imposto dall’andamento del mercato globale. A ciò si aggiunge che queste politiche hanno permesso la creazione di monopoli di mercato controllati da una manciata di corporazioni, prima tra tutti la Monsanto, che si adoperano affinché il Governo di Nuova Delhi adotti politiche a loro favorevoli. Il Governo ha cercato di risolvere la situazione degli agricoltori facendo ricorso, alternativamente, alla concessione di ulteriori prestiti ed alla Minimum Support Price (MSP) policy. Soprattutto quest’ultima avrebbe potuto rappresentare una buona strategia per aiutare le famiglie ad uscire dalla trappola della povertà ma storicamente tale politica non è stata efficace in quanto non copriva i costi di produzione sostenuti dagli agricoltori. Le proteste di novembre infatti sono solo le ultime di molte altre. Durante il primo Governo Modi (2014-2019) possiamo ricordare le proteste nell’India centrale del 2017 e del 2018. La prima si svolse nello Stato del Madhya Pradesh in cui vennero uccisi dalla polizia 6 contadini che chiedevano l’annullamento dei debiti diventati insostenibili e denunciavano l’aumento dei costi di produzione.La seconda invece si svolse nello Stato di Maharashtra e le agitazioni di migliaia di agricoltori si trasformarono in una marcia verso Mumbai. La liberalizzazione del settore agricolo del governo Modi Dal 1991 l’India ha iniziato un ampio programma di liberalizzazione a seguito di una grave crisi economica che ha colpito il paese. Come abbiamo detto il pacchetto di leggi adottato dal governo indiano segue questo percorso ma la riforma del settore agricolo era già parte dell’agenda politica del primo governo Modi. All’epoca però il governo, temendo contraccolpi politici in quanto gli agricoltori sono un fondamentale bacino di voti per ogni partito, ritirò momentaneamente le proposte per allentare le norme di acquisizione dei terreni. Nello specifico le tre leggi

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Bangladesh

Diritti LGBTQ+ in Bangladesh: timidi passi avanti e preoccupanti passi indietro

La condizione delle persone LGBTQ+ in Bangladesh è parte di un mosaico più ampio, eterogeneo e complicato. Infatti, se è indubbio che la comunità sia oggetto di oppressione ed i suoi diritti vengano continuamente negati, è anche vero che la società civile si rivela lievemente più aperta al dialogo rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Inoltre, un certo tasso di rappresentazione delle istanze della comunità LGBTQ+ è presente grazie alla copertura della stampa e dei media nazionali. Lo stesso governo bengalese negli ultimi anni, ha riconosciuto piccole concessioni nei confronti delle persone transessuali, sebbene queste ultime siano arrivate più per rispetto di tradizioni storico-culturali proprie del patrimonio bengalese che per desiderio di integrazione e uguaglianza nei confronti delle minoranze sessuali. Nonostante queste premesse va comunque chiarito che le persone LGBTQ+ in Bangladesh non hanno vita facile: discriminazione, intimidazioni, repressione delle libertà fondamentali sono solo alcune delle minacce, nemmeno le più gravi, che affliggono la comunità del Bangladesh. Sebbene l’attivismo all’interno del paese abbia permesso di raggiungere importanti traguardi, vivere a pieno la propria identità e la propria sessualità non è ancora del tutto possibile in Bangladesh. Quadro Legislativo e Impatto nella Società Civile Il Codice Penale bengalese legifera in materia nella Sezione 377, “crimini non naturali”. Secondo quanto stabilito, chiunque intrattenga “rapporti carnali contro l’ordine naturale con uomo, donna o animale sarà punito con l’imprigionamento a vita…”. L’articolo citato chiarisce anche che la sola penetrazione è da considerarsi sufficiente a costituire il rapporto carnale menzionato. In questo modo la legge è applicabile anche a relazioni consensuali eterosessuali che non abbiano fini prettamente riproduttivi (come la penetrazione anale o la fellatio). Il Codice Penale bengalese è un testo risalente al 1860 basato sul Codice Penale dell’Impero Anglo-Indiano di cui il Bangladesh rappresentava una delle province. È stato emendato più volte nel corso degli anni, l’ultima volta nel 2004, tuttavia la Sezione 377 – che contiene la norma sopracitata – ancora resiste all’interno del testo nonostante le richieste di abrogazione avanzate negli anni (le ultime nel 2009 e nel 2013) e respinte dal Parlamento bengalese. Inoltre, nel 2018 il Bangladesh ha respinto le raccomandazioni provenienti da molti paesi, fra i quali l’Italia, di rimuovere la Sezione 377 dal Codice e garantire una protezione effettiva contro le discriminazioni per le persone LGBTQ+. Sebbene negli anni il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti abbia verificato come la norma non sia applicata direttamente, la Sezione 377 viene spesso usata come mezzo di intimidazione e molestia nei confronti delle persone LGBTQ+ e per scoraggiare l’adesione della popolazione ad organizzazioni LGBTQ+. Vi sono inoltre segnalazioni per le quali la legge verrebbe applicata come mezzo di oppressione sulla base dell’orientamento sessuale non solo reale ma anche di quello presupposto. In altri termini, una persona può rischiare di essere condannata per il mero sospetto che la stessa sia omosessuale. La Sezione 377 non è la sola fonte invocata dalle forze dell’ordine a giustificazione degli arresti arbitrali e degli abusi di potere. Secondo quanto riportato da diverse ONG bengalesi, infatti, anche la Sezione 54 del Codice di Procedura Penale, che attesta che se sospettati di attività criminale è possibile essere arrestati senza l’ordine di un giudice o senza mandato, verrebbe usata come pretesto dalle forze di polizia, le quali la applicherebbero arbitrariamente sia per ragioni politiche sia per la riscossione di mazzette e tangenti. Le violenze e le discriminazioni subite sarebbero superiori a quelle riportate, considerando che le vittime spesso non denunciano per paura di ripercussioni o anche semplicemente per eccesso di riservatezza, una conseguenza del grande stigma sociale che grava sulla popolazione LGBTQ+. Percezione e Status Sociale L’opinione pubblica in Bangladesh, infatti, è apertamente avversa alle istanze delle minoranze sessuali, un’avversione che deriva in parte dal substrato religioso che permea la società bengalese (la stragrande maggioranza del paese, circa il 90%, è di fede Islamica) ed in parte dalla condizione di effettiva ignoranza in cui versa la popolazione. Nonostante gli sforzi di attivist* ed associazioni LGBTQ+ i quali, soprattutto negli ultimi anni, hanno portato e continuano a portare avanti le istanze della comunità, le campagne di sensibilizzazione non hanno ancora fatto breccia del tutto nel muro di pregiudizio che circonda i cittadini bengalesi. In Bangladesh, infatti, l’omosessualità, così come le altre minoranze sessuali, oltre a godere di uno scarsissimo tasso di rappresentazione nei media (libri, film, televisione), è perlopiù sconosciuta dalla popolazione. Questa infatti è identificata col solo atto della sodomia mentre tutti i risvolti relazionali, emotivi e romantici che ne derivano sono automaticamente esclusi dall’equazione. In questa ottica è dunque scontato, per i bengalesi, considerare l’omosessualità un atto immorale, anormale e addirittura pericoloso per la società.Eppure, il Bangladesh non è totalmente nuovo alle rivendicazioni delle minoranze sessuali. Infatti, l’11 novembre 2013 l’allora Prima Ministra Sheikh Hasina annunciò la decisione del Governo di riconoscere le hijra, un’identità di genere tipica del Sud Asia, come terzo sesso sui documenti ufficiali come il passaporto. Le persone hijra rientrano nello spettro della transessualità ed accolgono fra le loro fila individui intersex ma non solo. Non si tratta semplicemente di persone alla nascita uomini che si identificano come donne: la loro esistenza infatti sfida la concezione standard del genere ed è attestata fin da tempi antichissimi nel subcontinente indiano grazie a fonti come il Kama Sutra. Nel 2019, per la prima volta nella storia del Bangladesh, una persona hijra vince l’elezione ad una carica pubblica. Pinki Khatun, hijra di 37 anni, viene eletta consigliera del sottodistretto (upazila) di Kotchandpur battendo il suo avversario con migliaia di voti di scarto a seguito di una campagna elettorale condotta porta a porta, i cui punti fondamentali erano: difesa dei diritti delle persone trans, emancipazione femminile, sviluppo economico e lotta alla droga. La storia di Pinki Khatun ci mostra il volto più inclusivo ed aperto del Bangladesh: avviata all’attivismo politico dalla famiglia, che l’ha sempre accettata e sostenuta, Pinki è stata sostenuta dalla comunità che l’ha vista crescere e nella quale è molto ben voluta. La vittoria di Pinki rappresenta tuttavia un’eccezione e vivere in

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I diritti LGBTQ+ in India: una battaglia post-coloniale

La presenza di testimonianze dell’antichità indiana ci dimostrano come l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità e tutte quelle identità che si riconoscono oggi nella comunità LGBT+, fossero diffuse e non stigmatizzate nelle società precoloniali dell’India. La testimonianza più antica che possediamo è il celebre testo del Kamasutra scritto da Vātsyāyana, che risale ad un periodo non ben identificato tra il 400 a.C. e il 300 d.C., e che dedica un intero capitolo al comportamento omosessuale. Allo stesso modo, testi medici dell’antichità come la Sushruta Samhita dichiarano l’omosessualità come un tratto innato e naturale dell’essere umano. La consuetudine induista non solo accetta l’omosessualità, ma riconosce anche l’esistenza di un terzo genere oltre alla tradizionale divisione binaria tra donna e uomo tipica del nostro occidente. Gli antichi testi del Visnuismo, una delle correnti induiste, scoraggiano il comportamento omosessuale solo per i brahmani (i sacerdoti, nonché la prima casta indiana). La tradizione induista e la concezione che questa ha della comunità LGBT+ dimostrano come l’omofobia sia entrata nella società indiana dall’esterno, tramite il colonialismo inglese che dal XVII secolo al 1947 ha governato sul Paese. La Sezione 377 La società post-coloniale ha mantenuto in auge la legislazione del regime britannico, che puniva con sanzione pecuniaria e una reclusione dai 10 anni al carcere a vita chiunque fosse stato accusato di aver avuto un rapporto omosessuale, ai sensi della Sezione 377 del Codice penale. La legge è rimasta in vigore dal 1861 al 2009 ed è poi stata rintrodotta dal 2013 al 2018, quando una storica sentenza della Corte suprema ha dichiarato indifendibile la criminalizzazione dell’omosessualità. La sentenza dichiara “incostituzionale la Sezione 377 poiché infrange le libertà fondamentali di autonomia e intimità. Ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è una violazione della Costituzione Indiana.” Dichiara inoltre che “L’orientamento sessuale è uno dei tanti fenomeni biologici che è naturale e inerente a un individuo ed è controllato da fattori neurologici e biologici. La scienza della sessualità ha teorizzato che un individuo esercita un controllo scarso o nullo su chi viene attratto. Qualsiasi discriminazione sulla base del proprio orientamento sessuale comporterebbe una violazione del diritto fondamentale alla libertà di espressione.” La Corte suprema ha inoltre ordinato al governo di adottare tutte le misure per trasmettere correttamente il fatto che l’omosessualità non è un reato, per sensibilizzare l’opinione pubblica, eliminare lo stigma dalla comunità LGBT+ e per fornire alla polizia una formazione periodica per sensibilizzarla sul problema. La comunità LGBT+ in India oggi Oggi, in India due uomini non possono sposarsi né adottare figli. Mentre vengono deposte diverse petizioni in tribunale a favore del matrimonio tra uomini, il 12 giugno 2020 l’Alta corte di Uttarakhand ha dichiarato che la convivenza e i “rapporti di convivenza” sono protetti dalla legge. Per le donne il discorso è diverso. Nel 2011, ad Haryana, la Corte ha riconosciuto un matrimonio tra due donne, creando un precedente legale. L’intervento chirurgico per cambiare il sesso è legale dal 2014 e richiesto per il riconoscimento sui documenti d’identità. Tuttavia, non esistono ancora leggi contrarie alla discriminazione delle persone LGBT+ in India, le quali non possono prestare servizio militare per questo motivo. La sentenza del 2018 è da considerare una notevole vittoria per i diritti umani in India, tuttavia la Corte non ha vietato alcune pratiche ancora diffuse che dimostrano come l’omosessualità non sia ancora accettata dalla società. Tra queste, l’allontanamento dei bambini LGBT+ dalle famiglie, la loro esclusione dalla società, i matrimoni combinati forzati, o ancora le scioccanti pratiche dello “stupro collettivo”, della terapia “curativa” imposta a persone omosessuali, gli omicidi di persone LGBT+ “per onore” e infine i suicidi ai quali sono spinti i membri di questa comunità, per i motivi appena elencati. È importante notare come alcune di queste pratiche siano espressamente vietate dagli antichi testi religiosi, come il matrimonio forzato di sesso opposto tra omosessuali. La disparità presente tra le zone urbane e quelle rurali, tra le caste, le classi sociali, le comunità presenti in India implica una disparità di trattamento nei confronti dei cittadini LGBT+. Vyjayanti Vasanta Mogli, attivista transgender e studiosa di politica pubblica presso il Tata Institute of Social Sciences di Hyderabad, punta il riflettore sulle donne lesbiche e gli uomini transessuali delle zone rurali, che subiscono gli abusi più disumani. “I medici del villaggio spesso prescrivono lo stupro per curare le lesbiche dall’omosessualità. Il rifiuto di sposarsi comporta più abusi fisici. Le storie di accettazione della famiglia che si vedono in TV sono più un fenomeno urbano “. Questo significa che molti membri della comunità LGBT+ Indiana hanno un solo modo per sopravvivere alla loro stessa società: scappare lontano, senza nessun tipo di supporto economico o psicologico, in regioni dell’India più tolleranti o tentando la richiesta di asilo in altri Paesi. Una legge contro la discriminazione è dunque necessaria in questo scenario, e potrebbe avere conseguenze positive non solo a livello nazionale. Le comunità LGBT+ dei vicini Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh sono state infatti ispirate dalla sentenza indiana del 2018 per richiedere più diritti ai propri governi. Mentre le fedi abramitiche sono costrette ad abbandonare antichi codici e credenze per accogliere le persone LGBT+ nelle loro comunità, gli induisti devono solo abbandonare le idee importate dalla colonizzazione, e far riferimento al loro antico passato. Se ti è piaciuto l’articolo condividici!

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