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La diga GIBE III: gli effetti ambientali e sociali

di Adriano Della Bruna

La realizzazione di ogni grande infrastruttura inevitabilmente ha un impatto sul territorio nella quale essa viene calata. Ciò che è importante comprendere è se tale impatto si possa considerare sostenibile su un piano ambientale e sociale o se d’altra parte gli effetti negativi lo siano a tal punto da rendere l’opera dannosa e incompatibile con i bisogni del territorio. Infrastrutture come le dighe sono particolarmente esemplificative di questo dato in quanto da un lato sono finalizzate alla produzione di energia rinnovabile e ad emissioni approssimabili allo zero, mentre dall’altro se realizzate in contesti ecologicamente e socialmente fragili risultano avere un impatto assolutamente distruttivo e spesso in contrapposizione agli interessi delle popolazioni che dovrebbero beneficiare dell’energia prodotta. Una valutazione di impatto ambientale e sociale ed un processo di consultazione delle popolazioni locali dovrebbero essere due presupposti fondamentali per poter definire la fattibilità e le caratteristiche dell’infrastruttura. Due elementi volutamente tralasciati nel caso della diga GIBE III, della quale in un articolo precedente sono state analizzate le principali caratteristiche, e che essendo entrata in funzione nel 2016 se ne è cominciato ad osservare l’impatto negli ultimi anni.

Già prima della realizzazione di Gibe III numerose organizzazioni locali e internazionali avevano condotto diversi studi indipendenti preannunciando che la diga avrebbe avuto un impatto altamente dannoso sull’ecosistema circostante alla Valle dell’Omo e al Lago Turkana. Studi posti inevitabilmente in contrapposizione alle valutazioni di impatto ambientale e sociale condotte dal governo e dalle compagnie coinvolte le quali sono state giudicate non sufficientemente approfondite e non in grado di cogliere la portata degli effetti dell’infrastruttura. A cinque anni dall’entrata in funzione di Gibe III la realtà ci dimostra che le proteste portate avanti dalle popolazioni locali e da numerose ONG non erano esagerazioni, e l’impatto negativo generato dalla diga sull’ecosistema e sugli/lle abitanti è effettivamente in linea con ciò che era stato previsto.

L’impatto ambientale della diga GIBE III

Dal punto di vista ambientale l’effetto primario è quello di una maggiore concentrazione di acqua a monte, prima della diga, e un inevitabile riduzione a valle lungo il corso del fiume Omo e soprattutto nel lago Turkana dove esso sfocia. Visto che il lago Turkana riceve il 90 per cento delle sue acque dal fiume Omo, il riempimento del bacino di Gibe III e la conseguente riduzione di acqua ha portato tra il 2015 e il 2017 ad un abbassamento del lago di un metro e mezzo e si stima che questo potrebbe arrivare a ridursi anche di 10-20 metri dei 30 di profondità media. La riduzione del livello dell’acqua porta con sé altri effetti tra cui: un aumento della salinità, con conseguente riduzione dei nutrienti trasportati ed un calo della popolazione ittica di due terzi; l’aumento di sedimentazioni e rischio di erosione; il venir meno delle esondazioni stagionali del fiume; e un generalizzato aumento della siccità in tutta l’area interessata.

Prima di procedere ad analizzare nel dettaglio la portata di questo cambiamento dell’ecosistema è importante fare una premessa sul contesto nel quale esso è calato. Il Corno d’Africa è una delle zone al mondo maggiormente colpite dal cambiamento climatico con il lago Turkana che ha visto un aumento delle temperature di circa 2-3 gradi centigradi negli ultimi 50 anni. In questo periodo il lago si è enormemente ritirato, complici anche le diverse dighe costruite: se prima si trovava in parte anche in Etiopia, ad oggi si trova solamente dentro i confini del Kenya. I periodi di siccità sono passati dall’essere qualcosa che si verificava circa ogni quattro anni ad avere una cadenza annuale, e con esse la stagione delle piogge si è drasticamente ridotta sia rispetto al numero di volte che si verifica in un anno sia rispetto alla durata.

L’aggiunta di una diga della portata di GIBE III ha inasprito i problemi di siccità già presenti con conseguente riduzione delle attività agricole e pastorizie, con conseguente inevitabile sovra-sfruttamento del terreno e della pesca. L’interruzione del ciclo naturale delle esondazioni del fiume Omo, causato direttamente dalle dighe, ha rappresentato il colpo di grazia per un ecosistema ormai allo stremo e per le popolazioni che con esso riuscivano a vivere in sintonia.

Infine, la realizzazione della diga è stata accompagnata dallo sviluppo di impianti di irrigazione su larga scala i quali hanno interessato circa 100mila ettari attorno al bacino dell’Omo trasformati in piantagioni intensive di canna da zucchero e 50mila ettari in piantagioni di cotone. Per fare questo dal 2011 ad oggi sono stati espropriati e abbattuti migliaia di ettari di savana precedentemente abitati da popolazioni indigene con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio polo per l’esportazione agro-industriale.

L’impatto sociale diretto

Lo stravolgimento del contesto ambientale, aggiunto alle politiche di industrializzazione del governo, ha inevitabilmente portato a dei cambiamenti nella composizione sociale e a degli effetti in negativo sugli/lle abitanti interessati/e. Per semplicità analitica l’impatto sociale di Gibe III può essere diviso in due tipi, quello diretto, causato prevalentemente dai cambiamenti dell’ecosistema, e quello indiretto, dato dall’intensificarsi del primo.

Come visto nel precedente articolo, l’area circostante alla valle del fiume Omo e del lago Turkana è densamente popolata da gruppi indigeni fortemente legati ad attività agricole e pastorizia per la propria sussistenza e fondata su un delicato equilibrio anche nelle relazioni fra differenti popoli. Parliamo di almeno 400mila persone (100mila in Etiopia e 300mila attorno al lago Turkana) direttamente interessate dagli effetti provocati dalla realizzazione della diga. In particolare, lungo l’Omo dal lato etiope i Mursi, i Bodi, i Kwegu, i Kara, i Nyangatom e i Dassanach mentre dal lato kenyota i Turkana, gli Elmolo, i Gabbra, i Rendille e i Samburu.

Dall’inizio delle fasi di riempimento del bacino della diga, con il conseguente arresto delle esondazioni naturali, la sicurezza alimentare di queste popolazioni è stata messa fortemente a rischio. Gli agricoltori, infatti, sono soliti coltivare dopo le piene annuali, e allo stesso modo quest’ultime consentono al bestiame di pascolare e danno inizio alle migrazioni dei pesci. Il venir meno di queste esondazioni ha in automatico causato carestie croniche e rilevanti problemi di salute. I problemi legati all’agricoltura e agli allevamenti hanno portati diversi popoli a cambiare le proprie abitudini aumentando, o iniziando in maniera inedita, a nutrirsi attraverso la pesca. Un aumento nel ricorso alle risorse ittiche, sommato ad una riduzione già in corso della fauna, ha portato ad una drastica diminuzione di pesce.

Alle migrazioni e cambio di abitudini e composizione sociale date dai cambiamenti dell’ecosistema si sommano le trasformazioni imposte dal processo di industrializzazione dell’area. Espropri e sottrazione forzata dei terreni sono parte della politica di “villaggizazione” del governo, che spinge le persone a migrare dalle aree più rurali a città o località con una maggiore concentrazione di popolazione, adottata per liberare le aree circostanti al Fiume per poter realizzare piantagioni intensive concesse a grandi aziende multinazionali. Secondo quanto riportato da un rapporto della think tank Oakland Institute queste operazioni sarebbero avvenute in un clima di violenza, fatto di spostamenti forzati, pestaggi e stupri in totale violazione dei più basici diritti umani.Tra gli obiettivi della villaggizzazione era quello di fornire servizi alle popolazioni colpite dalla realizzazione della diga, servizi che però non sono mai stati implementati come promesso aggravandone ulteriormente la condizione.

Impatto sociale indiretto

I cambiamenti ambientali e sociali appena illustrati hanno innescato a loro volta ulteriori stravolgimenti sociali soprattutto nei rapporti tra differenti popoli. In particolare, la scarsità delle risorse naturali, come per esempio il pesce, ha dato luogo ha nuovi conflitti per la loro contesa con interventi del governo saltuari e inadeguati a pacificare la situazione. Conflitti inaspriti dalla nuova possibilità di avere un accesso facile ad armi a fuoco. Scarsità di pesce, cambio dei luoghi di pascolo, ricerca di nuove aree coltivabili, piccole migrazioni, aumento delle razzie di bestiame, hanno prodotto un conflitto che sta producendo centinaia di morti nel totale silenzio mediatico. Secondo quanto riportato da un ufficiale delle Nazioni Unite lo scontro tra i Dassanech e i Turkana è “uno dei primi conflitti al mondo dovuto ai cambiamenti climatici”.

Altri effetti indiretti sono la ormai dipendenza da aiuti umanitari, l’inevitabile disfacimento del tessuto sociale, e la perdita di un patrimonio di conoscenze e tradizioni profondamente legate allo stile di vita dei popoli colpiti. Infine, si sono registrati degli impatti negativi anche sull’istruzione in quanto alle difficoltà di accesso alle risorse naturali è seguito un maggiore bisogno di manodopera per poter lavorare la poca terra rimasta, un onere ricaduto il più delle volte sulle ragazze più giovani.

I progetti di mitigazione mai realizzati o fallimentari

Nonostante le valutazioni di impatto ambientale e sociale non fossero adeguate al tipo di effetti realmente prodotti dalla realizzazione di Gibe III, alcune misure di contenimento e di mitigazione erano già state immaginate. Tuttavia, queste si sono dimostrate inadeguate rispetto alla portata dei cambiamenti prodotti.

L’impatto che ha destato più effetti in assoluto è stato il venir meno delle esondazioni naturali del fiume Omo, con effetti ambientali e sociali a cascata. Per andare incontro a questo problema il progetto proponeva la creazione di piene regolate artificialmente programmate per durare circa dieci giorni. Un proposito inadeguato in partenza in quanto le esondazioni naturali dell’Omo solitamente duravano mesi e in quanto le piene artificiali non sarebbero adeguate a raggiungere tutte le aree interessate con l’intensità necessaria. In questo modo la produttività agricola non è stata minimamente garantita.

Rispetto ai mezzi di sostentamento economico, il piano di industrializzazione della valle dell’Omo, con la conseguente inaugurazione della fabbrica Omo-Kuraz III nel 2018 aveva previsto ben 700mila posti di lavoro nell’Ethiopian Sugar Corporation. La promessa non è stata mantenuta in quanto solamente il 4% dei posti di lavoro sarebbe stato effettivamente creato e molti di questi sarebbero stati dati a migranti arrivati da altre parti del paese con contratti stagionali e sottopagati.

Infine, tra le promesse fatte alle persone costrette a processi di villagizzazione vi era la possibilità di una maggiore facilità di accesso ai servizi come strade e acqua potabile. Anche in questo caso, alle promesse non sono seguiti i fatti come testimoniato da alcuni membri del popolo Dassanech i quali riportano che secondo gli accordi ogni villaggio avrebbe dovuto avere una pompa per irrigare i propri campi e che solamente 2 villaggi su 52 l’avrebbero ricevuta.

Una diga fuori legge

La principale violazione a livello normativo sia sul piano locale che internazionale giace sicuramente nella mancata consultazione delle popolazioni locali preventivamente all’avvio dei lavori. Infatti, secondo quanto riportato dalla Commissione Mondiale sulle dighe della Banca Mondiale, dalla Dichiarazione sui Popoli Indigeni delle Nazioni Unite e dalle normative nazionali Etiopi, prima della realizzazione dell’infrastruttura era necessario ottenere il consenso pieno ed informato delle popolazioni locali soprattutto visto l’impatto rilevante che questa avrebbe avuto nel cambiare le loro condizioni di vita. Nel 2010 la Commissione avrebbe rilasciato un rapporto nel quale asserisce che tali condizioni sono state disattese.

Nel 2009 l’ONG International Survival in un rapporto relativo a Gibe III ha riportato che “Secondo il Programma di Consultazione e di Divulgazione Pubblica, sono stati contattati solo 93 membri di 4 diverse comunità indigene. Le consultazioni sono avvenute nel 2007, a lavori già iniziati. […]. Pochi membri appartenenti a queste comunità [le comunità colpite in generale] parlano l’amarico, la lingua nazionale etiope, e ancora meno parlano inglese, la lingua in cui sono stati scritti i documenti dell’ESIA. In Kenya la consultazione delle popolazioni colpite non ha mai avuto luogo.”

Oltre alla violazione delle norme nazionali e internazionali in materia di consultazione e consenso dei popoli indigeni, e alle diverse violazioni di diritti umani poste in essere durante la realizzazione della diga e le procedure di villaggizzazione forzata, la realizzazione di Gibe III ha violato anche le norme sulla trasparenza e sulla concorrenza della Banca Mondiale in quanto l’assegnazione dell’appalto a Salini sarebbe avvenuta in maniera diretta senza regolare gara.

A questo si aggiunga che a circa 30 chilometri dal lago Turkana si trova il sito archeologico di Nataruk dove alcuni scavi effettuati tra il 2012 e il 2016 hanno riportato alla luce alcuni reperti antichi fino a 10mila anni.Già in precedenza rispetto a queste scoperte nel 2011 il World Heritage Committee chiese con urgenza al governo etiope di arrestare immediatamente i lavori di costruzione per tutelare il patrimonio circostante. Oggi il lago Turkana è iscritto nella lista Unesco dei patrimoni dell’umanità in pericolo.

Conclusione

Gibe III dimostra come la sostenibilità di infrastrutture volte a favorire forme di sviluppo economico e sociale non sia data solamente da aspetti di carattere tecnico, come il tipo di risorsa energetica che si decide di utilizzare (in questo caso l’acqua). Sicuramente gli impianti idroelettrici sono tra le più pulite ed efficienti forme di produrre energia attualmente disponibili, ma ciò non toglie che l’utilizzo di tecnologie di questo tipo, all’interno di un sistema economico e politico lontano dalle esigenze dei territori e della popolazione, possano produrre effetti devastati alla pari di impianti ben più inquinanti dal punto di vista climatico.

In questo contesto il totale squilibrio di potere che si viene a creare tra popolazioni locali e grandi aziende multinazionali dovrebbe essere bilanciato dalla presenza di soggetti pubblici in grado di governare questo tipo di processi. In assenza di soggetti statali forti, o in presenza di classi politiche corrotte, questo ruolo dovrebbe essere assolto da soggetti multilaterali internazionali in grado di tutelare i diritti dei più deboli ed evitare o mitigare la realizzazione di infrastrutture tanto devastanti. Tuttavia, questo meccanismo raramente ha luogo e gli interessi economici e politici di pochi finiscono troppo spesso per schiacciare i diritti dei molti come nel caso di Gibe III. La devastazione che ha vissuto la valle dell’Omo e il lago Turkana potrebbe non fermarsi qui in quanto è in programma la realizzazione di altre due dighe nei prossimi anni e se tutto dovesse andare come previsto il rischio che si prefigge è quello di un nuovo “Lago d’Aral” con un quasi totale prosciugamento del lago Turkana.

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