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La diga GIBE III : le caratteristiche del progetto e il contesto etiope

In un contesto globale caratterizzato da un lento ma progressivo abbandono delle fonti fossili, progetti energetici rinnovabili trovano sempre più spazio soprattutto in aree caratterizzate da un processo di industrializzazione ancora in corso e dal tentativo di accelerare il proprio sviluppo economico. Uno degli strumenti più utilizzati per produrre energia a partire dagli anni Cinquanta ad oggi sono le dighe, affiancate spesso da impianti di irrigazione per piantagioni intensive. Nella narrazione mediatica vengono presentate come “energia pulita”, in quanto le emissioni di gas climalteranti sono legate al solo processo di costruzione delle infrastrutture e non alla fase di funzionamento della diga stessa. Nonostante ciò, infrastrutture del genere, soprattutto se di dimensioni imponenti, sono state e sono tutt’ora una delle principali cause di distruzione di interi ecosistemi e sfollamento delle popolazioni locali interessate dai progetti. Uno studio del 2000 stimava che in tutto il mondo le grandi dighe abbiano portato tra i 40 e gli 80 milioni di persone a migrare forzatamente, dati che vanno sicuramente aggiornati e calati nel contesto odierno alla luce dell’aumento dell’utilizzo di questa fonte energetica. È questo il caso della Diga Gibe III, la più grande mai costruita in Etiopia e una delle più alte del pianeta. In questo articolo verranno prese in analisi le caratteristiche di questa infrastruttura e come essa si colloca all’interno del contesto etiope. In un secondo articolo verranno poi presi in considerazione gli effetti diretti e indiretti, e sociali e ambientali che essa ha generato e potrebbe produrre in futuro.

Caratteristiche di Gibe III

Gibe III da sola ha aumentato dell’85% la produzione di energia in Etiopia con 1870Mw di potenza installata complessiva e una produzione prevista di 6500Gwh/anno. Collocata sul fiume Omo, si inserisce in una progettazione più ampia di altre quattro dighe di cui Gibe I e II sono state già realizzate e Gibe IV e V sono in via di pianificazione. L’enormità di questi progetti e il fatto che insistono tutti in un contesto naturale fragile e popolato prevalentemente da gruppi indigeni ha fatto sì che l’infrastruttura divenisse estremamente controversa per l’elevatissimo impatto sociale e ambientale che questa ha determinato. 

L’ipotesi di realizzare una diga di tali dimensioni risale ai primi anni del 2000. I lavori sono stati iniziati nel 2006 e il completamento dell’infrastruttura si è raggiunto già nel 2015. Il progetto prevede sia un impianto idroelettrico che uno di irrigazione di vaste piantagioni industriali collocate sopra le terre ancestrali delle tribù locali. L’impianto è di proprietà dell’azienda nazionale Ethiopian Electric Power Corporation, la quale ha assegnato direttamente e senza gara pubblica l’appalto a Salini Impregilo, azienda italiana che dagli anni 50 opera in Etiopia e che sembra detenere il controllo assoluto sulla realizzazione di impianti idroelettrici nel quadrante essendosi già occupata tra le altre di realizzare Gibe I e II e avendo ricevuto fondi da parte della cooperazione italiana e da vari organismi di finanziamento internazionale per la realizzazione di questi megaprogetti.

Rispetto ai finanziamenti di Gibe III, sebbene all’inizio si ipotizzasse di poter fare affidamento sulla Banca Mondiale, sulla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), e sulla African Development Bank, queste hanno deciso di ritirarsi dal progetto per numerose irregolarità legate soprattutto alla trasparenza nell’assegnazione dell’appalto a Salini e alla mancanza di una valutazione di impatto ambientale e sociale credibile.

È da notare come l’Etiopia sia completamente dipendente dagli aiuti esteri corrispondendo essi al 90% del budget nazionale. Alla Banca Mondiale e alla BEI è subentrata la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) la quale non si è posta gli stessi problemi e ha deciso di procedere comunque con un finanziamento di 420milioni di dollari al progetto. Nonostante il costo originario dell’infrastruttura fosse stimato intorno ai 1.5 Miliardi di dollari, alcuni studi riportano un costo che si aggirerebbe sui 2 Miliardi. Da questi sono escluse le infrastrutture legate alla rete elettrica per l’esportazione verso il Kenya che verranno invece coperte in parte dalla Banca Mondiale con un finanziamento che si aggira tra i 600 e gli 800 milioni di dollari. Quest’ultimo elemento spinge inevitabilmente a riflettere sul ruolo che questa infrastruttura riveste nell’economia etiope.

Contesto energetico etiope

Secondo la IEA nel 2019 l’Etiopia ha prodotto 14.456 Gwh di elettricità attraverso le proprie dighe, ovvero il 95% dell’elettricità prodotta nel paese, a fronte di un consumo di 10.700 Gwh nello stesso anno. La tendenza negli anni precedenti è simile mostrando come ad ogni aumento dei consumi sia seguito un aumento importante anche delle capacità produttive e viceversa, determinando quindi un surplus di energia prodotta rispetto ai bisogni interni che viene dunque esportata verso i paesi circostanti. L’obiettivo ultimo è di esportare un totale di 900Mw tra Sudan, Djibouti e Kenya, 500Mw dei quali andrebbero a quest’ultimo, e sul lungo periodo punterebbe ad arrivare anche ad Egitto, Eritrea, Yemen e altri paesi dell’Africa del Sud ed Est.

La produzione di 6500Gwh annui associati a Gibe III va dunque a coprire prevalentemente questo bisogno di export più che andare ad incontrare una crescente domanda interna di energia, dimostrando come la realizzazione di un impianto di tali dimensioni non sia poi strettamente necessario. Come si evince dai dati riportati, l’Etiopia consuma i 2/3 dell’elettricità che produce. Dunque, Gibe III sembrerebbe essere una infrastruttura la cui realizzazione viene promossa per lo sviluppo dell’Etiopia, ma che se calata nei bisogni energetici etiopi contemporanei, risulta essere sovradimensionata.

Questi dati mostrano un ulteriore problema: la produzione interna totale di energia elettrica è di circa 15.000 Gwh con i restanti 550Gwh prodotti tramite energia eolica e, in minima parte, solare.  Questo dato descrive una fortissima dipendenza del paese dall’Energia idroelettrica rendendolo estremamente vulnerabile a eventuali eventi imprevisti nel settore. La compresenza di queste mega dighe, e l’inevitabile effetto negativo in termini di dissesto idrogeologico, assieme alle caratteristiche geologiche dell’area, secondo alcuni studi farebbero pensare ad un’alta probabilità che si possano verificare terremoti di magnitudo compreso tra il 7 e l’8 nel giro dei prossimi cinquanta anni. Questo dato metterebbe fortemente a rischio la sicurezza energetica del paese in quanto eventuali danneggiamenti a una o più delle dighe attualmente in funzione andrebbe a minare la principale fonte di approvvigionamento energetico, senza avere alternative. Si considerino inoltre gli eventi imprevisti connessi anche al cambiamento climatico e al progressivo aumento dei periodi di siccità. In questi termini una diversificazione dell’economia e delle tecnologie e fonti di produzione energetica sarebbe sicuramente opportuna per rendere il Paese meno vulnerabile.

Contesto geografico e sociale

Una descrizione del contesto geografico e sociale nella quale la diga viene calata può essere d’aiuto per comprendere al meglio quali sono gli effetti che essa sta producendo. L’Etiopia è un paese senza sbocchi sul mare con un’alta densità di popolazione, la quale vive prevalentemente di agricoltura tramite piccole coltivazioni. L’elevato sfruttamento delle risorse idriche e del territorio ha portato con il tempo a un impoverimento in termini di produttività della terra e soprattutto a pesanti sedimentazioni e rischi di erosione.

Rispetto alla composizione geografica del quadrante va messo in evidenza come il contesto etiope sia un contesto che tenda verso due estremi. Da un lato un accelerato processo di urbanizzazione che vede alcuni centri in rapido sviluppo, caratterizzati da una crescita della popolazione e inevitabilmente dei consumi di energia. È per esempio il caso della capitale Addis Abeba. Dall’altro una composizione sociale fatta di popoli indigeni e territori rurali, non necessariamente interessati a trarre vantaggio dallo sviluppo capitalista, e dunque fortemente legati al rapporto con la natura circostante e con le proprie terre ancestrali. Nel caso specifico di Gibe III la diga sta producendo effetti che stanno impattando negativamente sulla vita di circa 500 mila persone localizzate tra la valle dell’Omo e il Lago Turkana. A questa prima divisione più di tipo sociale se ne possono affiancare numerose altre di tipo etnico, religioso e tribale le quali concorrono a costruire uno scenario fortemente instabile sul piano politico caratterizzato da conflitti armati costanti e da una forte instabilità interna.

Senza divagare troppo sulla situazione dell’intero contesto Etiopico, e rimanendo sul solo contesto circostante a Gibe III, ripercorrendo il corso del fiume Omo questa complessità trova una cartina da tornasole sia rispetto ai conflitti locali che a quelli internazionali.  Superando una concezione rigida di confini tra stati, la geografia dell’Omo e del lago Turkana ricostruisce un contesto estremamente dinamico fatti di cooperazione e conflitti tra diversi gruppi locali. Nel caso di Gibe III il progetto arriva ad interessare ben 16 gruppi tribali che ne hanno subito gli effetti stravolgendo completamente i propri stili di vita.

Conclusione

Da questa prima analisi relativa alla diga Gibe III emerge quale sia il ruolo della diga all’interno del contesto etiope e regionale leggendolo sia dal punto di vista dei soggetti promotori, sia da quello dei soggetti che subiscono il progetto. Ciò che sembra emergere è quanto questo progetto sia completamente sproporzionato rispetto ai bisogni etiopi del presente e del futuro più prossimo e come insistere nel settore idroelettrico possa rischiare di vincolare il paese ad una totale dipendenza da questa fonte energetica. Senza scadere in facili generalizzazioni, sicuramente l’energia idroelettrica può e deve rappresentare una soluzione alle sfide climatiche del presente ma questo non può avvenire sulla pelle delle popolazioni e degli ecosistemi più fragili. Per avere una visione più completa su quest’ultimo aspetto nel prossimo articolo verranno approfonditi gli effetti diretti e indiretti che la diga ha già prodotto e potrebbe produrre in futuro.

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