La diga GIBE III: gli effetti ambientali e sociali

La realizzazione di ogni grande infrastruttura inevitabilmente ha un impatto sul territorio nella quale essa viene calata. Ciò che è importante comprendere è se tale impatto si possa considerare sostenibile su un piano ambientale e sociale o se d’altra parte gli effetti negativi lo siano a tal punto da rendere l’opera dannosa e incompatibile con i bisogni del territorio. Infrastrutture come le dighe sono particolarmente esemplificative di questo dato in quanto da un lato sono finalizzate alla produzione di energia rinnovabile e ad emissioni approssimabili allo zero, mentre dall’altro se realizzate in contesti ecologicamente e socialmente fragili risultano avere un impatto assolutamente distruttivo e spesso in contrapposizione agli interessi delle popolazioni che dovrebbero beneficiare dell’energia prodotta. Una valutazione di impatto ambientale e sociale ed un processo di consultazione delle popolazioni locali dovrebbero essere due presupposti fondamentali per poter definire la fattibilità e le caratteristiche dell’infrastruttura. Due elementi volutamente tralasciati nel caso della diga GIBE III, della quale in un articolo precedente sono state analizzate le principali caratteristiche, e che essendo entrata in funzione nel 2016 se ne è cominciato ad osservare l’impatto negli ultimi anni.

Già prima della realizzazione di Gibe III numerose organizzazioni locali e internazionali avevano condotto diversi studi indipendenti preannunciando che la diga avrebbe avuto un impatto altamente dannoso sull’ecosistema circostante alla Valle dell’Omo e al Lago Turkana. Studi posti inevitabilmente in contrapposizione alle valutazioni di impatto ambientale e sociale condotte dal governo e dalle compagnie coinvolte le quali sono state giudicate non sufficientemente approfondite e non in grado di cogliere la portata degli effetti dell’infrastruttura. A cinque anni dall’entrata in funzione di Gibe III la realtà ci dimostra che le proteste portate avanti dalle popolazioni locali e da numerose ONG non erano esagerazioni, e l’impatto negativo generato dalla diga sull’ecosistema e sugli/lle abitanti è effettivamente in linea con ciò che era stato previsto.

L’impatto ambientale della diga GIBE III

Dal punto di vista ambientale l’effetto primario è quello di una maggiore concentrazione di acqua a monte, prima della diga, e un inevitabile riduzione a valle lungo il corso del fiume Omo e soprattutto nel lago Turkana dove esso sfocia. Visto che il lago Turkana riceve il 90 per cento delle sue acque dal fiume Omo, il riempimento del bacino di Gibe III e la conseguente riduzione di acqua ha portato tra il 2015 e il 2017 ad un abbassamento del lago di un metro e mezzo e si stima che questo potrebbe arrivare a ridursi anche di 10-20 metri dei 30 di profondità media. La riduzione del livello dell’acqua porta con sé altri effetti tra cui: un aumento della salinità, con conseguente riduzione dei nutrienti trasportati ed un calo della popolazione ittica di due terzi; l’aumento di sedimentazioni e rischio di erosione; il venir meno delle esondazioni stagionali del fiume; e un generalizzato aumento della siccità in tutta l’area interessata.

Prima di procedere ad analizzare nel dettaglio la portata di questo cambiamento dell’ecosistema è importante fare una premessa sul contesto nel quale esso è calato. Il Corno d’Africa è una delle zone al mondo maggiormente colpite dal cambiamento climatico con il lago Turkana che ha visto un aumento delle temperature di circa 2-3 gradi centigradi negli ultimi 50 anni. In questo periodo il lago si è enormemente ritirato, complici anche le diverse dighe costruite: se prima si trovava in parte anche in Etiopia, ad oggi si trova solamente dentro i confini del Kenya. I periodi di siccità sono passati dall’essere qualcosa che si verificava circa ogni quattro anni ad avere una cadenza annuale, e con esse la stagione delle piogge si è drasticamente ridotta sia rispetto al numero di volte che si verifica in un anno sia rispetto alla durata.

L’aggiunta di una diga della portata di GIBE III ha inasprito i problemi di siccità già presenti con conseguente riduzione delle attività agricole e pastorizie, con conseguente inevitabile sovra-sfruttamento del terreno e della pesca. L’interruzione del ciclo naturale delle esondazioni del fiume Omo, causato direttamente dalle dighe, ha rappresentato il colpo di grazia per un ecosistema ormai allo stremo e per le popolazioni che con esso riuscivano a vivere in sintonia.

Infine, la realizzazione della diga è stata accompagnata dallo sviluppo di impianti di irrigazione su larga scala i quali hanno interessato circa 100mila ettari attorno al bacino dell’Omo trasformati in piantagioni intensive di canna da zucchero e 50mila ettari in piantagioni di cotone. Per fare questo dal 2011 ad oggi sono stati espropriati e abbattuti migliaia di ettari di savana precedentemente abitati da popolazioni indigene con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio polo per l’esportazione agro-industriale.

L’impatto sociale diretto

Lo stravolgimento del contesto ambientale, aggiunto alle politiche di industrializzazione del governo, ha inevitabilmente portato a dei cambiamenti nella composizione sociale e a degli effetti in negativo sugli/lle abitanti interessati/e. Per semplicità analitica l’impatto sociale di Gibe III può essere diviso in due tipi, quello diretto, causato prevalentemente dai cambiamenti dell’ecosistema, e quello indiretto, dato dall’intensificarsi del primo.

Come visto nel precedente articolo, l’area circostante alla valle del fiume Omo e del lago Turkana è densamente popolata da gruppi indigeni fortemente legati ad attività agricole e pastorizia per la propria sussistenza e fondata su un delicato equilibrio anche nelle relazioni fra differenti popoli. Parliamo di almeno 400mila persone (100mila in Etiopia e 300mila attorno al lago Turkana) direttamente interessate dagli effetti provocati dalla realizzazione della diga. In particolare, lungo l’Omo dal lato etiope i Mursi, i Bodi, i Kwegu, i Kara, i Nyangatom e i Dassanach mentre dal lato kenyota i Turkana, gli Elmolo, i Gabbra, i Rendille e i Samburu.

Dall’inizio delle fasi di riempimento del bacino della diga, con il conseguente arresto delle esondazioni naturali, la sicurezza alimentare di queste popolazioni è stata messa fortemente a rischio. Gli agricoltori, infatti, sono soliti coltivare dopo le piene annuali, e allo stesso modo quest’ultime consentono al bestiame di pascolare e danno inizio alle migrazioni dei pesci. Il venir meno di queste esondazioni ha in automatico causato carestie croniche e rilevanti problemi di salute. I problemi legati all’agricoltura e agli allevamenti hanno portati diversi popoli a cambiare le proprie abitudini aumentando, o iniziando in maniera inedita, a nutrirsi attraverso la pesca. Un aumento nel ricorso alle risorse ittiche, sommato ad una riduzione già in corso della fauna, ha portato ad una drastica diminuzione di pesce.

Alle migrazioni e cambio di abitudini e composizione sociale date dai cambiamenti dell’ecosistema si sommano le trasformazioni imposte dal processo di industrializzazione dell’area. Espropri e sottrazione forzata dei terreni sono parte della politica di “villaggizazione” del governo, che spinge le persone a migrare dalle aree più rurali a città o località con una maggiore concentrazione di popolazione, adottata per liberare le aree circostanti al Fiume per poter realizzare piantagioni intensive concesse a grandi aziende multinazionali. Secondo quanto riportato da un rapporto della think tank Oakland Institute queste operazioni sarebbero avvenute in un clima di violenza, fatto di spostamenti forzati, pestaggi e stupri in totale violazione dei più basici diritti umani.Tra gli obiettivi della villaggizzazione era quello di fornire servizi alle popolazioni colpite dalla realizzazione della diga, servizi che però non sono mai stati implementati come promesso aggravandone ulteriormente la condizione.

Impatto sociale indiretto

I cambiamenti ambientali e sociali appena illustrati hanno innescato a loro volta ulteriori stravolgimenti sociali soprattutto nei rapporti tra differenti popoli. In particolare, la scarsità delle risorse naturali, come per esempio il pesce, ha dato luogo ha nuovi conflitti per la loro contesa con interventi del governo saltuari e inadeguati a pacificare la situazione. Conflitti inaspriti dalla nuova possibilità di avere un accesso facile ad armi a fuoco. Scarsità di pesce, cambio dei luoghi di pascolo, ricerca di nuove aree coltivabili, piccole migrazioni, aumento delle razzie di bestiame, hanno prodotto un conflitto che sta producendo centinaia di morti nel totale silenzio mediatico. Secondo quanto riportato da un ufficiale delle Nazioni Unite lo scontro tra i Dassanech e i Turkana è “uno dei primi conflitti al mondo dovuto ai cambiamenti climatici”.

Altri effetti indiretti sono la ormai dipendenza da aiuti umanitari, l’inevitabile disfacimento del tessuto sociale, e la perdita di un patrimonio di conoscenze e tradizioni profondamente legate allo stile di vita dei popoli colpiti. Infine, si sono registrati degli impatti negativi anche sull’istruzione in quanto alle difficoltà di accesso alle risorse naturali è seguito un maggiore bisogno di manodopera per poter lavorare la poca terra rimasta, un onere ricaduto il più delle volte sulle ragazze più giovani.

I progetti di mitigazione mai realizzati o fallimentari

Nonostante le valutazioni di impatto ambientale e sociale non fossero adeguate al tipo di effetti realmente prodotti dalla realizzazione di Gibe III, alcune misure di contenimento e di mitigazione erano già state immaginate. Tuttavia, queste si sono dimostrate inadeguate rispetto alla portata dei cambiamenti prodotti.

L’impatto che ha destato più effetti in assoluto è stato il venir meno delle esondazioni naturali del fiume Omo, con effetti ambientali e sociali a cascata. Per andare incontro a questo problema il progetto proponeva la creazione di piene regolate artificialmente programmate per durare circa dieci giorni. Un proposito inadeguato in partenza in quanto le esondazioni naturali dell’Omo solitamente duravano mesi e in quanto le piene artificiali non sarebbero adeguate a raggiungere tutte le aree interessate con l’intensità necessaria. In questo modo la produttività agricola non è stata minimamente garantita.

Rispetto ai mezzi di sostentamento economico, il piano di industrializzazione della valle dell’Omo, con la conseguente inaugurazione della fabbrica Omo-Kuraz III nel 2018 aveva previsto ben 700mila posti di lavoro nell’Ethiopian Sugar Corporation. La promessa non è stata mantenuta in quanto solamente il 4% dei posti di lavoro sarebbe stato effettivamente creato e molti di questi sarebbero stati dati a migranti arrivati da altre parti del paese con contratti stagionali e sottopagati.

Infine, tra le promesse fatte alle persone costrette a processi di villagizzazione vi era la possibilità di una maggiore facilità di accesso ai servizi come strade e acqua potabile. Anche in questo caso, alle promesse non sono seguiti i fatti come testimoniato da alcuni membri del popolo Dassanech i quali riportano che secondo gli accordi ogni villaggio avrebbe dovuto avere una pompa per irrigare i propri campi e che solamente 2 villaggi su 52 l’avrebbero ricevuta.

Una diga fuori legge

La principale violazione a livello normativo sia sul piano locale che internazionale giace sicuramente nella mancata consultazione delle popolazioni locali preventivamente all’avvio dei lavori. Infatti, secondo quanto riportato dalla Commissione Mondiale sulle dighe della Banca Mondiale, dalla Dichiarazione sui Popoli Indigeni delle Nazioni Unite e dalle normative nazionali Etiopi, prima della realizzazione dell’infrastruttura era necessario ottenere il consenso pieno ed informato delle popolazioni locali soprattutto visto l’impatto rilevante che questa avrebbe avuto nel cambiare le loro condizioni di vita. Nel 2010 la Commissione avrebbe rilasciato un rapporto nel quale asserisce che tali condizioni sono state disattese.

Nel 2009 l’ONG International Survival in un rapporto relativo a Gibe III ha riportato che “Secondo il Programma di Consultazione e di Divulgazione Pubblica, sono stati contattati solo 93 membri di 4 diverse comunità indigene. Le consultazioni sono avvenute nel 2007, a lavori già iniziati. […]. Pochi membri appartenenti a queste comunità [le comunità colpite in generale] parlano l’amarico, la lingua nazionale etiope, e ancora meno parlano inglese, la lingua in cui sono stati scritti i documenti dell’ESIA. In Kenya la consultazione delle popolazioni colpite non ha mai avuto luogo.”

Oltre alla violazione delle norme nazionali e internazionali in materia di consultazione e consenso dei popoli indigeni, e alle diverse violazioni di diritti umani poste in essere durante la realizzazione della diga e le procedure di villaggizzazione forzata, la realizzazione di Gibe III ha violato anche le norme sulla trasparenza e sulla concorrenza della Banca Mondiale in quanto l’assegnazione dell’appalto a Salini sarebbe avvenuta in maniera diretta senza regolare gara.

A questo si aggiunga che a circa 30 chilometri dal lago Turkana si trova il sito archeologico di Nataruk dove alcuni scavi effettuati tra il 2012 e il 2016 hanno riportato alla luce alcuni reperti antichi fino a 10mila anni.Già in precedenza rispetto a queste scoperte nel 2011 il World Heritage Committee chiese con urgenza al governo etiope di arrestare immediatamente i lavori di costruzione per tutelare il patrimonio circostante. Oggi il lago Turkana è iscritto nella lista Unesco dei patrimoni dell’umanità in pericolo.

Conclusione

Gibe III dimostra come la sostenibilità di infrastrutture volte a favorire forme di sviluppo economico e sociale non sia data solamente da aspetti di carattere tecnico, come il tipo di risorsa energetica che si decide di utilizzare (in questo caso l’acqua). Sicuramente gli impianti idroelettrici sono tra le più pulite ed efficienti forme di produrre energia attualmente disponibili, ma ciò non toglie che l’utilizzo di tecnologie di questo tipo, all’interno di un sistema economico e politico lontano dalle esigenze dei territori e della popolazione, possano produrre effetti devastati alla pari di impianti ben più inquinanti dal punto di vista climatico.

In questo contesto il totale squilibrio di potere che si viene a creare tra popolazioni locali e grandi aziende multinazionali dovrebbe essere bilanciato dalla presenza di soggetti pubblici in grado di governare questo tipo di processi. In assenza di soggetti statali forti, o in presenza di classi politiche corrotte, questo ruolo dovrebbe essere assolto da soggetti multilaterali internazionali in grado di tutelare i diritti dei più deboli ed evitare o mitigare la realizzazione di infrastrutture tanto devastanti. Tuttavia, questo meccanismo raramente ha luogo e gli interessi economici e politici di pochi finiscono troppo spesso per schiacciare i diritti dei molti come nel caso di Gibe III. La devastazione che ha vissuto la valle dell’Omo e il lago Turkana potrebbe non fermarsi qui in quanto è in programma la realizzazione di altre due dighe nei prossimi anni e se tutto dovesse andare come previsto il rischio che si prefigge è quello di un nuovo “Lago d’Aral” con un quasi totale prosciugamento del lago Turkana.

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Guerra di confine Eritrea-Etiopia

Le tensioni fra Eritrea ed Etiopia hanno origine alla fine della Seconda guerra mondiale e si sono protratte per tutto il successivo processo di decolonizzazione. All’indomani della Seconda guerra mondiale, a Parigi, nel 1947 le potenze vincitrici optarono per unire le due ricche ex colonie italiane in un’unica federazione a prevalenza etiope. Si cercò di lasciare comunque ampi spazi di autonomia al territorio eritreo attraverso la creazione di un’Assemblea legislativa indipendente. A ben vedere, l’annessione dell’Eritrea all’Impero etiope fu avvallata dalla presenza di un considerevole numero di eritrei di etnia tigrina e di fede cristiana, molto vicino culturalmente al popolo etiope-tigrino abitante la regione del Tigrè al confine con l’Eritrea. Fin da subito il governo etiope, superando gli accordi presi a Parigi, cominciò ad intromettersi negli affari eritrei, delegittimando l’Assemblea eritrea sino a renderla un mero organo amministrativo. La genesi effettiva del conflitto può essere formalmente fatta risalire all’acquisizione totale del territorio eritreo da parte dell’Imperatore etiope Hailè Selassiè, il quale, con un colpo di mano, riuscì a sottomettere l’intera popolazione eritrea al controllo di Addis Abeba – capitale dell’Etiopia. Con questa mossa, l’Imperatore aveva di fatto oltrepassato i margini, seppur effimeri, di autonomia promessi ad Asmara. Parallelamente a tali acquisizioni etiopi al Cairo si formò il Fronte di Liberazione Eritreo (ELF)che aveva come suo obiettivo principale il raggiungimento dell’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia; indipendenza da raggiungersi attraverso la lotta armata e guerra aperta. Originariamente infatti, il partito aveva una forte matrice islamica ma ben presto, parallelamente all’aumento dei consensi, raccolse fra le sue fila esponenti delle più varie fazioni etnico-religiose. Negli anni Settanta l’ELF, ormai divenuto un contenitore politico troppo grande per racchiudere le numerose anime presenti al suo interno, vide distaccarsi l’ala di etnia cristiana ma di ispirazione leninista-socialista, che diede vita al Fronte di Liberazione Popolo Eritreo (EFPF). I rapporti fra i due principali fronti non furono mai sereni tanto da rendersi spesso protagonisti di scontri armati per l’egemonizzazione politica del movimento di autonomia. La guerra di confine si protrasse per decenni causando migliaia di morti e di sfollati, fino al raggiungimento dell’agognata indipendenza eritrea dall’Etiopia nel 1993. Fondamentale per la vittoria eritrea fu l’alleanza di ELF ed EFPF con il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino – movimento politico di etnia tigrina che si opponeva al Governo Militare Provvisorio (DREG) salito al poter spodestando l’imperatore Selassiè. Grazie a detta alleanza infatti, il nuovo fronte indipendentista iniziò prima a conquistare ampie fette di territorio eritreo e, successivamente, ad allontanare le forze etiopi dal confine.   La pace si ritiene formalmente raggiunta nel 1993 con il referendum sull’Indipendenza che sancì la definitiva nascita dello stato dell’Eritrea. Gli osservatori internazionali guardarono alla formazione del nuovo stato nel corno d’Africa come di buon auspicio per la pacificazione della regione. Sfortunatamente nuove dispute territoriali e commerciali si innescarono fra Asmara e Addis Abeba. La pace fra i due stati confinanti infatti, durò ben poco. Nel 1998 il governo etiope attaccò la città di Badammé – piccolo insediamento al confine nord dello stato – riaprendo quindi le ostilità fra i due popoli. Il conflitto fra i due stati del corno d’Africa fu innescato dalla maggioranza tigrina – come si è visto, gli ex alleati etiopi dei movimenti indipendentisti eritrei – gruppo divenuto egemone in Etiopia a discapito delle altre etnie maggioritarie sul territorio, in primis quella Oromo ed Amara. Il conflitto dunque, vedeva contrapporsi popoli appartenenti alla stessa etnia, quella tigrina – più della metà della popolazione eritrea infatti, rivendica l’appartenenza a detta etnia. Se ciò è vero, i motivi scatenanti la guerra di confine non possono trovare fondamento nel conflitto etnico. Se il Fronte di liberazione del popolo tigrino ed il EPLF furono fieramente alleati contro i DERG, in questa nuova fase, l’elitè tigrina etiope voleva imporsi sulla componente tigrina eritrea allo scopo principale di poter dotare nuovamente l’Etiopia di una sua flotta attraverso l’accesso al mare indipendente da Asmara. La guerra si concluse nel 2000 con la pace di Algeri, ritenuta dai maggiori osservatori per i diritti umani una “non-pace” per via del costante stato di conflitto fra i due paesi e anche per la persistenza di azioni militari lungo il confine, di solito scatenate dall’Etiopia. Elemento fondamentale dell’Accordo di Algeri era la creazione di una Commissione per la demarcazione dei confini dei due stati, commissione che sfortunatamente non ebbe mai la legittimità necessaria per dare seguito ai propri lavori. Il clima di conflitto e le battaglie di confine venivano scatenate per lo più dall’etnia tigrina-etiope, confinante appunto con l’Eritrea. La gran parte delle storiche contese territoriali fra i due stati infatti riguardavano propriamente i confini fra l’Eritrea e lo stato federale etiope del Tigrè – a maggioranza tigrina -. Il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino – per decenni al vertice del governo presidenziale – non aveva mai accennato alla possibilità di discutere dei confini con l’Eritrea, poiché, nel caso, l’etnia tigrina avrebbe messo in discussione la sovranità dei territori etiopi che controllava direttamente essendo questi all’interno dello stato federale del Tigrè. Quanto statuito sopra è confermato in materia di politica estera, dall’ascesa al potere dell’attuale presidente della federazione etiope Abiy Ahmed Ali di origine Oromo. Da subito, per limitare l’influenza della storica etnia egemone – quella tigrina appunto – ha voluto fortemente lavorare per una pace con Asmara, da sempre osteggiata dai movimenti politici di estrazione tigrina. Il motivo appare chiaro: attraverso una pace con gli eritrei l’influenza dell’elité tigrnia verrebbe scemando non potendo più contare su una solida rivendicazione territoriale. La ritrovata pace ha da subito generato significativi effetti: numerosi sono stati gli spostamenti delle popolazioni residenti sulla linea di confine per motivi familiari; le merci hanno ricominciato velocemente a circolare fra le due nazioni – in particolare, i commercianti etiopi hanno potuto vendere svariati prodotti alla popolazione eritrea. Il processo di pace e di riavvicinamento però, si è frettolosamente interrotto. Dopo i primi mesi di euforia e speranza per i nuovi pacifici rapporti fra i due stati, le questioni di confine sono tornate a dominare il dibattito

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Etiopia: un mosaico etnico alla base di una crisi umanitaria.

Il conflitto nel Tigrai ed i rapporti con l’Eritrea Con la sua posizione strategica nel Corno d’Africa, vicino al Medio Oriente ed ai suoi mercati, l’Etiopia è simbolo di autonomia e distinzione rispetto ai restanti Paesi africani. Lo Stato si è infatti dimostrato capace di resistere alla colonizzazione, ad eccezione dei 5 anni durante la guerra italo-etiope, quando fu colonia dell’Africa Orientale Italiana. Il territorio etiope è diviso in 9 regioni e caratterizzato da un mosaico composto da 80 etnie e nazionalità diverse, in cui si parlano 83 lingue e 200 dialetti. A partire dalla Costituzione del 1995 il potere viene ripartito in base alle etnie, dando vita a quello che viene definito federalismo etnico. Per comprendere lo scenario politico-strategico attuale dell’Etiopia quindi, è essenziale analizzare quali siano le principali etnie che storicamente risiedono sul territorio. I gruppi etnici maggioritari dell’Etiopia sono gli Oromo (36%), gli Amara (27%), i Somali (6%) e i Tigrini (6%). L’ Oromia è la più grande regione del Paese e gli Oromo rappresentano circa un terzo del totale degli abitanti. Derivanti da un’antica popolazione di pastori nomadi, gli Oromo iniziano ad integrarsi sul territorio etiope dal XVIII secolo. La loro lingua è stata la lingua ufficiale della Corte di Gondar, antica capitale imperiale dell’Etiopia. La regione di Amara, da cui prende il nome l’omonima etnia, ospita il secondo gruppo etnolinguistico, rappresentando quasi un terzo della popolazione. Nel corso della storia etiope gli Amara hanno dominato a lungo e la loro lingua è stata la lingua ufficiale fino agli anni ’90 e rimane tuttora la più parlata. Ù Tra il 1974 e il 1991, i rapporti tra gli Oromo e gli Amara iniziano ad inasprirsi dato che i primi rivendicano un ruolo sempre più centrale. Dopo il 1991, gli Amara si posizionano apertamente contro i Tigrini – di cui si dirà a breve. Al giorno d’oggi la situazione è tesa soprattutto nel territorio del Wolkait, distretto al confine tra le due regioni ma amministrato dal Tigrai. I Somali risiedono principalmente nella provincia dell’Ogaden, regione alquanto ambita per la sua ricchezza di giacimenti di petrolio e gas naturale, più volte oggetto di scontri tra Addis Abeba e l’Ogaden Liberation Front, forza autonomista. I Tigrini occupano la regione nord del Tigrai. Prima di scoprire questa regione e le sue complessità, una parentesi linguistica dell’utilizzo del termine Tigrai è necessaria. La regione viene ancora troppo spesso chiamata Tigrè, che è il nome con cui gli Amara chiamano dispregiativamente i Tigrini. Tigrè nella lingua locale significa “sotto il mio piede”, cioè servo. Già a partire da ciò si può comprendere la linea di tensione che separa le etnie etiopi. La minoranza etnica nel Tigrai rappresenta il 6% con i suoi quasi 6 milioni di abitanti, sui 110 totali. Per la posizione geografica la cultura tigrina è molto vicina a quelle eritrea. Tigrini ed Eritrei hanno anche combattuto insieme contro la dittatura di Mengistu, Capo di Stato etiope tra il 1977 e 1991. In tale contesto, Meles Zenawi viene ricordato per aver fondato l’Ethiopian People Revolution Democratic Front (EPRDF), partito che formò la coalizione con i partiti Oromo ed Amara. Zenawi è stato anche il fautore del federalismo etnico etiope, dividendo il territorio in 13 province. Da un lato, tale sistema ha rinforzato il potere dei partiti regionali, rappresentati dalle rispettive etnie; dall’altro, tale divisione ha creato una successiva suddivisione in classi sociali, sfociando in proteste e scontri per motivi non più etnici ma economico-politici. Uno dei maggiori partiti politici del paese è proveniente proprio da questa regione: il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) che ha dominato il paese per ben 27 anni, dalla fine della Guerra Civile etiope (1974). A partire da questa ultima etnia, ci addentriamo nel conflitto della regione del Tigrai le cui tensioni, dallo scorso novembre 2020, stanno facendo riemergere molti dei problemi che sembravano apparentemente risolti con l’elezione dell’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed. L’Etiopia è attualmente coinvolta in una “spirale incontrollabile di sofferenza per la sua popolazione civile”. Il 4 novembre nella regione del Tigrai è stato dichiarato lo stato d’emergenza ed il Primo Ministro ha inviato delle truppe militari federali in risposta ad un presunto attacco contro una caserma dell’esercito nazionale. A seguire, tra il 13 e il 14 novembre il partito tigrino TPLF ha lanciato dei missili contro due aeroporti nel territorio controllato dal governo federale. La risposta del governo federale si è presentata il giorno immediatamente successivo, dichiarando di aver preso il controllo di Alamata, centro abitato nella regione del Tigrai e mandando un ultimatum alle forze regionali. Dal 4 novembre si parla di una vera e propria crisi umanitaria: le Nazioni Unite, insieme all’appello di numerose organizzazioni internazionali hanno denunciato la morte di migliaia di civili e il numero di persone costrette a fuggire è aumentato in maniera esponenziale. Si è parlato di città ricoperte di cadaveri e di massacri in tutti i dipartimenti della regione, come quello della città di Mai-Kadra, dove la stima delle vittime tra il 9 ed il 10 novembre è arrivata a 600. In tale contesto, la libertà di espressione dei giornalisti eritrei e dei mezzi di informazione internazionali, è rimasta ed è tuttora silente date le minacce che incombono sulla stabilità dell’intera regione, insieme ad un improvviso blackout che ha reso tutti i supporti elettronici inutilizzabili. “Le uniche persone che hanno accesso a quello che sta succedendo sono le truppe etiopi e le milizie”. Il 7 dicembre il governo centrale ha annunciato la fine dell’offensiva militare delle sue truppe e l’amministratore provvisorio del Tigrai ha dichiarato che la pace è nuovamente tornata. Tuttavia, una crisi umanitaria non termina da un giorno all’altro, soprattutto data la dimensione di radicalizzazione regionale che caratterizza il conflitto del Tigrai e quanto riportato da quelle poche testimonianze che riportano la situazione in loco.         L’ONU si è mobilitato ed ha firmato un accordo con la regione per “consentire un accesso illimitato, sostenuto e sicuro per le forniture umanitarie”. Nell’accordo si specifica che tali aiuti saranno diretti anche alle regioni di Amara

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I diritti della comunità LGBTQ+ in Etiopia: la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga

Le persone LGBTQ+ in Etiopia sono oggetto di discriminazione dalla maggioranza della popolazione etiope. L’attività omosessuale, da intendersi come l’atto della sodomia e più in generale l’attività sessuale fra individui dello stesso sesso praticata a fini non riproduttivi, sia maschile che femminile rappresenta un reato per il quale è prevista la reclusione ma non la pena capitale. La criminalizzazione e l’oppressione della comunità LGBTQ+ etiope sono dovute a fattori storici, culturali e religiosi che risalgono a ben prima dell’attuale regime repubblicano. Sebbene negli ultimi anni siano nate diverse associazioni, sia all’interno del paese sia all’estero – grazie agli sforzi di attivisti espatriati -, che portano avanti le istanze della comunità LGBTQ+, la tolleranza e l’accettazione da parte di tutta la società etiope sono traguardi che sembrano ancora lontani. Quadro Legislativo ed impatto nella società civile Il codice penale etiope disciplina in tre articoli il reato di omosessualità, sia maschile che femminile, nello specifico si fa riferimento agli articoli 629-631. L’articolo 629, stabilisce che chiunque pratichi un “atto omosessuale o qualsiasi altro atto indecente” è punibile con un periodo di reclusione. Gli articoli successivi stabiliscono l’ammontare di questo periodo di reclusione sulla base di aggravanti che, a seconda della situazione in cui si è verificato l’atto incriminato e delle persone coinvolte, prevedono non meno di un anno di reclusione fino a un massimo di 25 anni. La pena è lievemente ridotta se i soggetti interessati sono donne. Nello specifico, l’articolo 630 stabilisce la reclusione: Per un periodo mai inferiore a un anno. Fino a 10 anni se: Chi pratica l’atto approfitta delle difficoltà fisiche o psicologiche dell’altro o se sfrutta l’autorità di cui gode in virtù del suo ruolo (di tutore, insegnante, datore di lavoro etc.) per indurre l’altro a trasgredire. Chi pratica l’atto ne fa il suo mestiere in violazione dell’articolo 92 del Codice Penale Etiope. Dai 3 ai 15 anni se: L’atto è praticato attraverso l’uso di violenza, intimidazione, coercizione, inganno o truffa o se chi pratica l’atto approfitta dell’incapacità dell’altro di opporre resistenza. Chi pratica l’atto coinvolge l’altro in episodi di sadismo, crudeltà o se gli trasmette coscientemente una malattia venerea. Chi pratica l’atto spinge l’altro al suicidio causato dalla “sofferenza, vergogna o disperazione.” L’articolo 631 disciplina l’occorrenza del reato quando sono coinvolti i minori d’età e prevede la reclusione: Dai 3 ai 15 anni se il minore ha dai 13 ai 18 anni. Dai 15 ai 25 anni se il minore ha meno di 13 anni. Fino a 10 anni se il reato avviene fra una donna e una minorenne. A vita se il minore subisce danni fisici o psicologici, o se il minore viene condotto al suicidio in seguito. Il Codice Penale Etiope, nel trattare questa disciplina, utilizza una terminologia molto forte nella quale le persone omosessuali sono definite come “il criminale” o “la vittima”, escludendo dunque la possibilità che “l’atto omosessuale” si verifichi nel pieno consenso delle persone coinvolte. Va inoltre notato come le donne siano appena menzionate. Con queste premesse, dunque, è possibile affermare che l’attuale quadro legislativo dell’Etiopia non prevede alcun tipo di garanzia per i membri della comunità LGBTQ+, al contrario è direttamente co-responsabile della sua discriminazione. Matrimonio egualitario, adozione di minori per coppie LGBTQ+, servire nell’esercito vivendo apertamente la propria sessualità e cambiare il genere legale sono tutte pratiche attualmente proibite dall’ordinamento etiope. Tuttavia, nonostante un quadro legislativo così avverso alla comunità LGBTQ+, figlio di una società profondamente lontana dall’accettazione di queste individualità, è da menzionare l’iniziativa del governo etiope che, nel cancellare un raduno anti-gay, ha fortemente respinto la richiesta (avanzata da associazioni religiose del paese) di inasprimento della pena per il reato di omosessualità. La classe religiosa etiope infatti, ha richiesto che venisse prevista la pena di morte per tutti coloro che fossero stati riconosciuti come membri della comunità LGBTQ+. Questo atteggiamento da parte delle istituzioni però, non ha contribuito a cambiare la mentalità della società civile. Si registrano infatti, atti di aggressione di qualsiasi tipo ai danni della comunità LGBTQ+. L’oppressione subita prende molte forme: dal tentativo di sabotaggio di un seminario sull’educazione sessuale nel 2011, ai pedinamenti, agli interrogatori cui le persone omosessuali e quelle transessuali sono state sottoposte fino a subire, presumibilmente, abusi fisici (come riportato in questo report del 2013 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti), per terminare con gli arresti di persone LGBTQ+ incarcerate con la sola colpa di vivere la loro vita. Purtroppo però, i numeri sono da intendersi superiori rispetto a quelli riportati, per via dei fondati timori che vivono i membri della comunità LGBTQ+ etiope di subire ulteriori ritorsioni e violenze nel caso presentassero denuncia. Percezione e Status sociale L’Etiopia è un paese caratterizzato da un contesto demografico estremamente eterogeneo e frammentato. Una condizione che spesso genera conflitti interni e forti divisioni. In questo contesto, la condizione delle persone LGBTQ+ risulta, tuttavia, ancora più drammatica considerata l’aperta opposizione e delle istituzioni e della società civile. Gli appartenenti alla comunità LGBTQ+, infatti, subiscono un forte stigma in Etiopia, dove “omosessualità” diventa spesso sinonimo di pedofilia, violenza sessuale e abusi su minori. Che si faccia riferimento a regioni a maggioranza islamica o di religione cristiano-ortodossa, l’omosessualità è comunque vista come un grave atto peccaminoso. Come abbiamo accennato in precedenza, le associazioni religiose si sono espresse apertamente contro l’omosessualità, accostando la sodomia e l’attività omosessuale all’Anticristo ed alla fine dei tempi. La condizione delle persone LGBTQ+ non è che peggiorata con l’aumento dei contagi di HIV che ha interessato l’Etiopia negli anni ’80 e’90 aggiungendo al già largamente presente stigma religioso, anche quello legato alla malattia. Quando la matrice non è religiosa, la discriminazione è favorita da fattori culturali per i quali le istanze portate avanti dalla comunità LGBTQ+ vengono recepite dalla popolazione etiope come un qualcosa di direttamente importato dai paesi occidentali e che consiste in un atto meschino e immorale. Non sorprende dunque che, secondo un’indagine condotta nel 2007 dal Pew Research Center di Washington il 97% della popolazione etiope ritiene che l’omosessualità sia una condotta che la società dovrebbe

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La diga GIBE III : le caratteristiche del progetto e il contesto etiope

In un contesto globale caratterizzato da un lento ma progressivo abbandono delle fonti fossili, progetti energetici rinnovabili trovano sempre più spazio soprattutto in aree caratterizzate da un processo di industrializzazione ancora in corso e dal tentativo di accelerare il proprio sviluppo economico. Uno degli strumenti più utilizzati per produrre energia a partire dagli anni Cinquanta ad oggi sono le dighe, affiancate spesso da impianti di irrigazione per piantagioni intensive. Nella narrazione mediatica vengono presentate come “energia pulita”, in quanto le emissioni di gas climalteranti sono legate al solo processo di costruzione delle infrastrutture e non alla fase di funzionamento della diga stessa. Nonostante ciò, infrastrutture del genere, soprattutto se di dimensioni imponenti, sono state e sono tutt’ora una delle principali cause di distruzione di interi ecosistemi e sfollamento delle popolazioni locali interessate dai progetti. Uno studio del 2000 stimava che in tutto il mondo le grandi dighe abbiano portato tra i 40 e gli 80 milioni di persone a migrare forzatamente, dati che vanno sicuramente aggiornati e calati nel contesto odierno alla luce dell’aumento dell’utilizzo di questa fonte energetica. È questo il caso della Diga Gibe III, la più grande mai costruita in Etiopia e una delle più alte del pianeta. In questo articolo verranno prese in analisi le caratteristiche di questa infrastruttura e come essa si colloca all’interno del contesto etiope. In un secondo articolo verranno poi presi in considerazione gli effetti diretti e indiretti, e sociali e ambientali che essa ha generato e potrebbe produrre in futuro. Caratteristiche di Gibe III Gibe III da sola ha aumentato dell’85% la produzione di energia in Etiopia con 1870Mw di potenza installata complessiva e una produzione prevista di 6500Gwh/anno. Collocata sul fiume Omo, si inserisce in una progettazione più ampia di altre quattro dighe di cui Gibe I e II sono state già realizzate e Gibe IV e V sono in via di pianificazione. L’enormità di questi progetti e il fatto che insistono tutti in un contesto naturale fragile e popolato prevalentemente da gruppi indigeni ha fatto sì che l’infrastruttura divenisse estremamente controversa per l’elevatissimo impatto sociale e ambientale che questa ha determinato.  L’ipotesi di realizzare una diga di tali dimensioni risale ai primi anni del 2000. I lavori sono stati iniziati nel 2006 e il completamento dell’infrastruttura si è raggiunto già nel 2015. Il progetto prevede sia un impianto idroelettrico che uno di irrigazione di vaste piantagioni industriali collocate sopra le terre ancestrali delle tribù locali. L’impianto è di proprietà dell’azienda nazionale Ethiopian Electric Power Corporation, la quale ha assegnato direttamente e senza gara pubblica l’appalto a Salini Impregilo, azienda italiana che dagli anni 50 opera in Etiopia e che sembra detenere il controllo assoluto sulla realizzazione di impianti idroelettrici nel quadrante essendosi già occupata tra le altre di realizzare Gibe I e II e avendo ricevuto fondi da parte della cooperazione italiana e da vari organismi di finanziamento internazionale per la realizzazione di questi megaprogetti. Rispetto ai finanziamenti di Gibe III, sebbene all’inizio si ipotizzasse di poter fare affidamento sulla Banca Mondiale, sulla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), e sulla African Development Bank, queste hanno deciso di ritirarsi dal progetto per numerose irregolarità legate soprattutto alla trasparenza nell’assegnazione dell’appalto a Salini e alla mancanza di una valutazione di impatto ambientale e sociale credibile. È da notare come l’Etiopia sia completamente dipendente dagli aiuti esteri corrispondendo essi al 90% del budget nazionale. Alla Banca Mondiale e alla BEI è subentrata la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) la quale non si è posta gli stessi problemi e ha deciso di procedere comunque con un finanziamento di 420milioni di dollari al progetto. Nonostante il costo originario dell’infrastruttura fosse stimato intorno ai 1.5 Miliardi di dollari, alcuni studi riportano un costo che si aggirerebbe sui 2 Miliardi. Da questi sono escluse le infrastrutture legate alla rete elettrica per l’esportazione verso il Kenya che verranno invece coperte in parte dalla Banca Mondiale con un finanziamento che si aggira tra i 600 e gli 800 milioni di dollari. Quest’ultimo elemento spinge inevitabilmente a riflettere sul ruolo che questa infrastruttura riveste nell’economia etiope. Contesto energetico etiope Secondo la IEA nel 2019 l’Etiopia ha prodotto 14.456 Gwh di elettricità attraverso le proprie dighe, ovvero il 95% dell’elettricità prodotta nel paese, a fronte di un consumo di 10.700 Gwh nello stesso anno. La tendenza negli anni precedenti è simile mostrando come ad ogni aumento dei consumi sia seguito un aumento importante anche delle capacità produttive e viceversa, determinando quindi un surplus di energia prodotta rispetto ai bisogni interni che viene dunque esportata verso i paesi circostanti. L’obiettivo ultimo è di esportare un totale di 900Mw tra Sudan, Djibouti e Kenya, 500Mw dei quali andrebbero a quest’ultimo, e sul lungo periodo punterebbe ad arrivare anche ad Egitto, Eritrea, Yemen e altri paesi dell’Africa del Sud ed Est. La produzione di 6500Gwh annui associati a Gibe III va dunque a coprire prevalentemente questo bisogno di export più che andare ad incontrare una crescente domanda interna di energia, dimostrando come la realizzazione di un impianto di tali dimensioni non sia poi strettamente necessario. Come si evince dai dati riportati, l’Etiopia consuma i 2/3 dell’elettricità che produce. Dunque, Gibe III sembrerebbe essere una infrastruttura la cui realizzazione viene promossa per lo sviluppo dell’Etiopia, ma che se calata nei bisogni energetici etiopi contemporanei, risulta essere sovradimensionata. Questi dati mostrano un ulteriore problema: la produzione interna totale di energia elettrica è di circa 15.000 Gwh con i restanti 550Gwh prodotti tramite energia eolica e, in minima parte, solare.  Questo dato descrive una fortissima dipendenza del paese dall’Energia idroelettrica rendendolo estremamente vulnerabile a eventuali eventi imprevisti nel settore. La compresenza di queste mega dighe, e l’inevitabile effetto negativo in termini di dissesto idrogeologico, assieme alle caratteristiche geologiche dell’area, secondo alcuni studi farebbero pensare ad un’alta probabilità che si possano verificare terremoti di magnitudo compreso tra il 7 e l’8 nel giro dei prossimi cinquanta anni. Questo dato metterebbe fortemente a rischio la sicurezza energetica del paese in quanto eventuali danneggiamenti a

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L’espropriazione dei diritti delle donne in Etiopia

In Etiopia, come in altre società tradizionali, il valore delle donne è misurato in base al loro ruolo di madri e mogli. Nelle città come nelle campagne, la divisione dei ruoli tra uomo e donna è ben definita, affidando al primo un controllo completo sulla vita della moglie che, costretta alla sfera domestica, raramente partecipa alla vita comunitaria. Nelle situazioni più estreme l’uomo esercita un controllo sul corpo stesso della donna, che troppo spesso viene sottoposto a tremende violazioni. Questa sottomissione istituzionalizzata del genere femminile risale ai tempi dell’occupazione italiana del Paese. I coloni bianchi hanno infatti giocato un ruolo importante nel fortificare il sistema patriarcale all’interno dei diversi gruppi etnici che popolano il Paese. Soprattutto a partire dal 1940, gli occupanti stranieri usavano le donne locali come concubine per fini di sfruttamento sessuale, usando la forza e la violenza quando queste si opponevano. Della donna etiope si parlava largamente anche in Italia, poiché veniva menzionata come uno dei motivi per cui era giusto emigrare nei territori di nuova occupazione. Il sessismo si è fatto così strada nella società etiope e rimane tutt’oggi una grave piaga da abbattere per permettere uno sviluppo realmente sostenibile in questo Paese. Oggi, Large Movements cercherà di far luce sulle caratteristiche che accomunano le donne etiopi, segnalando le maggiori difficoltà verso la parità di genere e le più gravi violazioni dei loro diritti umani che, come purtroppo succede in molti Paesi, restano saldamente ancorate alla società attraverso leggi, usanze e tradizioni che scoraggiano l’emancipazione della donna. I diversi livelli della discriminazione di genere Secondo il Global Gender Gap Report, pubblicato nel 2018 dal Global Economic Forum, l’Etiopia si classifica al 117° posto su 149 paesi, evidenziando uno stallo rispetto all’anno precedente sulla riduzione del divario di genere, già ampio in maniera allarmante. Il report analizza le disparità di genere utilizzando indicatori quantitativi in quattro contesti sociali utili a misurare la possibilità per le donne di auto-determinarsi e di rendersi indipendenti: 1. L’accesso al lavoro (indipendenza economica); 2. L’accesso all’educazione elementare, media e superiore, compresa l’università; 3. L’accesso alle cure sanitarie ed all’aborto; 4. La partecipazione attiva nella vita politica del Paese. Vediamo adesso le maggiori difficoltà che le donne affrontano negli ambiti sopraelencati, evidenziando anche le peggiori violazioni di diritti umani perpetrate ai loro danni all’interno della società odierna dell’Etiopia. 1. L’accesso al lavoro Le immense difficoltà di accesso alla professione riscontrate dalle donne etiopi vengono evidenziate dal tasso di occupazione femminile, che oscilla tra il 40 ed il 50%. Di questa percentuale, la grande maggioranza dei lavori corrisponde all’agricoltura ed all’allevamento, se non ad attività informali di scarsa rilevanza per l’economia famigliare. Inoltre, il restante della popolazione femminile si occupa delle attività di cura della casa e della famiglia – che vengono omesse dal conteggio perché non remunerate – ma non per questo non altrettanto faticose e degradanti. Tra queste, riteniamo opportuno menzionare il trasporto di carichi pesanti come le taniche d’acqua per decine di chilometri. Il divario di genere nel mercato del lavoro etiope è dunque elevatissimo, e questa condizione viene denunciata dal Report sull’Etiopia realizzato dalla Convenzione sull’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), che condanna il controllo e lo sfruttamento delle donne compiuto secondo l’ideologia dominante in Etiopia. Questo risulta dunque determinante nell’impedire che la donna raggiunga uno status di indipendenza ed auto-determinazione. Le cause principali vengono identificate nelle pratiche di distribuzione delle risorse e delle opportunità e nella divisione del lavoro che non rispondono ai bisogni delle donne, bensì vanno ad alimentare il divario di genere. Il ruolo di subordinazione delle donne viene accentuato da politiche sociali, culturali ed educative che non garantiscono la loro tutela o che non vengono effettivamente attuate, andando peraltro a peggiorare la situazione di povertà nazionale. Nonostante la legge federale garantisca il diritto di pari accesso alla terra per uomini e donne, nella realtà dei fatti questa non viene applicata poiché le donne sono escluse dalla proprietà terriera, di fatto ostacolata anche per gli uomini a causa della nazionalizzazione della terra avvenuta nei primi anni ‘90. Infatti, il 70% delle donne sposate non ha possibilità di gestire i frutti del proprio lavoro agricolo poiché questo spetta al marito. La percentuale acquista rilievo se contestualizzata nella presenza schiacciante di lavori rurali del settore primario, rispetto agli altri settori, che da impiego a più del 65% della popolazione totale etiope. La difficoltà di accesso alle risorse è concreta: il livello di povertà e sottosviluppo della maggioranza delle famiglie è originato dalla carenza di risorse idriche derivanti anche dalle frequenti siccità; l’acqua viene recuperata e trasportata come possibile, pur significando viaggi lunghi e faticosi affrontati, spesso, dalle donne e dai bambini. 2. L’accesso all’istruzione In Etiopia quasi metà della popolazione è analfabeta. In un contesto fortemente rurale in cui i bambini abbandonano gli studi per poter portare un aiuto economico in casa, le donne sono i soggetti più colpiti dalla rinuncia all’istruzione. La scuola è frequentata in prevalenza da ragazzi soprattutto a partire dal livello secondario: la durata media di un percorso di studi di una studentessa in Etiopia è infatti di soli 8 anni, sempre secondo quanto evidenziato dal Report della CEDAW. La causa dell’abbandono scolastico della bambina a volte corrisponde con il matrimonio, spesso con un uomo di età molto più avanzata. I matrimoni precoci – o matrimoni forzati – sono un fenomeno largamente diffuso in Etiopia, a discapito della legge che stabilisce a 18 l’età minima per le nozze. A volte a questo segue una gravidanza precoce e l’impossibilità di varcare le mura domestiche per iniziare la carriera professionale. Secondo the World Factbook nel 2020 il tasso di fertilità è di oltre 4 figli per donna – in confronto, in Italia ammonta a 1.3 figli per donna -, dato comunque in miglioramento rispetto alla media di 7 figli registrata quaranta anni fa. Recentemente il Dipartimento di Genere del Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il Forum for African Women’s Education, ha introdotto una serie di programmi ed iniziative volte a scoraggiare

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